Proposta di una pastorale nello sport

Inserito in NPG annata 1974.


Vittorio Peri

(NPG 1974-03-31)

 

Nel precedente articolo (1974 /1) è stato esaminato il significato dell'agonismo sportivo.
In questo lo sport viene analizzato sotto un altro profilo: non più tecnico-agonistico, ma pastorale. È innegabile che l'attuale mondo sportivo presenti macroscopici aspetti negativi (divismo, tifo alienante, commercialismo, vincoli a vita, giornalismo pettegolo, recordismo) di fronte ai quali la tentazione di rifiutarlo in blocco, per non sentirsene responsabili, è forte. E in realtà molti educatori lo rifiutano, optando per altri metodi educativi. La reazione polemica può anche essere giustificata, ma è certamente sterile perché lo sport esiste comunque e, soprattutto, perché resta sempre una esigenza vitale e un possibile valore non secondario per la crescita fisica e per lo sviluppo della persona.
Gli operatori della pastorale non possono perciò ignorarlo. Comportarsi diversamente significa cadere nell'intellettualismo e nell'astrazione.
Da questa convinzione nasce la presente riflessione sulla pastorale nello sport.

 

UNA REALTÀ DA UMANIZZARE

Ogni attività umana, sia quella che costituisce i rapporti tra l'uomo e la natura (lavoro, tecnica), sia quella che tesse i rapporti tra gli uomini (arte, politica, sport) è poliforme e ambivalente.
Le trasformazioni tipiche della nostra epoca, ad esempio, hanno aspetti contraddittori: l'urbanizzazione è fattore di socializzazione, ma nelle megalopoli marginalizza le masse degli immigrati; lo sviluppo economico innalza il livello socio-culturale delle popolazioni, ma le rende schiave dei suoi prodotti; la medicina consente la vittoria su malattie endemiche e anche la manipolazione della struttura molecolare in cui è iscritto il codice genetico della vita; lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi permette la fruizione a basso costo di energia, ma diventa anche arma di pressione politica.
Lo sport partecipa dell'ambiguità della condizione umana sottoposta al peccato. liberazione di energie psicofisiche latenti, ma anche asservimento a fini di prestigio e di guadagno; è dono di sé e occasione di egoismo e di sopraffazione; è luogo psicologico d'incontro amichevole e di rabbioso scontro.
Il peccato condiziona l'uomo e le situazioni concrete della vita la cui peccaminosità è il corrispettivo del suo disordine interiore. Come ogni realtà, lo sport dev'essere sottoposto alla difficile opera di umanizzazione. Non per se stesso, ma perché contribuisca alla maturazione globale dell'uomo sportivo.
In questa dinamica educativa entra il discorso della «pastorale sportiva», di una pastorale cioè che fa leva sullo sport per farne strumento di servizio per l'uomo: l'unica strumentalizzazione legittima, e la meno attuata. L'azione pastorale si attua in ambienti diversi, si rivolge a persone differenti per età e cultura, si sviluppa per gradi e attraverso una metodologia rispettosa delle persone e della specifica realtà nella quale esse s'incontrano.
Quando tale «luogo» d'incontro è lo sport, è opportuno anche rifarsi all'esperienza di coloro che da anni lavorano in questo settore. Sull'analisi critica di essa si fondano le riflessioni che seguono.

Praticare lo sport non basta. è necessario capirlo

Bisogna subito affermare che l'attività sportiva, usata acriticamente e non capita, in nessun modo libera l'uomo. Anzi, lo distrae dai suoi veri problemi e lo aliena..È solo in forza della riflessione critica che egli illumina i suoi atti e fa crescere la propria umanità. L'arricchimento culturale non dipende infatti dalle cose che si fanno, ma dalle motivazioni che spingono a farle. «Un fatto non ha mai senso per se stesso, ma solamente per il suo rapporto con la teoria che gli dà un senso, teoria ch'esso verifica o invalida», afferma Roger Garaudy.
Non è perciò lo sport come tale che educa, ma educano le sue motivazioni portate a livello di coscienza. Senza di esse l'atleta è giocato dallo sport come, in altri settori, è giocato dal denaro e dalle cose che possiede. È perciò urgente aiutare gli sportivi a partecipare criticamente agli avvenimenti agonistici perché diventino capaci di denunciarne i limiti e, soprattutto, di evidenziarne le valenze.
L'atteggiamento critico rende possibile il passaggio da uno sport «fatto impulsivo» a uno sport «valore culturale». E poiché cultura non è sapere ma conoscere, lo sport diventa valore culturale quando è capace di «rivelare» l'uomo a se stesso e di «crearlo».

Lo sport rivela all'uomo i suoi valori...

Esso è rivelazione quando permette di conoscere l'io profondo e sconosciuto, di scoprire ciò che siamo dentro, le motivazioni ultime dei nostri comportamenti, le esigenze inconsce. Esso può rivelare la persona dietro il personaggio che appare, il volto sotto la maschera, l'uomo al di là dell'atleta.
Se l'uomo è davvero paragonabile a un iceberg che affonda per 9/10 sotto il pelo dell'acqua, bisogna dire che la sua vera identità è tutta da scoprire attraverso il viaggio più imprevedibile: quello che porta alle proprie sorgenti.
È possibile che ciò avvenga se si pensa che i fatti della vita umana sono segni di realtà spirituali, esprimono bisogni profondi come l'amore, la libertà, la creatività, l'autonomia, la giustizia, il dialogo, ecc. Per chi li sa scrutare, essi rivelano in trasparenza la filigrana dei dinamismi e delle tensioni latenti che formano il mistero dell'inconscio. Il mangiare, ad esempio, è ben più che ingerire cibo. Esso diventa il segno che fa presente e comunica una forza più grande dello stesso cibo. Lo sport è ben altro che il semplice divertimento o il faticoso confronto. Esso diventa il momento in cui l'atleta fa l'esperienza della convivenza con sé e con gli altri, l'occasione in cui l'io realizza l'incontro con un tu (negli sport individuali), e il noi (negli sport di squadra) incontra il voi.

... e i suoi limiti

L'egoismo, sempre presente in ogni gara sportiva è un segno di quella incapacità personale e collettiva di amore che sentiamo anteriore ai nostri atti, che supera e sfida la nostra volontà perché sfugge al suo controllo, di fronte alla quale non si vede come possa valere una liberazione puramente politica e economica o scientifica.
La riflessione critica su questo particolare risvolto della vita sportiva, cioè l'egoismo, è un momento forte per l'operatore della pastorale perché offre l'occasione per capire e far capire il significato dell'invocazione cristiana «liberaci dal male» (Mt. 6,13) e delle parole di Cristo che ci ricordano la nostra radicale impotenza d'amore: «senza di me non potete far nulla» (Gv. 15,5).
Questo non significa svalutare i tentativi delle scienze impegnate a dare all'uomo nuovi strumenti per inaridire la radice del male, significa prendere coscienza che non possiamo consegnare totalmente la liberazione dell'uomo all'uomo stesso. Egli si troverebbe nella drammatica situazione del malcapitato della favola che tenta di uscire dalle sabbie mobili... tirandosi per i capelli. Mentre infatti per l'ateo la liberazione esclude la fede, per il cristiano essa è l'inizio della liberazione. Il progetto umano completo non è un autoprogetto.
Qui si colloca pastoralmente la riflessione sulla promessa di Dio di riscattarci dall'egoismo di cui siamo impastati, sulla necessità del suo intervento che si attua anche evidenziando i valori di cui lo sport è scrigno e immettendoli in una situazione esistenziale che la forza di Dio rende risolutiva per la liberazione dell'uomo. Per essa l'uomo passa dal deserto dell'egoismo alla terra promessa del progetto di Dio.
Una riflessione di questo tipo è capace, forse, di far uscire dai sentieri battuti una pastorale che, intendendo il male nel mondo semplicemente come un cattivo funzionamento delle istituzioni e un malvagio comportamento delle persone, continua ad appellarsi solo alla loro buona volontà e al cambiamento delle strutture.
Siamo davanti a una pastorale che si basa su una riflessione di tipo sapienziale (dall'esperienza alla teleologia, attraverso la motivazione), e su un metodo induttivo: dal segno alla realtà significata, dal superficiale al profondo per scoprire l'uomo dentro l'atleta.

Lo sport «crea» l'uomo

Il valore culturale dello sport, oltre che nella capacità rivelatrice, sta anche in quella creativa: non solo rende presenti alla coscienza i valori latenti, ma li colloca nella sfera della vita.
Non molte attività umane, forse, possono vantare una ricchezza di contenuti come quella sportiva. Farne un inventario è superfluo, ma può essere utile indicarne alcuni: la spontaneità, il coraggio, la solidarietà, la creatività, l'entusiasmo, la forza e l'agilità psicofisiche. Sono valori che vengono attivati e messi in circolazione dall'agonismo sportivo. Lo sport rivela il complesso dei dinamismi ereditari e culturali che spingono la persona in questa o in quella direzione, e la matura risvegliando in lei le potenzialità di cui è ricca.
Il discorso presuppone che l'uomo non è una creatura statica ma dinamica, che non nasce uomo ma lo diventa, che è spinto dall'interno e sollecitato dall'esterno. Lo sport interpella le sue capacità e gli fa vivere una serie di esperienze che gli impediscono di restare, dopo, come era prima. L'agonismo non si inserisce in un ordine preesistente, ma lo sconvolge chiedendo scelte comportamentali.
Dall'esperienza sportiva, come da qualsiasi altra, si esce arricchiti o impoveriti, costruiti o distrutti. L'incontro con quei contenuti sollecita l'atleta a definirsi, a prendere posizione verso se stesso, verso i compagni e gli avversari. È un appello alla sua crescita.
La rivelazione dell'homo absconditus non è più solo togliere il velo su ciò che è già presente in lui, ma è creare ciò che non esiste ancora. Il disvelamento come processo conoscitivo è solo un momento propedeutico al processo realizzativo.

RIVELA IL VOLTO DI DIO PRESENTE NELL'UOMO

L'operatore di questa pastorale è tanto sportivo da interessarsi seriamente (e non far finta di interessarsi) ai fatti dello sport e ai problemi degli sportivi, quanto cristiano da capire che il discorso non si ferma lì, ma va oltre. Non per sopravvalutare un fatto abbastanza marginale nella vita di molti, ma per aiutare a leggere in esso l'attitudine a divenire chiamata al vangelo, per cogliervi il messaggio divino che interpella l'uomo e lo sollecita a rispondere.
La dinamica di questa catechesi si sviluppa in tre momenti: tecnico, umano, cristiano.

I valori tecnici nell'uomo

Di solito l'atleta non riesce a percepire chiaramente né i valori né il senso pieno del fatto sportivo. Gioca perché gli piace giocare (o perché gli conviene, se lo fa per professione) e s'impegna perché vuole vincere. Ma non si rende conto dei perché: perché è bello giocare, per quale motivo vuole vincere, per quale ragione non è soddisfatto se, ad esempio, vince slealmente.
Attraverso un intelligente rapporto dialogico condotto con il metodo maieutico di Socrate, egli potrà capire che è il suo essere uomo a fargli rifiutare comportamenti che come atleta volentieri accetterebbe (vincere ad ogni costo, ad esempio) o, viceversa, a fargli accettare leggi che come atleta istintivamente è portato a rifiutare («far panchina» per il bene della squadra, rispettare gli avversari, accettare serenamente decisioni arbitrali a lui contrarie, ecc.).
Non è senza conseguenze educative capire che come atleta egli vuole vincere e basta, ma che come uomo vuole vincere solo correttamente; che le esigenze dell'uomo vanno oltre a quelle dell'atleta. Aiutare gli sportivi a interrogarsi e a trarre dai fatti le spiegazioni è la prima pasqua della pastorale sportiva: il passaggio da uno sport istintivo a valore umano.

I valori umani nel cristiano

Il discorso, tuttavia, non può ancora fermarsi qui. C'è una seconda pasqua da celebrare. Se la prima ha trovato il punto-forza nella parola «perché?», tesa a ricercare le motivazioni dei fatti, la seconda pasqua si celebra nella ricerca dei significati ultimi.
All'atleta piace vincere, l'uomo vuole vincere lealmente, abbiamo visto. Ma che vuol dire «vincere»? solo raggiungere un record? o soprattutto tendere a una perfezione globale sempre maggiore? La parola del Cristo che invita ad essere «perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli» (Mt. 5,48) potrà stimolare la riflessione su queste domande che uno sportivo deve porsi.
E ancora: vincere significa soltanto superare un avversario, un precedente record, oppure soprattutto dominare la propria pigrizia, la paura, l'egoismo? Una risposta non evasiva può essere suggerita dalle parole di Cristo: «Chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me. Chi tien conto della sua vita, la perderà» (Mt. 10,38-39).
L'atteggiamento educativo così impostato permette di scoprire il progetto di Dio nelle pieghe della storia personale e il suo volto sotto la crosta del peccato. Diventa una lettura in chiave biblica delle vibrazioni psicofisiche proprie dell'agonismo e aiuta a capire che l'uomo esistenziale esprime l'uomo essenziale. L'educatore si comporta con gli sportivi come Paolo con gli uditori di Atene: «Quello che voi adorate senza saperlo, io ve lo rivelo» (Atti 17,23).
E un metodo ben differente dal tradizionale, preoccupato di accostare alla coscienza verità astratte più che di farle lievitare dall'interno dell'esperienza; supera una catechesi prevalentemente esortativa e moraleggiante o anche basata sulle pur innegabili analogie tra vita sportiva e ascesi cristiana. Qui è l'uomo che s'interroga e cerca le risposte nella Parola di Dio. Se la ricerca è sincera, non è facile rinnovare la negazione di Pietro: «Non conosco quest'uomo!» (Mt. 26,72), perché tutto in noi «tradisce» l'appartenenza a lui.
La funzione della pastorale diventa così profetica: rivelare la dimensione essenziale dell'uomo come essere finito perché muore, e come essere infinito perché risorge in ogni tentativo di superare i propri limiti. Anche per mezzo di loro egli si accorge che il risultato tecnico migliore non può essere risposta esaustiva dei veri bisogni interiori, che il tu col quale deve misurare a fondo le capacità è al di là del competitore in maglietta e pantaloncini. L'io che vuole crescere ha bisogno di ben altre gratificazioni che qualche record; l'altro che può dare la misura del valore è ben altri che un competitore sportivo; il tu al quale radicalmente tendiamo non è un tu limitato. L'unico tu del nostro io profondo è Lui. Lo sport diventa allora trasparente, «sacramento» dell'Invisibile. La gara e gli avversari diventano «luoghi» rispettivamente esistenziale e personale in cui egli si manifesta.
È in questo contesto «sacramentale» che avviene la proposta di fede: dentro e attraverso la vita sportiva, mediante una catechesi che innesta i valori tecnici nell'uomo e quelli umani nel cristiano; che collega i contenuti della vita sportiva e umana con quelli della fede; che evidenzia il finalismo religioso intrinseco in ogni settore dell'esistenza. Essa contribuisce ad abbattere lo steccato culturale che ha separato la vita feriale da quella domenicale, e chiarisce l'equivoco della sacralizzazione di quest'ultima, ridotta alla partecipazione a determinati atti di culto.

RIFLESSIONE CONCLUSIVA

Può essere opportuno concludere queste note di pastorale nello sport con una duplice riflessione di natura teologica.
Primo: poiché le azioni umane diventano segno pieno della presenza di Dio nella storia solo quando sono vissute nella fede («solo nel mistero del Verbo incarnato trova piena luce il mistero dell'uomo», afferma il concilio nella Gaudium et spes al n. 22), il compito specifico della catechesi è di rivelare il significato della vita nell'ordine della creazione e della redenzione.
Secondo: le realtà umane diventano tuttavia salvifiche non solo quando sono illuminate dalla fede, ma tutte le volte che sono correttamente vissute rispettandone le leggi proprie. Lo sport è mezzo di liberazione anche se i protagonisti non giungono alla esplicitazione chiara del suo significato cristiano. La sua struttura autentica è piena di riferimenti al mistero salvifico di Cristo poiché «davanti a Dio niente è vuoto, ma tutto è segno» (S. Ireneo, Adv. haer. 4,21).
La natura è piena di grazia, e tutto è grazia in essa come afferma, morendo, il curato di campagna di Bernanos.
La catechesi nello sport tende a scoprire quei riferimenti e invita a guardare la realtà con ottica nuova, cristocentrica. Non aggiunge nuovi contenuti allo sport, ma ne evidenzia le autentiche forme del rapporto con l'uomo e con Dio.