(NPG 1971-06/07-10)

 

LA CONDIZIONE GIOVANILE NELLA SOCIETÀ ITALIANA IN VIA DI SVILUPPO 

Lo sviluppo della società italiana è stato caratterizzato negli ultimi decenni da alcune profonde trasformazioni strutturali e culturali, la cui dinamica non sembra ancora esaurita. Più specificamente:

A LIVELLO STRUTTURALE

A livello strutturale si può notare che:

♦ La componente politica del nostro sistema sociale si è venuta gradualmente qualificando come elemento importante, problematico, conflittuale. Dall'unificazione politica del paese si è assistito alla formazione di nuove forze politiche di estrazione popolare (cattolici, socialisti, comunisti), si è avuta la doppia esperienza negativa di due guerre mondiali, si è avuta una fase di involuzione con la parentesi fascista, si è gradualmente portata avanti una difficile battaglia per l'affermazione di una democrazia sostanziale e non solo formale in tutti gli aspetti della vita pubblica, si è venuta allargando la prospettiva della collaborazione internazionale a tutti i livelli.
Sintomi di una progressiva e inesorabile crisi del sistema politico si sono venuti precisando in un più recente passato: partitocrazia e frazionamento delle forze politiche, mediocrità della classe dirigente, immobilismo e massimalismo invece di progressivismo e realismo, corruzione e incapacità amministrativa, paralisi dell'apparato burocratico dello Stato, conflittualità latente tra i detentori del potere legislativo, esecutivo, giudiziario; tendenza alla conflittualità anche in forme violente tra le forze politiche di base (il fenomeno dei gruppuscoli estremisti di destra e di sinistra). Gli elementi positivi del quadro (sostanziale mantenimento di una condizione di pace, progressiva politica delle riforme, assicurazione di un regime democratico, ecc.) non riescono a equilibrare a mio giudizio un bilancio tendenzialmente critico e negativo.

 Lo sviluppo economico è stato notevole, ma spesso caratterizzato da squilibri e da mancanza di cordinamento. I maggiori squilibri si notano a livello di settori di produttività (industria, agricoltura, servizi), di aree socio-geografiche (Nord-Centro-Sud), di distribuzione e utilizzazione del reddito (investimenti, consumi, risparmio). Gli squilibri hanno avuto certamente un influsso diretto sullo sviluppo sociale che ne risulta così compromesso, contraddittorio, conflittuale.
In particolare l'industrializzazione ha contribuito alla scomparsa di una società pre-tecnica, monista, statica, rurale, paesana, per far posto ad una società scientifico-tecnologica, pluralista, mobile e dinamica, urbana, dedita sempre più ad attività secondarie e terziarie (industria, commercio, servizi), complessa, efficientista. Come conseguenze principali dell'industrializzazione dobbiamo sottolineare quelle connesse con l'urbanizzazione (spesso rapida e disordinata).
Questo fenomeno rilevante nel nostro paese ha messo alla portata di masse sempre crescenti le agevolazioni di vita proprie della città e la possibilità di un'esperienza culturale più aperta, libera, creatrice; ma ha portato anche a comportamenti spesso troppo formali e funzionali, anonimi, spersonalizzanti. Come l'urbanizzazione, ha influito in senso ambivalente anche l'emigrazione (sia interna che estera) : dalla fine della guerra ad oggi si può calcolare che dai 5 ai 10 milioni di italiani abbiano emigrato in cerca di lavoro o all'interno o al di fuori del paese, in maniera stabile. Ciò significa che si sono creati dei problemi di sradicamento della cultura di origine, di adattamento ad una nuova cultura, di instabilità, di marginalizzazione, al limite di criminalità, che solo lentamente possono essere assorbiti dalla nuova generazione.
In altre parole anche a prescindere da considerazioni più specifiche, lo sviluppo economico, assieme ad un innegabile progresso materiale, ha richiesto un alto prezzo in termini di valori umani.

 Lo sviluppo sociale, in connessione con quello politico ed economico, è stato ed è tuttora assai problematico. In esso si notano tensioni e sperequazioni gravi: un accentuato divario tra le varie classi sociali in materia di potere politico, sociale ed economico; l'arretratezza complessiva del nostro sistema di sicurezza sociale rispetto alle esigenze di una società industrialmente avanzata quale l'Italia vuol essere; la tendenza alla conflittualità tra le classi sociali; la carenza di una vera maturazione sociale (persistenza di atteggiamenti individualistici tipicamente italiani).

A LIVELLO CULTURALE

A livello culturale si può notare che:

♦ È in atto la rottura del quadro dei valori tradizionali che costituivano l'eredità culturale dell'italiano medio. Tali valori trovavano in tempi passati una loro profonda giustificazione ed una funzionale unificazione nei valori religiosi che costituivano così il fondamento e il vertice della filosofia di vita dell'italiano medio.
La rottura di questo quadro culturale ha provocato una nuova situazione di pluralismo in cui esistono più «filosofie di vita» tra di loro concorrenziali e spesso anche conflittuali; il valore religioso oltre che perdere la sua principalità e rilevanza sociale rischia di essere confinato in una posizione marginale, a causa della crescente «retoricità» delle sue proposte di valori rispetto alle attese, ai miti, ai bisogni della società industriale.

 La rottura del quadro tradizionale dei valori apre una fase di livellamento e di transizionalità dei valori stessi, sia per effetto della massificazione della cultura, sia per effetto della situazione di pluralismo. In altre parole i valori (intesi come punti di riferimento per la condotta) perdono i loro contorni definiti e sfuggono perciò ad una precisa identificazione, sottoposti come sono ad un cambio rapido e profondo. In particolare le aree di valori che nella nostra società hanno subito una più radicale trasformazione sembrano essere quelle inerenti alle esperienze familiari-coniugali-sessuali (soprattutto quelle motivate da una religiosità sacrale), al rispetto e alla massimizzazione dell'individuo, alla solidarietà particolaristica. Sembra emergere tuttavia una nuova sensibilità per i valori di un solidarismo universalista che nel nostro paese era in gran parte sconosciuto.

 Dal livellamento e dalla transizionalità dei valori non è facile disgiungere un processo di mitizzazione e di assolutizzazione di nuovi modelli di vita e di nuovi interessi, direttamente derivati dall'istanza razionalista, pragmatista, orizzontalista della società industriale. La società stessa si presenta talora con le caratteristiche di un organismo macroscopico che condiziona necessariamente le scelte dei gruppi e degli individui e a cui è impossibile sottrarsi. L'organizzazione, la burocratizzazione e la specializzazione della nostra società rappresentano allo stesso tempo uno sviluppo irreversibile del sistema, un fattore di stimolo e un punto di attrazione, un motivo di alienazione.

 Il processo di rottura del quadro di valori, il livellamento e la massificazione, il pericolo di mitizzazione di pseudo-valori alienanti condizionano pesantemente il processo di socializzazione delle nuove generazioni. La socializzazione primaria (quella realizzata prevalentemente dall'istituzione familiare nei primi anni di vita del fanciullo) viene infatti completata e spesso radicalmente compromessa dalle successive socializzazioni, che hanno per protagoniste altre istituzioni sempre più importanti nella struttura della società industriale e talora assai conflittuali rispetto ai valori della famiglia stessa.
Ciò significa che i giovani sono sottoposti sempre più a sollecitazioni contrastanti, in quanto le agenzie di socializzazione sono numerose e i loro messaggi culturali non sempre coerenti e armonici. Il risultato prevedibile sarà quello di avere giovani che accanto a tronconi di comportamento ispirati ai modelli tradizionali (generalmente trasmessi dalla famiglia e dalla scuola) accetteranno modelli anticipatori (e talora devianti) mutuati da altri agenti di socializzazione molto influenti (partiti; associazioni culturali, sindacali, sportive; centri di potere politico, economico, ecc.) e dagli stessi mezzi di comunicazione di massa.

In sintesi la società italiana sembra essere caratterizzata da inefficienza e crisi del sottosistema politico, da sviluppo incontrollato del sottosistema economico, da arretratezza del sottosistema sociale, da confusione del quadro di valori sottoposto a un processo di radicale revisione. Questi elementi negativi vengono percepiti dai giovani in modo spesso distorto
(nel senso che non si pongono in evidenza anche gli aspetti positivi che permettono un giudizio più equilibrato della situazione), ma indubbiamente sembrano confermare l'impressione di un'acuta fase di transizione nelle strutture e nella cultura del nostro paese, che sta per evolvere da una condizione pre-tecnica di tipo tardo-borghese (nelle zone urbane) e contadina (nelle zone periferiche rurali) verso forme di socializzazione partecipata e popolare su basi nuove.

IL POSTO DEI GIOVANI

Quale posto occupano i giovani in questo quadro?

Mancanza di uno status

Una prima constatazione di fatto riguarda la mancanza di un vero status o meglio la situazione di incertezza di status di cui soffre la condizione giovanile nel nostro paese, come in tutti i paesi sviluppati. Ciò significa che il sistema di ruoli ( cioè i comportamenti reali e le attese di comportamento riguardanti i giovani) che caratterizza la condizione giovanile è contraddittorio e sottoposto a tensioni gravi. In altre parole la società tiene nei riguardi dei giovani un atteggiamento necessariamente ambiguo; per un verso non può più considerarli bambini immaturi, per un altro non può ancora considerarli adulti a pieno merito, anche se essi hanno raggiunto gradi di maturità apprezzabili in molti settori del loro sviluppo personale e collettivo.

 Nel nostro paese come in altre aree socio-geografiche si tende a prolungare artificiosamente il periodo dell'adolescenza sociale, il tempo cioè dell'apprendimento delle nozioni e delle tecniche che permettono un'adeguata preparazione per un inserimento nella società. Quest'ultima innalza sempre più le pretese, cosicché la distanza tra maturità biologico-psicologica e maturità sociale (inserimento produttivo-professionale) tende ad aumentare. Di fatto non coincidono, ad esempio, i tempi o le scadenze in cui la società accorda ai giovani determinati diritti che definiscono l'uomo adulto: il matrimonio, la responsabilità civile, il servizio militare, il voto attivo e passivo, la responsabilità professionale ecc.
Ne risulta che né il giovane né l'adulto sanno con esattezza quando un individuo può considerarsi adulto, con grave danno per i processi di identificazione e di maturazione. Non a caso si è detto: «giovani, gruppo marginale in cerca di identificazione». Per questo il periodo dell'adolescenza e della giovinezza rappresenta un problema più sociale che psichico o per lo meno i fattori del disadattamento sociale sembrano prevalere su quelli bio-fisiologici e psichici.

 L'incertezza di status va anche attribuita alle contraddizioni esistenti nel processo di socializzazione delle nuove generazioni in una società pluralista e mobile come la nostra.
Abbiamo accennato in precedenza alla difficoltà che trovano i giovani a percepire adeguatamente i valori, gli interessi, le attese della società in cui vivono e soprattutto a formarsi una mentalità critica e un atteggiamento libero di fronte alle varie proposte di valori. Di qui una certa diffusa relativizzazione dei modelli di vita, cioè lo svuotamento dell'impegno ideologico e della tensione morale che si nota in molti giovani.

 L'incertezza è da attribuirsi anche ai tentativi ricorrenti di manipolazione da parte della società adulta in generale e di alcuni gruppi di potere in particolare che non possono che generare reazioni abnormi (quando la manipolazione venga avvertita), che rendono difficile il dialogo tra le diverse generazioni e che al limite tolgono ogni credibilità alla pretesa avanzata dal mondo degli adulti di «trasmettere» autoritariamente una filosofia di vita. Ma d'altra parte tale rifiuto priva i giovani di punti di riferimento sicuri per la condotta (anche sotto il profilo dell'equilibrio emotivo e affettivo).

Atteggiamenti verso la società

Una seconda costatazione riguarda gli atteggiamenti che i giovani assumono nei confronti della società. Occorre dire che questi atteggiamenti sono assai vari:

 Da parte di una certa aliquota di giovani si assume un atteggiamento di accettazione dell'integrazione nella società. Si valorizzano cioè le mete sociali che vengono proposte e si accettano senza problematica le vie legali e istituzionalizzate che la società propone per il raggiungimento delle mete. Molti giovani perseguono un normale inserimento nella struttura della società vigente e una pacifica interiorizzazione di norme e ideali, che quella impone.
Si tratta, in generale, di giovani moderatamente impegnati nella ricerca di
nuovi valori e poco coinvolti personalmente nella costruzione di un nuovo umanesimo; anche se rifiutano i modelli della generazione precedente, non sono protesi alla creazione libera e critica di modelli propri. In altre parole essi corrispondono a quelle persone «dirette dal di fuori» che Riesman ritiene tipiche di una società massificata e conformizzante.

 Un'altra aliquota di giovani reagisce mediante atteggiamenti passivi, rinunciatari, evasivi; verso la società mostra apatia, indifferenza, scetticismo. Questo modo di reagire crea le condizioni ideali per agevolare la società nella sua opera di marginalizzazione e di incapsulamento che a lungo andare induce i giovani isolati all'integrazione.
Nella misura infatti in cui si rinuncia a partecipare criticamente all'elaborazione di progetti e di proposte sociali si rimane vittime della dinamica livellante della società stessa.

 Una più piccola aliquota reagisce mediante la contestazione. Si tratta certo di un fenomeno di élite; molti giovani condividono le ragioni dei contestatori, ma pochi ne condividono l'azione impegnata e coerente. Sulle caratteristiche di questa frangia contestatrice occorre spendere qualche parola in più.

La frangia contestatrice

I giovani che contestano la società nel nostro paese sono generalmente studenti. Questa categoria di giovani infatti a differenza degli operai sembra possedere una maggiore capacità analitica delle contraddizioni della società, sia perché è maggiormente a contatto con le élites culturali ed intellettuali che esercitano le critiche più radicali, sia perché gode di una maggiore immunità rispetto alla società (non essendo inseriti nelle strutture produttive e non avendo responsabilità sociali dirette, gli studenti non possono facilmente venir colpiti come gli operai da eventuali ritorsioni), sia perché sono dotati di maggiori capacità espressive (hanno cultura più ricca e articolata).
La contestazione, pur essendo partita dal rifiuto delle strutture scolastiche, si è venuta allargando a tutto il contesto politico, economico, sociale del paese. I giovani contestatori hanno preso coscienza delle molte promesse che il sistema non ha mantenuto, radicalizzandosi in una crescente sfiducia nel mondo degli adulti; di qui il progressivo allontanamento dai modelli di vita che la tradizione italiana ha conservato fino a un recente passato e la sofferta e contraddittoria ricerca di una propria autonoma «cultura» (di un quadro cioè di valori relativamente indipendente dalla filosofia di vita trasmessa con la socializzazione familiare, scolastica, ecc.). In altre parole la contestazione non è più interpretabile solamente come una condotta ricorrente delle nuove generazioni in conflitto con le precedenti (la gioventù come «luogo biologico della protesta», come dice il filosofo Bloch), ma come originale presa di coscienza dell'alienazione di un sistema sociale e del ruolo storico che la classe giovanile è chiamata a svolgere per il rinnovamento radicale della dinamica delle società tecnologicamente avanzate. I giovani cioè, almeno nella frazione minoritaria contestatrice, si apprestano a giocare un ruolo profetico (per esprimerci in termini religiosi) o se si vuole un ruolo decisivo e centrale nella storia del nostro paese.
Il rapporto tra giovani e società esprime adeguatamente la condizione più generale del rapporto tra individuo e società, cioè sintetizza la situazione di pericolo cui è sottoposta l'istanza umanistica in una società sempre più organizzata, burocratica, onnicomprensiva, ma allo stesso tempo caotica, conformizzante, spersonalizzante. La presa di posizione dei giovani esprime, al limite, l'esigenza di un progetto di umanesimo nuovo da instaurare sulle conquiste innegabili della società industriale, sottratta alla tentazione di esigere troppo alti prezzi all'uomo per la sua realizzazione.

La reazione della società

Rimane da chiederci come reagisca la società a questa presa di posizione contestatrice e, in generale, agli atteggiamenti dei giovani verso di essa.

 Fondamentalmente la società italiana sembra dar l'impressione di potere per ora contenere la spinta rivoluzionaria della classe giovanile, sia perché i contestatori autentici sono pochi, sia perché non hanno ancora elaborato un proprio progetto alternativo di società, sia perché non è ancora maturata una autentica coscienza di classe tra i giovani, sia perché la società si ritiene sufficientemente forte per controllare (o ricattare) al momento giusto i giovani. Lo stesso meccanismo di controllo o di repressione che esercita sui giovani operai (condizionati dal bisogno di lavoro ad essere abbastanza leali al sistema e a non tentare esperienze rivoluzionarie), la società pensa di poterlo usare anche contro i giovani
studenti, quando saranno giunti alle soglie dell'inserimento nel quadro delle forze produttive.

 Contemporaneamente e in altri contesti, la società pone in opera mezzi dilatori; tende a emarginare, isolare, incapsulare alcuni movimenti devianti, bollandoli con definizioni che ne consacrano l'irrilevanza o la pericolosità sociale (i capelloni, gli hippies, i drogati, ecc.); oppure tende ad integrare, sollecitando con ogni mezzo la lealtà al sistema e alzando continuamente le ricompense connesse con la lealtà; o, in altri casi, tende a recuperare l'esperienza anticipatrice dei giovani, spingendoli a comportamenti abnormi che compromettono molti giovani ma che vengono adeguatamente sfruttati dalla classe adulta (incitamenti alla violenza, alla guerra, all'eccentricità della moda del vestito, del divertimento, alla relativizzazione dei costumi sessuali, ecc.).

 In pochi casi la società tende a controllare mediante una repressione violenta. Normalmente anzi si ha un allentamento del controllo istituzionalizzato e ufficiale, soprattutto in quelle condotte che sembrano compromettere direttamente il quadro dei valori vigenti; una maggiore permissività è spesso intesa dai giovani come una condizione favorevole per l'elaborazione di una cultura propria, in realtà si tratta solo di un espediente tattico messo in opera dalla società per recuperare i giovani all'area della condotta conforme.

In definitiva si può dire che la condizione giovanile nella società italiana è caratterizzata da incertezza di status, da tendenza alla conformità e all'integrazione per un'aliquota maggioritaria, da opposizione e conflitto per una minoranza qualificata.

 

CARATTERIZZAZIONE RELIGIOSA
DELLA CONDIZIONE GIOVANILE IN ITALIA

Per caratterizzare i giovani da un punto di vista religioso, occorre certamente riferirsi a qualche categoria più generale atta a interpretare il quadro complessivo della religiosità degli italiani. Non potendolo fare in questa sede, si rimanda all'ipotesi avanzata ad esempio da Burgalassi (Le cristianità nascoste, Dehoniane) o da Luckmann (sebbene questi non parli dell'Italia in modo particolare, ma più in generale della condizione della religione in una società sviluppata tecnologicamente). Occorre anche aggiungere che le ricerche a nostra disposizione sull'argomento specifico sono piuttosto scarse e settoriali, per cui il quadro che ne possiamo dedurre è largamente ipotetico e provvisorio.
Fatte queste premesse tentiamo di delineare la condizione religiosa dei giovani.

LE SUBCULTURE RELIGIOSE

Se vogliamo ricorrere ad una tipologia della religiosità giovanile italiana, possiamo ipotizzare queste «subculture» religiose (cioè modalità complessive di intendere i valori religiosi rispetto alle esperienze esistenziali) tra i nostri giovani:

 Una subcultura minoritaria di atei certo più consistente numericamente di quanto non lo sia nelle altre classi sociali italiane.
Vi apparterrebbero soprattutto soggetti maschi, di reddito alto e medio, del Centro e del Nord Italia, urbanizzati, politicamente orientati a sinistra, dotati di formazione culturale elevata (studenti in prevalenza). La subcultura atea sarebbe caratterizzata da massimo impegno nella ricerca e nella realizzazione di valori umani positivi (di per sé non alieni da una visione cristiana della vita), ma assolutizzati fino alla coerente esclusione di un progetto trascendente e delle relative conseguenze sul piano della credenza, del culto, dell'appartenenza.
In altre parole il giovane ateo è anzitutto impegnato sul piano di un umanesimo schietto e sincero, che solo secondariamente (spesso in rapporto a situazioni religiose ambientali alienanti e distorte) si configura come esclusione di Dio.

 Una subcultura maggioritaria di indifferenti che comprende probabilmente più della metà dei giovani italiani. Vi apparterrebbero in prevalenza (non accentuata) maschi e femmine, di tutte le regioni, per lo più urbanizzati, di tutte le classi sociali, di tutte le tendenze politiche.
La subcultura indifferente sarebbe caratterizzata da modelli di vita religiosamente neutri; sopravvivono in questi giovani alcuni atti «stagionali» della vita cultuale come la messa qualche volta all'anno, i sacramenti a Pasqua (non tutti gli anni), ecc.; si nota ancora il persistere di alcune credenze cristiane (Dio, Gesù Cristo come uomo...) ma allo stesso tempo le motivazioni religiose diventano sempre più marginali rispetto al contesto vivo dell'esperienza quotidiana. Il senso dell'appartenenza alla comunità ecclesiale è quasi del tutto scomparso: rimane solo un vago sentimento di affiliazione (giuridica) alla Chiesa cattolica.
In questo gruppo si nota una tendenza a valutare massimamente i modelli di vita legati all'individualismo egocentrico, materialista, borghese; il giovane indifferente è per lo più un giovane «conformista» nei riguardi della società. Egli è una personalità diretta-dal-di-fuori, piuttosto incline ad accettare i benefici della società tecnologica-industriale, senza accorgersi dell'effetto alienante di molti miti della società stessa.
Questi giovani accettano alcune istanze negative della secolarizzazione (scomparsa della religiosità sacrale, perdita di rilevanza dell'istituzione religiosa, retoricità di molte immagini religiose); ma non percepiscono la necessità di collegare il fenomeno della secolarizzazione con i cambi in atto nella società e perciò di continuare il processo di secolarizzazione coinvolgendovi società e religione in un unico tentativo di riscoperta e di reinterpretazione. In realtà essi, privi generalmente di carica contestativa, conservano accanto a tronconi di comportamento religioso sacrale istanze di secolarizzazione non ben interiorizzate e coerenti.

 Una subcultura minoritaria di credenti «ufficiali».
Non dovrebbero superare il 10-15% della popolazione giovanile complessiva. Si tratta di soggetti appartenenti ad una cultura popolare (sia contadina che operaia), prevalentemente meridionale, di sesso generalmente femminile, di reddito basso o medio, di orientamento politico di centro o di destra.
La pratica religiosa è abbastanza alta ed è anche caratterizzata da alti tassi di devozionismo, utilitarismo, folklore religioso. Le motivazioni religiose sono di carattere prevalentemente cosmologico (sono legate cioè ad una concezione primitiva dei rapporti tra l'uomo, Dio e la natura; quest'ultima rappresenta la grande incognita che condiziona l'interrogativo religioso). Alta è la fedeltà alla istituzione ecclesiale, con tendenza alla mitizzazione sacrale dell'autorità religiosa (il prete gode di grande rispetto e prestigio). Scarso invece è il senso del proprio impegno sia verso i valori umani, sia verso quelli religiosi; prevale la componente
conservatrice più che quella creatrice. Nel complesso si tratta di una religiosità ricevuta e condizionata da una tradizione sociologica ben radicata in un tipo di società pre-tecnico, che ora sta lentamente scomparendo.

 Una subcultura minoritaria critico-profetica.
Probabilmente non superano il 3/5% della popolazione giovanile italiana. Sono studenti e operai, prevalentemente maschi, di cultura media e superiore, di reddito medio o elevato, orientati politicamente a sinistra, spesso dotati di temperamenti idealisti, solidaristi, estroversi.
La loro pratica religiosa è alta; il senso di appartenenza alla Chiesa è assai critico; le motivazioni religiose occupano un posto centrale nel quadro dei valori della loro personalità. Lo spontaneismo, l'intenzionalità, la corresponsabilità, il primato del carisma dell'amore e dell'universalismo sono altrettante caratteristiche di questa subcultura.
Ancora più specificamente la subcultura profetica si contraddistingue per una forte carica contestativa: profonda è la coscienza della situazione alienante ed alienata della società civile e religiosa in Italia. Per questo essi sono generalmente contro le ideologie dell'establishment, contro la struttura socio-politica che ne deriva, contro le legittimazioni (più o meno mitizzate) del sistema. Tra queste viene generalmente messa anche l'istituzione religiosa in quanto è percepita come un sottosistema di garanzia e di appoggio della società vigente e perciò direttamente compromessa nel processo di alienazione in atto. La polemica verso la Chiesa-istituzione non compromette l'alto senso di appartenenza che questi giovani posseggono; solo che la Chiesa è intesa in senso nettamente profetico-comunitario e non giuridico.
La contestazione ecclesiale si canalizza per altro in diverse direzioni: o indiscriminatamente contro la struttura in quanto tale o contro la rigidità delle attuali strutture senza per altro negare la necessità storica di strutture più flessibili, o verso la ricerca di un pragmatismo socialmente impegnato che servirebbe a verificare l'autenticità della fede che essi ritengono compromessa nel discorso religioso dell'istituzione.
Nella ricerca di un umanesimo più pieno i giovani di questa subcultura hanno molto in comune con i giovani della subcultura atea; se ne differenziano perché stimano essenziale continuare il discorso sul piano del significato religioso da dare alla ricerca stessa. In altre parole questi giovani si inseriscono nel processo di secolarizzazione non solo accelerando la scomparsa di una religiosità sacrale, ma proseguendo da una parte verso la riscoperta di una religiosità autentica (in dialogo con i valori della società tecnologica) e dall'altra verso la denuncia di una condizione alienante e del pericolo di orizzontalismo.

Le subculture analizzate conservano un legame più o meno esplicito con una comune matrice di valori cristiani, che per lungo tempo sono stati rilevanti nella cultura dell'italiano medio. Vi sono perciò ottime possibilità di dialogo e di aggancio sul piano della problematica religiosa con giovani di tutte le subculture. Sembra infatti prematuro avallare una ipotesi esplicativa più radicale che interpreterebbe l'attuale situazione della condizione religiosa dei giovani italiani come contrapposizione di fondo tra una subcultura maggioritaria largamente secolarizzata e una subcultura minoritaria religiosamente ibrida (cioè composita e conflittuale al suo stesso interno: sacrale, profetica, istituzionale). Questa ipotesi semmai potrebbe servire a delineare globalmente il punto di arrivo di una certa evoluzione della situazione religiosa negli anni immediatamente prossimi.
Infatti i rapporti dinamici tra le varie subculture sembrano orientarsi verso la progressiva riduzione della religiosità sacrale e «ufficiale» a vantaggio della subcultura indifferente e atea. Incerta la dinamica della religiosità profetica; non sembrano escludersi reciproche cessioni tra atei e profeti-innovatori.

INDICI DI RELIGIOSITÀ

Nel complesso si può dire che anche la religiosità dei giovani, in rapporto al quadro complessivo dei valori, è sottoposta a notevoli tensioni, a sollecitazioni al cambio, a pericolo di confusione, a crisi di identificazione. Si può così ipotizzare che il normale processo di ristrutturazione della religiosità in età adolescenziale (che altri chiamano «crisi» religiosa dell'adolescenza) goda di sempre minori probabilità di risolversi con esito positivo, cioè verso una religiosità matura. Tale esito infatti è chiaramente compromesso dalla mancanza di modelli di comportamento religioso socialmente approvati e gratificati; nella nostra società infatti i valori religiosi tendono a perdere rilevanza e sono costretti a ridursi al rango di comportamenti «privati». È fatale che in mancanza di modelli di condotta che incoraggino un'esperienza comunitaria dei valori religiosi anche la religiosità «privata» sia condannata alla scomparsa.
Per queste ragioni la breve analisi di alcuni indici di religiosità dei giovani italiani che viene riportata nelle righe che seguono non può recare meraviglia o scoraggiamento agli operatori pastorali; si tratta di conferme empiriche (sia pure parziali e provvisorie) a impressioni che ognuno ha avuto modo di formarsi nella prassi pastorale diretta. Più che trarne conclusioni radicalmente negative, occorrerà considerarle come sintomi di una evoluzione in atto la cui ambivalenza può essere corretta e orientata da opportuni interventi educativo-pastorali.

La pratica religiosa dei giovani italiani

Non esistendo delle statistiche su un campione nazionale, ci si deve riferire a notizie incomplete di diversa origine e valore. Globalmente si può pensare che la pratica religiosa riguardante la messa da livelli globali del 70% circa attorno ai 14-15 anni vada scendendo a cominciare da questa età fino a livelli del 10-15% attorno ai 21 anni, rimanendo su quelle cifre anche nel periodo successivo fino alla lenta e parziale ripresa che si verifica dopo l'inserimento professionale e la sistemazione familiare. Analoghe statistiche si hanno per la pratica dei sacramenti (con punte ovviamente più basse soprattutto per la confessione).
Per la preghiera abbiamo indizi abbastanza sicuri per affermare che tra i 16 e i 21 anni una buona metà della popolazione giovanile non prega «mai» (vedi Testa, Giovani 70, Apes). Purtroppo mancano ricerche serie sul «significato» della pratica religiosa per i nostri giovani; non siamo in grado di dire quanta «routine» o quanta «abitudine sacrale» da un lato o quanta importanza religiosa e comunitaria dall'altro siano collegate al fatto della pratica religiosa.

Credenza e coerenza

La ricerca di Rusconi fornisce la più alta percentuale di dichiarati atei mai registrata in un sondaggio religioso in Italia; si riferisce ad un campione di studenti universitari milanesi (17,3% si dicono atei). Le altre ricerche danno numeri sensibilmente più bassi, ma la percentuale degli atei dichiarati è ancora nettamente più bassa nell'insieme della popolazione italiana.
Dei credenti solo un'aliquota si dichiara «coerente» cioè praticante e religiosamente motivata nella vita (44,8%).
Degli atei il numero maggiore si riscontra negli strati sociali superiori e nelle facoltà umanistiche; negli strati inferiori si nota invece una certa
radicalizzazione delle posizioni, perché sono abbondanti sia i credenti coerenti sia gli atei convinti, come effetto congiunto di una tradizione cattolica non molto profonda e di una più pronta ideologizzazione marxista (atea).
Purtroppo non abbiamo dati per caratterizzare la posizione dei giovani operai.

L'immagine di Dio

Il processo di secolarizzazione in atto nella cultura giovanile tocca direttamente le immagini religiose tradizionali e tende a svuotarle della loro rilevanza motivante rispetto ai modelli prevalenti di vita.
La riflessione sull'immagine di Dio provoca una certa oscillazione nelle dichiarazioni di credenza; sedicenti credenti spesso appaiono incerti e i sedicenti atei dimostrano un certo interesse al problema. Le immagini meno accettate sono quelle di Dio giudice (respinta dal 60% circa del campione di Rusconi), di Dio consolatore, di Dio persona, di Dio padre, di Dio ordinatore.
Sono soprattutto gli studenti delle facoltà umanistiche che ancora una volta denunciano le maggiori tensioni e i maggiori rifiuti. Al di fuori della precisazione dell'immagine di Dio, il problema della sua importanza e necessità è rilevato dal 76% dei soggetti. Una parte dei dichiarati credenti si mostrano dunque estranei al problema.

Rilevanza dell'educazione religiosa ricevuta

Il campione milanese di Rusconi prende posizione drasticamente di fronte all'educazione religiosa ricevuta tradizionalmente dalla famiglia e dalla scuola; il 60% circa dei soggetti dichiara infatti di ritenere inutile e inadeguata tale educazione, che non può perciò aspirare a diventare un modello di comportamento e di giudizio di vita.
Non diversa è l'opinione dei soggetti educati in scuole cattoliche. Il rifiuto dei modelli religiosi parentali e tradizionali si inserisce più ampiamente nel processo di contestazione radicale rivolto verso la società degli adulti.

L'immagine della chiesa

Gli atteggiamenti su questo sembrano a prima vista contraddittori. Un'aliquota oscillante, a seconda delle ricerche, tra il 60 e il 90% dà definizioni «sufficienti» della Chiesa («tutti i battezzati» o simili); ma solo una percentuale estremamente più bassa sa identificare la Chiesa come fatto spirituale mistico-profetico.
L'aspetto istituzionale della Chiesa è giudicato dai giovani come il maggiore ostacolo per la realizzazione della sua missione religiosa e profetica; essi vi vedono infatti il segno maggiore della sua prevaricazione rispetto al compito storico di testimoniare il vangelo. Una minoranza, ancora più precisamente, accusa la Chiesa di essere istituzionalmente legata ai sistemi sociali autoritari-repressivi e di essere compromessa per ciò stesso nei processi di alienazione dell'uomo contemporaneo. In prospettiva si attribuisce alla Chiesa un compito prevalente di umanizzazione della società. Essa deve esercitare un magistero morale più che dogmatico, indicando «ciò che è bene e ciò che è male», ma senza per questo esigere autoritativamente l'assenso alle direttive singole della gerarchia.
Essa dovrebbe sentire inoltre un dovere di intervento sociale per un mondo più giusto, senza per altro fare della politica spicciola (partiti, compromessi con il potere ecc.). L'intervento sociale è inteso generalmente come un appoggio e una collaborazione che la Chiesa deve dare ad altre forze più direttamente impegnate per la umanizzazione del mondo. Si esclude l'elaborazione di una propria dottrina sociale e un intervento promozionale o assistenziale diretto.
Una esigua minoranza sono i giovani che pensano ad una Chiesa testimone anzitutto di un messaggio religioso che per propria forza esercita sul mondo un'azione di maturazione anche umana.
In connessione con questa immagine della Chiesa è da intendersi il concetto che i giovani si fanno del sacerdote. Criticato come elemento essenziale dell'apparato istituzionale, egli viene riabilitato prevalentemente sul piano di una testimonianza educatrice umanamente matura, dell'impegno sociale, del rapporto amicale. Pochi ne percepiscono il ruolo specificamente religioso come essenziale alla società tecnologico-industriale.

Rapporti tra etica e motivazioni religiose

In base alle trasformazioni avvenute nel quadro di valori, si ha un notevole spostamento nella sensibilità etica dei nostri giovani. Da alcune ricerche mie e di P.G. Grasso si può dedurre che l'asse della moralità del giovane italiano medio si è venuto a orientare verso i valori sociali e che le motivazioni complessive del comportamento morale tendono ormai a sganciarsi dai valori religiosi. Ciò significa anzitutto scomparsa della rilevanza dei valori individualistici e familisti e delle loro legittimizzazioni prevalentemente sacrali.
Il settore in cui il cambio si è fatto molto sentire è quello dei comportamenti sessuali-familiari, che analizziamo brevemente.

• L'incoerenza degli adulti, il puritanesimo ufficiale associato ad un notevole lassismo di fatto (evidente sia nelle condotte reali che nei modelli di comportamento proposti a livello di massa) hanno portato al rifiuto della morale sessuale degli adulti, considerata oramai falsa, retorica, autoritaria. Non di rado il fariseismo e l'autoritarismo di tale condotta sessuale sono stati attribuiti a peculiarità negative dell'educazione cattolica tradizionale.

• Al rifiuto dei vecchi modelli si accompagna spesso la massima incertezza verso i nuovi, i cui contorni non sono chiari. I modelli prevalenti sembrano comunque essere quelli del «sesso senza amore» o del «sesso sempre purché ci sia l'amore». In realtà non sembrano ancora modelli pacificamente accettati dalla maggioranza. Ad una maggiore permissività nel campo dei rapporti prematrimoniali si accompagna ad esempio ancora un notevole numero di remore che hanno certamente una origine sociale e talora un carattere religioso (sia pure non molto interiorizzato).

• Appare sempre più evidente che in questo settore si hanno le probabilità maggiori di sviluppo in senso autonomo di una serie di modelli di condotta assai lontani da quelli della generazione precedente.

• Appare anche che i giovani sono sempre più alieni dal considerare come vincolante l'insegnamento della Chiesa su punti dell'etica sessuale-familiare come i rapporti prematrimoniali, la limitazione delle nascite, il divorzio, la fedeltà coniugale, il celibato consacrato.

• Accanto alla trasformazione dei modelli dell'etica sessuale si hanno notevoli trasformazioni nel campo degli atteggiamenti verso la famiglia. I giovani italiani mentre criticano il modello di famiglia del passato (soprattutto ne rifiutano l'autoritarismo, la estraneità sociale e l'isolamento, il tradizionalismo chiuso e immobilista ecc.) ne preconizzano indirettamente un nuovo modello. Messo l'accento sulle funzioni personali (cioè sulle problematiche dei membri che compongono la famiglia e non più su quelle istituzionali), essi vi vedono soprattutto una esperienza gruppale che favorisce la maturazione emotiva ed affettiva (specialmente sul piano sessuale), la preparazione per la vita sociale, il clima di cameratismo amicale. Vengono considerati i rischi connessi con la instabilità strutturale di siffatta famiglia, ma allo stesso tempo si esaltano le grandi possibilità positive della nuova famiglia nucleare, capace di porsi verso la società in un rapporto di reattività.

In sintesi la condizione religiosa dei giovani italiani si può definire in termini di sganciamento da una religiosità tradizionale con tendenze allo slittamento verso l'indifferenza religiosa (per molti) e verso l'ateismo (per una minoranza). Allo stesso tempo si nota in una minoranza ancor più ristretta la ricerca di una nuova religiosità caratterizzata dal dialogo con i valori della società tecnologico-industriale, da impegno umanistico, da critica serrata verso l'istituzione religiosa.
(Giancarlo Milanesi)