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Quali strutture per far circolare i valori? Esperienze di movimento


(NPG 1975-06-35)

 

Continuiamo la presentazione di esperienze "vere" di movimento, per dare tono di concretezza al di­scorso teorico impostato in 1974 /12.
Non vogliamo concludere con una scelta prefe­renziale, né tanto meno pilotare noi le fila di una proposta. L'abbiamo già scritto e lo ripetiamo, per evitare fraintendimenti.
Il nostro progetto è un altro: stimolare i gruppi a verificarsi con altri gruppi, superare lo spontanei­ smo per creare convergenze su valori, armonizzare in unità operativa i molti che di fatto lavorano in uno stesso ambiente. Perché questa ci sembra­ è esigenza irrinunciabile, se si vuole raggiungere validità, freschezza e incidenza.
Nel numero precedente abbiamo presentato due proposte di movimento «dal basso»: qualcuno che ci crede e si fa proposta ad altri.
In questo numero parliamo di movimenti più strut­turati.
1. Tutti conoscono "Comunione e Liberazione"· Non vogliamo raccontare la sua storia né giudicare le sue scelte. Desideriamo invece sottolineare la trama di collegamenti che CL propone, per invi­tare a cogliere un rapporto interessante tra strut­ture e valori, persona e gruppo, gruppi e organismi nazionali, identità e proselitismo: quei temi, cioè, nodali per ogni movimento consistente, che CL vive con soluzioni davvero mature e stimolanti.
2. La seconda esperienza traccia la radiografia dell'ACl-settore giovani di Vi­cenza, una zona dove l'«azione cattolica» tiene bene. È molto interessante scoprire come le strutture " tecniche,tradizionali siano state convertite al servizio della circolazione dei valori, superando gli impacci strettamente burocratici. Questo per ricordare, se ce ne fosse bisogno, che molte cose di un tempo possono continuare ad avere significato, a patto di saperle reinterpretare, continuamente. Il confine tra il valido e il non valido non attraversa il rapporto nuovo-tradizionale, ma passa invece sui valori con cui si caratterizza l'uno o l'altro, nel rispetto delle concrete esigenze della situazione storica in cui si opera.

Il servizio è di E. Risatti e R. Tonelli.

 

«COMUNIONE E LIBERAZIONE»: RADIOGRAFIA DI UN MOVIMENTO

La cronaca della grande stampa e i «fondi»  di riviste impegnate hanno dedicato, in questi tempi, una insolita attenzione a c«Comunione e Liberazione» (CL). La sua vitalità, l'incidenza operativa in spazi dove l'esperienza ecclesiale da tempo è marginalizzata, un espandersi a macchia d'olio: motivi giornalistici più che sufficienti, per fare notizia.
Note di Pastorale Giovanile non vuole riprendere il discorso su CL iniziato a proposito della cc presenza dei cristiani nella scuola» (1973 /6-7). E neppure ci pare corretto immergerci nella mischia delle polemiche, per esprimere un nostro giudizio sulla sua ideologia. Non rientra nelle nostre abitudini. Crediamo al pluralismo, nella pastorale giovanile. E al valore di esperienze  «diverse», soprattutto se giocate in un rispettoso contrappeso di scelte e di valori. Pluralismo pastorale non è però qualunquismo. Le scelte che la rivista da anni sta faticosamente esprimendo e rielaborando, sono la nostra collocazione. Se si vuole, il «nostro» giudizio – cortese e provvisorio  a tutti coloro che con noi e come noi lavorano per ritessere la trama dei contatti tra il mondo giovanile e l'annuncio gioioso dell'amore del Padre che nel Cristo ci salva.
Inseriamo perciò questo intervento nelle prospettive di «movimento»: contatti e collegamenti tra gruppi giovanili impegnati.
CL ha un respiro nazionale, in un'ampia circolazione di valori fortemente acquisiti dai gruppi locali, tanto da permettere una identità e un riconoscimento molto consistente e coerente.
Perché? Attraverso quali intuizioni CL raggiunge una diffusione capillare di sensibilità e di valori?
CL è un vero «movimento»: solido e ben coordinato, senza l'appesantimento burocratico di centrali tecniche. Quali sono i suoi apparati? In queste prospettive CL ha molte cose da insegnare.
Per offrire materiale di stimolo e di confronto, abbiamo intervistato alcuni responsabili nazionali del settore stampa-cultura. Trascriviamo una nostra elabo· razione dell'intervista.

LA DIFFUSIONE PER CONTATTO PERSONALE: COSÌ ABBIAMO INCOMINCIATO

Le origini del movimento «Comunione e Liberazione» risalgono a venti anni fa. A quei tempi si chiamava «Gioventù Studentesca» (GS). È cambiato il nome; ma spirito, significati, proposta conservano sostan­zialmente piena continuità con quella prima esperienza. La sigla è stata modificata, dopo la crisi del '68, soprattutto per rispondere alla espan­sione nell'università, nel mondo del lavoro e l'allargamento a nuclei familiari. Il tempo, certo, ha arricchito ed evoluto anche l'ispirazione iniziale.
Un gruppo di studenti del liceo Berchet di Milano si raccolgono nel 1954
attorno al loro insegnante di religione, don Luigi Giussani, per vivere concretamente l'esperienza di Chiesa nella quotidianità dello studio, del tempo libero, dei rapporti di amicizia.
Dal Berchet, il movimento si allarga. Non esiste un piano preordinato.
Il tessuto si allaccia attraverso i contatti personali. La proposta ad un amico, l'esplosione esterna di una novità vissuta dentro, la significatività di una presenza, «strana» per la logica dominante, fanno presa.
Le vacanze disseminano i giessini per l'Italia. E il movimento nasce nel Trentina, in Romagna, in Sicilia.
Oggi CL ha un nome. Ci conoscono attraverso la stampa. Ma la nostra risposta è quella di sempre. A chi ci invita in una città a «fondare» CL, diciamo: «Incontriamoci, parliamo assieme. Raccontiamoci reciproca­ mente quanto viviamo. E poi vedremo».
Per noi, insomma, l'unità non è prima di tutto la convergenza su una teoria riconosciuta come oggettiva. Ma l'unità è innanzitutto l'amicizia reciproca, costruita su un discorso vero: quello di Cristo, in cui ci si riconosce.
CL cammina e si diffonde sul filo della vita quotidiana: nella scuola, nella fabbrica. Da persona a persona. Colui che ha scoperto un nuovo
modo di essere, immediatamente «esplode». Deve parlarne. Comunicare. La vita è piena di contatti. Basta saperli cogliere e riempirli di parole vere: quelle che ciascuno si porta dentro, perché le ha scoperte importanti per sé.

QUELLO CHE «DICIAMO»: UN SIGNIFICATO DI FEDE ALLE ESPERIENZE DELLA VITA

CL è «questa» proposta: un significato di fede alle esperienze di vita. Gli altri ci giudicano – ci approvano e ci contestano  proprio su questi discorsi.
Non vogliamo però descrivere a fondo la proposta. I lettori di Note di Pastorale Giovanile la conoscono già da altri contesti. Ma neppure pos­siamo voltar pagina, dandola troppo per scontata. La nostra amicizia è vera e profonda, fa comunione e movimento, proprio «dentro» la proposta.
Don Giussani, gomito a gomito con i ragazzi del Berchet, si è presto accorto di un fatto triste e dato per scontato: i giovani cristiani vivevano facilmente la fede in un modo intimistico e marginale rispetto alla vita quotidiana. La fede, per molti, correva il rischio di ridursi a qualcosa che interessava la domenica mattina, il tempo trascorso in associazione, l'episodio intenso degli esercizi spirituali... Non era aiutata a svolgere la sua globalità. Le esperienze più rilevanti e incidenti nell'attività quoti­ diana non c'entravano con la preghiera e il sacramento, o ne ricevevano solo una vaga ispirazione.
Quando ci si innamorava, si faceva dello sport, ci si impegnava in attività caritative o si studiava sui libri di scuola, la fede era assente: sopra o a fianco, non «dentro». Bastava poco a scoprire la pericolosità, nella crescita di un giovane, di questa disintegrazione, di questo dualismo. Nella adolescenza vanno in crisi spontaneamente tante cose. Si abbandonano le pratiche apprese per abitudine, per farsi le proprie scelte. Per molti giovani la fede rovinava, frammista a queste impalcature adolescenziali.
Oggi capiamo bene queste cose, almeno a livello culturale. Anche perché ne stiamo soffrendo i frutti negativi. Allora, invece, erano discorsi nuovi. Almeno a noi fu lui a farceli. Come uno che per primo ci credeva. Don Giussani ha intuito l'urgenza di tentare un saldo tra fede e vita. Il cristianesimo è un modo di essere che investe tutto l'uomo. Dunque deve valorizzare e significare tutto quello che un giovane vive e trova accanto a sé. Don Giussani stava recuperando in pieno il concetto di «cultura cristiana», come visione unitaria, emergente e rimandante ad una esperienza.
Accanto a questo aspetto «teoretico», la grande passione di don Giussani fu il «riconoscimento». Il cristianesimo è vita, è carità. Per «capire» il Cristo bisogna viverlo. Vivere rapporti interpersonali diversi, perché vissuti «nel suo nome». Una accoglienza diversa, perché frutto del riconoscimento di Qualcuno che è «prima» di ciascuno di noi. Che tutti ci supera e ci giudica. La Chiesa è la certezza che nel Cristo siamo tutti una cosa sola. Dobbiamo «riconoscerlo».
Come si vede, non si tratta di un ritrovato metodologico, per intessere quel dialogo con i giovani diventato difficile. Per don Giussani è nota essenziale dell'essere cristiano. A partire da qui, tutto il resto. Senza di questo avremo psicologismo, attivismo, ideologia. Fragili e provvisori quanto l'uomo, anche se acuto o generoso.
Sono trascorsi molti anni da queste prime timide riflessioni, tese a risignificare in modo nuovo la vita quotidiana, per «unificarla» nella fede. Oggi, molte cose sono comuni e condivise nell'educazione dei giovani alla fede.
CL si riconosce a fondo in quelle prime intuizioni. Con il passare del tempo ci sono state precisazioni ed approfondimenti. Molti elementi che prima erano impliciti oggi sono precisi e fondati.
Da queste radici è nato uno dei punti forti del nostro discorso: la sogget­tività ecclesiale è anche un tipo di soggettività politica. La consapevolezza cioè che il fatto cristiano interroga la globalità della vita ci porta a concludere che una soggettività ecclesiale, se vissuta a pieno titolo, non può non giocarsi in qualche modo anche «dentro» il fatto culturale e politico. Ci accusano di integralismo, proprio per questo.
Per noi, però, è chiaro che il processo fede-cultura non è «deduttivo», per una costruzione di tipo meccanico di una nuova politica e di una nuova cultura, comunque sempre da inventare.
Noi diciamo che la esperienza di fede è capace di illuminare e guidare il «muoversi cristiano» anche nella ricerca culturale e nella prassi politica. Affermiamo la continua e feconda dialettica fra questi due poli. Ma non vogliamo la rottura né, peggio, il reciproco disconoscimento. La fede, certo, non coincide con una cultura. Ma è altrettanto evidente che non è neppure possibile vivere una esperienza di fede senza incarnarla in una cultura. Perciò la fede «genera» una cultura, anche se essa non esaurisce la forza della fede e quindi va continuamente giudicata dalla fede stessa. Su questa strada il discorso diventerebbe lungo. Proprio per questo non lo vogliamo fare. Abbiamo ricordato solo alcuni «aspetti» della nostra proposta. Sono la forza di coesione del movimento. Fondano la necessità di una unità interiore con Cristo da cui scaturisce quella unità-comunione con i fratelli a cui teniamo molto, come al segno e al luogo in cui lo Spirito fa unità, oltre i nostri limiti e incoerenze.

LA COMUNICAZIONE DEI VALORI PER UN REALE «MOVIMENTO»

CL non è un movimento centralizzato. Non esiste una staff di cervelli a Milano che pensa e programma a nome di tutti gli altri. L'ambito fondamentale di CL sono le comunità disseminate ormai in tutta l'Italia. Le singole comunità sentono però il bisogno di un confronto tra di loro. Desideriamo cioè una circolazione ampia e motivata di valori, che raggiunga davvero tutti. Questo è il nostro movimento: un'amicizia organica nella fede.
Il problema non è solamente nel rapporto gruppi-movimento. È più vasto: investe anche il rapporto persona-gruppo. I giovani si sentono di CL, se conoscono e fanno propri i valori di CL. I singoli gruppi si sen­ tono parte di un tutto se si identificano operativamente con CL.
Di qui e per questo una batteria di «strumenti» e di momenti comuni, della cui validità oggi l'esperienza ci ha fatto convinti. Questi permet­ tono di configurare concretamente il movimento.
Li elenchiamo, per condividere con gli amici queste nostre intuizioni.

1.A livello cittadino (zonale o regionale) il momento fondamentale della vita delle singole comunità è rappresentato da quella che noi chiamiamo
«scuola di comunità». È tenuta su tre livelli differenziati, per raggiungere
in forma adeguata gli adulti, gli universitari e gli studenti delle scuole superiori. Un identico discorso, fatto con modulazioni diverse che si svolge in 4 tempi nel corso dell'anno.
La scuola di comunità è soprattutto un grosso momento di catechesi. È la proposta di alcuni contenuti fondamentali fatta a tutti coloro che si riconoscono in CL.
Abbiamo un tema (normalmente coincidente con quello che la CEI pro­pone ai movimenti organizzati); sul tema elaboriamo un testo che serve da guida comune nei 27 centri in cui a tutt'oggi, si svolge la scuola. I singoli punti con cui il discorso è svolto sono corredati da una abbon­dante documentazione biblica e dalla segnalazione di esperienze. Il pregio del testo è la sua origine: non nasce a tavolino, ma dalla vita; non da pochi esperti ma sul contributo della base. Infatti lo elaboriamo in un confronto molto allargato, durante gli incontri dei sacerdoti e dei «respon­sabili» locali. Molto materiale proviene direttamente dai contributi delle singole comunità.

2. La scuola di comunità è ripresa nelle «assemblee permanenti». Setti­manalmente (o, al massimo, ogni quindici giorni) in gruppi piccoli e omo­ genei, ci ritroviamo per approfondire icontenuti della scuola di comunità. Il testo viene sviscerato, parte dopo parte: ce lo spieghiamo reciproca­ mente, arricchendolo con la personale esperienza di scuola, università, fabbrica, famiglia e quartiere.

3. A livello nazionale, normalmente programmiamo incontri di respon­sabili e momenti di preghiera e di riflessione comune, sullo stile di «esercizi spirituali». Questi incontri sono importanti, perché mettono in circolazione i valori che le singole comunità hanno maturato, creando fattivamente il respiro nazionale del movimento. Gli esercizi spirituali sono molto frequentati. Una sola cifra: lo scorso anno abbiamo incontrato per ben due volte oltre 4.000 universitari e 7.000 studenti delle superiori. Gli adulti superano le 2 migliaia nella sola diocesi di Milano. Non voglia­mo che il problema economico sia discriminante. Per questo abbiamo tro­vato un sistema di ripartizione delle spese, attraverso «collette».

4. Ci sono poi i momenti di incontro, vario e ricco, propri di ogni comu­ nità di scuola, fabbrica, quartiere. Formano il tessuto portante «reale» del movimento. Solo per esemplificare: ogni settimana, le comunità vivono una intensa assemblea liturgica; ogni mattina i ragazzi si incontrano, prima della scuola, per la celebrazione delle lodi; a livello di plessi scola­ stici o di facoltà universitarie, esistono le assemblee di giudizio, aperte a tutti, per esprimere valutazioni e progettare interventi, sulla situazione in cui si è immersi.

5. CL si è data una serie di strumenti espressivi e di confronto a mezzo stampa: dalla rivista mensile «CL» e dai «Quaderni» a quella che propone studi e ricerche alle singole comunità, ai molti fogli che circo­ lano a livello cittadino e regionale. Lo strumento stampato, però, ha notevoli limiti e incovenienti. Le idee circolano da persona a persona. Il movimento si costruisce nei contatti e negli incontri.
La stampa serve soprattutto per offrire una «immagine pubblica» del movimento meno approssimativa. Attraverso essa CL esprime un giudizio ed una presa di posizione sui fatti sociali, scolastici e politici.
Il nostro giudizio è comunicato a volte anche attraverso manifesti affissi in buona parte delle città d'Italia.

«VIENI E VEDRAI!»

Per capire CL bisogna vivere con noi: farne parte. CL è prima di tutto un'esperienza, u fatto che interpella la vita. La si prova soprattutto per comunicazione diretta, non per informazione.
Questo non vuoi dire che non si debba maturare una consapevolezza cri­tica dell'esperienza che si fa.
È una scelta discutibile, d'accordo. Per noi importante. Per noi non è una scelta emotiva. Ci sembra l'esigenza che fa la Chiesa: la Chiesa la si prova, vive nello scambio e nell'amore. Da questo contatto di esperienza, nasce il clima che si respira nelle nostre comunità e lo sforzo che facciamo per identificarci con chiarezza e decisione.
Qualche volta nasce anche un linguaggio un po' nostro. Qualcuno lo chiama «gergo». E.va bene, se gli va bene. Per noi è il veicolo più immediato per capirci e per comunicare. Chi ci ascolta e dialoga sincera mente con noi, scopre presto che non è questione di parole: ci sono contenuti e valori che le parole trasmettono. Su questo noi teniamo duro. Non tanto alle formule. È la nostra proposta. La fedeltà che vogliamo vivere al nostro essere cristiani, oggi-qui. A chi ci interpella diciamo: Non siamo né gli unici né i migliori. Vivi e confrontati, noi siamo questo.
Il pericolo di fare discorsi solo nostri è sempre reale. Per questo desideriamo !asciarci interpellare dalla Parola di Dio e dalla storia. Vogliamo che CL non ripeta le parole di questo o dell'altro. Vogliamo parlare «cose cristiane», compromettendoci fino in fondo con un tentativo di dare carne alla fede, anche nel nostro tempo e nei luoghi dove incontriamo l'uomo d'oggi.
Con coraggio e decisione. Perché sono troppi oggi coloro che le camuffano o svendono come accessorio ciò che invece è essenziale: per il cristiano e per l'uomo.

 

IL GRUPPO «GIOVANI A. C.» A VICENZA

UN METRO CHIAMATO TESSERA

Si può prendere come fatto indicativo della trasformazione dell'associazionismo avvenuta nella nostra Diocesi in questi ultimi anni l'andamento numerico delle tessere di Azione Cattolica.
Ogni anno c'è stato un calo, una diminuzione tale che in circa dieci anni siamo scesi a un quinto dei tesserati. Eppure questo fattore non preoccupa perché il valore della tessera è stato ridimensionato. È il segno dell'appartenenza libera e responsabile a un movimento, ma più praticamente è il contributo economico per andare avanti. Ai Campi-scuola solo il 20% dei partecipanti ha la tessera; l'altro 80% probabilmente fa parte di un gruppo di A.C., anche se formalmente non aderiscono.
La partecipazione al movimento non è quindi più legata ad un fatto esterno, ma è fondata sulla condivisione di valori. E questo mutamento della base è stato parallelo a tutto un mutamento del vertice.

QUANDO CAMBIA IL VERTICE

Il cambio a livello diocesano sul piano della pastoralità è abbastanza recente. Al centro ora c'è un gruppo di persone, giovani, con un paio di preti, che si ritrovano, abbastanza regolarmente, ogni settimana. Questo centro si configura a livello diocesano prevalentemente come un gruppo di servizio, attento alla realtà associativa e alla realtà pastorale. Alla realtà associativa perché ogni gruppo di A.C. viva un'esperienza autentica. E attento alle realtà pastorali perché ogni gruppo si apra per un servizio ecclesiale in ordine alla catechesi, alla liturgia, ai servizi caritativi, di animazione del mondo della scuola e dei ragazzi.
Il gruppo diocesano ha oggi un compito piuttosto organizzativo. E questo
è uno dei suoi grossi limiti. Fa fatica a vivere al suo interno una esperienza comunitaria e di interscambio di valori. L'abbiamo toccato con mano e stiamo cercando di venire fuori da questa situazione di stalla in modo che anche il gruppo diocesano riesca a rielaborare una più vasta capacità di creatività.
Il gruppo ha una presidenza che è collegata con tutti gli altri settori.
Per cui si sente il polso di un po' tutta l'A.C. che è fatta di ragazzi. di educatori dei ragazzi, di adulti. Tutte le età, insomma ci sono dentro con le loro problematiche.

DAL VERTICE IN GIÙ

Il passaggio dal vertice ai gruppi è affidato principalmente agli incontri a livello vicariale, di quelli che sono un po' gli animatori dei gruppi parrocchiali. Abbiamo 2/3 incontri durante l'anno con questi responsabili. Lì noi portiamo le nostre proposte, ascoltiamo le loro esigenze e cerchia· mo assieme di far circolare qualche idea, qualche iniziativa. Anche il giornale è importante per comunicare: la Diocesi stampa quasi mensilmente un giornale dove c'è uno spazio per comunicare riflessioni, proposte, iniziative che possono servire per la vita di questi gruppi. Ci sono altri incontri direttamente con i gruppi nelle Parrocchie, fatti da qualcuno di noi. Ma il momento più forte è quello dei Campi-scuola, dove avviene un momento particolarmente forte di riflessione comune, di ricerca, di maturazione di idee. I campi sono continuati, in alcune giornate, (tre durante l'anno) in cui si radunano i gruppi che hanno partecipato ai Campi-scuola.
Durante l'anno suggeriamo anche qualche iniziativa particolare a livello parrocchiale, vicariale o diocesano. Ne abbiamo in programma un paio quest'anno, ancora in fase di studio: delle giornate d'incontro dove i responsabili dei gruppi di A.C. e i partecipanti ai Campi-scuola dovrebbero fare, a livello di vicariato, una certa promozione per incontrare un po' tutti i giovani che hanno desiderio di incontrarsi, di approfondire qualche argomento.
Lo scorso anno abbiamo cominciato una nuova attività che ci pare importante. Abbiamo fatto una Scuola per Animatori. La maggioranza delle persone che hanno frequentato erano giovani. Queste scuole, organizzate in 14 vicariati, consistevano in 8 incontri di un paio d'ore dove si accostavano alcuni temi fondamentali. Si parlava della Chiesa del dopo Concilio, qualche linea sull'associazione, sulla dinamica di gruppo. Quest'anno si è cominciata anche una scuola biblica. Sono 10/15 lezioni di accostamento popolare, di elementi fondamentali per leggere la Parola di Dio. Attualmente sono 3 i vicariati che l'hanno richiesta. Per entrambe le scuole abbiamo preparato delle dispense che servono sia a chi va a tenere le lezioni, sia ai partecipanti. Queste scuole sono un aiuto che i gruppi di A.C. offrono a tutta la diocesi indistintamente, anche se poi per motivi di tempo e anche di interesse, sono in prevalenza i giovani quelli che seguono questi lavori.

UNA STRUTTURA CHE DIVENTA UTILE

I rapporti tra centro e periferia sono certamente uno dei punti più difficili da potersi definire, perché, mentre in passato c'era un criterio istituzionale che consentiva di cogliere bene chi veniva e chi non veniva, in questi ultimi anni è stato abbandonato questo criterio e si sono fatti incontri per coloro che sentivano di aderire, che avevano volontà di incontrarsi per costruire una comunità.
C'è stato, poi, un cambiamento nel modo di incontrarsi. Prima i dirigenti diocesani andavano nelle parrocchie per tenere adunanze, per formare dirigenti parrocchiali, vicariali. Per portare proposte e per discutere con loro come realizzarle sul posto. Ora si è passati a incontri-scambio di esperienze su quello che ciascuno nel proprio ambiente vive. Bisogna tener conto che da noi l'associazione è sempre stata molto condizionata (senza usare l'espressione in maniera negativa) dalle varie parrocchie, per cui ha assunto configurazioni diverse.
Potremmo dire che formalmente è A.C. perché i nostri gruppi sono gli unici a livello giovanile che facciano un certo servizio, gli unici che hanno la preoccupazione di incontrare gli altri. Ma il modo in cui si esprimono nelle varie parrocchie è diverso. Quindi le basi si sono sentite molto autonome dopo la caduta del legame giuridico e istituzionale. Da parte del centro si tende a responsabilizzare la base e a renderla il più possibile creativa. Superare il periodo in cui era stata prevalentemente esecutiva e non impegnata in tutto il progetto di ricerca dei valori e dei metodi.
A livello diocesano facciamo le verifiche e stimoliamo all'incontro tra gruppi e gruppi, tra parrocchie e parrocchie. È sempre faticoso far uscire la gente dalla parrocchia, confrontarsi con altri e cercare di collegarsi con tutti.
Una difficoltà grossa per i collegamenti con la base sorge dal fatto che gli animatori e i responsabili nel settore giovanile cambiano rapidamente. Questo comporta notevole difficoltà per il vertice. Proprio il settore giovanile, che domanderebbe a livello di responsabili della gente abbastanza assestata, vede il fluire di questo avvicendamento. Si rischia di diventare frammentari perché cambia il vertice, cambia la base e ogni cambio porta delle rotture, delle discontinuità.

L'ANIMA DELLA STRUTTURA

Il perno di ogni nostra struttura è lo sforzo di far circolare «valori» seri e impegnativi. Ma i valori non si inventano...
È servito molto quest'anno far intervenire ai Campi-scuola persone ben preparate su temi specifici. Il materiale viene raccolto e sistemato. È sorta così una dinamica di formazione permanente dove questi contenuti vengono a contatto con una base che sta via via scoprendo le sue esigenze. Non sono contenuti imposti ma sono richiesti dalla scoperta di superficialità e di pressapochismo fatta dai gruppi stessi nella loro revisione, per cui sentono la necessità di trovare delle basi solide.
I valori attorno ai quali ci si ritrova sono quelli comuni a tutti i cristiani.
L'importanza di essere gruppo, l'importanza di essere collegati come gruppi. È sentita molto questa esigenza anche se poi concretamente è difficile realizzarla.
È il discorso della dinamica di gruppo e della vita di gruppo. Il gruppo rimane un valore per la formazione e la maturazione della persona.
Questo discorso è ormai abbastanza condiviso, se pure all'inizio c'era stata qualche perplessità nell'accettarlo.
Un altro discorso che abbiamo sempre cercato di fare e che ci pare sia abbastanza condiviso è quello del servizio pastorale. Ci sono gruppi che si ritrovano soprattutto per maturare questa responsabilità pastorale. Nella parrocchia si è insistito molto sulla necessità di aprirsi al servizio pastorale. Crediamo che sia la cosa più importante.
Abbiamo poi sentito importante il fatto di non essere gruppi «giovanilisti», ma, proprio per la nostra conformazione di associazione, sentiamo il bisogno di maturare un rapporto di servizio con i ragazzi, e di trovare momenti e motivi per un incontro con gli adulti, per l'idea di Chiesa, di comunità alla quale tendiamo.
Noi abbiamo fatto in questi anni molto spesso il discorso di Chiesa locale: una realtà che manifesta la Chiesa, che la vive concretamente, che si propone non per insegnare, ma come testimonianza di gruppi, di persone che vivono. Di qui la nostra preoccupazione di essere all'interno della Chiesa locale. Per questo la nostra struttura è fondata sul vicariato (in diocesi sono una ventina) come punto intermedio tra il gruppo diocesano e i gruppi parrocchiali. E ci teniamo molto perché altrimenti sarebbe impossibile raggiungere tutti i gruppi che in diocesi sono almeno 200. Infine si coglie sempre di più la necessità di un'incidenza concreta del gruppo nella realtà sociale. Il discorso di «fede e impegno politico» è venuto fuori in maniera abbastanza viva in questi anni, anche se lentamente perché le difficoltà concrete sono molte.

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