Evangelizzazione e liberazione del mondo operario

Inserito in NPG annata 1974.


Alfredo Ancel

(NPG 1974-03-18)

 

Sul tema della liberazione e della evangelizzazione del mondo operaio abbiamo già scritto molto. Ma è tutt'altro che fuori posto questo nuovo intervento. Non solo per l'autore, cui la lunga esperienza anche nell'esercizio del ministero episcopale dà le carte in piena regola.
Ma soprattutto per il modo con cui i due temi sono trattati.
Le riflessioni teologiche sulla liberazione assumono una connotazione concreta, nell'applicazione al mondo operaio. E l'analisi dei problemi che pone la evangelizzazione del mondo del lavoro ritrova una chiave di comprensione di largo afflato pastorale. Uno studio pregevole, insomma, che affidiamo all'impegno operativo degli animatori pastorali. Ed un discorso che per la rivista segna la prima tappa di riflessioni a carattere concreto, tutte indirizzate al tema dell'evangelizzazione dei giovani al primo impatto con il lavoro o in fase di immediata preparazione (gli apprendisti» di un tempo).

Sull'argomento dell'evangelizzazione dei giovani operai abbiamo preparato una monografia (1972 /6-7) che riteniamo fondamentale per l'impostazione del problema. Ne sono disponibili ancora alcune copie che possono essere richieste direttamente alla redazione, allegando L. 600 in francobolli.

 

Premessa

L'evangelizzazione dei lavoratori non può presentarsi fuori della preoccupazione di liberazione. Inoltre non possiamo predicare ai lavoratori un insegnamento teologico troppo astratto.
Nasce allora una doppia necessità:
– formulare una presentazione dottrinale precisa
– studiare il modo più adeguato di presentarla.
Per questo la mia riflessione avrà due parti complementari: una parte più dottrinale e una più pastorale.
Non potrò presentare totalmente la teologia della liberazione dell'uomo: insisterò su alcuni punti che mi paiono più importanti.

ASPETTI DOTTRINALI

Cristo Dio: salvatore, liberatore e difensore

Sapete che questo è l'attributo divino di cui si rallegrava la Vergine Maria: «il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». Maria quando parla del Salvatore non intende rivolgersi solo a suo Figlio, ma a Dio: «Dio è salvatore».

♦ Tutto l'Antico Testamento mette in piena luce questo attributo: Dio è salvatore, Dio è difensore:
– Dio si presenta come il salvatore dei Padri: di Abramo, di Isacco, di Giacobbe;
– si presenta come salvatore del popolo: dalla oppressione degli Egizi nell'Esodo e, dopo alcuni secoli, dall'esilio;
– allo stesso tempo si presenta come difensore degli oppressi, delle vedove, degli orfani, degli stranieri, di tutti i poveri.
Dobbiamo notare che nell'A.T., quando si parla di Dio come salvatore, si tratta sempre di una salvezza rispetto a qualche cosa «di fuori». È liberazione da un'oppressione che si impone dal di fuori: sia che si tratti dell'oppressione degli Egizi, sia di quella dei ricchi, sempre si tratta di una liberazione esteriore.
Quando i Giudei aspettavano Cristo, lo aspettavano come il liberatore dai Romani che occupavano la loro nazione. È un fatto che dobbiamo sottolineare.

 La liberazione nel Vangelo:
è presentata, prima di tutto, come una liberazione spirituale, interiore, una liberazione dal peccato che ci rende schiavi. Vedete la differenza? Si tratta di una liberazione che ci permette di iniziare una nuova vita in Cristo. Questa liberazione, questa nuova vita si fa tramite la fede, verità liberante.
Sappiamo anche che Cristo non ha voluto mai usare mezzi politici: Egli è un liberatore spirituale.
Allo stesso tempo notiamo che questa liberazione spirituale dal peccato ha sempre un aspetto temporale: una liberazione puramente spirituale non è evangelica.

Liberazione spirituale e aspetti temporali

In che cosa consiste l'aspetto temporale della liberazione spirituale? L'aspetto temporale della liberazione ha un valore di segno:

È segno dell'amore concreto: Cristo era pieno di compassione davanti a ogni sofferenza; una compassione che non agisce, che non si impegna, non è autentica. E allora Cristo mette la sua onnipotenza a servizio degli uomini che soffrono: «Io voglio, sii mondato», diceva al lebbroso. Alla folla che non aveva niente da mangiare, Cristo diceva: «Date loro voi stessi da mangiare».

È segno della conversione reale, autentica, sia che si tratti dei poveri, sia che si tratti dei ricchi: quando i poveri sono convertiti si aiutano a vicenda mettendo in comune i loro poveri beni, e in questo aiuto mutuo trovano un rimedio alla loro sofferenza; in ciò si manifesta la liberazione e la conversione dei poveri: che escono dal loro egoismo, dal loro individualismo, e agiscono insieme.
La conversione dei ricchi deve avere come risultato che i ricchi non possono più considerare i loro beni come propri, ma a servizio di tutti. Quando parlo dei ricchi, secondo il Vangelo, intendo quelli che hanno i beni materiali, il potere, e anche la cultura: un ricco convertito fa come Paolo, si mette a servizio degli uomini.

È segno del regno dei cieli che comincia in questo mondo: nel regno dei cieli tutti gli uomini sono uguali, sono fratelli. È un regno di giustizia, di amore, di pace. Se l'evangelizzazione non tenesse presente l'aspetto temporale non sarebbe ben fatta, perché non fa nascere veramente i primi segni del regno dei cieli.

Ne consegue che:

Il Vangelo contiene i principi che conducono gli uomini a un cambiamento profondo, perché crea la esigenza di fraternità. Si tratta di amarsi vicendevolmente come Cristo ci ha amato. Questo è un principio di rivoluzione profonda: «rinnoverai il volto della terra». Lo spirito di carità non può accettare il regno dell'ingiustizia. La carità è un principio di rivoluzione nel senso più profondo: non nel senso della violenza (caso mai si tratta della violenza che ciascuno fa a se stesso).

La carità insegnata dal Vangelo conduce gli uomini ad agire insieme, per il bene di tutti. Nel tempo passato si è parlato tante volte della carità temporale, ma dobbiamo riconoscere che fino a questi ultimi tempi non si vedeva abbastanza come si situava la politica dentro la carità temporale. Pio XI ci ha insegnato che la carità politica è la forma superiore della carità temporale, perché è al servizio di tutti.
Così la politica si trova dentro l'evangelizzazione. Evidentemente non parlo delle lotte fra i partiti; parlo della politica nel senso forte e profondo della parola.
In ciò si manifesta – e forse è il dramma di oggi – una contraddizione evidente tra la maniera di agire di Gesù, il suo insegnamento come lo troviamo nel Vangelo, e una certa maniera di introdurre quell'insegnamento e quell'esempio nell'azione politica a servizio della liberazione degli uomini.

La liberazione totale:
nel piano di Dio e nell'azione della Chiesa

C'è opposizione tra il Nuovo e l'Antico Testamento?
Non c'è opposizione, c'è superamento.
Ciò significa che quando abbiamo lasciato, più o meno, la politica fuori dallo spirito del Vangelo è stato un guaio!
Penso che dobbiamo introdurre di nuovo la liberazione totale dell'uomo nello studio del Vangelo, in fedeltà all'unità del disegno di Dio.

 Lo esige l'unità di Dio e del suo Piano: qualche volta hanno fatto una separazione tra Dio creatore e Dio redentore del mondo, o tra l'ordine temporale e l'ordine soprannaturale. In realtà il disegno di Dio è unico. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e liberati dal peccato, che tutti gli uomini possano partecipare alla vita divina, alla felicità di Dio stesso. Questo è lo scopo ultimo. Ma tutto questo Dio vuole realizzarlo attraverso la vita terrestre di ciascun uomo e di tutta l'umanità.
In quell'unico disegno di Dio possiamo notare un aspetto di liberazione da tutto quello che s'oppone all'uomo dal di dentro. Ma c'è una sola liberazione, e c'è un solo Salvatore degli uomini: Gesù Cristo, come afferma san Pietro nel cap. IV degli Atti degli Apostoli. C'è un solo disegno di Dio, ma nella sua realizzazione ci sono due tappe complementari. Fino alla parusia, sia la liberazione spirituale, sia la liberazione temporale, non sono complete: siamo liberati dal peccato, sì; ma ogni giorno rimaniamo col peccato in noi, rimaniamo in una certa maniera (come dice s. Paolo, nel cap. VII della lettera ai Romani) «schiavi del peccato».
La liberazione dal peccato non è completa, e così la liberazione temporale (specialmente questa) non è mai completa: fino alla fine del mondo l'uomo resterà più o meno schiavo.
Secondo il disegno di Dio, l'uomo dovrà lottare per liberarsi dal peccato e per liberare gli uomini da ogni schiavitù.

 Ora vediamo questa unità nella Chiesa: che è missionaria, e in cui Cristo continua la missione che ha ricevuto dal Padre.
La Chiesa è essenzialmente liberatrice; come Cristo, la Chiesa è la prima liberatrice spirituale: aiuta gli uomini a liberarsi dal peccato, attraverso la sua predicazione, attraverso i sacramenti. Questa rimarrà la missione essenziale della Chiesa.
Allo stesso tempo la Chiesa – come ci insegna la Gaudium et Spes – ha una missione «quasi temporale».
Dico «quasi temporale», perché, secondo il disegno di Dio, c'è un'autonomia delle realtà terrestri, in quanto esse hanno leggi proprie che appartengono alla loro natura, e la Chiesa deve sempre rispettare tale autonomia, sia nel campo economico, sia nel campo politico.
L'autonomia delle realtà terrestri, secondo l'insegnamento del Concilio, significa pure che le decisioni appartengono agli uomini: e la Chiesa deve rispettare l'autonomia degli uomini nel loro campo proprio. Questo non significa un'autonomia rispetto alla legge divina, certo, ma c'è anche un rispetto delle decisioni proprie degli uomini nel campo in cui hanno questa autonomia.
La Chiesa ha anche una missione educativa: la Gaudium et Spes ha insistito molto su questo aspetto. Per esempio io penso personalmente che, specialmente quando si tratta della politica, non abbiamo realizzato sufficientemente quella missione educativa.
Questo vale anche in altri campi: quanto più i laici si interessano nelle funzioni temporali, tanto più hanno bisogno di questo aiuto educativo che venga dai preti o da loro stessi.
Ma soprattutto la Chiesa deve realizzare nel mondo un'opera di conversione, perché il cambio delle strutture non basta. È certo che ci sono molte strutture ingiuste.
Ma accontentarci di cambiare le strutture ingiuste con altre strutture non basta per liberare gli uomini. Perché, a causa del peccato, l'uomo crea sempre delle strutture ingiuste, con le quali i più forti sfruttano i meno forti: è un fatto storico. Il peccato dell'uomo fa che l'ingiustizia continui anche nelle migliori strutture.
Diceva Lenin, nella sua opera «Lo Stato e la rivoluzione», che nella società comunista ciascuno dovrà lavorare secondo le sue possibilità e utilizzare i beni comuni secondo i propri bisogni. Una struttura socialista crea l'altruismo – diceva ancora – come la società capitalista crea l'egoismo. Egli (era materialista) sperava che il cambio delle strutture sarebbe bastato per cambiare l'uomo.
Ma noi sappiamo che non è così: quelli che vogliono cambiare solo le strutture certamente si ingannano. Sarà sempre necessaria la conversione – individuale e collettiva – delle persone, di tutti i ceti umani, perché possano regnare, fra gli uomini, la giustizia e la pace, almeno al livello che è possibile raggiungere in questo tempo.
Dunque vedete: la Chiesa non deve considerarsi come preoccupata solo dello spirituale; l'unità del disegno di Dio impone alla Chiesa di compiere il suo dovere anche nelle cose temporali.

Sacerdoti e laici nell'impegno per la liberazione

Vorrei ora aggiungere qualche cosa (sempre con la preoccupazione del rispetto all'unità del disegno divino) riguardo all'impegno per la liberazione da parte dei sacerdoti e dei laici.

 L'impegno del sacerdote

Certamente, come sacerdoti, conserviamo tutti i nostri diritti anche in materia politica; il sacerdozio non ci toglie nulla; rimaniamo pienamente uomini.
 Ciò che qualche volta è permesso non è opportuno, perché non conviene alla missione;
ma specialmente dobbiamo essere molto attenti a rispettare l'autonomia dei laici nelle loro scelte. Quante volte ho sentito delle reazioni degli uomini contro quei sacerdoti che facevano scelte temporali, perché pesavano in senso determinante e non lasciavano ai laici la libertà e la loro autonomia!
E poi i sacerdoti hanno una missione talmente importante che debbono consacrarsi totalmente ad essa: penetra tutto, anche il temporale. Come sacerdoti, siamo stati scelti per il servizio del Vangelo di Dio. Forse non abbiamo ancora scoperto – e parlo per me che non lo ho ancora scoperto – quello che io chiamo «l'impegno evangelico nel temporale». Non sappiamo come essere testimoni della verità verso tutti, sia che si tratti dei potenti di questo mondo, sia che si tratti dei poveri, senza essere legati all'uno o all'altro partito, ma essendo discepoli fedeli di Cristo. Credo, personalmente, che non abbiamo ancora trovato questo impegno evangelico, altrimenti penso che ci sarebbero dei vescovi in prigione a causa del Vangelo. Non dico a causa di un partito politico, ma a causa del Vangelo!

 L'impegno dei laici

Come può il laico conservare l'unità della sua attività in quanto uomo come tutti e in quanto membro della Chiesa? Ecco:
• il cristiano, come ogni uomo normale, deve impegnarsi al servizio temporale degli uomini;
• egli conserva il diritto di scegliere quello che gli pare meglio per il servizio di tutti secondo il Vangelo;
• il laico è, allo stesso tempo, membro della Chiesa, e perciò deve essere attento a non negare la sua scelta di fedeltà alla Chiesa. Qui nasce un guaio della Chiesa, quando alcuni cristiani dicono che altri non sono buoni cristiani, perché non hanno fatto le stesse scelte temporali: l'unità del disegno divino esige, nell'interno della Chiesa, un pluralismo temporale. Questo mi pare importante per stabilire veramente l'unità nella cattolicità.

ASPETTI PASTORALI

Aggiungo ora qualche considerazione di carattere pastorale: ho notato infatti, nella mia esperienza, che quando vogliamo evangelizzare i lavoratori incontriamo immense difficoltà.

Fedeltà all'uomo - fedeltà alla rivelazione

Non è facile parlare della liberazione ai lavoratori. Ma quando parlo di questa difficoltà, non mi riferisco a quei lavoratori (che sono ancora abbastanza numerosi) che hanno conservato una mentalità tradizionale; mi riferisco a quelli che nella stessa persona conservano una doppia mentalità: la mentalità tradizionale, che farà accettare un certo numero di insegnamenti tradizionali, e una mentalità operaia (non dico marxista, dico operaia) che rende molto difficile la comprensione dell'insegnamento tradizionale.
Non si tratta di diminuire il contenuto della rivelazione, certamente no! Ricordo un fatto durante il 25° anniversario della J.O.C. di Bruxelles. Diceva Cardijn: «I giovani lavoratori hanno diritto a tutto il Vangelo». Non sarebbe rispettare gli operai dar loro solamente una parte del Vangelo, con la scusa che non sono capaci di recepirlo integro; hanno diritto a tutto il Vangelo.
Allo stesso tempo dobbiamo notare che i lavoratori che hanno fatto la «mutazione operaia» (cioè, coloro che non solamente vivono la condizione operaia, ma che hanno una coscienza operaia, che sentono di essere membri di un popolo che vuole la sua liberazione, la sua promozione collettiva) incontrano delle difficoltà enormi per accettare la nostra maniera abituale di insegnare la liberazione. Qualche volta usiamo parole che vengono capite in altra maniera da quello che pensiamo.

Preliminari: conoscere – partecipare – testimoniare

Espongo ora alcune note preliminari nell'insegnamento della liberazione agli operai.

 Penso che perché un sacerdote, una religiosa, un laico siano veramente ascoltati dai lavoratori, sia necessario essere «inseriti» nel mondo del lavoro.
Che significa essere inseriti?
E necessario per un sacerdote essere al lavoro per essere inseriti nel mondo del lavoro? Non è necessario, e non basta..E molto più profondo essere inseriti nel mondo del lavoro. Significa prima di tutto riconoscere l'ingiustizia che pesa sul mondo del lavoro.
Un sacerdote, una religiosa, un laico, che vuol evangelizzare il mondo del lavoro non sarà ascoltato se non conosce l'ingiustizia che esiste, che pesa sui lavoratori. Se non riconosce la legittimità della lotta per la giustizia, non potrà essere ascoltato.

 E poi dobbiamo essere attenti alla cultura operaia. La cultura operaia è la maniera propria di pensare, di avere relazioni proprie di tutta la vita del mondo operaio. Ora noi sacerdoti, per esempio, siamo formati con un'altra cultura, con una cultura straniera al mondo operaio, e perciò non siamo ascoltati, come lo ha notato anche il Papa nel suo discorso a Taranto. La cultura è troppo diversa.

 Ancora: non saremo accettati se non entriamo in comunione con il mondo operaio: il mondo operaio (dico di quelli che già hanno una coscienza operaia) riconosce subito quelli che rimangono stranieri e quelli che sono entrati in comunione. C'è differenza allora tra la conoscenza scientifica del mondo operaio e la «comunione». Ci sono uomini molto competenti in tutte le questioni degli operai; dal punto di vista intellettuale possono dir tutto, conoscono tutto. Ma gli operai, anche i meno colti, riconoscono se questo uomo è un straniero o no rispetto a loro. Non basta sapere! C'è un'immensa distanza tra la conoscenza psicologica, scientifica, sociologica, e la cognizione pastorale, che è una cognizione che interiorizza. Come Cristo diceva parlando del buon pastore: «Io conosco le mie pecore... come il Padre conosce me e come io conosco il Padre». una cognizione di comunione! Altrimenti non saremo ascoltati.

 Il mondo operaio (quelli della coscienza operaia) spontaneamente non crede alla nostra lealtà, di noi sacerdoti e vescovi. Un giorno un operaio mi diceva: «Ma lei è troppo intelligente per credere a tutto quello che insegna. Un altro giorno facevo una conferenza a dei minatori e metallurgici in una Casa del popolo; dopo la conferenza uno mi si avvicina e dice: «Lei crede veramente a quello che ha detto?». Ricordo anche questa parola di un comunista: «Se lei vuole che crediamo allo spirituale, è necessario che faccia la prova con la sua vita».
Ecco! Non credono alla nostra lealtà, al nostro disinteresse, e pensano che facciamo delle opere sociali, delle opere caritative, e che ci avviciniamo al mondo operaio per recuperarlo alla Chiesa. Ecco quello che pensano.
Quando ho cominciato a vivere tra gli operai, il giornale comunista di Lione ha fatto un articolo: «Un comandos del Vaticano per ricuperare la classe operaia».
Dunque è necessario (anche se siamo tutti peccatori) che viviamo quello che diciamo.
Non si tratta di insegnare la religione! Non possiamo essere «professori di religione» quando si evangelizza il mondo operaio: bisogna essere testimoni, essere gente che parla di Cristo perché conosce Cristo; perché Cristo vive, è risuscitato e parliamo di Lui.

Come si insegna la liberazione secondo il vangelo

Ora vorrei tentare – ricordando l'esperienza pastorale che ho fatto – di indicare come si possa insegnare ai lavoratori la dottrina della liberazione secondo il Vangelo.
Perché c'è un pericolo – è lo stesso che ha incontrato Gesù quando è venuto – e cioè che, quando parliamo di liberazione, gli operai pensino solo alla liberazione temporale.
Osservate l'analisi che fanno i marxisti quando noi vescovi e sacerdoti interveniamo sui problemi umani: vedono solo l'aspetto temporale della liberazione; vedono solo la liberazione dalle strutture ingiuste, e niente di più.
Dobbiamo tener conto perciò della mentalità di coloro che ci ascoltano.

Trovare il senso del peccato

La prima cosa necessaria è aiutare gli operai a trovare il senso del peccato: e non è facile. Partendo di qui però ho avuto un buon risultato. Tre tappe:

 Il peccato che pesa sul mondo operaio.
Partirei da questo, perché qui li troviamo.
Si affronta questo primo passo non con demagogia, perché non sarebbe rispettare i lavoratori, ma con serenità evangelica.
Si tratta di insegnare loro che Dio non è indifferente rispetto all'ingiustizia che pesa su di loro.
L'insegnamento tradizionale dà ai lavoratori l'idea di Dio come un padrone, un potente, un ricco. E allora, spontaneamente pensano che Dio non sia nemico dell'ingiustizia: tutti i potenti e ricchi fanno sempre ingiustizia. Secondo la loro mentalità, Dio, più o meno, deve essere un complice: vediamo infatti tanti padroni che sono nelle nostre chiese! Si tratta allora di insegnare che Dio è il santo che non accetta l'ingiustizia; il giusto che la condanna; il difensore dei poveri. Ci sono tanti passi negli scritti dei profeti per dimostrarlo.
In questa prima tappa, partendo dalla situazione in cui si trovano gli operai dimostriamo che Dio è nemico delle ingiustizie.
Purificando il concetto di Dio scopriremo che l'ateismo di certi operai è solo il rifiuto di un Dio giudicato ingiusto.
Questa tappa è abbastanza facile: non dico che in questo modo si sia scoperto tutto il pensiero di Dio, dico solo che fin qui possono seguire.

 Il peccato della classe operaia.
Si tratta di aiutare a scoprire che il peccato non esiste solo tra i padroni, ma anche nella classe operaia. E come? Sempre partendo dalla loro mentalità collettiva: essi sentono il peso dell'egoismo dei compagni che non vogliono aiutarli nel loro combattimento collettivo per la propria liberazione e promozione.
Questo peccato lo riconoscono spontaneamente!
Questo è un nuovo passo avanti per aiutarli a scoprire il legame che esiste tra egoismo e peccato.
Così possiamo arrivare a una terza tappa.

 Riconoscere il proprio peccato.
Anche noi siamo peccatori, perché tutti abbiamo in noi il peso dell'egoismo che conduce alla ingiustizia, che ci chiude dentro di noi, impedendoci di metterci al servizio degli altri. C'è anche tra gli operai il pericolo del fariseo: «Signore, non siamo come tutti questi che sono ingiusti, che sfruttano gli altri, che opprimono i poveri». È fariseismo questo! È necessario che gli operai riconoscano anche in sé il peccato. Perché non possiamo parlare di liberazione nel senso evangelico, se uno non si riconosce peccatore.
Certamente non è facile. Parlando di questo argomento dobbiamo essere fratelli con loro e non aver paura a riconoscere i nostri peccati di vescovo, di sacerdote, di religiosa, di laici cristiani.
Siamo tutti peccatori: e non possiamo parlare del peccato come se fossimo giusti.

Il senso religioso dell'impegno per la liberazione

Parliamo ora più direttamente della liberazione dell'uomo. Ancora tre tappe:

 Il valore religioso dell'impegno dell'uomo a servizio dei suoi compagni, per combattere tutte le ingiustizie.
È certo che il peccato più grave di tutti è quello personale, la schiavitù più grande è quella del nostro peccato: ma se pensiamo alla mentalità collettiva del mondo operaio vedremo che non possiamo cominciare così, dal punto di vista pedagogico.
Dobbiamo prima di tutto considerare con loro il valore dell'impegno a servizio di tutti, per la liberazione collettiva, per una promozione collettiva. Troveremo in questo «combattere», l'aspetto religioso: questo combattimento è voluto da Dio perché è conforme alla giustizia. Non possiamo dire sul serio il Padre nostro senza impegnarci perché «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Non basta in cielo (sarebbe facile!) ma bisogna che sia fatta in terra: Dio vuole che la giustizia esista fra gli uomini.
Ecco allora l'aspetto religioso di questo impegno: è volontà di Dio che gli uomini si uniscano per introdurre la giustizia nel mondo. C'è una maniera di presentare la parabola del buon samaritano che sottolinea quel senso collettivo: quell'uomo spogliato, lasciato solo, mezzo morto, rappresenta tutta l'umanità sfruttata, oppressa. Noi faremo come il sacerdote e il levita della parabola, che stanno dall'altro lato? O saremo capaci di fermarci per aiutare?
Ecco il senso attuale della carità!
Le forme della carità temporale non sono le stesse attraverso i secoli. Nel tempo passato si insisteva sull'aiuto individuale e personale. Oggi – come dice il Concilio – non si tratta tanto di lottare contro le conseguenze dell'ingiustizia, ma di andare fino alla sorgente. Si tratta di lottare contro le strutture ingiuste per impedire l'oppressione degli uomini: e questo è conforme alla volontà di Dio.

 La liberazione dell'uomo riguardo al peccato, cioè la conversione dei cuori
Questa è una seconda tappa molto importante. L'ho vissuta specialmente con i giovani della J.O.C. Il metodo della J.O.C. aiuta a fare sintesi tra la lotta comune contro le ingiustizie che pesano sulla classe lavoratrice e la conversione personale e collettiva dei giovani [1].
I giovani capiscono più facilmente queste cose che gli adulti, lo dico sinceramente. Sono un adulto: ma debbo riconoscere che di fatto essi sono più aperti a questo; quando i giovani escono dal loro egoismo o individualismo per lavorare con gli altri, a servizio di tutti, sentono che sono cambiati.
Passano dall'egoismo all'amore, dall'individualismo alla solidarietà, dallo scoraggiamento alla speranza. Sentono che qualche cosa è cambiato. E a partire da questo qualche cosa è cambiato, scoprono colui che ha agito nel loro cuore; e così Gesù si rivela a loro.
Hanno realizzato una conversione della loro vita.
E allora ho visto dei giovani che spontaneamente vogliono ricevere il perdono di Dio. Qualche volta ho visto (lo riconosco) dei giovani che hanno fatto la comunione prima di andare a confessarsi. Penso che iI Signore ha visto l'intenzione dei cuori: volevano prima unirsi a tutti e poi hanno sentito che non erano degni, e non avevano altro che domandare il perdono del Signore.
Vedete, dunque, che non si tratta solamente di lottare contro le ingiustizie, ma si tratta di una conversione più profonda che porta a raggiungere la vera libertà.
Questo ci domanda di essere contemplativi nella vita, per scoprire che Cristo agisce nel cuore di tutti gli uomini, che in tutti opera il mistero pasquale per liberare gli uomini dalla morte del peccato e per aprirli alla vita.
Allora comprendiamo meglio la nostra missione: si tratta di aiutare Cristo nella sua opera di liberazione.
Quante volte ho notato un sentimento di gioia: si sentono liberati!
Allora si vede che la liberazione dell'uomo dal peccato supera la liberazione dalle ingiustizie esteriori.

 Infine si tratta di approfondire la conoscenza di Cristo
Quando trattiamo con questi operai totalmente impegnati nell'azione operaia, non dobbiamo pensare che dal primo istante abbiano scoperto Cristo, come s. Paolo nel giorno della sua conversione! Ma, a partire da questo primo momento, possiamo aiutarli a incontrare Cristo, a conoscere Cristo.
Qui c'è ancora una questione pedagogica:

si tratta di mostrare Cristo come si è mostrato a Nazaret (un lavoratore come gli altri, che ha condiviso la vita di tutti) in maniera che capiscano il mistero dell'incarnazione, la presenza di Dio tra noi;
poi cercate di scoprire con loro come Cristo ha vissuto durante la sua vita, come servitore degli altri: si tratta di scoprire Cristo in modo che vedano in Lui il modello a cui conformarsi. Anche essi devono essere servitori dei fratelli. Fanno così esperienza delle Beatitudini di cui parlava Cristo ai suoi apostoli: «sarete beati! vi ho dato l'esempio»;
e ancora scoprire Cristo che condivide specialmente la vita dei poveri; che dice la verità a tutti; e che alla fine è condannato a morte. Si tratta di scoprire a poco a poco la vita di Cristo, ma in maniera adatta alla vita degli operai; perché c'è qualcuno che vede Cristo come uno che non è perfettamente Dio;
dobbiamo infine introdurli alla fede in Cristo liberatore: nel mistero del Dio annientato. Dunque non il Dio, troppo grande, padrone, dominatore. Se scoprono che Dio si annienta, che si fa vicino, che si fa povero per arricchirci con la sua povertà, allora, in questo annientamento di Dio, possono riconoscerlo come Dio.

Conclusione

C'è un metodo infallibile per condurre i lavoratori a questa fede? No! Certo non basta avere una buona teologia della liberazione per insegnarla: si tratta di seguire la mentalità, le reazioni dei lavoratori; di entrare in comunione con essi e di rivelare a poco a poco Cristo che vive in loro e che li salva.
Ecco quanto volevo dire: però riconosco che il tema è molto difficile sia dal punto di vista teologico che pastorale.
Mi fa piacere vedere che molti nella Chiesa si riuniscono per approfondire questo tema: purché si tengano presenti i due aspetti complementari, l'approfondimento teologico e lo sforzo pedagogico-pastorale.

NOTE

[1] Della JOC (in Italia GiOC) Note di Pastorale Giovanile ha parlato in 1972 /11.