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Educare con persusione ed alla motivazione

 

Elio Scotti

(NPG 1978-08-2)


Il metodo educativo di Don Bosco è «l'amore eretto a sistema» (Caviglia), che previene con la vigilanza e la persuasione, che crea felicità interiore attraverso una buona coscienza guidata dalla religioni vissuta, che matura la capacità motivazionale e critica del giovane orientata verso una promozione integrale della sua esistenza umana ed eterna: «ragione, religione, amorevolezza».
Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far u; l'educatore. Per Don Bosco la ragione è uno strumento perenne perché l'uomo è essere ragionevole, motiva ciò che fa e fa ciò di cui è motivato. La persuasione vuole essere alla base della amorevolezza pedagogica. Essa nasce da una intuizione profonda della psicologia dell'adolescente bramoso di ragioni e di semplificazioni e bisognoso di indulgente
larghezza e generosa comprensione. Alla conoscenza della «mobilità giovanile» Don Bosco unisce un cauto e vigilato ma sostanziale ottimismo per le effettive e naturali possibilità razionali di bene presen in ogni ragazzo.

Per l'educatore e per i giovani: ragione

La ragione deve usarla l'educatore. Con il «lasciati guidare sempre dalla ragione e non dalla passione» (MB X, 1023) chiede all'educatore un atteggiamento equilibrato, aperto e ragionevole nei confronti del giovane, della situazione in cui si trova, della indole naturale e dei motivi per cui è indotto ad agire.
L'educatore è ragionevole quando non esige dal ragazzo più di quanto è capace o disposto a fare, quando chiede l'essenziale senza complicazioni, problematiche ed artifici, senza proporre esercizi asceti o volontaristici idealizzati, quando con buon senso psicologico e paterni utilizza il preavviso chiaro, sincero e sereno.
L'educatore usa ragione quando ha fiducia nelle capacità razionali del ragazzo. «L'educatore deve persuadersi che tutti o quasi, questi cari giovanetti, hanno una naturale intelligenza per conoscere il bene che viene loro fatto personalmente; ed insieme sono pur dotati di un cuore sensibile, facilmente aperto alla riconoscenza (MB VII, 761).
«Per l'accettazione dei suoi allievi Don Bosco seguiva questo criterio: voleva che avessero memoria sufficiente, che intendessero quel che ritenevano e che sapessero rendersene conto. Su questo fondamento gli pareva che si potesse edificare con fiducia» (Fascie).
Dal conoscere e riconoscere la capacità di ragionamento del ragazzo, deriva l'importanza che viene data nel sistema preventivo alla «ragione dell'educando. Don Bosco non riteneva sufficiente che venissero dati avvisi o disposizioni ragionevoli in se stessi; voleva prima di tutto «guadagnare la testa del ragazzo» facendo sì che la ragionevolezza dell'educatore diventasse persuasione nell'educando. Spiegava don Rinaldi: «quando voi ragionate col giovane gli mostrate le cause dell'avviso, allora voi lo convincete, voi lo educate. Gli avvisi devono essere ragionati: l'ubbidienza cieca non serve. Se parlate dello studio mostratene la necessità; se parlate della disciplina, mostrate la convenienza. Questo voleva Don Bosco: si dessero gli avvisi, ma insieme sempre la loro ragione. Non bisogna mai gettar là un: voglio questo, bisogna far questo! Si è stabilito quest'altro! Questo non è educare, ma irregimentare dei soldati in caserma. Questo non è formare il carattere... Il ragionare col giovane è guadagnargli la testa, è guadagnargli il cuore; e questo vuol dire assicurarsi l'affezione del giovane per il presente e per il futuro». (Valentini). Talora la ragione non basta: occorre risalire alla ragione delle ragioni. Le molte ragioni cozzano tra di loro; alle volte deve eccellere l'utilità sociale, altre l'esigenza della comunità, altre il bene comune. E poi la religione illumina la scelta e la motivazione più vera e profonda.

Motivazioni della ragionevolezza

In Don Bosco la triade si completa: la religione è sostenuta dalla ragione umana; l'amorevolezza ragionevole è finalizzata alla religione; la ragione illuminata dall'amore è ispirata dalla religione.
La ragione matura l'uomo perché lo rende capace di valutazioni critiche del mondo, della cultura, delle proposte, delle persone, lo aiuta a giudicare nel scegliere e nel dare spessore alle proprie idee ed azioni.
È l'indicazione dei grandi pedagogisti cristiani: costruire sulla unità interiore della persona umana. E cioè:
– considerare il ragazzo come una unità in formazione, che in qualche modo si sta forgiando una sintesi personale di ciò che conosce ed ascolta, e si progetta una visione di mondo e di uomo unificando le proprie esperienze vitali;
– proporre un ambiente educativo che esprima in tutti i suoi quadri coerenza, coesione, continuità e motivazioni continue, proporzionate alla capacità degli educandi ed in sintonia con la cultura attuale e locale. Questo richiede una programmazione omogenea, una comunità educante che abbia un clima ed uno spirito unitario e visibile in tutti gli educatori, una correlazione tra sapere e vita;
– formare il ragazzo alla autogestione di una cultura propria, attraverso ragionamenti, convinzioni, consapevolezze, adesioni alla verità, e non abdichi facilmente a ragionare responsabilmente per conformismo all'ambiente. Il ragazzo deve crearsi una visione personale del mondo, della fede, crescendo in un umanesimo assimilato ragionando e confrontando, esperimentando e facendone una sintesi vitale.
Don Bosco poneva la ragione a cardine, forse la prima in ordine educativo; rifuggiva dall'imporre il proprio parere anche al fanciullo; superava il moralismo facendo apprezzare i motivi del comando; non sfruttava l'amore protettivo che fa leva sul sentimento di riconoscenza; voleva l'esercizio della capacità critica, della motivazione cosciente e compresa, dell'abitudine a rendersi ragione del proprio operare.

Dialogo e capacità critica

Nel pensiero di Don Bosco la ragione si esprime con due volti operativi.
L'uso maturo della razionalità dell'educatore che con chiarezza di idee, culto della verità, buon senso e semplicità di linguaggio e persuasione motivata riesce a dominare in sé la fretta, l'autoritarismo, la soluzione prefabbricata o manipolata. Essa impone di conseguenza il dialogo educativo, come strumento di trasmissione ragionata e di accettazione critica o anche di scambi di conoscenza e di ricerca comune di soluzione. «L'educazione per Don Bosco non è un monologo, ma un dialogo. Non è generico rapporto personale, ma un rapporto di persone in attiva e fattiva collaborazione: una conversazione a più voci, talvolta a due (nell'intimità della confessione e della direzione spirituale del colloquio familiare e della parolina all'orecchio) e spesso a molte voci, in cui entra il coro dei compagni e degli educatori tutti. Per questo la pedagogia di Don Bosco è la pedagogia del cuore, perché soltanto nell'autentico amore, costituito di sentimento illuminato e purificato dalla ragione e dalla religione, c'è la vera comunicazione. Dove mancasse il «cuore» e il dialogo, il sistema preventivo sarebbe assente. E, pertanto, il sistema di Don Bosco ignora l'antinomia autorità e libertà; esso non ha mai considerato il rapporto educatore-educando in termini di polemica o di diritto. (Braido).
Alla base stessa della vocazione di Don Bosco sta il bisogno di dialogare con i giovani: «se io fossi prete... vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dir loro delle buone parole, dare dei buoni consigli. Quanto sarei felici se potessi discorrere un poco col mio prevosto» (Bosco, Memorie dell'oratorio, 44). Questo silenzio dei sacerdoti lo agghiacciava e questa contraddizione proprio nei ministri del Verbo, gli era fonte di angoscia fin dalla fanciullezza e lo andava maturando nel proposito di farsi piccolo con i fanciulli, di amarli, di farsi amare, di accostarli e di dialogare con essi. li dialogo perciò diventa la sua metodologia, la sua pedagogia di vita coi giovani. Tutti gli incontri decisivi con i giovani, ed anche con gli adulti che conquista a sé, e cioè a Dio, sono autentici dialoghi.
Questo metodo abilita ad un ragionamento sincero ed esclude la capacità di strumentalizzare gli argomenti e le persone dai propri obiettivi.
Si tratta di cercare insieme una verità che ci supera e non di convincer( altri al proprio parere. li trasmettere norme e modelli per condizionare i ragazzi in modo che vi si adeguino sarebbe per Don Bosco sistema repressivo, anche se realizzato con la pressione dell'amore.
L'apprendimento del ragazzo all'uso della capacità critica attraverso il confronto dei valori, degli obiettivi più umanizzabili, dei traguardi di crescita fisica e spirituale. La situazione attuale ha esasperato
nei giovani il bisogno e l'atteggiamento alla criticità. Occorre educare positivamente i giovani perché la capacità critica non diventi criticismo o la malattia di vedere innanzitutto e solo difetti e limiti in ogni cosa o persona; ciò creerebbe l'atteggiamento di rifiuto della vita, di evasione dai propri compiti e di chiusura nell'individualismo egoistico. Oggi questa educazione attraverso la ragione deve affrontare la molteplicità di innumerevoli proposte, provocate dal pluralismo ideologico e culturale e dal relativismo morale. I molti condizionarnenti interni ed esterni, psichici e sociali, esasperati dalla pigrizia e debolezza del ragazzo immaturo, l'assenza di una comunità educante che utilizzi una metodologia graduale e personalizzata, rendono i giovani incapaci di decisioni chiare, di volontà tenace e di coerenza di comportamento verso un progetto personale aperto alla socialità.
L'educazione alla capacità critica richiede una lunga opera di analisi di molti episodi vissuti, giudicati e valutati in funzione di una maturazione positiva della crescita umana. La vita personale, scolastica, amicale, familiare, sociale, politica ed ecclesiale nei diversi aspetti costituisce una gamma varia di argomenti e di temi da esaminare e valutare. Gradualmente, e dai vari episodi di vita il giovane deve saper esprimere i valori più comuni, gli orientamenti più omogenei, il giudizio operativo più opportuno e possibile. E questo significa educare positivamente ad una capacità permanente di critica e di scelta. Significa prevenire, dare capacità di affrontare le situazioni del futuro.

Ragionevolezza che convince

Nel sistema preventivo la ragione sta all'inizio di tutto il processo educativo nella forma di quel preavviso leale che è uno dei caratteri della preventività. Il ragazzo deve conoscere prima ciò che egli dovrà fare, deve persuadersene personalmente e deve essere aiutato a ricordarsene. In tutte le cose comandate Don Bosco non solo è ragionevole ma vuole che essi afferrino la ragionevolezza dell'ordine dato. Tale metodo porta alla persuasione e al convincimento, perché l'ordine o il regolamento sono condivisi dall'alunno fino a diventare coscienza di una effettiva e personale responsabilità. L'educando aderisce all'educatore per intima persuasione con libera e illuminata coscienza.
È compito dell'educatore quindi il vincere con una saggia ed amorevole illuminazione il naturale atteggiamento di opposizione, di contrasto, di difesa, del giovane per riuscire a compiere un'opera educativa e permettere ai giovani di abbracciare e fare proprio quanto l'educatore gli propone. Don Bosco non solo fissò questi principi nei suoi scritti e nelle parole, ma li incarnò in se stesso e in tutta la sua azione educativa.

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