Ragazzo: uomo in costruzione

Inserito in NPG annata 1979.

 

(NPG 1979-06-74)

 

Molte volte trattiamo la gente come se fossero cose, o «come alberi che camminano», come diceva il cieco del Vangelo (Mt 8,24). I genitori trattano i figli come cose, i figli trattano i genitori come cose. Anche gli educatori fanno lo stesso con gli allievi, e questi con gli educatori. Nel negozio e nella propaganda, la gente figura come merce. Ciò che importa è vendere, ingannare il pubblico. Ed il ragazzo vive in questo mondo nel quale i propri simili sono «cose». Dobbiamo insegnargli ad incontrarsi con la gente, a incontrarsi con le persone, a scoprirle, comprenderle, accettarle e convivere con esse ad un livello umano. L'uomo in ogni momento costruisce e alimenta la sua personalità in contatto e grazie al contatto con l'altro.
Sentirsi isolato, disprezzato, qualcuno che non conta, provocherebbe nel ragazzo il crollo della sua esistenza personale e sociale. Infatti egli, a quest'età sente il peso della sua persona tra gli altri, arrossisce, cerca di rendersi importante e di richiamare l'attenzione. Queste disposizioni d'animo lo spingeranno anche a mentire per salvare il suo prestigio. E anche quando si nasconde o fugge dal contatto con gli altri, si rifugia nel castello della propria fantasia, per entrare in rapporto con personaggi immaginari costruiti sulla propria misura. Egli ha bisogno degli altri anche per giocare, per divertirsi: è un bisogno assoluto della sua età. Da solo s'annoia, si stanca, non può soddisfare questo bisogno. Nel contatto con gli altri il ragazzo impara a comprendere e a sentirsi se stesso. Di qui nasceranno reazioni e sentimenti di orgoglio, vergogna, stanchezza, pentimento, gioia, ecc.
Senza l'incontro interpersonale, non vi può essere vera educazione.
La crescente tendenza all'isolamento, dovuta ad alcuni problemi di età, crea la necessità di aiutarlo nel suo inserimento sociale e nel contatto con le persone. L'inclinazione verso un'amicizia più intima con qualche compagno, può rinchiuderlo impedendogli che si apra al contatto con le altre persone.
Il vivere immerso in un piccolo gruppo, quando ha raggiunto un sufficiente livello di intimità, può impedire una relazione personale necessaria con gli altri. Il concentrare buona parte delle sue preoccupazioni sulla propria persona, dovuto ai cambiamenti che si producono in questa età, soprattutto in rapporto con la pubertà, può impedire il contatto personale con gli altri.
Di qui l'importanza di studiare i meccanismi delle relazioni umane per aiutare il ragazzo a stabilire maggiori contatti con gli altri.

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Premesse per l'educatore
Situazione attuale
I contatti con le persone sono oggi favoriti ma:
– non sempre questo contatto è profondo;
– spesso si esaltano aspetti negativi (erotismo);
– talvolta i contatti sociali limitano quelli familiari oppure la famiglia interferisce nei contatti sociali.
Bisogno di demassificazione
Perché i ragazzi più degli adulti sono soggetti:
– alla massificazione scolastica;
– all'isolamento sociale, familiare e religioso, imposto dalla massa.

Conoscenze ed atteggiamenti dell'educatore
A livello psicobiologico
Occorre che l'educatore tenga presente che il ragazzo spesso è frustrato:
– dal timore di non essere accettato;
– dal fatto di ritenersi inferiore agli altri in forza, destrezza, abilità.
A livello psicosociale
ll ragazzo ha bisogno di incontrarsi con gli altri:
– anche solo per stare insieme;
– per comprendere in che maniera lui dipende dagli altri e gli altri da lui.

Orientamenti metodologici
– Tutti gli educatori siano maestri e modelli di valori;
– favoriscano la possibilità di scelta di attività in modo che il ragazzo possa incontrare persone diverse;
– favoriscano la cooperazione in gruppo;
– aiutino i ragazzi a scoprire Dio nelle persone e negli avvenimenti.

Obiettivi e proposte concrete
– Conoscere la gente nella loro realtà personale aiutando il ragazzo a riscoprire le persone, le loro attività, i loro problemi.
– Far scoprire al ragazzo in che misura dipende dai suoi genitori, quanto essi hanno fatto per lui e quanto continuano a fare.
– Fargli scoprire in che grado dipende da altre persone. Esaminare quante persone sono intervenute perché possa mangiare, vestirsi, istruirsi, divertirsi...
– ll ragazzo conosca a fondo i propri compagni e stabilisca contatti con essi. L'importante è il dialogo umano da stabilire con essi, cercando di accettarli così come sono senza imporre il proprio io.
– Si interessi dei problemi umani della società, giungendo agli aspetti più umani della situazione e alla problematica più personale.
– Conosca i problemi internazionali che interessano tutti.
– L'educatore sensibilizzi i ragazzi alla capacità di donarsi agli altri, aiutandoli a pensare che gli altri hanno bisogno di lui e che lui può offrire qualcosa agli altri.
– Formi i ragazzi alla conoscenza e al rispetto delle persone dell'altro sesso.
– Offra occasioni perché il ragazzo possa partecipare alla liturgia possibilmente svolgendo un preciso ruolo (servizio, lettura, canti).

 

LE PERSONE

PREMESSE PER L'EDUCATORE

La situazione attuale
Oggi i mezzi di comunicazione sociale e altri fattori hanno favorito moltissimo il contatto fra le persone fin dalla fanciullezza. Esistono comunque tuttora carenze che possono compromettere il lavoro educativo e lo sviluppo normale del ragazzo.
– Gli stessi mezzi di comunicazione, se hanno portato innegabili vantaggi, possono talvolta ridurre il contatto profondo con gli altri, dentro e fuori la famiglia: si pensi alle ore passate dal ragazzo davanti al televisore o al cine, estraniato dal contatto vivo, dal dialogo con gli altri.
– Ancora i mezzi di comunicazione contribuiscono a portare una forte carica erotica che se può avvicinare i due sessi, nel concreto imposta un dialogo inopportuno (come età e come modo) che può essere causa di molti atteggiamenti erotizzanti, e quindi negativi sul ragazzo e sul gruppo.
– Per altro verso c'è il rischio, talvolta, che il contatto coi propri compagni superi i limiti convenienti, sia nel tempo che in intensità emotiva, a danno del sano contatto con la famiglia, tanto necessario ancora a quest'età. I motivi si collocano talvolta negli stessi educatori e genitori che non sanno creare il clima necessario per un dialogo ed un contatto naturale e spontaneo, in soddisfazione ai reali bisogni.
– All'opposto, possono mancare i contatti con i compagni, per l'eccessiva protezione dei genitori, per un affetto negativamente possessivo, che tende ad assorbire tutti gli interessi del ragazzo.
– In questa linea si può trovare nei genitori una preoccupazione eccessiva per la scelta dei compagni, non sempre selezionati dal ragazzo, secondo le norme e i criteri voluti dagli adulti. Una eccessiva interferenza dell'educatore nella «vita privata» del ragazzo, oltre a essere genericamente nociva, può causare i primi conflitti tra genitori e figli, tra adulti e giovani. D'altra parte l'educatore non può dimenticare che il ragazzo ha bisogno dell'adulto, soprattutto nella famiglia, come mezzo di identificazione e sicurezza.
Si tratta in definitiva di avere molto equilibrio: la verifica del proprio atteggiamento e della reazione del ragazzo può essere un ottimo modo per correggere a tempo errori di rapporto tra educatore e ragazzo.

Bisogno di demassificazione
Nella vita attuale, il ragazzo è soggetto a molte forze massificanti. Si pensi, per esempio, alle gradinate di uno stadio: li non vi è né vi può essere incontro tra le persone. C'è una massa urlante. Sono molte le forze massificatrici della nostra epoca, benché non si tratti di un fenomeno esclusivo della nostra epoca.
La tendenza alla massificazione, come succedette alla fine dell'impero romano in certi periodi di transizione culturale o di decadenza, è sempre aumentata.
Il ragazzo si imbatte in questa massa e vive in essa, identificato con essa, ma senza integrarsi, perché la massa non integra. Egli è semplicemente uno in più nella massa.
– La stessa scuola, a quasi tutti i livelli, ha creato anch'essa una massa. A causa delle strutture scolastiche, dei metodi di insegnamento, delle forme di disciplina, il ragazzo è diventato «uno» della massa. Non c'è stato incontro da persona a persona. Incominciano adesso a scoprirsi dei «segni» di demassificazione nelle metodologie più personalizzate.
– Questa massificazione ha portato il ragazzo all'isolamento. Non osiamo dire che si «sente» solo, ma che in realtà «è» solo. Vi è qualcosa come una conchiglia che lo rinchiude in se stesso e lo isola. La stessa TV in casa, molte volte nella sala da pranzo, fa sì che ogni membro della famiglia si isoli.
I contatti con persone adulte sono, per così dire, solo «burocratici»; in questo modo non si conosce la gente, non si tende ad approfondire la conoscenza, il dialogo, la convivenza. Ciò succede molte volte persino in casa. Quando il padre ha un momento per parlare con il ragazzo? Per parlare intendiamo dialogare, conversare di qualsiasi cosa anche indifferente.
– Vi è un isolamento anche nelle relazioni religiose. Le celebrazioni comunitarie, e tra di esse principalmente la celebrazione eucaristica, come si fanno normalmente, non invitano all'incontro. Se si tratta di celebrazioni di soli ragazzi, essi rimangono massificati come negli altri incontri di ragazzi.
Se si tratta di celebrazioni di adulti, l'esperienza dimostra che in esse vi sono solo «delle isole». Persino la distribuzione dei fedeli, se la chiesa è grande, è isolata. Il segno della pace diventa un semplice rito. Difficilmente c'è un incontro di persone, e perciò difficilmente c'è un incontro con Dio. Naturalmente, vi sono eccezioni. Vi sono gruppi nei quali si tenta e si ottiene un incontro di persone; ma sono ancora eccezioni. Per questo dobbiamo cercare delle vie per far sì che il ragazzo si incontri con le persone, i familiari, i compagni, gli adulti.

CONOSCENZE ED ATTEGGIAMENTI DELL'EDUCATORE

A livello psicobiologico
Abbiamo visto, trattando altri temi, le ripercussioni del cambiamento biologico, proprio di questa età, nello sviluppo della personalità: non possiamo perderle d'occhio, pensando alle ripercussioni che interessano il contatto con le persone:
– L'idea di se stesso, prodotta dall'immagine corporea, fa sì che il soggetto, molte volte, senta o tema che gli altri non lo accettino per la sua figura sgraziata, per la sua voce, ecc. Ciò lo porta a sentimenti di autodisprezzo, a forme di trascuratezza, e ad una certa difficoltà reale nel trattare con gli altri.
– Ciò si può applicare anche alla sensazione che a volte il ragazzo ha di non essere come gli altri quanto a forza, destrezza, abilità. Se poi la sua esperienza personale gli dimostra un ritardo dell'adattamento dei caratteri primari o secondari del sesso, questa situazione crea difficoltà nel contatto con gli altri perché il ragazzo si sente inferiore.

A livello psicosociale
– La necessità di contatto con gli altri, che deriva dall'ambivalenza «sicurezza-indipendenza», da una parte porta il ragazzo a evitare il contatto con gli adulti, specialmente con i genitori, anche se, dall'altra ne sente la necessità.
– Tutti gli educatori devono quindi progettare con frequenza la metodologia per raggiungere il ragazzo in un incontro personale. Bisogna cercare, in un clima di comprensione e di accettazione, nuove forme di avvicinamento alla «persona» del ragazzo.
– La necessità di stima ed apprezzamento da parte dei compagni, può portarlo a rifiutare tutto ciò che sembra cosa degli adulti, e ad evitare persino le relazioni umane con essi, in un momento nel quale queste sono più necessarie.
– L'educatore deve scoprire che il ragazzo ha una capacità ed una tendenza a donare: donare affetto, energie, servizi, capacità che molte volte non si sviluppano perché non si offrono occasioni per esercitarle. Le parole di Cristo «è meglio dare che ricevere» non hanno solo un valore teologico, ma anche psicologico, a questa età. Per tutt'e due i motivi, hanno anche un valore educativo, valore che: molte volte, non si percepisce sufficientemente.
– Un autentico contatto con gli altri e un lavoro in gruppo non isola come la massificazione e non livella gli individui; al contrario, permette di portare in superficie le risorse e le qualità «differenziate» che ognuno possiede e di utilizzare per il bene del gruppo. Solo a questa condizione si andrà incontro alla persona del ragazzo e si riuscirà ad integrarlo.
– Il contatto con le persone esige dei momenti nei quali l'unica finalità sia lo «stare insieme», senza un lavoro «produttivo» da compiere. I contatti potranno essere autenticamente educativi solo quando saremo riusciti a trovare dei momenti per questo tipo di incontro.
– La vita odierna, tutto sommato, non permette al ragazzo di sentire e di scoprire la necessità che ha degli altri. Fargli conoscere come e in che misura dipendiamo dagli altri e gli altri dipendono da noi, sarà un buon lavoro educativo, specialmente se gli insegniamo a fare qualche cosa da solo. Scoprirà e conoscerà le persone e ciò che dobbiamo ad esse.

A livello teologico-spirituale
– A questa età, quando è capace di scoprire il «ruolo» personale, il ragazzo è già capace di scoprire che Cristo fonda la sua evangelizzazione sul contatto con le persone (Samaritana, Nicodemo, Maddalena, Zaccheo...). Solo nell'incontro realmente personale avviene la conversione autentica.
– Inoltre Cristo si sforza sempre di incontrarsi con «la persona»: con i bambini, con gli ammalati, con i poveri, con i peccatori, con gli apostoli.
– Gesù Cristo costituisce con i suoi discepoli una vera comunità di vita, comunità che vive con lui, si sviluppa con Lui, e che forma il nucleo della prima comunità cristiana descritta dagli «Atti degli Apostoli». Crediamo che, a questa età, il ragazzo può già capire questa comunità e tentare di realizzarla, sia a livello di gruppo che, soprattutto, integrandosi in comunità cristiane più ampie.

ORIENTAMENTI METODOLOGICI

Quanto più va innanzi verso l'adolescenza, tanto più il ragazzo si sente incompreso, sia in casa che a scuola, per l'accentuazione del suo desiderio di indipendenza. Occorre perciò garantire, ogni volta di più il clima di accettazione e comprensione, che deve essere la base di tutta la nostra metodologia, in maniera che, progressivamente, il ragazzo si trovi a poco a poco integrato in detti gruppi. A tale scopo occorre creare in famiglia, nella scuola, nel gruppo un clima in cui tutti i contatti con le persone possono giungere ad essere educativi, tutti gli educatori sono modelli ed esempi: i ragazzi vengono infatti abituati a ricercare gli aspetti buoni che sempre sono presenti in qualsiasi persona. Non si deve dimenticare che, a questa età, il ragazzo sarà conquistato solo da ciò che si presenta come un valore autentico. Per il ragazzo è già caduta dal piedistallo la figura degli adulti. Perciò tutti gli educatori devono essere maestri e modelli di valori, e quando presentano altre figure, queste siano anch'esse modelli che attirino i ragazzi.
– Quando si progettano attività altruiste, far sì che siano in sintonia con le opzioni tipiche di questa età e con il suo «io ideale»: si tratterà perciò di servizi nei quali il ragazzo si senta realizzato come persona.
– Bisognerà cercare, come elementi fondamentali di formazione, i canali adatti affinché possa realizzare la sua libertà di opzione: a livello scolastico, con un'educazione personalizzata, libertà nell'organizzazione e nel ritmo di lavoro, e con attività di libera scelta; nei gruppi educativi o di altro tipo, con delle programmazioni sufficientemente ampie affinché l'individuo ed il gruppo possano realizzarsi con sufficiente libertà, preoccupandosi che i ragazzi più timidi possano integrarsi nell'azione, con l'aiuto dell'educatore e dei compagni sufficientemente sensibilizzati a questo problema.
– Sarà opportuno stabilire dei momenti distinti nella giornata del ragazzo, nei quali egli possa scegliere liberamente attività diverse, che lo mettano in relazione con gli altri a distinti livelli. Occorre dargli la possibilità e aiutarlo a scegliere le amicizie, gli incontri con gli altri, il gruppo di lavoro.
– Bisognerà organizzare attività a tutti i livelli educativi, senza escludere quello scolastico, che includano necessariamente la cooperazione in gruppo. Questo sia ricco di creatività, capace di impegnare i componenti dell'elaborazione di cartelloni murali fino alla discussione e al dibattito sul lavoro scolastico ed apostolico che è stato compiuto.
– Si ricerchino le tecniche che aiutino i ragazzi a scoprire Dio nelle persone e in tutti gli avvenimenti umani (positivi e negativi). Si insegni loro ad incontrare Dio e Gesù Cristo come persone, sia nella lettura del Vangelo, sia nei successi che hanno nella vita, sia nel modo di vivere dentro la comunità di preghiera e di azione apostolica.

OBIETTIVI E PROPOSTE CONCRETE

Conoscere la gente nella loro realtà personale
L'educatore avrà cura di:
– Cercare ed offrire piste per scoprire e conoscere la gente che ci attornia. Cercherà perciò di dare alcune norme pratiche per osservare individualmente o in piccoli gruppi la gente con cui i ragazzi hanno relazioni più o meno dirette: venditori del mercato, postini, spazzini, ecc.
– Dopo alcune esperienze di questo tipo, tentare un dialogo o confrontare le idee di ognuno sopra ciò che si è osservato, procurando di scoprire i meccanismi che agiscono nel comportamento delle persone.
In un secondo momento, far osservare la propria famiglia: cosa fa papà e come lo fa; la mamma; altri fratelli più grandi, affinché i ragazzi si rendano conto che sono persone, coi loro problemi ed i loro impegni.
– Estendere l'osservazione alla vita scolastica. Far loro scoprire questa vita, il modo di essere di ognuno dei professori. Tentare un contatto più personale con ognuno di essi fuori dell'ambito scolastico.
– Osservare, conoscere e intrattenersi con persone più povere e più umili di loro: andare a visitarle, conoscere i loro problemi, le loro inquietudini. L'esperienza dimostrerà che si fa un bene anche solo con il contatto umano che si offre loro, e che arricchisce anche noi.
– Aiutare i ragazzi a mettersi in contatto diretto con questa gente, affinché parlino del loro lavoro, dei loro problemi.
– Avviarli al teatro o a rappresentazioni di testi facili, stimolandoli ad identificarsi con «la parte» e allo stesso tempo a capire quella degli altri attori.

Far scoprire al ragazzo in che misura dipende dai suoi genitori
C'è bisogno di:
– Aiutare il ragazzo a scoprire, in primo luogo, il livello e la qualità di dedizione affettuosa che i genitori hanno avuto verso di lui. Possono essere utili dei dibattiti in questo senso, se si fanno in un clima sano e spontaneo, con gli apporti di vari allievi: scoprire le malattie che hanno sofferto, le stranezze in determinati momenti della vita, ecc., e qual è sempre stato l'atteggiamento dei genitori.
– Analizzare le cause di questa dedizione, cercando soprattutto le loro ragioni profonde.
– Alcuni autori propongono di far fare ai ragazzi un bilancio economico approssimativo di ciò che i genitori hanno investito per il ragazzo dalla sua nascita fino ad oggi, calcolando anno per anno:
Alimenti
Vestiti e calzature
Divertimenti
Educazione, libri
Spese straordinarie: malattie ed altro
Fare la somma e moltiplicarla per il numero degli anni.
– Esaminare seriamente, se possibile con l'aiuto dei compagni o con questionari, in che cosa dipendono ora dai genitori: economicamente, educativamente, emotivamente, ecc.
– Dopo le attività precedenti, fare una scheda di autocontrollo sopra i propri atteggiamenti come persone, verso i genitori. Analizzare gli atteggiamenti più frequenti ed il perché degli stessi.
– L'educatore deve cercare formule per far sì che i ragazzi si addentrino sempre di più nella problematica familiare, rendendosi conto dei problemi della famiglia ed integrandosi in essi.

Far scoprire al ragazzo in che grado dipendono da altre persone
– A tale scopo si potrà analizzare uno degli aspetti della propria vita, per esempio il vestito, e scoprire quante persone sono intervenute per procurargli ciò di cui ha bisogno per vestirsi, da colui che piantò il lino, fino al sarto che ha confezionato il vestito o il negoziante che glielo ha venduto, passando per i procedimenti di fabbricazione, sottolineando il lavoro e lo sforzo di ognuna di queste persone. Si potrà ripetere questo con altri aspetti della vita.
– Dopo la precedente analisi si potrà mettersi in contatto con qualcuna di queste persone. Se ci riferiamo, per esempio, alla costruzione, parlare con un muratore o un manovale che siano stati in casa per fare qualche riparazione, e interessarsi almeno a due aspetti fondamentali della loro vita: quello professionale (aspetti del lavoro...) e quello della vita privata (famiglia, problemi), per passare dal servizio che ci hanno reso a un contatto più personale.
– Conoscendo, mediante gli organismi corrispondenti, il funzionamento dei servizi pubblici, si potrà poi interessarsi del numero del personale, degli orari, ecc. Sempre con lo scopo di scoprire le implicazioni umane che hanno: poco tempo disponibile per stare in famiglia, rinunce al riposo domenicale, ecc. La meta da raggiungere è far sì che il ragazzo si umanizzi di più, scoprendo quanto di umano vi è in tutte queste cose.
– Converrà anche prestare attenzione al personale di servizio, specialmente quello domestico. Alcuni dei ragazzi avranno in casa delle collaboratrici domestiche, altri no. Quelli che le hanno, dialoghino qualche volta con esse su certi problemi umani. Gli altri cerchino di conoscerle mediante gli enti civili o religiosi che si interessano di questo servizio domestico.
– Oltre a queste, si possono cercare altre vie per intensificare il contatto personale, con coloro di cui abbiamo bisogno per la nostra vita.

Conoscere a fondo i propri compagni e stabilire contatti con essi
– Mediante guide di osservazione, dialogo in piccoli gruppi, ecc., giungere a conoscere le manifestazioni più importanti della maniera di essere dei propri compagni, soprattutto nelle forme più positive. Bisogna giungere a scoprire tutti i valori occulti, non percepibili a prima vista.
– Occorrerà cercare modi affinché, a poco a poco, tutti i ragazzi entrino in contatto con le famiglie dei loro compagni più intimi. Non si aspettino occasioni di feste né di onomastici, ma sia un contatto spontaneo, naturale, che si può avere in qualsiasi giorno. Gli interni possono approfittare di alcuni fine settimana più lunghi per stabilire contatti con le famiglie di compagni più vicini. L'importante è il dialogo umano da stabilire con essi.
– Fare in modo di conoscere le professioni dei familiari di ciascuno dei compagni ed avere il sufficiente rispetto reciproco per accettare come uguali le professioni più umili di altri.
– Si cercherà di giungere alla persona del compagno: cioè accettarlo com'è e come agisce, non pretendere di imporre il proprio io sopra quello del compagno.

Ottenere che le proprie relazioni con i compagni siano relazioni veramente umane
– Con l'aiuto dell'educatore si farà in modo di analizzare, servendosi del dialogo, le relazioni del gruppo, il comportamento, gli atteggiamenti, i meccanismi, quando si dà vita ad una attività scolastica o sportiva, ecc. Senza giungere ad una interpretazione, che solo un terapeuta potrebbe fare, si vedrà di scoprire i meccanismi fondamentali per migliorare un poco la dinamica delle relazioni.
– Sarà importante scoprire insieme ciò che ognuno può apportare in un'attività e creare uno spirito di autentica collaborazione in attività di ogni tipo: ottenere che tutti contribuiscano con delle idee e che tutti collaborino con le idee degli altri. A questo scopo è necessario uno spirito di gruppo abbastanza forte, che si otterrà a misura che i ragazzi si accetteranno l'un l'altro.
– Si analizzerà il grado di mutua accettazione ed i motivi per i quali certi compagni sono rifiutati sistematicamente. Si cercheranno i meccanismi e si aiuteranno al superamento in un clima di comprensione e di accettazione.

Conosca e si assuma i diversi ruoli che deve sostenere
Suggeriamo:
– In primo luogo di aiutarlo a scoprire i suoi ruoli personali: figlio di famiglia, studente, membro di collettività varie, ruoli che si concentrano tutti sulla sua persona e che devono essere integrati. C'è pericolo che non lo siano.
– Nell'ambito del gruppo, analizzare bene le funzioni che ognuno deve esercitare, e studiare la maniera che risultino le più efficaci possibili a partire dalle rispettive motivazioni. Qui l'educatore del gruppo ha molto da fare.
– Cogliere l'importanza dell'integrazione di forze in qualsiasi attività partendo magari da quella sportiva, che è più alla portata del ragazzo: per giungere ad altre più complesse e formative.
– Nella scuola, organizzare mansioni e ruoli in maniera che, da tutti, si faccia tutto con senso di responsabilità.

Interessarsi in profondità dei problemi umani della società immediata che lo circonda
Alcune delle proposte precedenti possono trovare il loro posto anche qui. Basta orientarle opportunamente. Potremo aggiungere:
– Raccogliere il materiale su opportune pubblicazioni, specialmente riviste di tipo economico, o riviste che trattano temi sociali, fare un «dossier» su ognuno dei problemi umani a cui si riferisce l'obiettivo, e su altri che possono attirare i ragazzi.
– Ad ogni modo non si tratta di conoscere delle cose, ma di creare una sensibilità nei loro riguardi. Mediante i dati giungere agli aspetti più umani della situazione, e avvicinarsi alla problematica più personale. A questo scopo, mediante il dialogo, il lavoro in gruppo, ecc., giungere a formarsi idee sufficientemente elaborate e che impegnino un poco.
– Conoscere, e se è il caso visitare in gruppo, possibilmente ridotto, gli enti e le persone che si interessano di questi problemi, per sensibilizzarsi di più nei loro riguardi e viverli con maggior profondità, cercando anche la maniera di impegnarsi in qualche modo, cosa che ai ragazzi di questa età riesce più difficilmente.

Conoscere i problemi internazionali che interessano tutti
Questo obiettivo lo consideriamo più difficile, perché si è parlato troppo di esso e ci sembra problematico poter giungere ad un'autentica sensibilizzazione. Anche qui servono alcuni degli schemi precedenti, a patto che si specifichi l'obiettivo.
– Mediante notizie tratte da giornali e da riviste; fare un «dossier» di dati e studiarlo.
– Tentare di dare un giudizio critico sulle varie situazioni, in base ad articoli che studiano più a fondo i problemi. L'intervento dell'educatore è assolutamente necessario per mettere a punto gli apprezzamenti falsi, facili a questa età.

Sensibilizzare i ragazzi alla capacità di donarsi agli altri
Suggeriamo:
– A partire dalle esperienze degli obiettivi anteriori, nei quali si è visto come il ragazzo ha bisogno degli altri, aiutarlo a pensare che gli altri hanno bisogno di lui e che egli può offrire qualche cosa agli altri.
– Esaminare in gruppo la giornata lavorativa e farne scorrere tutte le ore: quante cose si fanno pensando solo a se stessi e quante pensando agli altri. Cercare con sincerità, di trovare la percentuale delle une e delle altre.
– Come elemento più semplice per darsi agli altri, scoprire le situazioni nelle quali si lavora già in gruppo: in una partita o in una gara, nella preparazione di una gita, nel progettare un termine di anno scolastico, ecc. Quali sono la posizione e l'atteggiamento del ragazzo in queste occasioni? Lascia che facciano tutto gli altri? Collabora? Contribuisce con delle idee?
– Esaminare lo spirito di servizio in casa: che cosa gli si domanda? Cosa fa? Cosa potrebbe fare? È molto utile, a riguardo di tutto questo, una riunione di gruppo.
– Scoprire la possibilità di servizio al di fuori dell'ambito familiare o scolastico, inserendosi in altri gruppi esistenti nella zona, ecc.

Formare i ragazzi alla conoscenza e al rispetto delle persone dell'altro sesso
Qui le proposte dipendono un poco dal contatto reale che esiste tra ragazzi e ragazze. I problemi sono diversi negli internati, negli esternati di soli ragazzi, negli esternati misti, negli oratori, parrocchie, ecc.
– I ragazzi esaminino che specie di contatti esistono tra ragazzi e ragazze: superficialità o profondità del contatto.
– Far sì che scoprano la persona dell'altro sesso, con la sua sensibilità, che comincia a manifestarsi come diversa, con i suoi punti di vista anche diversi.
– Cercare occasioni di contatto «reale» in lavori congiunti, nei quali si impegnino assieme a realizzare un'azione preferibilmente formativa.

Conoscere, integrarsi nella realtà di una «comunità cristiana», con gli impegni personali e sociali che ciò comporta
È compito dell'educatore attento organizzare celebrazioni liturgiche e paraliturgiche ordinarie in maniera che il ragazzo si trovi a suo agio e svolga un autentico ruolo liturgico. Canti, letture, interventi devono perciò essere vari e naturali, il più possibile lontani da aspetti puramente rituali.
I partecipanti non devono essere numerosi, ma il più possibile omogenei in quanto all'età. Se favorirà celebrazioni appropriate per il gruppo, l'educatore non manchi di offrire occasioni in cui il ragazzo possa partecipare alla liturgia insieme agli altri adulti. Cerchi però che non sia costretto a fare da spettatore, ma possa svolgere un preciso ruolo (servizio, letture, canti...). Si sentirà parte di tutto il popolo di Dio che è vario, per cultura, per fede, per età...
I toni liturgici siano svestiti di forme collegiali (anche per coloro che vivessero in collegi), ma assumano le usanze (canti, preghiere...) del luogo. Ciò favorirà il senso di essere parte viva del popolo, non parte separata, diversa... I ragazzi che vivessero in collegio vengano facilitati al massimo nei loro contatti con la parrocchia.
– Servendosi della lettura e del commento di certi brani del Vangelo e degli Atti degli apostoli, far riscoprire alcuni degli aspetti fondamentali della comunità cristiana primitiva.
– Nel gruppo, o per gruppi se si tratta di un'intera classe, fare esperienze vive di comunità cristiana. Ci sembra che, in esse, la celebrazione liturgica, soprattutto l'Eucaristia, dovrà essere un punto di arrivo di una comunità già impegnata, più che un punto di partenza.
Sarà bene ampliare queste esperienze in gruppi meno omogenei, cioè facendo intervenire degli adulti che si integrino con i giovani.

SPUNTI DI RIFLESSIONE

Dalla Bibbia
«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così anche voi amatevi l'un l'altro. In questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13,34-35).
«Trattate gli altri allo stesso modo come voi vorreste essere trattati da essi. Se amate coloro che vi amano, che merito ne avrete?» (Lc 6,32).

Dai documenti della Chiesa
Scendendo a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il rispetto verso l'uomo, così che i singoli debbano considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe cura del povero Lazzaro. Soprattutto oggigiorno urge l'obbligo di diventare generosamente prossimo di ogni uomo, e di rendere servizio coi fatti a colui che ci passa accanto, sia vecchio da tutti abbandonato o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o emigrante, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: «Quanto avete fatto a uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me» (Mt 25,4:).
(Gaudium et Spes, 27).

Abbiamo bisogno gli uni degli altri
«Abbiamo bisogno gli uni degli altri; ci amiamo gli uni gli altri. Il ragazzo non ha una madre solo per essere curato da lei. Questo forse un giorno lo potrà fare una macchina. Non può prescindere da sua madre come persona. Tutta la società umana è un intreccio di amicizia, di confidenza (a tutti i livelli) e di amore. La convivenza è una risposta importante alla domanda sul senso della nostra vita. Tutto un lungo giorno di lavoro può non avere per il sentimento di una persona altro scopo, altra finalità, che poter ritrovarsi la sera a casa, con la sua sposa ed i suoi figli. Vivendo insieme con le persone che ama» (Il nuovo catechismo olandese, LDC, Leumann).

La solitudine è negazione della vita
«Non viviamo isolati gli uni dagli altri ma insieme. Sono poche le nostre verità ancorate nel nostro essere in maniera tanto profonda e irremovibile.
Una vita senza i nostri simili è impossibile. Un uomo abbandonato nella sua solitudine non riuscirebbe a parlare né a pensare né ad amare; di più, non potrebbe nemmeno essere nato» (Il nuovo catechismo olandese, LDC, Leumann).

I giovani hanno bisogno di stare insieme
«Don Bosco e il sistema salesiano hanno educato facendo gruppo: il sistema preventivo, lo spirito di famiglia, le "compagnie", i giovani più grandi impegnati a lievitare la massa, sono indicazioni della nostra tradizione, per scoprire il gruppo come modo di evangelizzazione. È una affermazione impegnativa che corrisponde pienamente alla sensibilità educativa corrente mentre affonda le sua radici nella più genuina tradizione salesiana. Dalla consapevolezza del valore di questa scelta, nasce la nostra preoccupazione pastorale: le nostre comunità educative hanno bisogno di una seria, ampia, condivisa esperienza di gruppo per realizzare i loro obiettivi formativi; i giovani ne hanno urgenza per crescere come "persone" in un contesto tanto massificante come il nostro» (cf Catechesi, associazionismo, sport, documenti CISI, gennaio 1976, p. 131).

Perché siamo soli
Cenavamo in una piccola trattoria della città.
Eravamo sei persone; non ci conoscevamo.
Cenavamo ciascuno a un tavolo diverso.
Nessuno sorrideva.
Uno leggeva il giornale mentre cenava: la pagina dei film.
Un altro parlò a lungo per telefono a voce molto bassa.
Ma non sorrise nemmeno una volta.
Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano.
Ma non erano occhi amici.
Mangiavamo molto vicino gli uni agli altri, ma eravamo stranamente lontani. Perché, Signore?
Tutti mangiammo rapidamente e uscimmo lasciando nell'aria, quasi per compromesso, distrattamente, forzati, un «buona notte»!
Ci perdemmo tutti e sei nell'oscurità, ciascuno in cerca del suo problema, della sua speranza, del suo lavoro o del suo peccato.
Perché Signore tanto lontani e tanto vicini allo stesso tempo.
Perché è tanto più difficile che noi uomini ci incontriamo e ci abbracciamo se siamo in pace anziché in guerra?
Sarebbe bastato che alla porta della trattoria ci fosse stata una bomba per sentirci improvvisamente amici e solidali.
Perché deve unire più il dolore che la speranza?
Se uno dei sei fosse stato colpito da malore in quel momento, li al nostro fianco, sicuramente le nostre vite si sarebbero incontrate; saremmo andati insieme a casa sua o all'ospedale e avremmo capito qualcosa di lui.
Ma nessuno aveva bisogno dell'altro: tutti mangiammo e pagammo. Nessuno seppe chi era il suo vicino.
Però era vero, Signore, che non avevamo bisogno l'uno dell'altro?
Forse eravamo tutti cristiani.
Forse tutti avevamo celebrato l'eucaristia quella domenica.
Ma almeno eravamo tutti esseri umani, figli di una medesima terra, capaci di comunicare tra noi, di dare e di ricevere.
Forse ognuno di noi aveva bisogno di una parola amica.
Forse uno aveva la risposta per il dubbio dell'altro.
Forse qualcuno di noi aveva la chiave per aprire la porta della speranza a chi cercava nell'elenco dei film un'evasione alla sua angoscia o alla sua delusione.
Perché ci costa tanto credere, Signore, che nessuno passa al nostro fianco senza portarci un pezzo della tua ricchezza?
Perché ci costa accettare che tu sei capace di darci in ogni momento la parola che il nostro prossimo aspetta e di cui ha bisogno?
Non è vero che ogni essere è un dono per gli altri?
E continuiamo a vivere insieme, mangiando insieme, salendo insieme ogni giorno allo stesso ascensore e viaggiando sullo stesso autobus, senza nemmeno darci il buongiorno o la buonanotte.
Proprio come se tu non avessi mai calcato la terra.
Come se non fossi risuscitato.
Come se non avessi rivelato che ogni uomo sei tu e un tu diverso in ogni persona. Come se avessimo dimenticato che quello che mi potrà dare pietro non me lo ha ancora dato giovanni.
Come se non credessimo che ci maturiamo soltanto lasciando la nostra porta aperta a tutti e a ciascuno.
Come se non spettasse a ciascuno la responsabilità dell'iniziativa.
Perché, Signore, è facile farsi degli amici nelle trincee, in ospedale ed è difficile quando la pace corre per le nostre strade, quando possiamo godere il sole e mangiare senza fretta una pizza in qualche trattoria?
Sarà possibile, Signore, essere cristiani quando siamo incapaci di incontrarci, di stringerci la mano, di aprire un dialogo umano, di dirci sinceramente buonanotte come uomini legati irreversibilmente a un medesimo e unico destino?
Signore, che almeno non ci dimentichiamo di essere uomini.
Che non aspettiamo per questo che scoppi la guerra o ci colga il dolore. Che l'amicizia non sia solo un frutto d'inverno.
(J. Arias, Preghiera nuda, Cittadella, Assisi, pag. 68).