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«Pregare giovane» nell'Anno Santo: riconciliazione e comunità


B. Bartolini - R. Tonelli

(NPG 1974-04-82)

 

IL SUSSIDIO COME PROPOSTA FRA TANTE

Per evitare di voltar pagina ogni volta

I contenuti più importanti si sedimentano nel cuore dei giovani se diventano come il liet-motiv di molti interventi. Una educazione che, per amore di novità, sfarfalleggi su temi i più disparati, difficilmente si tradurrà in «atteggiamento».
Partendo da questa costatazione, ci siamo chiesti se era possibile proporre qualcosa di valido sull'Anno Santo, ai gruppi giovanili che hanno riscoperto la preghiera con «Pregare giovane» tra le mani, senza costringerli a modificare modalità e impostazioni.
Era necessario privilegiare alcuni contenuti, attorno cui far ruotare tutto. La meditazione del documento CEI «L'Anno Santo» (Cfr. l'edizione LDC, nella collana «Maestri della fede»), riletto con la preoccupazione di cogliere il taglio giovanile della proposta, ci ha invitato ad offrire il tema della «riconciliazione» come perno di tutte le indicazioni. Attorno a questo, è stata tessuta la trama di un discorso più ampio, capace di coinvolgere le altre suggestioni dell'Anno Santo: conversione, pellegrinaggio, indulgenze...
Sulla falsariga contenutistica così elaborata, è stato facile sfogliare «Pregare giovane» per suggerire pagine concrete, particolarmente preziose come preghiera e riflessione di fede, in vista di una meditata interiorizzazione e di una matura celebrazione.

Come utilizzare il sussidio

Dopo aver letto le pagine che seguono, all'educatore catturato dall'istanza della praticaccia spicciola, potrebbe restare il solito problema: «D'accordo su tutto. Ma... come muoversi in termini concreti?».
Per evitare... delusioni, è meglio prevenire la domanda.
Il sussidio che presentiamo è uno strumento per l'educatore. E nulla più. È difficile prendere di peso queste pagine per applicarle indiscriminatamente. Ci sta a cuore ricordarlo. È un guaio farlo anche quando il sussidio lo permette. Ma, questa volta, è proprio impossibile. Che senso ha quindi lo strumento che presentiamo?

• Una linea contenutistica percorre tutto il sussidio. È una proposta di presentazione ai govani dei temi dell'Anno Santo. Il suo valore (se è ritenuta significativa) trascende quindi il riferimento a «Pregare giovane». I contenuti proposti, cioè, ci paiono una buona pista di cammino con i giovani, al di là degli strumenti concreti che dovranno poi mediarli.
• Premesso questo, è possibile iniziare il discorso sullo strumento scelto. Abbiamo utilizzato «Pregare giovane» perché ci è parso capace di mediare bene i contenuti privilegiati.
• Tante volte abbiamo ricordato la necessità di coordinare gli aspetti ordinari con fatti straordinari, per evitare il rischio di un procedere a sussulti. Se l'Anno Santo è un grosso sforzo educativo e pastorale, che non filigrana il ritmo ordinario della vita, l'uno e l'altro perdono di senso. I contenuti dell'Anno Santo – importanti, sia a livello di proposta che di respiro ecclesiale – devono «caricare» le cose quotidiane, riducendo al minimo i gesti «straordinari», fuori tono. L'Anno Santo è una modalità straordinaria con cui dare significato al ritmo ordinario. Tutto questo però senza svuotare l'Anno Santo, riducendo un'esperienza a così largo respiro ecclesiale, ad una semplice etichetta esteriore, sostituibile a piacere per continuare a riproporre i temi di sempre. Crediamo, insomma, alla necessità di inventare un sano equilibrio tra il «tutto nuovo», perché è l'Anno Santo e «le cose di sempre» che se fatte bene sono un ottimo Anno Santo.

La nostra indicazione ha una radice teologica ed una pedagogica: l'educazione chiede delle impennate decise, per dare sapore al ritmo normale (e l'Anno Santo è una preziosa occasione; come la quaresima, l'avvento... nel ritmo dell'anno liturgico); la scoperta concreta della dimensione ecclesiale chiede di assumere, con motivata solidarietà, le scelte che nella Chiesa – sia locale che universale – sono proposte.

• Operata questa scelta (certo non piccola) il resto ne diventa logica conseguenza. Gli aspetti caratteristici dell'Anno Santo possono diventare il contenuto di un periodo dell'anno scolastico, il ritmo di ritiri periodici, la proposta di esercizi spirituali, i punti di riferimento abituali in un cammino di progresso educativo e pastorale. Le celebrazioni di preghiera suggerite sono il tessuto connettivo, attorno cui impostare la trama degli altri interventi.
• L'accento sul modo «straordinario» di fare le cose ordinarie, non esclude affatto alcuni gesti diversi. Il sussidio dedica la parte conclusiva al tema del «pellegrinaggio» e delle «indulgenze». Sono fatti straordinari, ma ben sintonizzati con tutto l'apparato normale.

CONTENUTI E STRUMENTI PER UN CAMMINO PASTORALE

La riconciliazione: un dono del padre in Cristo

Abbiamo tutti, nel sangue, la tentazione di giocare la parte dell'offeso nel rapporto con gli altri. Anche, magari, quando ci sentiamo addosso gravare il peso di molte responsabilità. Come in tutte le cose, non manca, in questo modo di fare, un pizzico di verità. Quando i rapporti sono sbagliati, quando ci si abbuffa l'uno contro l'altro, è complicato decidere a chi attribuire «tutta» la colpa.
Sotto sotto, però, serpeggia una tendenza profondamente pericolosa: la voglia di essere a posto, la coscienza di aver fatto tutto il proprio dovere. E cioè la riduzione dell'amore, che è la verità del rapporto interpersonale, al rango restrittivo... della giustizia distributiva. Invece di inventare, con la creatività dell'amore, «cosa» di nuovo fare per un dialogo più vero, ci si accontenta di fotocopiare passivamente ciò che è stabilito, programmato, meccanicamente legato alle convenzioni sociali del proprio ruolo. Questo guazzabuglio di sentimenti e atteggiamenti ce lo trasciniamo dietro, anche nei nostri rapporti con Dio. C'è proprio da capovolgere tutto. Per cominciare ad amare, nella verità di ciò che io, gli altri e Dio siamo. Un dialogo interpersonale è vero, se è sempre intessuto di «riconciliazione». Se è denso dello sforzo di riallacciare i ponti, ritessendo faticosamente la trama dell'amore.
Riconciliarsi vuol dire «convertirsi»: sentirsi dalla parte del colpevole, in verità, per prendere l'iniziativa del pentimento. Tutto, però, non finisce così. C'è un ulteriore capovolgimento di prospettive da mettere in cantiere. Convertirsi è un «dono». Convertirsi è il dono del Padre in Cristo. È veramente duro affermarlo, per noi uomini sicuri, carichi della boria della nostra autonomia e potenza...
Si mette iI dito nella piaga. Convertirsi significa dichiararsi peccatori e aver voglia di cambiar vita. Significa scoprire che la radice di tutti i mali è il peccato, il rifiuto dell'amore del Padre, che diventa rottura interiore e con gli altri. Per questo, riconciliazione è conversione. E conversione è mettersi in ascolto dell'amore del Padre che in Cristo ha preso l'iniziativa di perdonarci.
Il fratello che mi permette di convertirmi-riconciliarmi con lui, lo può solo in Cristo, dono di riconciliazione del Padre. È un dono che già ci avvolge tutti. Un nuovo clima di amore, diffuso nella morte e risurrezione di Cristo, che ci ha fatto uomini nuovi, capaci di conversione e di riconciliazione. Inseriti in questo clima, la quotidiana fatica di rinnovare il rapporto con il Padre e tra di noi ha la gioiosa speranza dello sbocco sicuro.
Siamo uomini di riconciliazione, solo perché il Padre ci ha amato, riconciliati a sé, radicalmente convertiti, nel Cristo.
I contenuti di questa riflessione sono di largo peso educativo. Educare alla conversione significa penetrare in questo insondabile amore preveniente. Per cogliere la realtà, attraverso la gradualità dei passaggi obbligati. E ce n'è un gran bisogno.

• È indispensabile comprendere ciò che in radice rende difficile il dialogo interpersonale: il peccato, quella rottura con il Padre, che filigrana sull'egoismo i rapporti tra fratelli.
• Alla coscienza di base di essere «peccatori», fa da contrappeso la gioiosa certezza che l'amore del Padre ci ha salvati: la salvezza è un dono.
• Da questa «logica» diversa nasce una consapevolezza più ampia, più vera dell'essere in comunione. Il principio di «comunione» sta nel dono. Tutti siamo deboli, poveri, peccatori: nessuno può guardar gli altri dall'alto, neppure se ha una cultura più ampia o ha scoperto un pezzo più grande di verità. Siamo «importanti», non per quello che siamo, né per quanto ci siamo costruiti di nostra industria; ma perché, prima di tutto, siamo «amati dal Padre»: siamo dei peccatori-salvati.
La solidarietà con tutti è in forza della salvezza di cui siamo stati fatti ricchi. Colui che discrimina, a qualsiasi titolo (o sul potere, o sulla forza, o sui doni personali, o sulla cultura, o sulla consapevolezza più o meno vivace), cammina sul falso.
I giovani hanno un gran bisogno di questa affascinante scoperta. Perché una falsa concezione li spinge troppo facilmente ad oscillare dal voler a tutti i costi sentirsi apposto al pessimismo dell'«uomo lupo all'uomo».

Il tema in PREGARE GIOVANE 

♦ È la parola di Dio che illumina la nostra coscienza e ci fa scoprire peccatori. li primo atto di una comunità in fase di conversione-riconciliazione è aprire il proprio animo per ascoltare il Padre che per mezzo di Cristo, nella Chiesa, parla ai suoi figli.
Per questo è utilizzabile tutta la sezione «Il vangelo ci fa scoprire peccatori amati e perdonati da Dio» (pag. 461 ss.).

 Per creare, in un incontro di preghiera, la consapevolezza che la riconciliazione è dono del Padre in Cristo, può essere impostata una celebrazione di preghiera, utilizzando il seguente materiale:
• dialogo d'inizio (un dialogo a scelta della sezione «conversione e fede - pag. 271 ss.)
• prima lettura: «siamo un popolo di peccatori» (1 Gv 1 - pag. 112)
• seconda lettura: «il piano di Dio: riunire ogni cosa in Cristo» (Ef 1 - pag. 94)
• preghiera conclusiva: «Cristo nostra riconciliazione» (Col 1 - pag. 99).

♦ Le celebrazioni sul «Fare comunità» possono offrire un largo entroterra di ordine teologico per cogliere il fondamento dell'essere in comunione e quindi della necessità di riconciliazione, proprio nel dono del Padre in Cristo. Così, per esempio:
• «Comunicare con Dio» (pag. 381)
•«Accettare l'altro» (pag. 382)
• «Condividere» (pag. 384)
• «Non fare discriminazioni» (pag. 401).
Fondamentale in questo contesto è la meditazione di 1 Gv 4 (pag. 102).

Riconciliazione: un dono che impegna

Nell'economia dell'amore del Padre nessun dono è un privilegio da consumare al chiuso della propria stanza, tra pochi intimi. Ogni dono è un impegno. Tanto «impegno» che lo spessore del dono ne viene radicalmente condizionato.
Se la riconciliazione e la conversione sono dono del Padre in Cristo, lo spazio del quotidiano è il luogo di attuazione. Chi ha la grazia di questa nuova coscienza, è decisamente chiamato a giocarsela nelle cose di tutti i giorni. Lì essa diventa «fatto» concreto, verificabile. Lì è «testimonianza»: cioè modo diverso di vivere le cose comuni; tanto diverso da costringere gli altri ad interrogarsi sul significato d'una vita così «strana». È davvero importante proiettare in questo spazio «normale», la consapevolezza dell'essere stati afferrati dall'amore di un Padre che ci chiama e ci permette di convertirci.
È facile intuire che un'affermazione come questa comporta l'equilibrio di due alternative contrastanti: nella sintesi spunta la verità. Colui che lavora per modificare i rapporti tra gli uomini senza ancorarsi al «dono» della riconciliazione, è, sul piano oggettivo, «povero». Ma colui che tutto felice di un Padre che lo ama rinnovandolo nell'intimo della propria esistenza, non si fa costruttore di un mondo con rapporti più umani, brucia sul nascere l'amore: lo rende sterile, vuoto, inutile.
Se queste annotazioni sono vere, all'educatore possono suggerire una strategia di intervento davvero stimolante. Ripropongono, tanto per non lasciar troppo nel vago la sottolineatura, un modo rinnovato di educare al rapporto con Dio, nella preghiera, nella celebrazione dell'eucaristia, nella presentazione stessa della persona del Padre che in Cristo per lo Spirito Santo entra in dialogo d'amore con noi.
Si tratta di recuperare a livello operativo lo strano «sillogismo» di 1 Gv. 4 «Dio ci ha amato per primo: quindi anche noi dobbiamo amarci»: evitare di dare una dimensione falsamente orizzontale all'impegno storico ma nello stesso tempo non disincarnare il Dio di Gesù Cristo, che ha scelto come piattaforma di verifica il «servizio-ai-poveri-per-amore» (Cfr. Mt. 25).
Ancora una cosa va aggiunta, per completare il quadro. Il luogo della riconciliazione è il quotidiano. D'accordo. Ma che significa? Per evitare l'alibi di scelte parziali ed esclusive, è importante ricordare esplicitamente i due «spazi» ove operare la riconciliazione.

• Prima di tutto a livello di rapporti primari: la «comunità» nel senso più ampio del termine è il luogo primo della riconciliazione. Comunità significa gruppo amicale, famiglia, rapporti interpersonali, convivenza educativa, parrocchia.
• Non basta una riconciliazione a questo livello. Se il luogo normale è il quotidiano, è davvero in un impegno a raggio largo (magari a cerchi concentrici: dai rapporti primari a quelli secondari...) che va operata la riconciliazione. Il discorso va concretizzato: e quindi riprodotto con le caratteristiche della località. Basta quindi qualche battuta. Riconciliazione nella famiglia (superando i conflitti di generazione e gli arroccamenti sulle posizioni rigide del conformismo e dell'anticonformismo), nella scuola (scoprendo che lo scontro è sui progetti d'uomo che si contrappongono), nell'ambiente di lavoro (eliminando le cause strutturali della disumanizzazione o del rivendicazionismo ad oltranza), tra culture e provenienze sociali (si pensi al problema dell'immigrazione), tra razze e popoli (guerre e razzismo), tra confessioni e religioni (ecumenismo), tra esperienze e coscienze diverse (superando, in una convergenza verso la verità più grande di ogni conquista personale, la pericolosa dialettica tra chi rallenta e chi imprime brusche accelerazioni...).
• Il tutto, evidentemente, senza sfuocare il significato più vero di ogni sforzo di conversione: Cristo è la nostra riconciliazione.

Il tema in PREGARE GIOVANE

Abbiamo indicato due momenti di un impegno di riconciliazione: un primo spazio centrato sui rapporti interpersonali all'interno delle comunità naturali o spontanee, un secondo più a respiro sociale.
È importante conservare distinzione e complementarietà anche nel momento della preghiera.
Suggeriamo perciò !e seguenti celebrazioni:

 Riconciliazione nei rapporti interpersonali
Tutta la sezione sul «Fare comunità» può essere utilizzata. Soprattutto le celebrazioni:
• «volontà di comunione» (pag. 391)
• «perdonare e accettare il perdono» (pag. 403)
• «amare per primi» (pag. 404)
• «amare senza essere amati» (pag. 409).

 Riconciliazione a livello sociale
Individuiamo alcuni «temi» particolarmente impegnativi per i giovani.
A livello locale potranno essere fatte altre scelte, più in sintonia con le esigenze concrete.
• nella scuola: soprattutto le celebrazioni «scuola come comunità» (pag. 140 e pag. 142).
• guerra e pace:
è importante mettere l'accento sulla responsabilità personale, per non spingere a considerare il problema solo a livello strutturale, alienando così il peso delle personali decisioni; suggeriamo perciò la celebrazione «che cosa possiamo e dobbiamo fare noi» (pag. 211)
• razzismo: preziose le tre celebrazioni sul tema (pag. 215 ss.)
O ecumenismo: tutta la sezione «Padre, siano uno come noi» (pag. 241 ss.).

 Cristo, uomo di pace
Pare importante concludere la preghiera e la ricerca sui temi indicati, in un atteggiamento di rinnovata speranza, nella consapevolezza che la riconciliazione è il dono del Padre in Cristo. Per questo suggeriamo la celebrazione «Cristo, uomo di pace» (pag. 231).

Riconciliazione e giustizia

Riconciliazione è fare la giustizia. Diventare costruttori di giustizia. Zaccheo è il segno della conversione. Scopre Cristo, il dono della riconciliazione. Cambia interiormente: si vede in modo nuovo. E conclude in una scelta di restituzione, secondo i parametri dell'amore. La riconciliazione è un vuoto gioco di parole se non approda alla «ricostruzione». Un mondo «giusto» – un mondo «più giusto», nell'attesa dei cieli nuovi e terre nuove, dove regnerà la giustizia – è lo sbocco esterno del processo di riconciliazione. Ma, proprio a questo livello, il discorso va condotto in termini seri.
Cosa significa «ricostruire»?
È sufficiente rimettere le cose apposto, magari con un pizzico di generosità in più, come testimonianza di una inversione di marcia nella spirale dell'egoismo?
Se la logica dominante fosse segnata da larghi criteri di giustizia, basterebbe rimettere le cose al proprio posto. Non è impresa facile. Ma, tutto sommato, sarebbe segnata da una strada abbastanza precisa. Le cose, però, non stanno così.
Abbiamo tutti molto chiara oggi la consapevolezza che viviamo in un ordine veramente prossimo al «disordine costituito» (cfr., per esempio, l'analisi che ne fa il doc. «La giustizia nel mondo», del III sinodo dei Vescovi).
Rimettere le cose a posto significa quindi lavorare per modificarle. Significa «cambiare» l'ordine ingiusto, i rapporti falsi e alienanti, superando la facile tentazione di creare interventi secondo la logica dominante, «come l'ordine vuole» (cfr. doc. cit.).
Riconciliazione è quindi sinonimo di lotta per la giustizia, di impegno per un ordine nuovo, ricostruito sulla falsariga della Pasqua di Cristo, di cui è segno e anticipazione nel tempo.
La comunità è il luogo primo di questo impegno di giustizia. Dalla comunità, aperta sulla storia, l'impegno trasborda all'esterno, con un raggio di presa sempre più vasto.
Il discorso si fa concreto se lo si riempie dei connotati quotidiani. La riconciliazione è possibile se ogni persona «fa la giustizia», nel tessuto profondo della propria personalità, vivendo i doni di cui ciascuno è ricco per un servizio più pieno, e potenziandoli in vista di una disponibilità più seria.
È quindi riconciliazione, nel senso più impegnativo del termine, la scoperta che la realizzazione di sé sta nella capacità di decentrarsi: un quotidiano morire per far vivere, in una qualificazione professionale che non gioca all'arrivismo ma si pone come strumento efficace di liberazione globale.
All'interno di questa prospettiva, riconciliazione, nel servizio educativo, significa un modo «nuovo» (più giusto: più rispondente alla ricchezza di ogni persona) di gestire l'educazione; nei rapporti interpersonali significa eliminare la logica del potere-forza, per far spazio veramente all'amore; nei rapporti istituzionali significa eliminare le cause strutturali delle perenni emarginazioni; nell'indispensabile esercizio dell'autorità significa smascherare il personaggio-ruolo per una piena prospettiva di servizio... E la rassegna potrebbe continuare.
Perché sono in causa tutte le percezioni che oggi danno corpo ad un rinnovato modo di «essere» e di «agire», sul piano personale e su quello sociale.
È interessante il contesto in cui inserire questi fatti, spesso così tecnici e profani, da mettere in crisi (o in allarme) la tensione esplicitamente religiosa dell'educazione alla fede. Se la giustizia è il nome nuovo della riconciliazione, l'impegno è eminentemente «sacro», proprio perché è nell'esperienza storica seriamente e autonomamente vissuta che prende corpo una piena esperienza di fede.
Per questo, bisogna cogliere il fondamento biblico del collegamento tra riconciliazione e «giustizia» (nel senso con cui è stato prospettato: «rimettere le cose a posto», capovolgendo le prospettive ingiuste). I «beni» della terra sono di Dio (la terra è di Dio). La tentazione quotidiana è l'accapparaggio e quindi l'accumulazione: evidentemente a scapito dei fratelli più deboli. L'Anno Santo chiede di invertire rotta, ricominciando davvero da capo: ridare la libertà allo schiavo (perché solo tra persone libere ci si può chiamare fratelli), restituire le terre usurpate, condonare i debiti... (cfr. Deut. 15).
I termini concreti possono modificarsi in rapporto alle situazioni storiche: lo spirito permane. Ed è facile avvertire come l'esigenza sia tutt'altro che anacronistica.

Il tema in PREGARE GIOVANE

PREGARE GIOVANE dedica tutte le celebrazioni di preghiera per il tempo di avvento («Incontro al Cristo che viene») a riflettere sui fatti più rilevanti dell'attuale situazione sociale, per cogliere, all'interno di una comprensione di fede, una proposta matura di intervento.
Le celebrazioni seguono un montaggio logico: si passa generalmente dalla costatazione dei fatti e delle loro conseguenze, alla presa di coscienza di una responsabilità anche personale, in vista di un progetto di intervento.
Non tutti i temi relativi al rapporto «riconciliazione e giustizia» sono trattati. Quindi è indispensabile una ricerca a respiro più vasto. D'altra parte però la linea proposta e gli argomenti evidenziati sono di peso particolare, soprattutto nel momento educativo.
In questo spirito, possono essere utilizzate le celebrazioni:
• «studio e lavoro: preparazione di un servizio» (pag. 132)
• «studio e lavoro: per un servizio oggi» (pag. 134)
• «lo studio: un diritto per tutti» (pag. 136)
• civiltà dei consumi: «un pericolo: morte dei rapporti personali» (pag. 184) e ancora «un pericolo: l'emarginazione» (pag. 186)
• tutta la sezione sulla «fame» (pag. 190 e ss.).

I Sacramenti della riconciliazione: Penitenza e Eucaristia

Nella chiesa, conversione e riconciliazione non sono soltanto la tensione perenne tra il dono del Padre in Cristo e l'attesa profonda, insanabile, dell'uomo peccatore.
Al punto di convergenza sta il sacramento: Dio che si dona e l'uomo che lo va cercando, s'incontrano, storicamente, nei sacramenti della Chiesa.
impossibile parlare di riconciliazione senza approdare a pieno titolo ai sacramenti che ne danno motivazioni, consistenza e sicurezza: la penitenza come sacramento della riconciliazione e l'eucaristia come celebrazione comunitaria della gioia che ne scaturisce.
Il fatto è teologicamente importante. Va ricondotto al livello esperienziale. Quindi diventa compito educativo. Fatto di piccole sottolineature, in fase di catechesi e di celebrazione liturgica. E «mentalità» nuova, globale, soprattutto grazie ad un corretto missaggio di proposte e di esperienze.

Il tema in PREGARE GIOVANE 

Il materiale è interessante e ricco, sia a proposito del sacramento della penitenza che di quello dell'eucaristia.
Se ne raccomanda, nel contesto di cui stiamo parlando, un'utilizzazione attenta che vada dalle celebrazioni di preghiera citate, alle linee di comprensione presenti nella sezione apposita.

 Per il sacramento della penitenza
• Le celebrazioni di preghiera da pag. 324 a 329;
• ma soprattutto l'impostazione sul significato del sacramento come appare nella sezione «Dio ci libera dal male» (pag. 459 ss.).
Di utilizzazione pratica notevole sono le 12 pericopi evangeliche, montate in vista di una comprensione ampia e impegnata del sacramento. Da esse scaturisce molto evidente il significato di conversione-riconciliazione, proprio nella chiave di cui ne stiamo parlando in questo sussidio. Basta rileggere i vari «titoli»:

1. Se diciamo di non aver peccato la verità non è in noi. La prima condizione per la penitenza è scoprirsi peccatori. Pentirsi.
2. Solo Dio può rimettere i peccati. La seconda condizione è credere che il perdono del proprio peccato è unicamente opera di Dio.
3. Saremo giudicati sull'amore: oggi e nell'ultimo giorno. Nella penitenza dobbiamo sottometterci al giudizio di Dio. Peccato è non amare Dio nel prossimo e non amare il prossimo in Dio.
4. La penitenza è ritorno al Padre. Il peccato è una fuga da Dio. La penitenza, conversione a Lui, è ritorno alla casa paterna.
5. Fare la pace dopo il tradimento. Ogni peccato è tradire Cristo, rifiutarlo: Lui e il suo amore. Pentirsi è fare la pace, ricostruire una amicizia, rimettersi in comunione con Lui. Accettare il suo amore. Essere toccati dal suo sguardo.
6. Liberazione della persona dalla alienazione del peccato. Il peccato è la massima alienazione della persona. Solo Dio può liberarci.
7. Risurrezione della persona: la vittima dell'egoismo risorge per la forza dell'amore.
8. Risurrezione della comunità. II peccato disgrega la comunità: è l'anticomunione. Nella penitenza Dio fa risorgere la comunità, con la forza dello Spirito.
9. Una rivoluzione permanente: l'esperienza del più amore di Dio, per un tuo più amore a Lui. Nella penitenza facciamo l'esperienza più forte dell'amore di Dio. Conseguenza: dobbiamo amarlo sempre di più.
10. Una rivoluzione permanente: sempre più giustizia e amore. La seconda conseguenza del perdono di Dio è la rivoluzione nella nostra vita, come in quella di Zaccheo.
11. Come Dio ci ha perdonati, così facciamo anche noi. La terza conseguenza del perdono di Dio è il perdono reciproco.
12. Ogni confessione: un miracolo! A cui deve seguire una eucaristia.

 Il sacramento dell'eucaristia
• Lo stesso discorso può essere ripetuto a proposito dell'eucaristia. Esistono alcune celebrazioni che facilitano, nella preghiera, la scoperta del significato dell'eucaristia, come sacramento in cui si festeggia la riconciliazione (pag. 330 ss.).
• Ma soprattutto è importante la rilettura in chiave catechistica dell'eucaristia, così come è offerta a pag. 495 ss.
Per approfondire in riflessione di fede i singoli contenuti, sono indicati i riferimenti alle varie celebrazioni. La comunità potrà scorrere l'insieme delle preoccupazioni presentate, per una sana dimensione di globalità, e sottolineare con attenzione speciale quelle pagine più vicine ai particolari bisogni e più sintonizzate con la linea di maturazione indicata in questo sussidio. Per facilitare lo stimolo ad approfondire, trascriviamo l'indice dei temi trattati:

1. Una comunità viva per una messa viva.
2. Comunità di amici e comunità di fede, speranza e carità.
3. La comunità cristiana non è mai un ghetto.
4. Parola di Dio e parola degli uomini.
5. Cena del Signore e cena dell'uomo.
6. Una memoria che rende realmente presente Cristo.
7. Una memoria che si fa eucaristia.
8. Memoria ed eucaristia non sono evasione ma impegno.
9. Messa come glorificazione di Dio.
10. Messa santificazione e liberazione dell'uomo.
11. Attività umana e mistero pasquale.
12. O la messa trasforma la vita o la vita emargina la messa.

Il «pellegrinaggio» come segno di riconciliazione e di unità

In questo clima di conversione-riconciliazione trova espressione adeguata ed interessante un fatto centrale nell'Anno Santo: il pellegrinaggio (e, accanto, le «indulgenze» anche se, così come le presentiamo nelle righe che seguono, in un aspetto certo molto parziale).
La riconciliazione è gesto di un popolo. Non è e non può essere una consumazione individuale-privata. Se è vero che il dono del Padre è nella Chiesa; e quindi giunge al singolo nei termini in cui egli è Chiesa. E se è vero che la consapevolezza gioiosa del dono apre ad un impegno, verso la comunità degli uomini: una chiesa per il mondo.
Riconciliazione come gesto di un popolo, dunque. Ma di un popolo in cammino, perenne. Nel duro e assolato deserto del quotidiano storico. Perché è nella vita di tutti i giorni che la riconciliazione trova terreno consistente. Ed è al passo della vita che essa cadenza il suo ritmo, dal momento che conversione e riconciliazione non sono mai felice possesso ma continua faticosa conquista.
Il pellegrino si sente povero. Non ha sicurezza prefabbricata, non capitali fissi cui appigliarsi. È alla ricerca. La sua forza è nel non avere potere. La sua fiducia è fuori: in altri. In un Altro.
Il pellegrino, per definizione, ritaglia quindi la sua identità sui toni che caratterizzano la riconciliazione, così come ne abbiamo parlato. Tanto che è possibile affermare che la dimensione «pellegrinaggio» può diventare la chiave interpretativa di tutto il sussidio – come di fatto lo è per lo specifico della vita cristiana.
Un popolo in cammino, pellegrino verso la casa del Padre: ecco la fotografia più rassomigliante di ciascuno di noi, nella Chiesa e nella storia. Tutte le cose umane hanno bisogno di concretizzarsi in segni. Il sorriso e la stretta di mano comunicano che qualcosa dentro è mutato. La tensione interiore ha bisogno di tradursi in gesti: per questo il «pellegrinare» non può restare al solo livello interiore ma va ancorato in gesti
«straordinari», come risignificazione del ritmo normale.
In altre parole, non basta essere d'accordo con questa riflessione. È indispensabile tradurla in gesti, almeno ogni tanto. Anche perché è proprio attraverso i gesti esterni, che le intuizioni si fanno concrete e diventano interiorizzabili.
Il «pellegrinaggio», nel senso più ampio della parola, fa parte della esperienza umana. I giovani l'hanno riscoperto come segno «comune» di cose importanti: si pensi ai «cortei» e alle «marce», attraverso cui esprimono la loro protesta e le loro scoperte.
Non vorremmo che una secolarizzazione troppo affrettata, per purificare innegabili deviazioni, svuotasse un segno, espressivo di unità, di comunione, di ricerca, con l'alibi di ridurlo ad un fatto solo interiore. Tra le tante possibili, proponiamo alcune cadenze. Hanno un denominatore comune; la tensione a passare ad una esperienza umana valida e «convertita» in sempre maggiore autenticità, verso una sua espressione di fede esplicita. Sotto termini diversi, ritorna una preoccupazione educativa che abbiamo costante. L'esperienza umana va autenticata, va vissuta in pienezza: problematizza e guidata verso il suo volto umano profondo, per inserire all'interno la «rivelazione» di una salvezza radicalmente nuova (il dono del Padre in Cristo) e la coscienza riflessa che davvero l'esperienza umana è esperienza di Dio (le parole riproducono il titolo di un libro di Roqueplo, cui spesso si è già fatto richiamo, che dà spessore teologico a questa affermazione).
Il pellegrinaggio, è quindi, in questa nostra prospettiva, un passaggio dall'umano al «divino», reso visibile da un movimento anche fisico:

• dalla famiglia (come luogo dell'incontro umano) alla Chiesa (per esempio nella celebrazione domenicale dell'eucaristia);
• dalla comunità educativa (preoccupata di una educazione umana qualificata) ad esperienze tutte sulla linea della fede (per creare una coscienza riflessa della propria identità cristiana);
• dal gruppo amicale al gruppo decisamente ecclesiale;
• dai singoli gruppi alla parrocchia (come luogo di una più vera esperienza ecclesiale);
• dalla parrocchia alla diocesi: alla cattedrale e al vescovo (alla scoperta della dimensione di Chiesa locale, nella persona del vescovo);
• dalle diocesi a Roma: al Papa.

In questo «pellegrinare» è importante inserire il «segno» della speranza: la tensione verso l'unità finale, ricostruita definitivamente nei cieli nuovi. Lì il cammino si spegne, nella gioia del possesso.
Nella Chiesa qualcuno è già arrivato. Sostiene, incoraggia, guida il nostro stanco incedere. Camminiamo nella speranza, perché sappiamo che la casa del Padre è già addobbata a festa, dagli amici che ci attendono. Un aspetto di questa comunione di speranze e di beni, è dato dalle «indulgenze». Certo, il discorso si regge, a patto di passare da una concezione burocratica e quantificata delle indulgenze, alla loro «verità». Se ci mettiamo cioè nella prospettiva della «comunione dei santi»: di una famiglia in cui i doni e i meriti di uno sono di fatto patrimonio, gioia, arricchimento di tutti. Perché, quando ci si vuol bene, non si può che «condividere»: dividere assieme.
Nel mistero della Chiesa, qualcuno ha un dono più grande da «condividere» fra tutto: Cristo, la Madonna, i Santi, i nostri amici «già arrivati». Ma non solo essi. Tutti noi, ancora pellegrini, abbiamo le mani piene dei nostri poveri talenti. Sono preziosi se sono a disposizione: sono il nostro dono ai fratelli. La difficile marcia verso la casa del Padre è sostenuta da questi doni: sono nostri, proprio perché siamo in famiglia. Le indulgenze sono il contributo dei «santi» a noi che siamo ancora in cammino: sono il «rifornimento» che sostiene il pellegrinaggio. Viste in questa prospettiva (che, tra l'altro, è ancora una volta, «conversione alla verità delle cose»), hanno un messaggio davvero stimolante, perché aiutano a riscoprire il mistero della «comunione dei santi». Anche per il giovane d'oggi, così sensibile allo stato di cammino, nella vita, alla luce dei modelli in cui dare corpo ai propri progetti.

Il tema in PREGARE GIOVANE

Più difficile, a prima vista, è l'utilizzazione di celebrazioni di preghiera per definire il tema del «pellegrinaggio».
L'esperienza raccomanda utilizzazioni secondo queste modalità:

 Celebrazioni di preghiera per dare il senso profondo del pellegrinaggio Dal punto di vista educativo, e di esplicita educazione alla fede, è indispensabile guidare a cogliere il senso profondo di una esperienza «difficile» come può risultare il pellegrinaggio.
A parte la necessaria catechesi previa e la riflessione successiva, può essere progettata una celebrazione di preghiera, finalizzata ad «aprire» il cammino (o a «concluderlo»), in cui possa emergere con una certa chiarezza la sua dimensione ecclesiale.
A questo scopo possono essere utilizzate le seguenti letture:
• «il battesimo fa del cristiano un popolo sacerdotale» (pag. 110), per mettere in luce l'aspetto comunitario dell'appartenenza cristiana e la responsabilità sacerdotale che ne è logica conseguenza;
• «il battesimo fa dei cristiani membra vive della chiesa» (pag. 108), per sottolineare più esplicitamente la dimensione ecclesiale;
• «siamo un popolo con un futuro ed una speranza» (pag. 116 e 118), per ricordare che ogni pellegrinaggio è segno di quello che stiamo vivendo nel ritmo quotidiano della nostra esistenza: un cammino gioioso e ricolmo di speranza, verso i cieli nuovi e le nuove terre.

 Celebrazioni e letture come «sosta» di ripensamento nel cammino
Vari gruppi giovanili usano intercalare il cammino con momenti di preghiera e ripensamento. Il cammino in silenzio, nutrito dall'ascolto della Parola di Dio e dalla preghiera, è prezioso per una ricca interiorizzazione.
Lo stesso materiale indicato al punto precedente può essere finalizzato a questo scopo.

 II modello più significativo e «vicino» è Maria: la «visitazione» è il segno concreto del pellegrinaggio cristiano.
Il tema mariano può quindi assumere uno spessore tutto particolare in questo contesto.
Si vedano le celebrazioni «Maria nella visitazione» e «Evangelizzatori» (pag. 438 e 439).

♦ Salmi di pellegrinaggio
Preziosi per la preghiera e la riflessione sono alcuni salmi, composti e pregati dal popolo ebraico proprio in occasione delle periodiche «salite» a Gerusalemme (cfr. Salmo 83 e dal 119 al 133).

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