Formazione animatori

 

Accompagnamento

e discernimento:

qualità e compito

dei formatori

Amedeo Cencini


La formazione presbiterale oggi: sensazione d’incompletezza

Partiamo da uno sguardo generale. Senza pretendere di analizzare in modo esaustivo la situazione odierna (cosa impossibile perché i contesti sono diversi), vorrei sottolineare in particolare un aspetto che ha molto a che vedere con il nostro argomento. La sensazione è d’una formazione in qualche modo incompleta e incompiuta, che non arriva al cuore (in senso biblico e pure psicologico), solo esteriore e comportamentale, o molto spirituale o intellettuale, che istruisce e attrezza il funzionario del culto, ma non sempre riesce a toccarne e convertirne la sensibilità, o che comunque lascia che qualcosa d’importante dell’umanità del candidato non sia minimamente toccato e raggiunto dal processo formativo. Non è così raro che qualcuno arrivi al presbiterato, dopo aver trascorso tutto il curriculo formativo e aver superato felicemente esami di vario genere, non solo scolastici, e venga infine promosso-ammesso in forza d’una constatata capacità di esercitare i vari compiti connessi con il ministero presbiterale. Ma se uno guarda dentro al suo mondo interiore, dentro al suo cuore, e non si ferma all’apparenza corretta esteriore, scopre che il cuore non è stato granché toccato dalla formazione, la sensibilità (attrazioni, desideri, criteri di giudizio e di scelta…) è ancora quella di prima, umana, poco evangelizzata, forse pagana. L’evento degli scandali e abusi sessuali, la cui portata siamo ancora ben lontani dall’aver compreso nelle sue radici e nel suo significato, non sta forse a dire anche questo?
È come se la formazione si fosse fermata al versante esteriore; dunque una FPr incompleta-incompiuta.
Altro problema relativo al discernimento. Si ha l’impressione che, a causa dell’angoscia pastorale dettata dalla mancanza di presbiteri, il discernimento non sia sempre abbastanza oculato e giustamente esigente, con il rischio di ordinare troppo facilmente candidati che non hanno una postura di saldezza, una capacità di discernimento, una maturità umana…, e altri doni essenziali per essere pastori nel popolo di Dio [1].

Elementi di novità

Al tempo stesso vi sono dei fattori di novità se consideriamo questi 50 anni che ci separano dal Concilio. Farò riferimento solo a quelli che sono più legati alla dinamica del formare e alla figura del formatore.

Sul piano del modello formativo
a) Senso (come obiettivo e contenuto) della FPr oggi:
Oggi, anche a partire dalla constatazione appena vista, si tende sempre più a intendere la FPr come un processo di con-formazione ai sentimenti-sensibilità di Cristo (cf Fil 2,5), qualcosa che mira a toccare il cuore, [2] processo che va in profondità, che non si ferma alla superficie, banale e al limite “farisaica”. Il “luogo” della FPr è dunque il mondo interiore della persona, quel mondo che in occasione di crisi, molte volte, si scopre che non era stato minimamente toccato dalla formazione iniziale nei lunghi anni di preparazione.
b) Modalità e strumenti:
Questo chiarimento sull’obiettivo finale chiede non solo una maggior attenzione alla dimensione umana e psicologica, con la strumentazione tipica dell’indagine sull’umano, ma chiede soprattutto un maggior dialogo tra dimensione spirituale e antropologica e una più sistematica integrazione tra tensione verticale e orizzontale, tra altezza e profondità [3].
c) Centralità della relazione
Se obiettivo è avere la sensibilità del Bel Pastore, ne derivano tre conseguenze: la FPr
- è un fenomeno in sé relazionale, poiché consiste in una relazione quanto mai intensa visto che porta alla conformazione alla sensibilità di Gesù;
- è relazionale anche dal punto di vista metodologico, del “come” avviene, ovvero avviene attraverso una relazione umana, mediazione di quella col Padre (il vero formatore, che plasma nel giovane il cuore del Figlio per la potenza dello SPirito),
- e mira a formare un uomo capace di relazione (sempre a immagine del Figlio), un pastore “con l’odore delle pecore”, che cresce nella relazione e attraverso essa, nella relazione coi suoi fratelli presbiteri.

Sul piano del contesto ecclesiale
a) Maggior attenzione alla formazione dell’evangelizzatore
È soprattutto l’insistenza di papa Francesco a orientarci in questa direzione, a non pensare la formazione in funzione della perfezione privata del candidato, ma del suo servizio come annunciatore del Vangelo a un mondo di cui egli deve sentirsi parte (“cittadino del mondo”), un mondo che egli ama e ha in simpatia, cui impara a esser aperto, e della cui salvezza deve assumersi la responsabilità, gioviale e felice dell’Evangelii Gaudium, ovvero felice di seminare e poi seminare senza pretendere di raccogliere (o far proseliti). Tale giovane va dunque formato al dialogo, alla capacità di tradurre il vangelo in lingua e dialetto locali, alla libertà rispettosa che non conosce alcuna presunzione o atteggiamenti di superiorità verso nessuno, ad avere semmai un cuore compassionevole e tenero, libero dallo spirito mondano e da sogni di grandezza.
b) In una chiesa che ha messo al centro il povero
Parliamo sempre della chiesa di papa Francesco, per la quale “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica” [4]. “Chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio” [5], specie se è un prossimo che soffre. D’altra parte, non si tratta solo di manifestare simpatia e solidarietà verso i poveri, ma d’imparare a lasciarsi da loro evangelizzare. Ancora Francesco: “i poveri hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” [6].

Sul piano della qualità giovanile
La generazione giovanile odierna presenta senz’altro alcuni aspetti singolari legati alla cultura di oggi.
a) Instabilità emotiva e identità negativa
Anzitutto sembra caratterizzata da una minore stabilità emotiva (connessa alla debolezza della famiglia) e da un senso d’identità poco sicuro e non così positivo (legato anch’esso all’esperienza d’instabilità affettiva vissuta nella famiglia d’origine). Proprio questi due elementi creano in diversi soggetti un notevole analfabetismo emotivo e incapacità decisionale, assieme a una conseguente fatica e ambiguità nel vivere la relazione, ora temuta e ora cercata, e sempre più spesso determinano anche non solo fragilità affettivo-sessuale ma pure confusione d’identità sessuale. C’è chi parla oggi d’una sorta di processo di “femminilizzazione del maschio” (riconoscibile anche nella diffusione della problematica sessuale).
b) Percezione distorta della vocazionale
Altro fenomeno oggi piuttosto frequente: una certa equivoca lettura sacrale della vocazione presbiterale, distaccata dalla vita, di persone poco sensibili alla relazione e a chi soffre, e al contrario molto attratte da un certo liturgismo e ritualismo, e da quanto pone la loro persona al centro dell’attenzione dandole un’ambigua autorità-potere. Spesso sono soggetti con problemi di autostima, per i quali la vocazione di presbitero funziona da elemento di compensazione, pericolosamente più simili al sacerdote e levita indifferenti dinanzi al poveraccio, che non al samaritano buono che vede e si commuove, della parabola lucana.

Compiti e qualità dei formatori

L’accompagnamento personale è quel servizio di com-pagnia che un fratello maggiore, nella fede e nel discepolato, offre a un fratello minore, condividendo con lui un tratto di strada, per aiutarlo a discernere presenza e azione del Padre nella sua vita, e a decidere di rispondervi con libertà e responsabilità, alla maniera del Figlio.
A partire da questa definizione è lecito indicare al formatore dei compiti e competenze specifici, con le qualità da essi supposte. Che riassumerò in un unico termine: sensibilità. Se, come abbiamo visto, scopo della FPr è la conformazione alla sensibilità del Figlio, è solo una sensibilità già conformata (o evangelizzata) che può accompagnare un altro in tale processo. Ed è già una tesi di fondo: la sensibilità del formatore è la mediazione normale che educa alla sensibilità del Buon Pastore. La sensibilità del Buon Pastore è il fine, la sensibilità del formatore è la mediazione, quella del candidato è l’oggetto e il luogo della FPr. Tocchiamo qui solo alcuni aspetti di questo cammino formativo.

Sensibilità educativo-formativa
Primo compito del formatore è quello di esser disponibile a prestare il servizio dell’accompagnamento [7]: disponibilità di mente (nel senso che deve crederci, esserne convinto), di cuore (lo fa per aiutare l’altro, perché gli vuol bene e vuole il suo bene), di volontà (programma il suo tempo con questa priorità). Ma è disponibilità che a poco servirebbe se non vi fosse una preparazione in tal senso, compito esplicito dei Superiori, in vista d’una competenza indispensabile (il compito rimanda a una competenza). Detto in sintesi, è la competenza educativo-formativa in successione intelligente: prima si educa, poi si forma.
- Competenza educativa [8], anzitutto, cioè capacità di cogliere la verità dell’altro, d’un ascolto, dunque, che vada al di là del detto o di ciò che è subito percepibile (oltre il conscio), e sappia scrutare nel mondo interiore (nella sua sensibilità), per coglierne la parte sana e libera, e pure quella meno sana e meno libera, la sensibilità adulta e quella ancora infantile, quella evangelica e quella ancora pagana…, sapendo che di solito la vera radice delle umane inconsistenze è inconscia (e tende a rimaner tale).
- L’educatore, ancora, dovrebbe in qualche modo provocare nel giovane un corrispondente desiderio di fare lui stesso la verità dentro di sé, l’interesse di conoscersi, specie nella parte più vulnerabile e non evangelizzata (=sensibilità penitenziale), scoprendo quanta libertà ci sia nel dirsi la verità (come condizione del cammino stesso formativo), e quanta verità vi sia nel riconoscere il proprio bisogno di conversione. Dandogli poi gli strumenti per apprendere un metodo che possa metter in atto da sé (ovvero, l’esame di coscienza è cosa molto seria) [9].
- Qui inizia la competenza formativa. Il formatore dovrebb’esser competente a proporre un metodo pedagogico che consenta al candidato di liberarsi progressivamente dei propri aspetti meno maturi, delle proprie distorsioni percettive e aspettative irrealistiche (anche vocazionali) [10], ed esser così sempre più in grado di accogliere la parola liberatrice del Vangelo, di gustarla come parola che nasconde e dice la verità della sua vita, di lasciarla crescere dentro di sé, di lasciarsi formare dalle mediazioni formative classiche del tempo della prima formazione, per imparare soprattutto a lasciarsi formare un domani dalle tante quotidiane mediazioni formative della vita (la famosa docibilitas, quale condizione della formazione permanente). Per avere sempre più in sé la sensibilità del Figlio obbediente, del Servo sofferente, dell’Agnello innocente.
- Tale compito-competenza suppone nell’educatore-formatore un suo proprio cammino di formazione specifico, che cerchi di metter insieme la dimensione spirituale-trascendente con quella psicopedagogico-umana. Nessuno oggi può esser messo in un ruolo formativo senza esservi stato preparato adeguatamente (e oggi, grazie a Dio, vi sono scuole per formatori, spesso collegate con strutture universitarie pontificie). E preparazione adeguata significa soprattutto un’esperienza personale d’integrazione tra le due dimensioni classiche della vita del credente, quella spirituale con quella antropologica. Proprio il modello dell’integrazione (o della ricapitolazione in Cristo) sembra essere il più adatto oggi [11]. Attenzione, dunque, a evitare gli estremismi (scuole a indirizzo spiritualista, come bastasse studiare teologia spirituale per fare formazione, o scuole che sembrano dare attenzione solo al versante umano, come se la FPr fosse questione solo di tecnica metodologica o riducendola a terapia psicanalitica). È da questa esperienza che il futuro formatore apprende su di sé un metodo d’integrazione che poi gli verrà naturale applicare ai giovani candidati.
- Ed è da questa esperienza, ancora, che nascono quelle particolari qualità richieste al formatore oggi, come una sensibilità corrispondente sul piano educativo e formativo: la conoscenza e l’accettazione di sé, l’identificazione della propria inconsistenza centrale, e di come esserne sempre meno dipendente, ma soprattutto la scoperta della propria debolezza come luogo della potenza della Grazia (cf 2 Cor 12,7-10) e d’un sempre inedito incontro con Dio [12]. Proprio questo tipo d’esperienza d’integrazione personale dovrebbe consentire al formatore di conciliare in sé e nel rapporto altre polarità che non possono restare contrapposte, come il coraggio di chiedere il massimo con l’accoglienza misericordiosa dell’altro, o il duc in altum con il descensus ad inferos.
- E, a livello più tipicamente relazionale, conciliare la sua presenza nella vita del giovane con la sua assenza, per favorire in lui il senso dell’autentica esperienza di Dio, fatta di entrambe le polarità, di parola e di silenzio, di intimità e di solitudine, di gratificazione e di frustrazione [13]. Il formatore oggi deve capire sempre più che, provenendo il giovane da vissuti relazionali deboli e precari, la relazione si pone come elemento centrale terapeutico; se le relazioni sono ferite, è solo una relazione che le può sanare. Dunque dovrà esser particolarmente capace di relazione, senza paura dell’intimità e al tempo stesso capace di rispettare la terra sacra dell’altro, disposto ad aiutare ma senza invadere e legare a sé, libero di voler bene e di esser benvoluto.

Sensibilità evangelica
Se la FPr mira a conformare il giovane alla sensibilità di Cristo, al formatore si chiede che sappia proporre un cammino che vada in tale direzione, e che non s’accontenti di mirare alla condotta esterna, alla formazione solo o prevalentemente intellettuale, alla correttezza dei gesti. Anzitutto è un problema d’interpretazione dell’evento formativo: dev’esser chiaro che esso deve giungere fino al cuore (in senso biblico e psicologico), e toccare la totalità dell’organismo psichico-spirituale: sensi (esterni e interni), sensazioni, emozioni, sentimenti, tendenze, impulsi, gusti, attrazioni, desideri, giudizi, criteri decisionali, simpatie, stili relazionali, affetti, passioni… Tutto l’umano va evangelizzato perché esprima il cuore del Figlio. Per questo il formatore dev’esser
- persona che sta anzitutto compiendo in sé e con tutto se stesso tale conformazione. Uomo che non ha rinunciato alla propria umanità e alla sua realizzazione, ma la vive pienamente in Cristo e alla luce della sua stessa umanità,
- e che ha imparato davvero a intervenire su tutto quanto fa parte del proprio mondo interiore e che costituisce la sua sensibilità, dai sensi ai suoi criteri decisionali, dalle sue emozioni ai suoi desideri, dalle attrazioni alle abitudini.
- E proprio per questo può fare altrettanto nella vita del giovane, trasmettendogli l’idea che la sensibilità è educabile, e che essa si forma attraverso le scelte di ogni giorno, qualsiasi scelta, piccola o grande che sia, perché ogni decisione orienta energia in una direzione o in un’altra. Ognuno, dunque, ne è responsabile, o ha la sensibilità che si merita. E siccome esistono vari tipi di sensibilità (intellettuale, credente, estetica, relazionale, spirituale, teologica, orante, pastorale…) pensiamo quanto questo sia importante, ad es., per la formazione della sensibilità morale (o coscienza), che ci porta ad agire in base a quel che “sentiamo” dentro di noi come buono e da metter in atto; pensiamo quanto sia importante che il formatore educhi il giovane a capire che ogni scelta orienta il suo sentire morale, e dunque a esser disposto a verificare la propria sensibilità morale, a non fare solo l’esame di coscienza, ma l’esame alla coscienza, a non usare solo il criterio morale (“questo è peccato o no? O è peccato grave o no?”), ma anche e soprattutto quello spirituale-psicologico (“questo gesto è in linea con la mia identità-verità o no?”), perché non sempre ciò che è moralmente lecito (o non illecito) è psicologicamente e spiritualmente conveniente.
- Se dunque questo tipo di formazione si ispira –come punto d’arrivo- al modello pasquale della integrazione (in Cristo), dall’altro tende a creare nel giovane un “palato da Beatitudini”, ovvero un credente che non solo è mite, paziente, puro di cuore e misericordioso, ma che in queste situazioni ha imparato a sperimentare una felicità speciale che viene da Dio, come una nuova sapienza.

Sensibilità nell’area affettivo-sessuale
Oggi sempre più si chiede al formatore questo tipo di competenza, sia per quello che è capitato (e continua a capitare) nella Chiesa, sia perché l’area affettivo-sessuale è di fatto l’area strategicamente centrale nella geografia intrapsichica umana. Sembra dunque fondamentale che il formatore possieda
- le due certezze fondamentali da cui nasce la libertà affettiva: la certezza d’essere stato già amato e la certezza d’esser capace di voler bene. Proprio questa duplice sicurezza consente di dare affetto senza legar nessuno a sé, di voler bene e di lasciarsi benvolere, di vivere la solitudine e di non temere l’amicizia e l’intensità dell’affetto, di amare senza aspettarsi il ricambio;
- una sicura e ferma identità sul piano dell’identità sessuale, con ciò ch’essa significa: accettazione del proprio corpo, del proprio sesso, senso positivo di sé, capacità di relazione armonica e complementare con l’altro sesso, accoglienza della diversità dell’altro, apertura alla fecondità relazionale, certezza di poter vivere nella verginità consacrata la propria sessualità come una sessualità pasquale;
- la libertà di “bene-dire” la sessualità, proponendo a tutti un cammino positivo di maturazione in tale ambito, e pure la capacità di affrontare esplicitamente la problematica affettivo-sessuale, di discernere i segni d’immaturità e inconsistenza particolarmente in certe situazioni (esperienze di violenze subite, tendenza all’autoerotismo, rimozione d’ogni difficoltà nell’area, confusione circa la propria sessualità…). Nell’epoca degli abusi sessuali si esige dal formatore una certa competenza al riguardo, che gli consenta di individuare i segni di disturbi specifici (come la pedofilia), di saper discernere, ad es., tra omosessualità strutturale e non strutturale, e di saper accompagnare persone ferite in tale ambito.

Sensibilità pastorale
Abbiamo menzionato prima il pericolo di una generazione giovanile, e dunque anche presbiterale-giovanile, in qualche modo indifferente (vittima della “globalizzazione dell’indifferenza”, per dirla con papa Francesco). Per questo è indispensabile che il formatore abbia sviluppato in sé una sensibilità specifica legata alla propria identità di Pastore, che ha imparato a vibrare con gli stessi sentimenti del Figlio obbediente, del Servo sofferente, dell’Agnello innocente. Dunque un formatore
- che sa bene che non si evangelizza laddove non si ama (e ove non si amano coloro cui si annuncia il vangelo), e che dunque ha imparato ad amare il mondo, questa nostra storia, gli uomini e le donne che incontra sul suo cammino,
- e questo amore cerca anzitutto di trasmettere al giovane in formazione, amore come simpatia, comprensione, rispetto della cultura odierna, desiderio d’entrare in dialogo con essa…, e –al contrario- abbandono di quello stile di supponenza e sufficienza che allontana e rende antipatico l’annunciatore del vangelo e inaccettabile il vangelo stesso.
- In modo del tutto particolare il formatore dovrebbe aver sviluppato in sé un cuore misericordioso, e scoperto –guardando Gesù ricco di misericordia e compassione- che l’autorità del sacerdote risiede tutta nella capacità di provare compassione: è autorevole solo quel prete che mostra empatia, che capisce il dolore, soprattutto se questo dolore lo sa accogliere dentro di sé perché l’altro soffra meno, e giungendo dunque al punto di soffrire con lui e per lui. Questa è la vera autorità del sacerdote.
- E ancora, l’autentico formatore cerca di trasmettere al giovane candidato esattamente questa libertà di soffrire con chi soffre. Creando in lui il vero pastore, quello che ha “l’odore delle pecore”. Il contrario del mercenario, del sacerdote e del levita campioni d’indifferenza clericale, a differenza del Samaritano dalla sensibilità buona, ma il contrario anche del prete arrivista o in carriera, dalla sensibilità pagana.
- Per questo l’esperienza apostolica o comunque le varie forme di rapporto col mondo diventano luogo di formazione, non solo perché la FPr non si riduca a un fatto intellettuale né si compia lontano dalla vita reale, ma perché questo è il modo migliore di preparare il domani, e di rendere la persona libera di lasciarsi formare dalla vita per tutta la vita, di lasciarsi formare dagli altri e da ogni altro, mediazione misteriosa dell’azione del Padre che forma in noi in ogni istante il cuore del Figlio suo per la potenza dello Spirito Santo.
- Potremmo proprio dire, in conclusione, che questa è la sensibilità per eccellenza (come sintesi di qualità e competenza) richiesta oggi al formatore: rendere il giovane docibilis, così umile e intelligente da imparare da tutti, santi e peccatori, credenti e non credenti, piccoli e grandi…, per rendere tutta la sua vita un cammino continuo di formazione secondo il cuore del Bel Pastore.


NOTE

1 E.Bianchi, Parresia di un monaco, intervista a e.Bianchi in “Settimana” 36(2015), 8.
2 “Sennò "formiamo dei piccoli mostri. E poi questi piccoli mostri formano il popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero la pelle d'oca", direbbe papa Francesco, “Svegliate il mondo. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali”, in La Civiltà Cattolica, 3925(2013), 11.
3 Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, Roma 2008.
4 Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 198.
5 Ibidem, 272.
6 Ibidem, 198.
7 Termine che oggi si preferisce al classico “direzione spirituale”, a indicare un tipo di presenza che non impone direzioni al cammino del giovane, ma che si pone accanto condividendo il “pane del cammino” (così la radice etimologica del termine, dal latino medievale: “cum-panis”).
8 Differenza tra educare (da educere = tirar fuori la verità) e formare (= proporre una forma vitae).
9 C’è stato chi ha detto che se i preti avessero imparato a fare bene e regolarmente l’esame di coscienza non ci sarebbe stata la tristissima storia degli abusi sessuali.
10 Sarebbe lo spirito mondano di cui parla spesso papa Francesco.
11 Su questo modello mi permetto d’indicare il mio L’albero della vita. Verso un modello di formazione iniziale e permanente, San Paolo, Cinisello B. 2006.
12 Vivere la propria debolezza come luogo di esperienza della grazia è già una integrazione in atto.
13 Per questo ogni accompagnatore dev’esser preparato, e non solo nelle scienze dello spirito, ma anche in quelle della formazione umana; e non solo a livello teorico, ma soprattutto in quella ascesi della vita spirituale che educa il credente a vivere la fede (e il rapporto con Dio) come sintesi di quelle polarità appena viste (assenza e presenza, vicinanza e lontananza, solitudine e compagnia, dubbio ed evidenza, luce e oscurità…), per evitare polarizzazioni pericolose su una delle due polarità (psicologismo o spiritualismo, volontarismo o spontaneismo…), che poi avrebbero conseguenze pericolose nel modo di educare all’atto credente.

(Fonte: «Una vocazione, una formazione, una missione»
Il cammino discepolare del presbitero nel 50° anniversario della Optatam Totius e della Presbyterorum Ordinis