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Realismo pedagogico nel sistema preventivo


Elio Scotti

(NPG 1978-10-2)

 

La ragione, come capacità di motivazione posta a fondamento del fatto educativo, e come meta della capacità critica del ragazzo, esprime alcuni valori umani ben evidenziati nell'azione educativa di Don Bosco.

Conoscenza personale di ogni ragazzo

Educa colui che fa scoprire lo scopo della propria vita e rende il giovane capace di tendervi con volontà ed intelligenza. L'intervento educativo illumina le capacità innate del giovane, le stimola ad esprimersi, le confronta con la realtà e la verità, e crea una spontanea e risoluta persuasione a concretizzare i valori ed assumerli nel proprio progetto di vita. Don Bosco paragona l'opera dell'educatore a quella del giardiniere, che cura e fa crescere e sbocciare in tutta la loro bellezza, i fiori del giardino a lui affidati (MB X 1102 - XII 457).
Per agire rettamente occorre conoscere bene i giovani con le loro potenzialità: «non stancarti di vigilare, di osservare, di comprendere, di soccorrere, di compatire • (MB X 1022); «il sistema preventivo rende amico l'allievo che nell'assistente ravvisa un benefattore che lo avverte, vuoi farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore • (MB XIII 918). «Si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i propri pensieri» (Id.). Don Bosco trovava necessario conoscere bene e anche nell'intimo i suoi giovani, sia prima di accettarli che durante il periodo della loro permanenza con lui. La conoscenza del carattere dei ragazzi, onde avvicinare ognuno per il proprio verso, la valutazione della capacità di intelligenza, memoria e fantasia, la scoperta degli interessi specifici e delle inclinazioni particolari di ognuno, era il mètodo che utilizzava e raccomandava ai maestri ed assistenti. Era continuo il richiamo alla mobilità giovanile, non dovuta a cattiva volontà, ed alla esigenza di farsi ben volere con l'interessarsi delle situazioni familiari, delle condizioni di salute e dei modi di pensare di ogni giovane.
«Sapeva destare la retta e sempre grande sensibilità di cuore dei giovani. Egli non contrastava, ma calmava gli animi con la bontà, scopriva e faceva risplendere la parte buona di ogni individuo e lo traeva a Dio» (MB VII 479).
a I giovanetti sogliono manifestare uno di questi caratteri diversi: indole buona, ordinaria, difficile, cattiva. È nostro stretto dovere di studiare i mezzi che valgono a conciliare questi caratteri diversi per fare del bene a tutti senza che gli uni siano di nocumento agli altri» (MB XIII 918).
E questo lo realizzava con l'incontrarli ad uno ad uno e col vivere assieme il maggior tempo possibile, specie nei primi mesi di presenza; col tenere di ognuno alcune note personali, raccolte durante le riunioni degli insegnanti ed assistenti, coll'avvicinare lungo la giornata, specie durante il gioco, ciascuno che necessitasse di ricevere una frase di richiamo, di lode, o di porsi un quesito personale o di spiegare il motivo di un gesto o di un comportamento; coll'interessarsi della salute dei familiari e degli interessi di ognuno; soprattutto coll'essere sempre disponibile, giorno e notte, ad ascoltarli con attenzione e pazienza quando lo desiderassero.

Senso religioso del dovere, studio e lavoro

Questo costituisce per Don Bosco la base più solida e concreta di ogni educazione ed il caposaldo della sua pedagogia spirituale. Per lui il dovere è sacro, è atto di culto, è legato alla propria eternità, è espressione della propria fede cristiana. Il buon cristiano, per Don Bosco, non è un esecutore di pratiche o di comportamenti, ma chi ha una visione ampia e generosa della vita nei suoi elementi umani, come la salute, Io studio, il lavoro professionale, il dovere e l'inserimento nella vita sociale, l'impegno nella professione, il tutto inteso come servizio e disponibilità agli altri.
Commentando a Besucco la frase stampata su un cartello: «Ogni momento di tempo è un tesoro», egli spiega che «in ogni momento di tempo noi possiamo acquistarci qualche cognizione scientifica o religiosa, possiamo praticare qualche virtù, fare un atto di amor di Dio, le quali cose dinanzi al Signore sono altrettanti tesori, che ci gioveranno per il tempo e per l'eternità». È la traduzione pratica dell'integrazione tra vita e fede, la attualizzazione concreta del fatto pasquale, per cui ogni azione umana onesta è trasformata in gesto compiuto da un figlio di Dio, che mentre costruisce nel tempo la sua piena umanità si edifica contemporaneamente nel regno di Dio e rende eterno ogni gesto contingente e profano.
«L'uomo, miei giovani, è nato per lavorare. Per lavoro si intende l'adempimento dei doveri del proprio stato... Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della società, della religione e far del bene all'anima vostra, specialmente se offrite a Dio le quotidiane vostre preoccupazioni. Ricordatevi che la vostra età è la primavera della vita. Chi non si abitua al lavoro in tempo di gioventù, per lo più sarà sempre un poltrone sino alla vecchiaia, con disonore della patria e dei parenti, e forse con danno irreparabile dell'anima propria» (Regol. per le case V).
La lotta alla poltroneria e l'impegno per il coscienzioso ed esatto adempimento del proprio dovere è contemporaneamente mezzo di formazione umana di una personalità forte e impegnata nel sociale, atto di gratitudine verso i genitori ed educatori per i sacrifici da loro compiuti, liturgia vitale di santificazione del quotidiano e primo requisito di una spiritualità, che supera la concezione laicale e profana delle attività umane e dei gesti esplicitamente sacri, per vivere in obbedienza ed amore al Signore e nel servizio dei fratelli, ogni gesto di vita.
«Noi qui facciamo consistere la santità nell'esatto adempimento del nostro dovere» di studio, lavoro, pietà, disciplina, gioco, allegria, amicizia; è il condensato molto concreto e realistico dell'educazione
che Don Bosco impartiva e che Domenico Savio, come molti altri ragazzi, avevano coscientemente fatto proprio. Il dovere compiuto assieme ai compagni ed impregnato di allegria, di una gioiosa ricerca di disciplina familiare, ragionata ed accettata, è fonte di godimento per tutto ciò che di buono, di bello, di ottimista la vita presenta a dei ragazzi, che nel clima della serenità apprendono tutto ciò che viene loro offerto con amore e sviluppano tutte le energie interiori che sono accumulate nella loro persona.

Fortificare la volontà, facoltà sovrana

La razionalità del metodo educativo, aiutata dalla capacità dell'educatore di farsi ben volere e di farsi accettare come persona di fiducia, che sa comprendere sia le esigenze dei singoli che il bene della comunità, smorza l'austerità della disciplina, intesa in termine di legge e di autorità. L'onestà oggettiva dei principi e delle decisioni, e la convinzione serena e profonda dell'educatore che li esprime, devono però incontrarsi , con la volontà forte e coerente del giovane, capace di dominarsi e di realizzare per propria coscienza ciò che regola e comanda.
Nella vita del giovinetto Luigi Colle, Don Bosco si esprime così: «il privilegio più grande di tutti i fanciulli... è lo sviluppo precoce dell'intelligenza. Mancano di prudenza gli educatori che rivolgono ogni sforzo a sviluppare la facoltà di conoscere e quella di sentire, che per triste errore confondono con la facoltà di amare. E viceversa trascurano completamente la facoltà sovrana, la volontà, unica sorgente del vero e puro amore, di cui la sensibilità non è che una falsa immagine». «Come il pensiero del ragazzo ha la rapidità del lampo, così esso si piega ad ogni movimento, talora di mal animo, perché in fondo al cuore ha ancora un resto di rettitudine, ma infine si piega. Far diversamente gli sembrerebbe mancanza di sincerità; vuole essere al di fuori quale è al di dentro; gli parrebbe ipocrisia frenare le proprie passioni. E come crede di volere ciò che in realtà non vuole, così crede di non volere ciò che effettivamente vuole». «Fortificare la volontà, nello stesso tempo renderla arrendevole e disposta al bene, mercè una saggia disciplina; formarne la coscienza con lezioni semplici ed esempi attraenti; sviluppare in lui la passione del bene, l'odio al male e fargli comprendere l'uno e l'altro come effetto della corrispondenza o della mancanza di conformità alla volontà di Dio, di modo che il bene vuoi dire " obbedire a Dio " e il male " disubbidire a Lui "; riassumere così in pratica ogni direzione dell'unico principio di un Dio da amarsi soprattutte le cose e in tutte le cose...» (Dal capo Il).

Disciplina ragionevole ed assenza di castighi

La volontà debole del ragazzo lo porta a commettere molte mancanze e Don Bosco che vuole schiettezza e lealtà le denuncia anche pubblicamente richiamando «bugiardi, ladri, brontoloni, mormoratori, indisciplinati e poltroni» ad una conversione ed ad un maggior impegno. «Pertanto sia gli uni che gli altri si mettano ad operare con maggiore lealtà. lo apro a voi tutti il mio cuore, se ho qualcosa che non mi piaccia lo manifesto... non vi faccio mai nessun mistero: ciò che ho nel cuore l'ho sulle labbra. Così fate anche voi, o miei cari figlioli. Se c'è qualche cosa che non vi piaccia, parlatemene; si combinerà quello che sarà meglio: se avete fatto qualche sproposito confidatemelo prima che altri lo sappia e vedremo di rimediare a tutto» (MB VII 505).
Egli vuole evitare castighi, pressioni e forzature che ritiene controproducenti, ma non intende tollerare disordine.«Per disciplina io intendo un modo di vivere conforme alle regole e alle costumanze di un istituto, ... e per ottenere buoni effetti è necessario che le regole siano tutte e da tutti osservate» (MB X 1102).
Per questo il sistema preventivo necessita di una continua correzione, tanto amabile quanto insistente, che sia la contropartita della mobilità giovanile e della libertà che viene lasciata ai ragazzi di comportarsi e di esprimersi con massima spontaneità.«Eccettuati rarissimi casi, le correzioni e i castighi non si diano mai in pubblico... e si usi la massima prudenza e pazienza per fare che l'allievo comprenda il suo torto con la ragione e la religione» (MB XIII 918); «Procura sempre che l'avvisato parta da te soddisfatto e tuo amico» (MB XI 17).
Siamo ben lontani dal sistema vigente in quei tempi di continui castighi. «Proibisco assolutamente, scrive ai Salesiani, di dare castighi: così nessuno avrà da lamentarsi. Nella casa non voglio che si castighi nessuno, ma voglio che si faccia rapporto a me, e ne obbligo in coscienza gli assistenti... Don Bosco è buono, tollera tutto, ma quando si tratta dell'ordine è inflessibile». E riserva a sé la correzione paterna dell'allievo con la persuasione e la dolcezza nell'incontro a tu per tu, in cui è facilissimo ottenere che si pieghino le volontà più testarde (MB VIII 77). Per Don Bosco il castigo consiste nella privazione del gesto affettuoso: «Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggiore effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode, quando una cosa è ben fatta, il biasimo quando vi è trascuratezza è già un gran premio o castigo a. «L'educatore fra gli allievi cerchi di farsi amare se vuol farsi temere. In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo che eccita l'emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai«. La legge del timore, della paura è trasferita e compendiata nella più alta legge dell'amore a (MB XIII 918).

Progettare la vita verso l'avvenire

La vita è un dono, ma è anche una missione. Occorre progettare il proprio essere, la propria crescita, i propri obiettivi da raggiungere gradualmente e con metodo. Al ragazzo disorientato dai molti progetti d'uomo, che la realtà presenta attraverso ideali teorici e modelli concreti, Don Bosco in molti modi cerca di offrire un quadro di valori da scegliere, di strumenti a cui appoggiarsi, di abitudini su cui fondare la propria sicurezza, «per quando sarai più grandicello».
«Essere buoni cristiani e onesti cittadini» è uno slogan caratteristico che indica un traguardo; così «sanità, sapienza e santità» è una sintesi finale; ma egli presenta di continuo il significato umano e cristiano del vivere: «cose necessarie per diventare virtuoso a, cosa da fuggire a, gli inganni principali per i giovani a, «le scelte della vita, degli studi e della professione a, «la conformità delle scelte dello stato» alla realizzazione della propria vocazione, non per il piacere di una riuscita personale, ma come dovere di maturazione dei talenti ricevuti e come impegno sociale e caritativo per i fratelli: sono tutti temi trattati da Don Bosco con conversazioni in pubblico ed in privato ed introdotte nelle pagine del libro di preghiere quotidiane «Il giovane provveduto»..
La vita per lui deve essere programmata, ordinata e regolata da chiare norme oggettive, fatte proprie e realizzate nel piano del progetto di Dio. «Il Signore creando l'uomo, vuole da lui qualche cosa di speciale.
Lo pone in capo ad una via che Egli sparge di grazie. Arrivati ad un certo punto della vita è da prendersi una decisione: bisogna incamminarsi risolutamente per quella tal via che si para dinanzi» (MB XIII 399).
I programmi generali si concretizzavano in suggerimenti specifici adatti all'età e al grado di impegno, fino ad aiutare ciascuno dei ragazzi a formularsi un programma individuale, con pochi e pratici obiettivi e chiari impegni di autoformazione. Le diverse figure di giovinetti, di cui egli scrisse la biografia, recano numerosi esempi di tal genere. Ogni circostanza festiva, o novena o periodo di vacanza o ritiro spirituale, aveva un bel progettato quadro di fioretti, di impegni, di ricordi. L'educazione al senso morale e di responsabilità trovano la loro base nelle motivazioni di ragione e di fede e nello sforzo di acquisire buone abitudini attraverso l'esercizio cosciente e continuato di gesti, per eliminare cattive usanze ed acquisire attitudini virtuose.
Le massime eterne di Don Bosco costituiscono una vera pedagogia dei novissimi, presentati come obiettivi per proporsi delle norme di vita e come traguardi per il godimento attuale della gioia di una buona coscienza e mezzi di serenità di fronte al pensiero dell'al di là atteso e desiderato; ne è dimostrazione la descrizione della morte serena di non pochi giovani dell'oratorio. Se tutto l'ambiente era rivolto verso questa educazione ai valori della vita fu essenziale e determinante per Don Bosco l'intesa individuale con ogni giovane, per quanto gli fu possibile, onde personalizzare ogni gesto educativo. È un dialogo senza fine in cui l'educatore si rende amico e fratello per ogni giovane, fino a compartecipare con lui alla sua gioia di vivere e di crescere.
Questo fu il segreto di Don Bosco e della sua impareggiabile attrattiva sul cuore dei giovani.

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