Lettura psico-pedagogica

Roberto Grandis

(NPG 1978-10-32)


Le esperienze presentate accomunano caratteristiche costanti che, certamente, vale la pena di analizzare. Intanto è importante riflettere sul fatto che ci troviamo di fronte a società sportive fortemente motivate dal punto di vista educativo: società, cioè, sorte con il preciso fine di servizio e di educazione; tutte e cinque, infatti, sottolineano la primarietà dei fattori «incontro», «crescita», «stare insieme» sui fattori tipici del mondo dello sport quali «risultato», «promozione», «classifica». Mi pare che questa sia la caratteristica principale da tenere presente: si tratta di società già orientate in una certa direzione, anche se, da ciò che appare dagli scritti, l'opzione educativa è vissuta in modi abbastanza differenti.
È discretamente facile stendere una scala delle esperienze, da quelle di tipo più tradizionale ad altre certamente più... radicali: anche il metodo educativo pare variare di conseguenza.
I punti sui quali la quasi totalità si sofferma sono: l'analisi del contesto sociale in cui la società è inserita, il tipo di gestione della società, i rapporti con le altre realtà territoriali.
Questi tre punti certamente evidenziano la preoccupazione sociale e pedagogica dell'esperienza: l'educazione, cioè, non si attua attraverso «ideali finalità», ma concretamente, attraverso le cose che si fanno e i modi per realizzarle.
E a questo proposito mi pare di dover rilevare un punto debole: la difficoltà cioè, a concepire il fatto sportivo (come ogni altro fatto della vita) sempre e comunque educativo (s'intende, con valenza positiva o negativa). «Non tutti sono educatori», «l'animazione è lasciata ad alcune occasioni sporadiche»: frasi come queste potrebbero essere rivelatrici (ma sarebbe necessario un approfondimento) di una concezione dicotomica dei fattori sport-educazione, derivante da una inesatta comprensione del rapporto -pedagogico.
Tutto ciò che è proposto lascia, sempre e comunque, un «segno» sulla persona e lo sport non sfugge a ciò: non si può proporre lo sport, che lo si voglia o che non lo si voglia, senza incidere positivamente o negativamente. È il modo con cui lo si propone, è ciò che si propone, sono i valori e le concezioni sottostanti che giocano in un senso o nell'altro. Questa presa di coscienza sarebbe importante onde evitare di credere che l'educazione passi solo in alcuni momenti dell'esperienza, o che vi possano essere allenatori «neutri», che trasmettono, cioè, tecnica e null'altro.
Molti mettono in evidenza la vita «partecipata» della società sportiva come aspetto fondamentale per la crescita educativa: sono gli atleti che, aiutati e stitnolati dagli animatori (molto interessante la gradualità presentata in ciò dalla società di Limena) discutono, decidono, verificano: e si tratta di decisioni molto importanti per la vita della società, che vanno dalla contestazione globale del sistema sportivo (esperienza di Giarre) all'accoglimento o meno della proposta di abbinamento (esperienza di Torino). Questo è un fattore indubbiamente non usuale per il mondo dello sport, nel quale esiste, in ogni società, un gruppetto di dirigenti che decide per tutti. Si direbbe anche che il desiderio di partecipazione degli atleti sia elevato: c'è infatti da riflettere (con le solite riserve dovute alle difficoltà di chi cerca di interpretare gli scritti) sul fatto che proprio l'esperienza che lamenta una assenza di partecipazione in tal senso (quella di Padova) sia quella che, almeno dall'apparenza, meno concede a tale partecipazione: gli atleti, infatti, sono «ammessi» al direttivo tramite una «rappresentanza».
Interessante, infine, l'analisi dei rapporti con le altre realtà: il quartiere, la parrocchia, l'ente locale. La preoccupazione di «aprirsi» (soprattutto emergente come tale nell'esperienza di Perugia), di non costituire un ghetto, di fornire un servizio a tutti è certamente un importante sintomo della validità dell'impegno: si direbbe che le cose non siano rimaste immutate, che vi sia stata una presa di coscienza, una maggiore sensibilità da parte del contesto e, soprattutto degli amministratori pubblici al fatto sportivo-sociale: «il merito forse è anche un po' nostro» sottolinea giustamente la società di Torino.
Certo, se oggi si parla di sport per tutti è perché ieri qualcuno iniziò a proporlo e realizzarlo; in questo senso sembrerebbe che l'unico ambiente refrattario rimanga la famiglia: quello, cioè, nel quale più forte dovrebbe essere la preoccupazione educativa.
Sta sbloccandosi anche l'isolamento della scuola, ma il disinteresse dei genitori al fatto sportivo inteso come strumento di educazione nonostante tutto, rimane. Perché? I fattori sono molteplici e indubbiamente si risente di una immagine dello sport fornita dai mezzi di comunicazione di massa: quella attività sportiva, cioè, che è da una parte pura evasione e, dall'altra, strumento di arricchimento e successo. I genitori non collaborano, non sono sensibili: sarebbe però anche interessante conoscere – e dalle esperienze non traspare – gli strumenti che le società hanno messo in atto per sensibilizzarli.

 

Lettura tecnico-organizzativa

Mauro Ottolenghi

(NPG 1978-10-33)


U.S. LABOR - TORINO
L'esperienza vissuta da Torino è significativa sotto tutti gli aspetti e da sola dimostra come sia importante e quali risultati possano essere raggiunti impostando e vivendo in modo nuovo l'esperienza sportiva.
Un'esperienza nata all'insegna dell'apertura al quartiere e concepita non in funzione delle esigenze di alcune squadre, ma di un'intera comunità, è sicuramente in contraddizione con la realtà sportiva attuale. Una società sportiva infatti sorge per la buona volontà di alcune persone, mosse dall'intento di occuparsi di un gruppo di giovani, di una squadra. E fin qui tutto è normale. Il rischio è che poi la società si chiude in se stessa, cioè si struttura in maniera tale da rispondere alle esigenze di una ristretta cerchia di persone, troppo spesso selezionate in base al risultato che possono esprimere.
È evidente che una società sportiva che vive per sé non riuscirà a comprendere l'importanza né ad impostare un lavoro che parta dall'animazione culturale dell'ambiente per giungere a rendere un servizio alle persone.
Occorre poi sottolineare che un'attività sportiva che non crea interessi, che non stimola a recepire le istanze dell'ambiente, difficilmente può essere definita educativa, capace cioè di far crescere in modo globale la persona.
Mi sembra poi di estremo interesse, e indice del grado di sensibilità e maturazione raggiunto dal gruppo, il dibattito che si è creato intorno al problema dell'abbinamento pubblicitario.
Non si può nascondere che l'abbinamento pubblicitario, molto utilizzato nel mondo sportivo, sia condizionante e tenda a strumentalizzare il fatto sportivo e le persone che fanno sport. Infatti colui che investe il proprio danaro in questo settore esige come contropartita il risultato, il livello tecnico, perché solo questi daranno lustro all'attività commerciale e consentiranno il raggiungimento di sempre maggiori profitti. Le scelte non verranno fatte dai protagonisti dell'esperienza sportiva, ma da colui che ha fatto l'investimento.
Come si potrà fare un'attività a misura d'uomo, se ciò che conta è il risultato? Come si riuscirà a fare dello sport un servizio sociale, cioè aperto a tutti, se occorrerà fare selezione? Come si potrà fare dell'esperienza sportiva un momento di crescita delle persone, se l'impegno prioritario è quello di raggiungere risultati di rilievo e non quello di far riflettere la gente su ciò che fa? La libertà ha un prezzo, ma la crescita della persona non ha prezzo!
Sarebbe utopistico pensare che il primo gruppo, cioè quello che ha fatto la scelta dell'abbinamento, potesse avere nei confronti del ruolo dell'allenatore e dell'attività concezioni diverse da quelle espresse, perché queste ultime sono funzionali alla scelta fatta e al sistema sportivo dominante.
Se infatti al centro dell'attenzione avesse posto l'uomo e le sue esigenze, invece della tecnica e del risultato, la scelta sarebbe stata certamente diversa.

POLISPORTIVA DI LINIENA - PADOVA
L'esperienza della Polisportiva Limena sembra molto significativo sotto due aspetti: primo, perché ha impostato un'attività in senso sociale in quanto interessa tutte le fasce di età e i due sessi; secondo, perché non è un'attività che segna schemi del tutto tradizionali, ma tende a superarli con una proposta sportiva rispondente ai bisogni fondamentali della persona. L'impostazione dell'attività di prima fascia (5-10 anni) e seconda fascia (11-13 anni) si distacca infatti dalla logica sportiva ufficiale, che tende a dare una specializzazione tecnica precoce in funzione del risultato, senza preoccuparsi della crescita globale del fanciullo, che può essere favorita soltanto con un'attività educativa di tipo ludico-formativo.
La specializzazione tecnica precoce, fondata su gesti automatici e ripetitivi limita lo sviluppo della creatività e della libertà dei fanciulli, non ne favorisce l'armonica crescita psico-fisica, tende a socializzarli a dei falsi valori e miti, quali il risultato, il campionismo, l'arrivismo, l'individualismo, ecc.
Risulta poi interessante la linea pedagogica che si tenta di seguire nel fare attività insieme ai ragazzi. La progettazione e la realizzazione dell' attività sportiva nei suoi momenti (allenamento, gara), non viene imposta dall'alto, cioè dall' adulto, che un tempo si riteneva depositario della tecnica e dell'educazione, ma viene gestita dagli stessi protagonisti, che sono i ragazzi. L'effetto di questa impostazione è che i ragazzi diventano coscienti dell'esperienza che vivono, maggiormente responsabili e più disponibili al servizio degli altri. t evidente che un'attività basata sul risultato e sul tecnicismo, lungi dall'essere per la persona un momento educativo e un'esperienza di vita, favorisce il disimpegno e l'evasione.
Il diverso modo di vivere lo sport ha favorito infatti l'apertura al sociale. t sicuramente positivo il tentativo di fare opera di animazione culturale sportiva nel paese.
A mio avviso, il tentativo dovrebbe trovare ulteriori sviluppi attraverso la ricerca di strumenti adeguati alla realtà ambientale. L'operazione potrebbe seguire un duplice binario: da una parte occorre affrontare il problema in termini culturali, favorendo cioè il sorgere di una nuova coscienza sportiva, sganciata dai modelli veicolati dai mass-media, dall'altra creare momenti e occasioni di incontro umano attraverso un'esperienza sportiva che sia espressione delle esigenze e dei bisogni della gente del paese.
Necessita invece un serio approfondimento il problema della mancata prosecuzione dell'attività sportiva da parte dei ragazzi che, dopo la scuola dell'obbligo, si inseriscono nel mondo del lavoro.
Si tratta di ricercare le cause che stanno alla base di questo fenomeno. Ciò potrebbe essere frutto di una mentalità che vede negli studenti i soli fruitori dello sport, oppure di una mancata proposta di attività che siano rispondenti alle esigenze diverse di questi ragazzi. Non è infatti proponibile un'attività, i cui allenamenti siano realizzati in ore inaccessibili, come è parimenti improponibile un'esperienza sportiva che richieda l'impiego di quasi tutto il tempo libero, perché diventerebbe asfissiante e non concederebbe spazi ad altre importanti attività.
Mi sembra infine equivoca l'interpretazione delle funzioni dell'«operatore unico». Non vorrei che con ciò si intendesse la persona che debba fare tutto. Se così fosse si creerebbe confusione, la mancanza di un minimo di competenza nel proprio settore e una rilevante mole di lavoro per gli operatori.
La «figura unica dell'operatore», e non «operatore unico», è una precisa scelta fatta dal C.S.I. (vedi tesi n. 4 - relazione Congresso nazionale del 1975).
Essa cerca di definire in termini generali la figura degli operatori sportivi, i quali a prescindere dal ruolo ricoperto (allenatore, presidente di società, di consiglio) devono possedere la stessa competenza educativa, che va poi esplicata nel proprio ambito di impegno.

U.S. ALTICHIERO - PADOVA
L'U.S. Altichiero ha innanzitutto un problema assai importante da risolvere, cioè la mancanza di una «sede», di un punto di riferimento che consenta ai soci di potersi incontrare e confrontare. È urgente, a mio parere, porre rimedio a questa situazione altrimenti si corre il rischio, che sembra già presente, di svolgere un'attività sportiva fine a se stessa con l'impossibilità di offrire ai giovani una vita comunitaria o almeno di gruppo.
Molto sentito è il discorso educativo, ma dalle esigenze prospettate sembra emergere una frattura tra ciò che si fa e ciò che si dice, la prevalenza del secondo aspetto.
Il concetto di educazione fondata sulla parola, cioè sulla trasmissione di nozioni, di idee o valori è ritenuta parziale e quindi superata dalla moderna pedagogia.
L'azione educativa deve partire dall'esperienza che si vive insieme, da ciò che si fa.
È pertanto importante realizzare un'esperienza che non sia «neutra», che comunque non sarebbe tale, ma sia di per sé educativa, cioè fondata su valori umani, insieme individuati e condivisi.
Partendo da questo presupposto, anche l'attività sportiva va rivista criticamente, al fine di verificare se è portatrice di veri valori e se risponde ai bisogni della persona.
Da tale analisi critica scaturisce la coscienza che il modello sportivo dominante non tiene conto dei bisogni e della crescita dei bambini e pertanto non è educativo.
Occorre quindi cambiare modello.
È questo il lavoro di revisione critica dell'attività che l'Unione sportiva è chiamata a fare. Dopo di che ci si accorgerà che non è più ipotizzabile un'attività «pulcini», basata sulla specializzazione precoce e troppo spesso sulla logica del vivaio, ma che occorre realizzare un'esperienza finalizzata all'acquisizione di corretti movimenti attraverso il gioco.

U.S. MONTELUCE - PERUGIA
Anche in questo caso c'è una nota che si riscontra in tutte le esperienze presentate: l'assenza di strutture pubbliche (campi di gioco - palestre, ecc.). È la logica conseguenza della politica sportiva dello Stato italiano che, delegando ogni potere al CONI, ha favorito lo svilupparsi di attività e di strutture sportive rispondenti alle necessità di una ristretta cerchia di persone, quelle cioè in grado di esprimere risultati di rilievo. Ci troviamo ad avere poche strutture, molte delle quali in funzione dello sport-spettacolo, e lontane dall'ambiente di vita delle persone. Ora che la domanda sportiva sta crescendo vertiginosamente a causa dell'emergere di una nuova coscienza sportiva, constatiamo gli errori e i limiti di questa politica. Se partiamo dal presupposto che un'attività di movimento e gioco costituisce un'esigenza fondamentale del cittadino e quindi un diritto di tutti, occorre che lo Stato in tutte le sue articolazioni, cambi rotta costruendo impianti di base decentrati, cioè inseriti nei quartieri, dove la gente possa fare attività.
A questa vistosa carenza pubblica hanno cercato di porre rimedio i privati, non per fini sociali, ma spesso per fini speculativi. Molte parrocchie hanno cercato di costruire impianti propri, non per fini di lucro, ma per offrire uno spazio educativo ed aggregativo alla propria comunità, come è il caso della parrocchia perugina di Monteluce.
In questo momento il problema più urgente da affrontare è chiamare la gente a gestire le strutture parrocchiali insieme ai responsabili. Ci saranno inizialmente diffidenza e disimpegno, difficoltà derivanti dal non aver acquisito ancora una chiara coscienza di appartenenza alla comunità. Tale coscienza comunque può e deve essere stimolata e in questo gioca un ruolo importante la Polisportiva. Se essa riuscirà a rendere un servizio serio e qualificato ai bambini e ai giovani del quartiere, se verranno creati momenti sportivo-ricreativi per tutti, adulti compresi, la partecipazione sarà consequenziale.
Tale obiettivo non è irraggiungibile, in quanto l'impostazione stessa dell'attività tende di per sé ad educare in tal senso le persone.
È evidente però che per portare avanti un impegno di questo tipo occorrono animatori «nuovi», cioè capaci di instaurare un dialogo con la gente, di interpretarne i bisogni e di costruire insieme un'esperienza originale.

GIARRE
Nella svolta che si è avuta a Giarre esistono molti aspetti positivi, quali la vivacità culturale, l'intensa partecipazione dei gruppi e la capacità di inventare nuove forme di attività sportive.
Rappresenta quindi un momento di presa di coscienza e di maturazione di persone e di gruppi che hanno ribaltato una struttura ormai consolidata e dei modelli sportivi cristallizzati.
Personalmente mi trovo d'accordo con le scelte fatte e con alcune soluzioni tecniche adottate, ma come punto di arrivo di un vasto e profondo processo di rinnovamento.
Il rischio insito in un'operazione così radicale e repentina è costituito dal verificarsi di una possibile frattura.tra il gruppo, culturalmente avanzato, e la maggioranza della gente, che ha difficoltà a capire le motivazioni che stanno alla base di questa svolta.
Sono convinto che ogni cambiamento, se vuole essere tale, deve coinvolgere la gente, altrimenti oltre a non aver rispetto nei suoi confronti, si rischia di vivere in un limbo e di provocare reazioni tali da far ritardare il rinnovamento stesso. È sicuramente un processo lento e difficile, ma è quello più corretto e realistico, perché parte dalla concretezza della persona, dall'uomo storico e non da un uomo idealizzato.
Pertanto auspicherei una maggiore dose di realismo e di gradualità, per consentire alle persone, soprattutto quelle semplici, di maturare e di vivere da protagoniste questa trasformazione della realtà sportiva locale.

 

Lettura «pastorale»

Vittorio Peri

(NPG 1978-10-36)

 

PREMESSA

Si dice: le esperienze esprimono la cultura. Questa nasce dai fatti, non dagli studi degli «esperti». Questi possono leggere gli avvenimenti e interpretarli per metterne in luce le nervature di luce o di ombra; registrano, non creano i costumi di un popolo.
È la realtà che fa testo. Nel caso dei cinque gruppi sportivi qui esaminati, la pastorale realizzabile è quella avverata nei fatti; se non c'è, vuol dire probabilmente che non può esserci.
Si dice da altri: i fatti, prima di essere tali, sono idee, progetti, e questi non sempre nascono nel groviglio della vita quotidiana. Hanno bisogno di una mediazione:
Senza i fatti le idee certamente sono sterile accademia, ma senza le idee possono diventare avventura.
Due opinioni, due modi di leggere la realtà. Scelgo il secondo, e leggo le testimonianze cercando di ricostruire, sulla base degli elementi che vi si trovano, il tipo di pastorale attuata nelle cinque diverse realtà sportive che hanno aderito all'invito di presentarsi su queste pagine.
Il progetto, o i progetti in atto, verranno poi messi a confronto con le indicazioni del magistero della Chiesa che, in questi ultimi tempi, si è arricchito di lucidi documenti (1) e con le riflessioni presentate in altre occasioni su questa stessa rivista (2).

ANALISI

1. Quattro delle cinque società (includo sotto questa categoria, per motivi di praticità, anche 
la realtà di Giarre, che è più complessa) si dichiarano più o meno strettamente legate alla vita ecclesiale. L'U.S. Monteluce di Perugia è anzi sorta per l'iniziativa determinante della parrocchia che ha provveduto a reperire il terreno e a costruirvi gli impianti.
2. Al di là del rapporto formale, il significato di questo collegamento è diversificato: si va dalla non ingerenza di Limena, ove «la parrocchia non interferisce nell'attività sportiva e la società sportiva non intralcia l'attività parrocchiale», alla stretta collaborazione in atto tra l'U.S. Monteluce e la parrocchia che «ha giocato un ruolo determinante» per offrire a ragazzi, a giovani e anziani (uomini e donne, naturalmente) un'attività ricreativa educativa.
3. La presenza attiva del sacerdote nella vita della società sportiva è riferita esplicitamente dall'U.S. Altichiero («forse il rapporto con i sacerdoti, che pure ci aiutano, potrebbe essere più profondo»), mentre è implicitamente affermata dalla Labor di Torino e dall'U.S. perugina.
4. Che ruolo gioca in queste esperienze il riferimento degli animatori alla fede cristiana? Torino: «si scoprì non solo che era bello giocare insieme, ma che poteva essere un momento di crescita e di liberazione per tutti. Si concretizzava l'apertura dello sport ai più deboli, a chi ne aveva più bisogno, a chi non aveva la forza di conquistarselo. Si usciva dal cerchio dei ragazzini che gravitavano intorno alla parrocchia per rivolgersi ad una realtà più ampia». Limena: «non c'è esplicito riferimento all'ispirazione cristiana» dell'ente cui si aderisce, cioè il CSI. Tuttavia «l'adesione non è formale in quanto è il modo di agire che rivela l'ispirazione cristiana del gruppo».
A Perugia l'ispirazione cristiana, che è alla base di ogni iniziativa dell'U.S., si fa evidente nell' impegno di offrire «momenti comunitari» a tutti, non solo agli sportivi che si ritrovano di tanto in tanto per verificare ciò che fanno.

SI FA AZIONE PASTORALE?

La domanda è legittima in una sede come questa, specie se riferita a realtà formalmente legate alla vita parrocchiale o animate da cristiani.
Premesso che è sempre difficile in questi casi esprimere valutazioni, anche perché ci si basa su scarne note redatte talvolta da una sola persona, si può affermare che nei cinque gruppi sportivi è presente un notevole impegno di promozione umana che è la premessa, l'humus culturale sul quale si innesta un discorso di pastorale, di educazione cioè alla fede.
Ritengo infatti che non sia possibile un cammino di fede che non sia inserito in un cammino di umanizzazione. «L'opzione di fede diventa tanto più libera, responsabile, matura e autentica quanto più la persona attua in sé un processo di educazione liberatrice» (3).
Si attua dunque, in questi gruppi, più che una specifica azione pastorale, un'opera di pre-evangelizzazione. «Da quel momento – si legge nella testimonianza di Giarre – campionati e classifiche scomparvero dalla scena delle attività associative in quanto ritenuti strumenti atti più a trasmettere " valori" quali la selezione, la competitività e lo scontro che non quelli della collaborazione e del rispetto della persona umana». Gli animatori di questi gruppi credono che la liberazione passi oggi anche attraverso un'esperienza sportiva radicalmente cambiata, visto che lo sport è non solo un segno, ma anche una fonte di comportamento perché " produce " cultura.
Il loro è un impegno sacrosanto che si inserisce appieno nell'impegno globale del cristiano, chiamato a rinnovare il mondo, a promuovere lo sviluppo dell'uomo e ad evangelizzarlo.
L'evangelizzazione non è dunque separabile dall' umanizzazione. Non è però nemmeno con questa identificabile. Sono due realtà che si compenetrano senza confondersi, e tanto meno opporsi. Sono due momenti di un unico cammino di completa salvezza dell'uomo, che si collocano a profondità diverse.
L'umanizzazione è necessaria, ma non sufficiente. È crescita del regno dí Dio e avvenimento salvifico, ma non è la crescita né tutta la salvezza. È già salvezza, ma non ancora completa.
Questa sarà totale quando ci saranno «i cieli nuovi e le nuove terre» di cui parla la Scrittura; cresce però giorno dopo giorno ogni volta che lo sport viene liberato dalle scorie del divismo e della mercificazione, ogni qualvolta un qualsiasi uomo compie un gesto di liberazione. t dentro e attraverso questi fatti che si inserisce l'azione pastorale, per rivelarne il senso profondo, per annunciare il progetto di salvezza completa, che è Cristo.
Senza di Lui nulla ha senso, perché non c'è evento che trovi la sua ragione assoluta nel suo esserci. Ogni cosa può essere troppo, o troppo poco. Dove porta il bisogno di superare sempre i traguardi raggiunti? cos'è la vittoria, al di là dell' esaltazione momentanea? e perché non esaltarsi quando la si è raggiunta barando? Si provi a rispondere a queste domande. Ci si addentrerà nel mistero.
C'è, ci deve essere una luce per leggere nel mistero dell'uomo, sportivo o filosofo che sia. La pastorale è proprio questo: annuncio che Cristo è la chiave, il centro e il fine dell'uomo e di tutta la storia.
Un annuncio non calato dall'alto, ma fatto all' interno della vita, mediato dalle parole dell'uomo che sono innanzi tutto le sue esperienze. L'operatore della pastorale, cioè ogni credente, aiuta il fratello a compiere, sulla strada dove l'incontra (la scuola, il lavoro, il dolore, l'amore, lo sport) questo cammino che va dall'esperienza alla coscienza del significato pieno della storia.
Ho detto «ogni credente», e giova ripeterlo perché non sempre è chiaro che ognuno è soggetto di evangelizzazione se è stato a sua volta evangelizzato, ognuno è chiamato a dare le ragioni della propria speranza. «Forse bisognerebbe che il sacerdote facesse lo sforzo di mettersi la tuta e scendesse in campo con i ragazzi; in questo modo potrebbe portare il proprio messaggio anche tra un tiro in porta e un colpo di testa», auspica l'U.S. Altichiero.
Siamo d'accordo. A patto che gli altri non deleghino a lui il compito di «portare il messaggio cristiano», che non si sentano esentati dall'impegno soprattutto della testimonianza, dato che l'uomo contemporaneo, come disse Paolo VI, ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta questi, lo fa perché e fino a quando sono dei testimoni.
Se questo, come credo, è l'ambito completo della pastorale, sembra lecito affermare che nelle esperienze analizzate si sia restati sulla soglia: nella pre-evangelizzazione, appunto.
Non è tutto quello che si potrebbe e si dovrebbe forse fare, ma non è nemmeno cosa da poco, dato che anche nella vita sportiva, come insegna ogni buon allenatore, la legge della gradualità chiede che si rispettino i tempi di maturazione.

NOTE

(1) Cfr., per tutti, il più recente: L'impegno di annunziare il vangelo, esortazione apostolica di Paolo VI dell'8 dicembre 1975.
(2) Cfr. T. TONELLI, Educare alla fede nell'umanizzazione: un metodo di pastorale giovanile, 1974/6, pp. 5-27; V. PERI, Proposta di una pastorale nello sport, 1974/3, pp. 31-38.
(3) R. TONELLI, Pastorale giovanile oggi, LAS, Roma 1977, p. 144.