Iniziare i giovani al linguaggio ecclesiale attraverso il «catechismo»

Inserito in NPG annata 1979.

 

Carlo Buzzetti

(NPG 1979-05-53)


IL LINGUAGGIO ECCLESIALE: UN GERGO PER INIZIATI?

Quando si parla del linguaggio con cui la Chiesa esprime la sua fede, la prima cosa che salta agli occhi è che si tratta di un gergo, accessibile solo agli iniziati. La distanza tra il linguaggio comune e quello ecclesiale è abbastanza grande. D'accordo, non capita solo per la Chiesa... ma nella Chiesa è affare serio.
Date queste premesse, viene il sospetto che anche il «Catechismo dei giovani» sia un libro poco accessibile, almeno per tanti giovani...

Non è necessario soffermarsi a dimostrare che esiste una certa differenza tra il linguaggio ecclesiale e quello comune. Si può parlare anche di una tensione o di una distanza. In ogni caso il fenomeno appare innanzitutto normale, logico. Infatti il linguaggio ecclesiale, nei confronti di quello comune, inevitabilmente si pone come un settore particolare, tipico di un gruppo o di certi momenti e luoghi; è sempre più o meno un linguaggio specializzato che emerge e si distingue da quel sostrato, difficile da definire con precisione ma non per questo meno reale, che costituisce appunto il linguaggio comune.
Il motivo primo di questa diversità è da individuare nel fatto che nell'ambito ecclesiale si dicono cose nuove, particolari, si parla per annunziare, ripetere e commentare un messaggio caratteristico. Ci si può chiedere subito se questa situazione porti con sé la conseguenza che il linguaggio ecclesiale deve essere senz'altro una specie di gergo, pienamente comprensibile solo per chi appartiene al gruppo e partecipa alla sua vita. È diffusa l'idea, un po' ingenua, che un messaggio nuovo debba in ogni caso portare alla formazione di parole inedite ed esclusive. Ciò è vero solo in parte. In realtà si possono dire cose nuovissime senza che sia necessario il ricorso a una terminologia specifica: basta combinare in modo nuovo parole anche del tutto usuali. Un esempio semplicissimo: l'esortazione cristiana «amate i vostri nemici» continua a possedere un alto grado di novità anche se non impiega nessun neologismo. Gli esempi si potrebbero moltiplicare: pensiamo a certe beatitudini...
Resta peraltro vero che di fatto il linguaggio ecclesiale possiede in qualche misura le caratteristiche di un gergo: infatti usa alcune parole che non si usano fuori del suo ambito e spesso, assumendo termini correnti anche altrove, li utilizza con significati molto particolari, specializzati (pensiamo a: pani-sia, sacramento, transustanziazione...; carità, fratello, giustificazione, grazia, regno...). Il fenomeno non è troppo difficile da spiegare. Il cristianesimo, come del resto ogni movimento, non è caratterizzato solo da qualche idea nuova; sin dall'origine è anche una storia (di uomini, istituzioni e cose) e perciò utilizza anche dei «nomi propri» e parole che finiscono per diventare quasi dei nomi propri pur rimanendo «nomi comuni» per una certa grammatica tradizionale. Ad esempio: è chiaro per tutti che il termine «sinagoga» è nome-comune rispetto a «Cafarnao» ma è quasi nome-proprio rispetto a «edificio»; lo stesso vale per «apostolo» confrontato con «Andrea» e «amico» o «discepolo» o «rappresentante»; oppure per «redenzione» messo in rapporto con «morte di Gesù» da una parte e «liberazione» o «riscatto» o «perdono» dall'altra. Considerazioni analoghe si potrebbero fare per unità linguistiche più complesse, come formule ed espressioni tipiche. Nomi-propri e quasi-propri sono, se non sempre necessari, molto spesso utilissimi per riuscire a parlare di realtà caratteristiche – dalle istituzioni alle idee – senza sprecare continue energie in lunghe perifrasi.

Qui sta il problema. È giusto tutto questo? Non sarebbe meglio, invece, tentare di usare il più possibile il linguaggio comune, anche per esprimere i contenuti tipici dell'esperienza ecclesiale?

Diamo per acquisito che un certo grado di differenza tra linguaggio ecclesiale e linguaggio comune è inevitabile e giusto; tuttavia resta vero anche un altro aspetto: il linguaggio non è qualcosa di fatale ma, in quanto fatto umano, è anche governabile e programmabile. Perciò rimane da affrontare la questione se sia giusto favorire l'incremento o piuttosto l'attenuazione di quella differenza. La teologia della rivelazione e della tradizione cristiana ci offre alcuni importanti criteri di risposta. Dio ha parlato, per mezzo dei profeti e per mezzo di Gesù, un linguaggio degli uomini con l'intento di
farsi capire da loro; inoltre, ai primi destinatari ha dato l'incarico di portare il messaggio a tutti i popoli della terra. Sin da principio la comunità cristiana ha sentito come proprio il dovere di parlare a tutti in maniera comprensibile. Deve farlo perché possano capire quelli che sono fuori di essa (verso i quali ha un impegno missionario) e perché possano capire quelli che stanno crescendo nel suo interno (verso costoro l'impegno è di catechesi). La comunità dei cristiani adulti e responsabili deve fare in modo che, per sé e per gli altri, tutto il patrimonio della sua genuina e autorevole tradizione, con la Scrittura al primo posto, sia continuamente parlante (cioè comprensibile, significativo) e parlabile (cioè capace di raccordarsi con il linguaggio comune).
Tale impegno non si realizza con la semplice applicazione di una tecnica. Il luogo della comprensione e della verifica è il dialogo. La Chiesa parla e ascolta. Ascoltando capisce se e quanto il suo parlare è capito. Dove riscontra incomprensione, fa appello a tutte le risorse della scienza del linguaggio, perfeziona la capacità di tradurre la propria tradizione entro i sistemi linguistici e culturali dei nuovi destinatari. Certo, l'impresa non è facile e non è priva di pericoli. Lo sforzo di. farsi capire non deve compromettere la fedeltà.
Da una parte è sempre forte la tentazione' della pigrizia e della sopravvalutazione etnocentrica: a chi si può imporre un'esagerata fatica culturale, non necessaria, contrabbandando per elementi del messaggio cristiano certe caratteristiche di una lingua e di una cultura (ebraica, greca, latina o altra) che sono soltanto strumenti rispetto a quello. Ma è in agguato anche la tentazione opposta, della fretta superficiale e della demagogia: allora si rischia di ridurre il messaggio cristiano entro i limiti del linguaggio e della cultura di chi ascolta, anche a costo di' fargli violenza.
Si tratta dunque di superare sia la tendenza all'immobilismo, tipica di chi sopravvaluta una lingua e una cultura ereditata con la tradizione cristiana, sia la tendenza al drastico adeguamento, tipica di chi ha scarso senso critico e nutre complessi di inferiorità nei confronti di una nuova lingua o cultura che incontra fuori della tradizione cristiana. L'impresa della continua riedizione fedele del messaggio richiede virtù pregiate: intelligenza storica dei documenti autorevoli della tradizione; capacità di «uscire» dal proprio sistema linguistico-culturale per comprendere, apprezzare e utilizzare le caratteristiche e le risorse di un altro sistema; fermezza nel determinare ogni volta quali sono le parole nuove (i nomi-propri e quasi-propri di cui sopra) che il nuovo destinatario deve imparare per una genuina conoscenza del messaggio cristiano; pazienza pedagogica nell'insegnare il giusto uso di quelle parole. Queste ultime, come si diceva, non sono soltanto termini ma anche formule e intere espressioni tipiche. Tutto questo materiale costituisce il campo dove si stabilisce la differenza-tensione tra il linguaggio comune e il linguaggio ecclesiale. Tale campo va continuamente ridefinito, al variare dei destinatari (non si parla allo stesso modo a Gerusalemme o ad Efeso, di fronte a pescatori o di fronte a filosofi) e al variare degli esercizi che si compiono nei confronti della tradizione cristiana (una cosa è prendere il testo delle beatitudini per farne un'esegesi scientifica, altra cosa è prenderlo come spunto per un'esortazione in contesto liturgico).
Il rapporto tra i due linguaggi in questione può quindi essere descritto ricordando i due impegni che stanno in tensione tra loro: su un versante il dovere della fedeltà alla tradizione autorevole, sull'altro il dovere di ren dere concretamente possibile la comprensione e l'apprendimento della nuova edizione del messaggio. Il primo fonda l'elemento diversità, il secondo fonda la necessaria continuità. Il linguaggio dei credenti non può mai apparire agli altri come totalmente ovvio; eppure deve poter essere comprensibile e imparabile da tutti gli uomini di buona volontà, senza inutili e sproporzionate fatiche culturali. La storia della teologia, della predicazione e della catechesi cristiane è storia dell'intelligenza e della stoltezza, dell'umiltà e della prepotenza, del coraggio e della paura che i credenti hanno manifestato svolgendo più o meno genuinamente il loro impegno di annunziare il vangelo.

IL «CATECHISMO» TRA LINGUAGGIO ECCLESIALE E LINGUAGGIO DEI GIOVANI

Questi rilievi ci aiutano a comprendere meglio il problema e ci fanno intravedere interessanti soluzioni. Si tratta, in ultima analisi, di attenuare le differenze tra linguaggio ecclesiale e linguaggio comune, senza vanificare la fedeltà a quello che il linguaggio deve esprimere e senza ridurre la possibilità di scoprirsi dentro una «storia», una «memoria», di cui bisogna saper leggere i diversi testi. L'abbiamo trascinata su questi discorsi di fondo, perché ci interessa parlare seriamente del «Catechismo dei giovani». Lei lo conosce molto bene.
Come lo valuta, da questo punto di vista? Le pare che le differenze rispetto al linguaggio giovanile siano incrementate o attenuate?
Si dice oggi che molti giovani hanno perso la «memoria sociale»: si ritrovano di più ne «La febbre del sabato sera» che ne «L'albero degli zoccoli». Lei crede che il «Catechismo» possa favorire questo importante recupero oppure diventerà un ostacolo in più per entrare nel linguaggio ecclesiale?

Penso che a una prima lettura molti troveranno abbastanza difficile questo catechismo, anche per un certo tipo di linguaggio usato. La scelta iniziale in proposito è stata molto chiara: nessuna indulgenza di tipo demagogico. E anche se nelle varie tappe della stesura buona parte del lavoro è stata dedicata a togliere o attenuare le difficoltà non necessarie, il programma originario è rimasto. Alla base sta la convinzione che il Catechismo deve essere uno strumento per aiutare i giovani a «collegarsi» con la tradizione cristiana che li precede e li circonda. Tale tradizione è fatta di gesti, eventi e parole; sul versante delle parole, qui si fornisce un mezzo che, senza pesantezze inutili, senza ricorso all'erudizione, dovrebbe abilitare a comprendere i vari «discorsi» cristiani. Di conseguenza dovrebbe rendere più facile la comprensione della storia, del passato e degli adulti. In questo senso può essere un importante aiuto per il ricupero di quella «memoria» che molti giovani cristiani non hanno più. Essi sono spesso vittime di una confusione che porta a conseguenze gravi: coinvolti nell'impegno di criticare a fondo il cristianesimo così come lo vedono attorno a loro, non sanno più distinguere gli aspetti vistosi e reali ma pur sempre marginali di certi ambienti cristiani deludenti sono ingenuamente confusi con le caratteristiche del cristianesimo stesso, con le linee portanti della sua tradizione più genuina. Mentre guida a comprendere le realtà decisive per la fede cristiana, questo Catechismo diventa uno strumento per «giudicare» seriamente le varie forme concrete di cristianesimo che si possono incontrare. Tutto ciò, naturalmente, non si può ottenere che a prezzo di un certo impegno. Chi è abituato a un linguaggio ripetitivo, fatto di slogans e formule drastiche; chi ha bisogno di non uscire da un gergo stretto, che lo separa dal mondo degli adulti, per ritrovare la propria identità giovanile, farà certo fatica a seguire le pagine del Catechismo. Solo chi avrà la pazienza di sopportare le fatiche di un certo rodaggio scoprirà poi che ne valeva la pena.

A prima vista, tenendo conto di una «stima» media del linguaggio giovanile attuale, quali difficoltà potranno incontrare i giovani che vogliono accostarsi al «Catechismo»?
La domanda potrebbe essere anche capovolta: secondo lei, per quale «categoria» di giovani è stato pensato e «funziona» il «Catechismo»?

Bisognerebbe riprendere quanto si accennava sopra a tentare una descrizione del linguaggio giovanile medio. Anche senza disporre di adeguati strumenti di rilevazione, sembra di poter individuare alcune caratteristiche.
– Una certa povertà di risorse linguistiche: poche parole privilegiate, poche strutture grammaticali e sintattiche. Dietro un'apparenza di gusto per le stranezze si nasconde spesso una mancanza di fantasia e un forte attaccamento al proprio gergo. La scarsa richiesta di buona letteratura (soprattutto di poesia) è insieme sintomo e causa di questa situazione.
– Una certa marginalità. Il gergo giovanile tende ad essere abbastanza esclusivo e ciò sembra spesso da attribuire a una ricerca affannosa della propria identità, a scapito del desiderio di comprendere e assimilare il mondo e l'esperienza degli adulti. Un certo modo di parlare porta a un sempre maggiore isolamento.
– Una certa perentorietà. In posizione polemica e difensiva, desiderosi soprattutto di rapida affermazione, molti giovani finiscono per semplificare e radicalizzare le loro espressioni. Così le verità diventano semplici, nette e sicure, facili da dire e da difendere. Di qui la predilezione per le formule, che sembrano risolvere tutto e subito.
– Una certa instabilità. Di fronte a problemi e situazioni nuove, il linguaggio semplificato si mostra poco adatto a capire e far capire; le formule invecchiano presto e sono sostituite da altre che a loro volta sono esposte a rapido logorio. Spesso il linguaggio giovanile diventa frammentario, senza collegamenti, e non ha una sua tradizione. Questo l'elenco delle caratteristiche piuttosto negative. Ma c'è dell'altro: c'è spesso anche una importante disponibilità ad accogliere un linguaggio nuovo: quando qualcuno parla in modo credibile, quando sembra che le sue parole portino il segno della genuinità, un giovane può «arrendersi» più facilmente di un adulto, legato ad una sua tradizione ormai consolidata. Anche sul piano linguistico l'instabilità giovanile ha un risvolto positivo in questa capacità ad aprirsi al fascino e alla forza di un discorso che dice cose vere.
Tornando alla domanda: quanto più un giovane è legato alle caratteristiche negative accennate, tanto più farà fatica a seguire un discorso critico, articolato, poco retorico, come quello del Catechismo. Destinatari ideali di questo testo sono i giovani di cultura media che, studenti o no, sono appassionati a pensare, a ricercare il nocciolo delle questioni, senza perdersi in descrizioni e polemiche di dettaglio.
Contro la probabile obiezione che sembra fatto per studenti, solo per studenti, si può rispondere: il testo non presuppone una cultura scolastica particolare; purché non abbia timore a consultare in qualche caso un dizionario, un'enciclopedia o una persona più matura, anche un operaio con la passione di comprendere potrà usare benissimo il Catechismo, senza traumi.

LA FUNZIONE DI «MEDIAZIONE» DELLA CATECHESI

Tra il linguaggio dei giovani e quello della Chiesa, fanno da ponte i processi catechistici. Le difficoltà di comprensione possono essere superate con una buona catechesi, come si dice. Quando una catechesi è «buona catechesi», dal punto di vista dei problemi del linguaggio?
La comunità dei credenti adulti deve saper parlare in modo che il linguaggio della fede sia comprensibile e, dove e quando rimane necessariamente «diverso», sia imparabile. I giovani si trovano in una particolare situazione linguistico-culturale che va conosciuta e tenuta presente. È possibile prevedere quale direttiva di fondo sia più opportuna per un'impresa di catechesi giovanile? In linea ipotetica è possibile la scelta di un programma di imposizione: la fede degli adulti (in senso anagrafico ma anche e soprattutto nel senso di personalità mature) ha un suo modo di esprimersi e lo impone ai giovani; chi capisce capisce, e chi non capisce non ha altra possibilità che quella dell'ascolto paziente, nella speranza che tale fatica prima o poi conduca all'apprendimento. Ma nessuno (o quasi) oserebbe sostenere l'opportunità di una pedagogia talmente drastica. In genere si ammette la necessità di un certo adattamento. Quanto più particolare è la situazione culturale dei destinatari – si dice – tanto più deciso deve essere l'adeguamento ai loro mezzi di comprensione ed espressione. Quindi, un programma di adattamento. Ma qui può nascondersi un'insidia pericolosa. Pur dettato dalla migliore volontà, l'adattamento può risultare il contrario di un buon servizio se viene applicato indiscriminatamente, se chi lo opera non è consapevole dei limiti tipici di quella situazione. Ad esempio, cattivo adattamento sarebbe il frettoloso battesimo di slogan cor-
renti, l'ambigua generosità di chi fa passare per verità cristiana ciò che più viene stimato dai giovani; cattivo adattamento sarebbe la riduzione e la mortificazione del messaggio cristiano entro le strette che la sensibilità giovanile sembra imporre; cattivo adattamento sarebbe il superficiale rivestimento di luoghi comuni con parole cristiane suggestive.
Queste ed altre tendenze non sono solamente ipotetiche; è abbastanza facile incontrarne qualche esempio là dove la catechesi non è accompagnata da senso critico e prevale la preoccupazione di ottenere consensi ad ogni costo.
Ma con ciò non possiamo concludere che ogni adattamento è da evitare. Si deve soltanto fare attenzione che esso non diventi totale e definitivo. Ogni buon adattamento non può che essere parziale (perché rispecchia sempre una certa «diversità» indicativa della novità del messaggio cristiano) e provvisorio (perché deve condurre a un progressivo apprendimento anche di parole e formule nuove). Così qualificato, il programma di adattamento può anche cambiare nome e assumere quello più appropriato di «iniziazione». Un processo di iniziazione deve necessariamente tener conto del punto di partenza (e in questo senso è un adattamento) ma per partire in avanti. Da questo punto di vista si considera che il giovane, più o meno estraneo alla cultura generale degli adulti e in particolare al messaggio cristiano, ha bisogno di apprendere l'una e l'altro.
Il cammino di una catechesi non si dissocia dallo sviluppo generale della cultura del giovane (anche se la promozione culturale ha solitamente la sua sede più qualificata in luoghi diversi da quello in cui si fa catechesi). La situazione giovanile, con il linguaggio che la caratterizza, non diventa criterio e misura dell'adattamento, ma piuttosto elemento indicatore del punto di avvio di un processo.
Per quanto «diversa», la situazione giovanile non è mai del tutto paragonabile a quella di un gruppo di adulti culturalmente stranieri. La diversità della cultura dei giovani è sempre anche possibilità di apprendimento, possibilità di inserimento (critico e creativo) nella tradizione che li ha generati. Perciò non si rende un buon servizio ai giovani adottando nei loro confronti l'atteggiamento del missionario che adegua il suo modo di esprimersi alle categorie di una cultura estranea alla sua. Una buona iniziazione deve portare i giovani a comprendere quanto più possibile il linguaggio del loro mondo. Tuttavia anche qui, ancora una volta, bisogna difendersi dal pericolo opposto: chi guida l'iniziazione può lasciarsi vincere dalla tendenza a credere che il suo linguaggio sia l'unico capace di esprimere genuinamente i valori della tradizione; così rischia di pensare che il processo deve essere spinto fino alla assimilazione letterale, fino al ricalco materiale del linguaggio degli adulti. Questa iniziazione diventa plagio e uccide ogni senso critico e ogni creatività. Una buona iniziazione è un movimento di cui si conosce il punto di avvio e la direzione, ma il cui punto d'arrivo non è prestabilito; a un certo momento l'iniziazione è finita e il movimento prosegue: nella fedeltà alla tradizione è nato un nuovo modo di comprendere ed esprimere la fede. E l'adulto deve attenderlo e accoglierlo con rispetto e trepidazione, come sempre di fronte alla libertà e a una «rivelazione».
A tutto ciò si deve aggiungere una distinzione importante, che la comune caratteristica giovanile dei destinatari della catechesi non autorizza a dimenticare: la condizione dei giovani cresciuti all'interno della comunità cristiana, i quali sentono di appartenere ad essa anche se non hanno ancora portato a maturità la loro comprensione e il loro assenso, è diversa da quella di quei giovani che per vari motivi sono e si sentono più estranei e per i quali l'iniziazione cristiana assume anche i caratteri di una più marcata conversione.

SUGGERIMENTI PER GLI OPERATORI DELLA PASTORALE GIOVANILE

Le chiediamo un ultimo contributo.
Per riformulare queste sue interessanti precisazioni in merito a quello che ci ha detto a proposito del confronto tra linguaggio dei giovani e linguaggio del «Catechismo», quali consigli può dare agli operatori di pastorale giovanile per «iniziare» (come dice giustamente lei) i giovani al linguaggio ecclesiale, servendosi bene di questo strumento privilegiato che è il «Catechismo»?

È sempre difficile dar consigli. Potrei provare a esporre un modo di usare del catechismo che io spero sia frequente, anche se non unico. Immagino un gruppo di giovani (per esempio tra i 17 e i 25 anni) che spesso hanno occasione di trovarsi tra loro e con una persona adulta, per età ma soprattutto perché la sua fede sembra matura: un prete o un laico, un uomo o una donna. Parla e discutono con passione, forse senza molto ordine. Sentono il desiderio di approfondire la fede, di riflettere criticamente. Cercano punti di riferimento solidi: più volte, con vario successo, affrontano la lettura di testi biblici, di documenti consiliari, di libri di teologia classici o moderni. Trovano sempre molte difficoltà: prima e accanto a questi esercizi che non possono scartare, sentono il bisogno di una sintesi, autorevole e accessibile insieme. Per intenderci, qualcosa come il famoso Catechismo olandese, ma eventualmente più attento alla sensibilità giovanile, soprattutto meno disperso in tanti argomenti, più compatto attorno ai temi di fondo, e magari più «nostrano». Decidono di usare questo Catechismo dei Giovani. È un testo autorevole: ha un certo grado di ufficialità. Di fronte a una pagina che fa discutere, non si potrà dire che sono le idee discutibili di un singolo teologo (anche se non possiede certo l'autorevolezza di un testo biblico o di un documento conciliare). È il risultato di una collaborazione abbastanza ampia e di una consultazione ancora maggiore; i vescovi italiani poi hanno approvato il frutto di questo lavoro.
È un testo moderno: non tanto nel senso superficiale dell'ultima novità prodotta in t campo teologico; è moderno perché, scritto oggi, tiene conto della situazione spirituale e culturale in cui senza volere, ci troviamo noi e i nostri contemporanei.
Leggendo e discutendo in gruppo, capiterà di incontrare termini ed espressioni nuove o poco usuali. Insieme sarà più facile non aggirare o ignorare gli ostacoli, ma superarli con guadagno. La fatica necessaria non è diversa da quella che si richiede sempre, in qualunque campo, quando si vuole allargare o approfondire l'ambito del conoscere e del comprendere. Inoltre, proprio per verificare la capacità del Catechismo a introdurre alla comprensione della tradizione cristiana, il testo dovrebbe essere continuamente confrontato con gli altri punti di riferimento usuali: la liturgia, la predicazione, i testi biblici più diffusi, il modo di pregare di ciascuno, il parlare del magistero ecclesiastico, il parlare comune dei cristiani, della stampa di ispirazione cristiana...
Naturalmente immagino che questi gruppi di lettura e ricerca possono essere diversi: i catechisti di una parrocchia, giovani che si preparano al matrimonio con anticipo senza corsi accelerati, una classe di scuola media superiore, giovani già impegnati nel mondo del lavoro, alcune coppie che sentono l'urgenza di prepararsi seriamente a essere i catechisti della nuova famiglia, i giovani di un movimento che vogliono evitare il pericolo di leggere solo i «testi sacri» del proprio fondatore e vogliono sintonizzarsi seriamente con la riflessione proposta a tutta la chiesa italiana giovanile.