La crisi degli apparati di socializzazione

Inserito in NPG annata 1979.


P. Bassi - A. Pilati

(NPG 1979-10-43)


IL TRAPASSO DA UN MONDO AGRICOLO AD UNA SOCIETÀ INDUSTRIALE

Alcune date possono servire ad inquadrare la questione. La fine degli anni '50 e i primi anni '60 vedono tanto il dispiegarsi delle grandi ondate migratorie dal Sud verso il triangolo industriale quanto lo sviluppo del boom economico che porta gran parte della popolazione italiana nel circuito dei consumi espansivi e della civiltà industriale; l'agricoltura conosce un progressivo abbandono, nasce il centro-sinistra con il suo timido tentativo di compromesso tra l'establishment dominante e una parte delle classi lavoratrici, si istituisce la scuola media unica, il televisore e l'automobile entrano quasi in ogni casa.

L'accrescersi della domanda di autonomia nell'Italia del dopoguerra

Fu un periodo di cesura che trasportò l'Italia da un costume culturale agricolo-tradizionale ad uno consumistico-industriale: il contraccolpo sul piano dei comportamenti, prima timido e inavvertito, poi sempre più netto, fu una progressiva domanda di autonomia sociale: sempre più ampi gruppi di soggetti, in passato inglobati nei vincoli della tradizione e nei comportamenti precostituiti dalla sua autorità, rivendicano una propria peculiare figura, dotata di responsabilità e di scelta: la decisione si individualizza, disperdendosi nel corpo sociale e coagulandosi in nodi inediti rispetto alla gerarchia semplificata della civiltà agricola. Si costituiscono in autonomia, come corpi decisionali dotati di un proprio potere sociale, folti gruppi delle classi lavoratrici, gli studenti, le donne. Si decentra la decisione, l'autorità si frammenta e si democratizza, la società prende a laicizzarsi, maturano il '68, il '69, il '74.
Sono passati quasi vent'anni dalle prime avvisaglie di questo movimento, è ormai maggiorenne la generazione che è vissuta per intero entro questa fase di trapasso e non ha conosciuto neppure per un istante la società organica, resa compatta dalla tradizione, che il simbolo degli anni '50 (ormai mitizzati nel revival) designa con efficacia. È una generazione che, dal momento in cui ha aperto gli occhi, ha visto la televisione, che conosce il '68 e i Beatles come un fatto storico ed è abituata a considerare il Pci come uno stabile componente dell'area del potere.

L'indebolimento dell'identità sociale

La crisi degli apparati di socializzazione è iscritta per intero, come sintomo e come radice, in questi dati. La carenza di memoria storica delle giovani generazioni, il loro distacco dalla civiltà che sentiamo come nostra, trovano la propria origine nella cesura che la svolta dei primi anni '60 ha segnato rispetto alla tradizione e nella parallela instaurazione di un quadro di moventi e di valori inedito per la nostra cultura e difficilmente omologabile entro i suoi quadri di riferimento.
Del resto è un facile collegamento quello che avvicina le distorsioni della socializzazione alla crisi di riconoscimento di una cultura: i valori che un gruppo sociale individua come guide di orientamento nella vita e come criteri di organizzazione del vincolo comunitario sono, in via immediata, quelli che presiedono alla socializzazione dei nuovi arrivati (alla loro omologazione nel gruppo) e, in corrispondenza, al lavoro degli apparati che hanno per obiettivo di elaborare e perfezionare tale sviluppo.
È appunto questo nesso che la grande trasformazione dei due decenni che ci precedono mette in questione: si è avuto un esteso mutamento collettivo, materializzato in una nuova figura della cultura sociale; la socializzazione ha risentito di questa modificazione che non è ancora pervenuta a completare i propri quadri di riferimento; i giovani rappresentano, come esito terminale, le distorsioni e le incertezze, di questa generale riconfigurazione dell'identità sociale.
Per comprendere lo stato attuale della socializzazione e i suoi prevedibili sviluppi, in corrispondenza con l'evoluzione della società italiana, occorre sceverare i momenti della trasformazione sociale e individuarne componenti, moventi, rapporti di forza: solo se si intende la direzione della complessiva cultura sociale si può ricomprendere –crediamo – l'andamento e il senso dei processi di formazione.

Il diffondersi di una mentalità acquisitivo-privatistica

L'uscita dalla tradizione agricola, l'omologazione al clima industriale, per il modo anarchico e magmatico con cui si è sviluppata in Italia, ha comportato sul piano culturale una serie di conseguenze in molti casi incoerenti e conflittuali. In via schematica si possono ricapitolare nei termini seguenti. In primo luogo si costituisce, imponendosi come dominante, una mentalità acquisitivo-privatistica. Nella società guidata dalla tradizione la comunicazione si svolge in prevalenza per vie orizzontali, il consumo è limitato da vincoli oggettivi (sia materiali che organizzativi), il campo di scelte del singolo è strutturato con precisione dal sistema delle autorità, la mobilità sociale è ridotta e compensata da un'estesa solidarietà collettiva. Nella società a base industriale il tessuto collettivo tende a lacerarsi, complice anche l'ambiente urbano che divide e isola, la famiglia si riduce alla dimensione nucleare e diviene in questa forma la base, spesso priva di collegamenti, della vita collettiva, le tensioni del lavoro e della segregazione sociale vengono risarciti dall'estesa possibilità d'acquisizione di oggetti e simboli. La frammentazione privatistica disperde i centri di autorità, i luoghi della tradizione vengono surrogati dai mass-media, il progetto della mobilità ascensionale diviene la prospettiva offerta al nucleo familiare privatizzato per riconoscere la propria identità.

L'accrescersi dello spazio di decisione autonoma dei soggetti

Il diffondersi della mentalità acquisitiva e privatistica, che trova i propri punti di coagulo in via verticale, attraverso l'unificazione dei mass-media, piuttosto che in via orizzontale, attraverso lo scambio e la comunicazione entro il tessuto sociale, innesca processo di autonomizzazione dei soggetti, L'orizzonte di vita non è più predeterminata dalla tradizione, i vincoli allo sviluppo individuale sono tolti e le prospettive della mobilità appaiono teoricamente infinite; il verticalizzarsi della comunicazione, sempre più impersonale e indiretta, favorisce l'indipendenza dall'autorità, l'acquisizione di una decisionalità personale. Laicizzazione, diffusione di progetti di vita autorganizzati, l'emergenza di nuovi soggetti, diffusione impersonale di valori ideologici reinterpretabili autonomamente costituiscono altrettante facce del medesimo processo.
Si tratta di una miscela densa di potenziali effetti: da un lato vi è la compiuta emancipazione del corpo sociale, la sua uscita di minorità civile; dall'altro vi è la progressiva frammentazione del tessuto collettivo, la perdita di organici valori unificanti, la mancanza di una ricomposizione culturale che l'autorità nuova ma dispersa e poco selettiva deí mass-media non è capace di generare.

Due fattori di rallentamento della frammentazione del tessuto collettivo

Due fattori principali rallentano il manifestarsi di questi effetti potenziali: il primo è la residua efficacia del sistema politico che, con il disegno del centro-sinistra, riesce ad elaborare un progetto in grado, anche se insufficiente e monco, di offrire – in qualche misura – prospettive di ricomposizione e di organica congruenza ai crescenti processi di autonomia sociale; il secondo è rappresentato dalla persistente capacità di condizionamento della tradizione in una situazione in cui la trasformazione sociale non ha compiuto fino in fondo la propria evoluzione. Durante gli anni '60 viviamo ancora in un periodo di consumismo imperfetto, di incompiuta apertura dell'autonomia sociale. D'altro lato la persistenza di una consistente prospettiva di mobilità ascensionale canalizza le tensioni ed evita che i rapporti tra le classi e le corporazioni giungano ad esiti fortemente conflittuali.
Tuttavia la socializzazione comincia a conoscere momenti di incertezza: la scuola prende a modificare la propria fisionomia, nella famiglia si riorganizzano i rapporti tra i componenti, i luoghi dell'autorità si disperdono in modo via via più rapido.

LA CRISI DEGLI APPARATI DI SOCIALIZZAZIONE NEGLI ANNI '70

La svolta degli anni '70 mostra il progressivo incrinarsi di questo equilibrio precario i cui elementi, in un breve lasso di tempo, entrano quasi tutti in crisi.
Il processo di autonomia sociale perviene a compimento: il '68 degli studenti, il '69 dei metalmeccanici, il movimento delle donne generalizzatosi sulla spinta di quel clima.
Si riduce la capacità progettuale e la proposta di valori
Il corpo sociale appare ormai stabilmente suddiviso in gruppi e sezioni che emanano dal proprio interno un'autorità capace di orientare le azioni dei membri, ma quasi sempre impotente a farsi ascoltare al di fuori dei confini di gruppo; il sistema politico cessa ogni elaborazione progettuale e si fissa, in una fase di grande grigiore, su una guerra di posizione in cui ognuno cerca faticosamente di difendere i propri territori, man mano tuttavia più friabili; i ceti dirigenti sembrano abbandonare per alcuni anni ogni ambizione di egemonia sociale limitandosi a presidiare i luoghi nodali del potere.
Cresce in sostanza nella società il potere di decisione di individui e gruppi, ma contemporaneamente si riduce la capacità progettuale, l'ambizione di proporre valori e orizzonti di sviluppo sociale. Aumentano gli interlocutori sociali, diminuisce l'intelligenza collettiva: l'autonomia si esaurisce nella difesa del potere di consumo o di piccoli luoghi di autorità; l'architettura della società risulta sempre più sgradevole ma non emerge alcun disegno effettivo e mobilitante di ricostruzione.
Lo scadimento del rapporto propositivo tra istituzioni formative e giovani
Per gli apparati di socializzazione questo processo si traduce in una duplice pressione negativa. Dall'alto viene a mancare un orientamento, una definizione di prospettiva, in conseguenza dell'assenza di un disegno politico-sociale di largo respiro: l'ordinamento passato è scaduto, uno nuovo e condivisibile dai ceti dominanti non è ancora all'orizzonte: la strategia diviene quella del piccolo cabotaggio, della difesa pragmatica e flessibile dei poteri acquisiti. Dal basso c'è la fuoriuscita dei soggetti dal circuito di applicazione dell'autorità dell'organo socializzante: nel momento in cui il corpo sociale si suddivide in autonomie sempre più estese e mancano momenti di ricomposizione organica, i soggetti della socializzazione chiedono essi stessi di costituirsi come autorità capace di emanare valore. La scuola si frammenta in una sommatoria di sistemi e di autorità privi di collegamento che hanno per effetto la semplice riproduzione della «macchina» organizzativa. La famiglia, sottoposta ad una crisi di funzione e di identità derivante dalla riconfigurazione di tutti i suoi membri, sempre meno riesce a porsi come centro di orientamento e di valore.

La produzione «dal basso» di valori

La frammentazione sociale apre così l'epoca di una crescente socializzazione dal basso; ogni sezione del corpo sociale tende a costituire in sé le proprie fonti di elaborazione valoristica: diventa più difficile il colloquio tra i vari spezzoni della società e, al contempo, si smarrisce la memoria della tradizione, il rapporto con l'esperienza accumulata nel passato: nel momento in cui perdono autorità per l'assenza di una coerente legittimazione dall'alto, gli apparati di formazione si trovano costretti a vincere la resistenza di forme di autocostruzione sociale, selvagge in quanto disperse da un collegamento con qualsivoglia tipo di tradizione e tuttavia assai forti.

Si estende la «socializzazione selvaggia» e la dipendenza culturale dai mass-media

Due elementi rendono più grave e drammatica la situazione: il primo è il bloccarsi di ogni prospettiva di mobilità ascensionale che, con lo stabilizzarsi dell'economia su forme recessive o comunque mediocremente espansive (con il corollario di forte disoccupazione e lavoro precario), finisce con l'impedire ogni capacità di assorbimento delle tensioni, obbligando sulla difensiva i vari spezzoni sociali; ciascuno di essi reagisce moltiplicando le reazioni di autodifesa privata, limitando lo scambio sociale e incrementando di conseguenza le proprie fonti di socializzazione.
In una società sempre più divisa e corporativa, la socializzazione selvaggia tende a progredire ed estendersi; ciò di fatto limita e condiziona in via crescente l'ambito operativo e le capacità di influenza degli apparati di formazione.
Il secondo elemento negativo per lo sviluppo della socializzazione è il rapporto di dipendenza (quando non di colonizzazione) che si istituisce tra mezzi di comunicazione di massa e apparati formativi. La produzione di idee e di immagini, nella società attuale, dipende in misura sempre maggiore dai grandi apparati di comunicazione: il consumo è sempre più veloce e poco durevole, l'attitudine spettacolare ed enfatica è il mezzo più efficace per affermarsi a fronte della concorrenza, i valori si costituiscono nel
gioco di una comunicazione che le leggi di mercato costringono ad essere semplificata e mitizzante. La comunicazione interpersonale si contrae e si scarnifica, la socializzazione finisce a dipendere per i propri quadri di riferimento dall'elaborazione fluttuante e mitica dei mass-media; gli apparati di formazione non hanno la forza di controbilanciare e superare questo sfondo di nozioni che ormai costituisce una sorta di ambiente naturale in cui vive l'uomo d'oggi: la loro azione principale in questo contesto diviene l'inseguimento e il recupero dei valori elaborati dallo spettacolo della comunicazione. La riduzione dei suoi spazi può essere controbattuta soltanto in un disegno generale, a dimensione sociale e politica, capace di ridurre e portare a ricomposizione la frammentazione collettiva.