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La scelta educativa

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Senso, ragioni, conseguenze di una scelta

Carlo Caffarra

 

La Chiesa italiana ha deciso di dedicare il prossimo decennio al grande tema dell’educazione, ponendo la scelta educativa alla cima delle sue preoccupazioni pastorali.

Per aiutarvi a comprendere questa decisione cercherò di rispondere a tre domande: che cosa significa priorità della scelta educativa? perché la Chiesa italiana ha preso questa decisione? quali conseguenze comporta questa decisione? La risposta a ciascuna di queste domande scandirà in tre tempi o punti l’intera mia riflessione.

 

1. Senso della scelta educativa

 

La Chiesa italiana ha sempre educato le nuove generazioni umane che si sono susseguite lungo la sua bimillenaria storia. Parlare dunque di priorità della scelta educativa non significa: “fino ad ora

non abbiamo educato; ora cominciamo a farlo”.

La scelta della Chiesa italiana può allora significare: “miglioriamo ciò che abbiamo sempre fatto”? La scelta quindi avrebbe, se questo ne fosse il senso, un carattere esclusivamente esortatorio, morale: “impegniamoci di più”; “qualifichiamo meglio la dimensione educativa della missione della Chiesa”.

Personalmente non penso che questo sia il senso della scelta di cui stiamo parlando. Quale allora? Per rispondere devo richiamare prima alcuni orientamenti fondamentali del Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. È nella luce di questi orientamenti che si comprende il senso profondo della scelta educativa che la Chiesa italiana intende compiere nel prossimo decennio. Lo spazio di tempo non mi consente di approfondire il tema come meriterebbe.

 

- Fin dall’Enc. Redemptor hominis, programmatica del suo pontificato, Giovanni Paolo II afferma: «La Chiesa rimane nella sfera del mistero della Redenzione, che è appunto diventato il principio fondamentale della sua vita e della sua missione» [7,4; EE 8/23]. L’affermazione è profonda. La Chiesa si pone dentro al mysterium pietatis; il mistero della redenzione dell’uomo è sua permanente dimora. È la sua vita, ma è anche inscindibilmente la sua missione: la Chiesa esiste per la redenzione dell’uomo. Che cosa significa? Significa che essa esiste per la rigenerazione dell’intera humanitas di ogni uomo; per la nuova creazione di essa. «L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo - ... - deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui

con tutto se steso, deve “appropriarsi” e assimilare tutta la realtà della creazione e della redenzione per ritrovare se stesso» [10,1; EE 8/28].

Giovanni Paolo II aveva espresso con intensa drammaticità lo stesso pensiero nel suo dramma “Fratello del nostro Dio”. Il protagonista dice: “In ognuno di voi ho conosciuto la miseria e Cristo.

A lungo sono stati separati. Con tutte le forze ho cercato di avvicinarli. Perché prima tu eri un uomo misero e sulla tua miseria regnava la desolazione. Da quando ti sei avvicinato a Lui, la tua caduta si

è trasformata in croce e la tua schiavitù in libertà” [in Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, 741]. Avvicinare la miseria umana e Cristo: è questa la missione della Chiesa.

La missione della Chiesa è quindi la ricostruzione dell’humanum in Cristo; consiste nel guidare la persona umana a ritrovare se stessa in Cristo. Ogni dualismo fra ciò che è cristiano e ciò che è umano è da escludersi: la vita in Cristo non è altro [aliud] dalla vita che ogni uomo e donna vivono quotidianamente. La vita in Cristo è questa stessa vita in quanto si realizza secondo la sua verità intera; cioè in Cristo. Quando dico in Cristo non aggiungo un pleonasmo al vivere.

Commentando il testo mariano “Di generazione in generazione la sua misericordia”, Giovanni Paolo II definisce la missione della Chiesa presenza della misericordia del Padre che ricostruisce le rovine dell’humanum [cfr. Dives in misericordia 13; EE 8/178-185]. Dentro alla nostra povera storia quotidiana si edifica il Corpo di Cristo.

In questo senso Giovanni Paolo II ha potuto scrivere simultaneamente: l’uomo è la via della Chiesa; la via della Chiesa è Cristo. «A causa dell’esperienza del male, la questione della redenzione, per Papa Wojtyla, era diventata l’essenziale e centrale domanda della sua vita e del suo pensare come cristiano» [Benedetto XVI, Insegnamenti I 2005, LEV, 1020].

 

- Il S. Padre Benedetto XVI continua questo orientamento magistrale, portandolo alle questioni radicali, fondamentali.

Egli fin dall’inizio del suo pontificato pone l’attenzione e l’accento del suo pensare come Pastore supremo, sull’evento che ritiene il cuore della tragedia dell’uomo occidentale: l’assenza di Dio dalla

sua vita. Più precisamente: la considerazione della domanda su Dio come domanda insignificante per la vita umana. Si può vivere, anzi si può vivere una vita migliore se si vive “come se Dio non ci fosse”. Prestate però bene attenzione altrimenti non si coglie l’asse architettonico strutturante il pensare cristiano e l’insegnamento di Benedetto XVI. Non stiamo parlando di ciò che veniva chiamato “ateismo pratico”. È qualcosa di diverso.

È la non pertinenza della questione-Dio all’insonne ed inevitabile domanda e ricerca della verità ultima e quindi del senso della vita. È accaduto, sta accadendo una sorta di trauma nel pensare umano [una «automutilazione della ragione» dice il S. Padre], a causa del quale i fondamentali del vivere, cioè le esperienze fondamentali del vivere [rapporto uomo-donna; il lavoro; lo Stato e l’ordinamento giuridico; la morte] sono pensati “come se Dio non ci fosse”. Non esiste quindi una spiegazione dell’intero; dobbiamo accontentarci di spiegazioni frammentarie.

La prima, più urgente questione quindi è la questione di Dio: non è la questione morale. Non dimentichiamolo mai.

A mio giudizio, la riflessione più drammatica che il S. Padre ha fatto al riguardo, è stata la grande meditazione davanti alla Sacra Sindone il 2 maggio. «Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera essenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre più».

Vorrei attirare la vostra attenzione su un aspetto, una conseguenza di questo “nascondimento di Dio”, di questo “vuoto nel cuore”: l’assolutismo della tecnica. Il Santo Padre ne tratta nell’Enc.

Caritas in veritate al capitolo 6°.

Considerare il mondo, se stessi, “come se Dio non ci fosse” comporta la progressiva negazione che la realtà abbia in sé una sua propria intelligibilità, e dunque un senso. La ragionevolezza è frutto solo della tecnica che domina la realtà: si arriva a far coincidere il vero e il bene col fattibile. Questa coincidenza è semplicemente devastante. All’interno di questi grandi orientamenti del Magistero pontificio, possiamo finalmente capire il vero senso della decisione della Chiesa italiana nel prossimo decennio.

Fare della scelta educativa la scelta prioritaria significa: (a) ritenere che la Chiesa debba assumersi il carico di una ri-costruzione dell’humanum nella sua interezza; non una ricostruzione qualsiasi, ma in Cristo. (b) ritenere che questa ricostruzione debba avvenire nella forma del rapporto educativo: l’accompagnamento amante e paziente; il “sedersi a tavola coi peccatori”.

Il S. Padre ha coniato una formula assai felice: andare nel “cortile dei gentili”.

 

2. Le ragioni della scelta

 

Per accordare la nostra pastorale su questa nota [priorità della scelta educativa], è necessario condividerla intimamente e non solo eseguirla fedelmente. Ma la condivisione esige che se ne conoscano le ragioni, e siano condivise: fatte proprie. Vorrei in questo secondo punto darvi un aiuto in questo senso. E lo faccio partendo dalle ultime riflessioni del numero precedente.

Ho parlato di “ri-costruzione dell’humanum nella sua interezza”. È dunque ovvio che la scelta

fatta dalla Chiesa italiana ha come ragione ultima la convinzione che l’humanum sia stato demolito o sia in corso di demolizione. Alcuni – soprattutto i sociologi – preferiscono dire più storicisticamente: la modernità è entrata in una crisi irreversibile; la modernità non ha mantenute le

sue promesse e ora non è più in grado di farlo. Ma, per non introdurci dentro ad un dibattito tutt’altro che finito, riteniamo la nostra formulazione: l’humanum è stato demolito, o è in demolizione progressiva.

Devo subito dire che non è una descrizione morale ciò che sto cercando di fare; una descrizione cioè il cui contenuto sono i comportamenti morali. Si possono certo fare statistiche e confrontarle, ma la scelta della Chiesa non trova in questo le sue ragioni.

Di che cosa dunque sto parlando? Possiamo partire dai due primi capitoli della Genesi.

Da essi risultano almeno tre “fondamentali”. (a) L’humanum è un evento specificamente diverso, altro dall’universo in cui è collocato [«non trovò un aiuto simile a sé»]: incommensurabilmente superiore. (b) L’humanum è bi-forme: è maschio e femmina. E la bi-formità è altra da quella che troviamo nelle altre specie viventi, che è esclusivamente al servizio della perpetuazione della specie. (c) Il rapporto fra la persona umana e Dio creatore è esclusivo dell’uomo, originale: l’uomo è la sola creatura che è “ad immagine e somiglianza di Dio”. Dio infatti rivolge a lui la sua parola prendendosi cura che l’esercizio della libertà non sia per l’uomo causa di morte, guidandolo nel modo adeguato alla dignità della persona, mediante la legge morale, che è la legge della ragione.

La demolizione dell’humanum consiste nella demolizione dei tre fondamentali. Ora dovremmo vedere come questa demolizione sia accaduta. Il tempo non mi consente di farlo con quella profondità che il tema meriterebbe. Mi limito ad alcune considerazioni più direttamente pertinenti al nostro scopo: aiutarvi a condividere la scelta della Chiesa italiana.

 

(a) Viviamo oggi dentro un vero e proprio conflitto di antropologie, di visioni dell’uomo. La radicalità del conflitto consiste nel fatto che la questione verte sull’humanum come tale, sulla sua originalità, sulla sua inderivabilità dalla materia. L’uomo è totalmente spiegabile, riducibile alla materia? Ha quindi un destino eterno o solo temporale? Il desiderio di felicità illimitata che abita nel suo cuore deve essere circoscritto dentro l’orizzonte di questa vita o è un segno della natura immortale del nostro io? Se volessimo precisare rigorosamente i termini del conflitto antropologico, potremmo farlo nel modo seguente: esiste un rapporto causale tra i meccanismi e le funzioni del nostro cervello e l’esperienza che il nostro io fa di se stesso come soggetto cosciente oppure resta uno iato, una differenza incolmabile fra il piano fisico o cerebrale e quello mentale? Non ritenete che sia una questione dibattuta solo fra neurologi e filosofi. Che non sia una questione riservata ai competenti lo si può rilevare da una osservazione.

Uno dei pilastri della nostra civiltà occidentale, come è ben noto a tutti, è il concetto di persona.

Ora questo concetto, la definizione di uomo come persona, regge fino a quando affermo nell’uomo un nocciolo spirituale. Ridurre l’uomo e la coscienza che egli ha di se stesso alle funzioni del cervello, e nello stesso tempo continuare a parlare di persona, di dignità della persona, è a lungo andare impossibile.

Il conflitto delle antropologie alla fine riguarda la verità del detto genesiaco: “Non trovò un aiuto simile a sé”. È vero?

 

(b) Il secondo fondamentale dell’humanum è il fatto che la persona umana è uomo o donna. Il

dimorfismo sessuale è una caratteristica essenziale della persona. È indubbio che l’interpretazione di questa dimensione umana non è sempre stata identica in occidente. Tuttavia un dato è stato costante e comune: il dimorfismo sessuale è la base del matrimonio, e in ordine al matrimonio.

[Non voglio ora entrare nel grande evento della verginità cristiana. Non ne abbiamo il tempo]. La separazione fra sessualità e matrimonio, pur essendo costantemente un dato di fatto [fornicazione e adulteri hanno sempre accompagnato l’uomo], non è mai stata valutata come un valore.

Che cosa è accaduto e sta accadendo oggi nella coscienza occidentale? Siamo arrivati al capolinea di un lungo processo interpretativo della sessualità umana. Il capolinea è questo: il dimorfismo sessuale non ha in sé e per sé una sua propria verità e senso, ma è esclusivamente la libertà del singolo che decide il significato della propria sessualità.

La cosa è di una rilevanza immensa. Mi limito ad una schematica considerazione.

Il dimorfismo sessuale è l’archetipo di ogni socializzazione umana, in quanto esso esprime in modo originario la dialettica insita in ogni società: la dialettica fra il sé e l’altro. La società infatti non è una realtà in cui il singolo scompare; non è neppure la coesistenza di individui estranei. È la comunione di persone. Adamo esce dalla sua solitudine solo quando ha di fronte la donna. Se voi toccate questa logica, inquinate la sorgente stessa della società; e chi inquina la sorgente inquina tutto il fiume.

 

(c) Il rapporto dell’uomo con Dio è l’asse architettonico che struttura ed ordina tutto gli altri fondamentali della vita, poiché è quel rapporto che genera la consapevolezza nell’uomo della sua dignità di persona. È l’essere «coram Deo» – proprietà esclusiva della persona – che misura il valore della persona. La “morte di Dio” nel cuore dell’uomo comporta la “morte dell’uomo” come persona dotata singolarmente di una preziosità infinità.

Già R. Guardini aveva richiamato l’attenzione su questo punto, fin dagli anni 1947-1948. «Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma esso diviene visibile allo sguardo e accettabile alla volontà, quando, in grazia dell’adozione a figli di Dio e della Provvidenza, la Rivelazione schiude il

rapporto col Dio vivo e personale» [La fine dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana, Brescia 2007, 100].

Accenno solamente alcuni aspetti di questa degradazione dell’humanum dovuta a quel “vuoto del cuore” di cui a Torino ha parlato Benedetto XVI. La grandezza solenne dell’imperativo morale è ridotta a mere convenzioni prodotte dal consenso. La fedeltà, che è il respiro dell’eternità dentro alle scelte contingenti della nostra libertà, è ritenuta la negazione della libertà. Il lavoro diventa

alienazione, anziché luogo in cui ritrovare se stesso.

Prima di concludere questa riflessione sulle devastazioni subite dall’humanum, desidero richiamarne telegraficamente due segnali o sintomi.

Primo sintomo: la condizione della ragione. Questa demolizione dell’humanum è stata possibile a causa di una sorta di censura, di automutilazione della ragione. Censura ed auto-mutilazione che impediscono alla ragione di porre le domande ultime circa la vita. Di che cosa esattamente si parla? La ragione è da intendersi esclusivamente come capacità di raggiungere correttamente ed efficacemente ciò che l’uomo si propone, senza avere alcuna competenza sulla verità e bontà dei propositi umani? In questa condizione l’uomo sa camminare, ma non sa dove andare: la vita è un cammino ma senza meta, cioè senza senso. L’uomo non è un pellegrino; è un girovago. Siamo così dentro ad una devastante separazione: un io senza verità e una verità senza io.

Secondo sintomo: la condizione della libertà. Essa è tendenzialmente ridotta a spontaneità. Lo vediamo soprattutto nei nostri adolescenti.

Non vado oltre nelle illustrazioni della mappa della demolizione dell’humanum alla quale stiamo assistendo. Mi premeva aiutarvi a riflettere sulle ragioni di una scelta che la Chiesa italiana ha fatto.

La mia convinzione cioè è che se questa è la condizione dell’uomo, non si può predicare il Vangelo e celebrare i Misteri come se non avessimo di fronte un uomo demolito nella sua humanitas. Il che equivale a dire: la predicazione del Vangelo e la celebrazione liturgica devono avere il profilo di una ri-edificazione dell’humanum ex integro. Cioè: avere il profilo dell’atto educativo.

Non sarà facile operare un tale scelta ed imprimere alla nostra azione pastorale un tale orientamento, poiché le nostre comunità in generale sono comunità di bambini-giovani-anziani.

Comunità dalle quali sono assenti gli adulti, coloro cioè che hanno la responsabilità principale del vivere dell’uomo. Come allora muoversi? Siamo giunti alla terza ed ultima parte.

 

3. Le conseguenze della scelta

 

Sarò molto breve. Ogni comunità cristiana infatti, meditando sul significato e sulle ragioni della scelta educativa, ne scoprirà attraverso un vero discernimento le conseguenze. Mi sia però consentito indicarne schematicamente solo alcune.

 

La questione centrale oggi non è quella morale. È la questione di Dio in rapporto all’uomo.

Potremmo anche dire: è la questione del senso religioso.

La Chiesa ha conosciuto e conosce la persecuzione violenta, e vi risponde con i suoi martiri. Ha conosciuto, e in alcune nazioni conosce ancora, l’ateismo di Stato, e va nelle catacombe. Si è incontrata, come Paolo ad Atene, con uomini e civiltà fortemente religiosi, e ha dialogato.

Non era mai stata sfidata da un uomo che le dice: “la questione di Dio è semplicemente inutile, perché che Dio ci sia o non ci sia, la mia vita non cambia”. È l’insignificanza della domanda su Dio il problema centrale oggi nella missione della Chiesa.

La conseguenza allora è che dobbiamo avere il coraggio di andare nel “cortile dei gentili” [non nel “salotto dei gentili”].

Dobbiamo renderci conto che l’estraneità dell’uomo occidentale, di tanti battezzati ora adulti, non è dovuta alla rinuncia alla proposta cristiana. Chi è in tale condizione non entra nel “cortile dei gentili”: è semplicemente fuori. L’estraneità è il sintomo di un senso di insignificanza per la vita provato nei confronti del cristianesimo. Estranei perché la proposta cristiana non è ritenuta significativa per le grandi domande della vita. Oggi, questa, è la condizione più diffusa.

La nostra predicazione del Vangelo se vuole essere veramente un grande fattore di ricostruzione dell’humanum, muoversi cioè nella linea della scelta educativa, deve da una parte essere predicazione della parola di Dio [non di altro] e dall’altra prendere sul serio le grandi ragioni del vivere umano.

Nella nostra vita pastorale abbiamo ancora questa possibilità perché all’inizio della vita [richiesta del battesimo], al termine della vita [richiesta del funerale religioso], per il matrimonio, molte persone si rivolgono ancora alla Chiesa. La nascita, la morte, l’amore umano sono tre luoghi fondamentali per dire le ragioni della nostra speranza. «L’essenza dell’uomo prende coscienza nelle situazioni limite: la nascita e la morte, l’errore e la verità, la speranza e la disperazione» [C. Fabro].

C’è anche un altro aspetto da considerare in questo contesto, a riguardo soprattutto dell’educazione dei giovani alla fede.

Essi – intendo parlare soprattutto di chi frequenta le nostre comunità – sono immersi nei dogmi dello scientismo, fra cui quello di ritenere che la proposta cristiana non ha una portata veritativa.

L’impegno a mostrare la ragionevolezza della fede, l’impegno a dimostrare l’infondatezza razionale delle obiezioni, sono impegni oggi ineludibili. Si pensi che cosa significa per la fede dei nostri ragazzi la elevazione della teoria evoluzionistica a filosofia prima, per fare solo un esempio.

 

C’è bisogno di un grande impegno a livello del pensiero. Da tutto quanto ho detto risulta essere la necessità più impellente.

 

Va seriamente ripensata la celebrazione liturgica. «Nella liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa» [J. Ratzinger]. Non ci sono altri luoghi in cui sia dato all’uomo di incontrare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo. La Chiesa ha sempre educato, anzi ha generato popoli cristiani soprattutto mediante la Liturgia.

 

Rimini, 31 marzo 2011

 

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