Ambrogio Valsecchi

(NPG 1973-08/09-03)

 

LA FEDE COME CHIAVE INTERPRETATIVA DELL'ESPERIENZA

Nell'accostarsi al modello attuale di famiglia, quale si è venuto strutturando e istituzionalizzando nella società capitalistica e neo-capistalistica del primo mondo, con l'intento di analizzarlo e valutarlo, il cristiano deve anzitutto fare un atto di umiltà: il quale consiste nel sentirsi e proclamarsi libero da qualunque imposizione ideologica che si vorrebbe dedurre dalla fede relativamente a questo complesso di fatti e di rapporti che noi chiamiamo famiglia.
La fede, in altri termini, non produce una particolare ideologia sulla famiglia. Come avviene per molti altri settori della condotta sociale, essa indica un insieme di valori in ordine ai quali ogni modello di famiglia può e deve essere giudicato; ma non propone un modello suo proprio, che sia paradigmatico per ogni altro. Qualunque concretizzazione è sempre troppo contestabile alla luce di quei valori, ovvero, che è lo stesso, questi valori sono sempre troppo oltre ogni attuazione storica e concreta, per poter affermare una condizione di privilegio per l'uno piuttosto che per l'altro modello di famiglia. Questo riconoscimento iniziale è indispensabile perché si possa procedere, anche in questo campo, a quella che si è soliti chiamare un'analisi corretta della realtà. Ancora una volta, è la verità che ci fa liberi.

Uno sguardo «rivelato» sulla famiglia

L'intuizione assiologica fondamentale suggerita dalla fede è che anche la vita familiare deve costituire un'esperienza di carità: un'espressione di quel «libero decidersi per l'amore» che rappresenta, secondo la fede, la realtà più intima dell'uomo salvato e il valore totalmente risolutivo della sua esistenza morale. Secondo questa istanza generale, l'istituzione familiare in ogni sua concreta fattispecie, vien giudicata dalla fede in base alla capacità che possiede di fare emergere l'amore (e cioè l'esistere per gli altri) dai rapporti che le dànno origine e di cui è l'origine. Ovviamente, il raffronto non è facile: perché le «esigenze di carità» da verificare nella famiglia sono molteplici e complesse e possono dar luogo a svariati conflitti.
Più precisamente, poi, per quanto riguarda il matrimonio e la famiglia, l'insegnamento di Cristo, così come ci è stato trasmesso dalla testimonianza della Chiesa apostolica, contiene due affermazioni generali che sembrano porsi tra loro in antitesi, o per lo meno in tensione.
Vi è anzitutto l'affermazione della stabilità della famiglia. Anche se la prassi successiva della Chiesa, a partire dagli stessi tempi apostolici, ha cercato in varia guisa di attenuare il «logion» di Gesù contro il ripudio (con norme intermedie che tenessero conto della perdurante «durezza di cuore» dei fedeli), sta il fatto che esso suona come proclamazione di un ideale che non parrebbe ammettere eccezioni di sorta: il vincolo matrimoniale, quando è legato da Dio, è indissolubile, e la vita coniugale e familiare che ne consegue comporta doveri di fedeltà e stabilità che non appaiono così fortemente asseriti per nessun'altra vocazione o condizione di vita. Come a dire che l'esperienza di carità, resa possibile e doverosa dal matrimonio, ha il valore di un impegno vasto e duraturo, e dovrà perciò garantirsi di strutture (psicologiche prima che sociali) capaci di esprimerlo, di alimentarlo, di proteggerlo.
E d'altra parte, con uguale chiarezza, l'esperienza che scaturisce dal matrimonio e dà origine alla famiglia, è presentata da Gesù come irrimediabilmente provvisoria e relativa, se raffrontata a esigenze più grandi e radicali che fanno parte della doverosità cristiana e possono tramutarsi in principi eversori di ogni istituzione e struttura. «Lasciare il padre, la madre, la casa, i figli, per amore del Regno», diventa allora un'istanza indeclinabile; e una struttura, pur così solida com'è quella della famiglia, dev'essere piegata ai nuovi appelli che una coscienza attenta può raccogliere. Come a dire che essa è costantemente chiamata a rinnovarsi, ad aprirsi, a lasciarsi superare in ordine a mete spirituali e sociali più alte. La famiglia non è il massimo bene.
È questo il sostanziale corredo di valutazioni spirituali con cui il cristiano deve accostarsi, per giudicarla, a ogni immagine di famiglia. Un insieme di intuizioni abbastanza esigente: che pone l'amore come valore che informa e finalizza tutta la convivenza familiare; che impegna a una fedeltà diuturna e intrepida, che non si arrende alle prove e alle crisi; e che domanda anche il coraggio di continue revisioni, di aggiustamenti dei modelli, e persino di rotture e superamenti. Ma si tratta sempre di prospettive assiologiche: non suggeriscono moduli preferenziali né offrono stampi istituzionali in cui calare una tale materia; inducono, se mai, nei confronti di ogni tipizzazione, a un'attitudine sapientemente critica.

LA FAMIGLIA NUCLEARE

Tale è appunto l'attitudine con la quale dobbiamo tentare un esame del modello di famiglia instauratosi nel nostro «primo» mondo in questi ultimi due-tre secoli: la cosidetta famiglia nucleare.

I fatti

Non indugiamo nella descrizione della realtà. È a tutti nota. La famiglia come nucleo chiuso, come cellula a sé stante, ha gradualmente preso il posto della famiglia molecolare e patriarcale, della quale sopravvivevano talune tracce ancora qualche decennio fa.
Una famiglia composta dai due coniugi e da uno-due-tre figli. Raccolta nel piccolo appartamento urbano o urbano-simile: i mobili «buoni» della sala o del tinello, gli agognati elettrodomestici, qualche ninnolo di gusto mediocre, le tende alle finestre. La famiglia che sta accanto, la si conosce appena; con le altre dello stabile i rapporti sono soprattutto «condominiali» (se qualcuno nasce o muore, la portinaia può fornire opportune notizie). C'è la possibilità di qualche sortita per il week-end, o qualche «ponte», o il ferragosto: nell'abitacolo della vettura, nell'ostile anonimato delle interminabili colonne, nei casi più fortunati entro il piccolo chiostro della roulotte. Ma almeno, in queste provvisorie fughe, si può fare una corsa sulla neve o si può cogliere un fiore: la cosa tuttavia riesce meglio se, per un momento, la famiglia non c'è. Quando c'è, quasi sempre il nucleo si ricrea.

Le cause

Più importante, invece, è ricercare le cause che hanno condotto a questo modello di famiglia e che spiegano, almeno in parte, il comportamento delle persone di cui essa si compie e la dinamica dei loro rapporti.
Si è soliti scorgere il principio originante della famiglia nucleare nella rivoluzione borghese e nella conseguente costruzione dell'era industriale. Ciò appare indiscutibile. Tuttavia, già prima, soprattutto con il delinearsi e il progredire di una cultura più attenta al fatto umano e alla sua intimità (si pensi all'umanesimo rinascimentale), si assiste a un processo di «concentrazione», nell'ambito familiare, dei vari spazi di espressione personale che in epoca anteriore si dislocavano in ambiti diversi e più articolati. Precedentemente, il matrimonio era stato soprattutto il luogo ove si procreavano ed allevavano i figli; ma i due coniugi, e in particolare l'uomo, cercavano e trovavano al di fuori di esso l'attuazione del proprio sentimento di amore: la figura dell'amante, accanto alla moglie, aveva assunto una sua dignità istituzionale, entro un contesto di notevole tolleranza sociale e persino di indulgenza etica e religiosa; e non mancava (ma non manca neppure oggi) la possibilità di «avventure» occasionali. Ora, invece, il rapporto matrimoniale tendeva ad assorbire tutto lo spazio affettivo e sessuale dei partners: il che poteva segnare – sia detto per inciso – un indubbio progresso nella presa di coscienza del «valore» personale del coniuge, ma d'altra parte esponeva l'istituzione matrimoniale a rischi di conflitti e di instabilità che precedentemente non erano così gravi.
Entro questo solco già delineatosi, la rivoluzione industriale ha potuto condurre più facilmente e legittimamente al formarsi dell'attuale tipo di famiglia: che risulta allora, almeno a una considerazione macroscopica, una sua coerente creatura.
I processi che operano al riguardo sono numerosi, e ne indichiamo solo alcuni a titolo di saggio. Il sorgere dei grossi agglomerati industriali, ad esempio, comporta per chi lavora l'abbandono dei campi e l'inurbamento, con il conseguente sgretolarsi della famiglia curtense o patriarcale e l'avvio alla formazione di famiglie unicellulari, rese d'altronde necessarie dalle esigenze dei turni lavorativi e della divisione del lavoro. La donna viene progressivamente relegata tra le pareti di casa (nella famiglia patriarcale essa era attivissima anche nei campi): sia come responsabile del lavoro domestico, necessario alla famiglia, ma inutile al processo industriale (produce beni di consumo, non di scambio: perciò non viene remunerato); sia come mediatrice familiare delle tensioni sociali che le nuove modalità di lavoro oramai vanno creando. Ancora, il moltiplicarsi di gruppi familiari, fino al loro sminuzzamento più capillare, favorisce enormemente il mercato interno e la consumazione di molti prodotti industriali, e perciò viene incoraggiato; mentre una società composta di «famiglie allargate» ne assorbe in misura assai minore, e quindi la si ostacola. E da ultimo, il nuclearizzarsi della famiglia, con la nuova imponente massa di problemi personali e di impegni educativi che vengono in tal modo accollati alle singole coppie, provoca un innocuo investimento di energie che diversamente verrebbero impiegate contro il «sistema», e fa da contrappeso affettivo alle nuove solidarietà di classe create dal lavoro: non c'è quindi che da assecondarlo e promuoverlo, dal punto di vista degli interessi dell'industrializzazione.
Se dunque ci chiediamo da quali cause e motivazioni scaturisce la famiglia «nucleare», non v'è dubbio che esse vanno ricercate nella sua palese funzionalità al sistema messo in atto e strenuamente difeso dalla rivoluzione industriale.

Le legittimazioni

Se questa è la realtà della famiglia nucleare, e queste ne sono le principali cause originanti, v'è da aggiungere che ne sono state cercate anche le opportune legittimazioni teoretiche: sotto forma di ideologie, apparentemente autonome, ma che in realtà fungono da sostegno di questo modello, attraverso la copertura culturale che gli garantiscono.
La più semplice di queste ritrascrizioni ideologiche è stata quella fornita dalla concezione romantico-borghese dell'amore. In tal modo, l'idillio abbastanza insulso, ma troppo facilmente epidemico, dei «due cuori in una capanna», preparato e ammannito in mille maniere astute, con la complicità più o meno consapevole di psicologi, pedagogisti, assistenti sociali e pastori d'anime, è bellamente servito a dare credibilità e a foderare di mito il modello della famiglia «sola e felice», della «piccola tribù» (molto piccola in verità) fatta dei due coi loro figli. «In un buco, ma da soli»: è diventato per lungo tempo lo slogan, che voleva forse difendere dall'invadenza di madri e suocere asfissianti, ma che si collocava perfettamente nel quadro di questa operazione di legittimazione romantica della famiglia nucleare. Nello stesso senso hanno operato tutte le idealizzazioni del compito materno, così bene proposte dai pulpiti religiosi e così abilmente utilizzate dai caroselli televisivi; e che hanno dato origine a questa concezione assolutamente nuova della donna come educatrice affettuosa dei suoi figli e divinità del focolare: «l'angelo della famiglia», risucchiato in realtà da funzioni ben poco angeliche.
Una legittimazione meno acritica si è poi avuta nell'ambito della ideologia del benessere, che ha lasciato intravvedere alle coppie la possibilità di assicurare anche al loro nido» i vantaggi economici e sociali che un tempo erano privilegio di una limitata classe alta: la casa di «nostra» proprietà (e cioè, mediamente, due camere più i servizi); la possibilità di studiare anche per i nostri figli (in quale scuola e con quali prospettive, importa meno) e di arrivare a un «titolo»; lo svago della vacanza estiva; e via dicendo. Privilegi di cui si deve «essere gelosi», che si sono meritati con ore e ore di lavoro fedele, che non si debbono spartire con gli altri per non correre il rischio di perderli. Tutto questo coopera a rinserrare la famiglia nel suo spazio ristretto, ma nello stesso tempo ne fornisce una giustificazione etica: è l'etica dell'uomo «tutto casa e lavoro».
Ma non dobbiamo dimenticare che è possibile anche una legittimazione teologica nella famiglia nucleare. Quando il Concilio afferma, nella Gaudium et spes, che il matrimonio è una «comunione di amore e di vita tra i coniugi», compie indubbiamente un passo innanzi nella comprensione di questo «mistero» cristiano attraverso il quale molti sono chiamati a salvarsi: esprime, in una formula concisa, l'immenso tema biblico che ogni condizione di vita, e anche la condizione matrimoniale, dev'essere una mediazione dell'amore. Eppure, quella formulazione può anche prestarsi a rivestire di apparente nobiltà spirituale la situazione della famiglia nucleare e ad attribuirle una nuova reputazione. In tal modo, una parola che può risuonare, al limite, come profondamente eversiva e rivoluzionaria (nessuna potenza è dirompente e capovolgitrice di qualsiasi stato e struttura quanto l'amore), rischia di trasformarsi in principio di conservazione e di inerzia, in connivenza con ideologie e programmi di ben diversa origine.
Un avvertimento finale è allora necessario. Dinanzi alle teorizzazioni che hanno aiutato il modellarsi della famiglia come nucleo molto chiuso, ratificandola e coonestandola sotto il profilo ideologico, converrà rendersi conto che esse sono in grande misura successive al dato nella sua scarna brutalità. E ancora una volta, nella prospettiva della fede, occorrerà guardare a questi processi con molta attenzione critica.

QUALI PROGETTI?

Le nostre osservazioni sulla famiglia nucleare (la sua realtà, le sue cause, le sue legittimazioni) possono essere sembrate troppo amare. In verità, non ignoriamo che essa ha anche comportato numerose acquisizioni positive e non pochi vantaggi: ha accelerato i processi di responsabilizzazione di coloro che vi sono coinvolti, ha approfondito le loro intuizioni affettive e li ha resi solleciti circa i problemi dell'accordo, ha favorito in essi il crescere di autonomi progetti di vita, ha promosso la coscienza del figlio come creatura del proprio amore. Ed ha assicurato altri vantaggi ancora: non ultimi, taluni vantaggi di ordine economico.
Ma restano pur sempre molto gravi i pericoli e gli svantaggi di un tale modello di famiglia. La solitudine dei coniugi, anzitutto: assorbiti esageratamente dai compiti familiari e lasciati spesso senza aiuto in balia delle loro crisi affettive; l'emarginazione nevrotizzante della donna tra le faccende di casa e il suo grave isolamento nell'ufficio di socializzare i figli, caricato quasi unicamente su di lei; l'esautoramento del padre, tenuto lontano dalla famiglia per un lavoro divenuto oramai insignificante (fatto di compiti ripetitivi e standardizzati), che lo ostacola seriamente nella sua capacità di essere per i figli un degno modello di identificazione; l'assenza per i figli di spazi sociali più ampi e proficui, ove si attenuino i rischi delle ristrette triangolazioni affettive che finiscono per «complessare» il bambino nella sua prima infanzia; l'esclusione dalla vita associata degli anziani, degli inabili, delle nubili, che un tempo trovavano un'utile collocazione nell'ambito più allargato della famiglia patriarcale. Sono questi pericoli, insieme con una più acuta coscienza che la famiglia nucleare «fa il gioco» del sistema capitalistico o neo-capitalistico, che hanno avviato le esperienze oramai numerose di apertura e allargamento del nucleo familiare. Dinanzi ad esse il cristiano si pone, anche stavolta, con la fermezza e l'arditezza di una fede che lo rende attentissimo agli autentici valori in gioco e gli dona spazio per ogni opportuno rinnovamento.