Io e l'altro. Percorsi di pedagogia interculturale /5

Raffaele Mantegazza

(NPG 2014-08-52)


Un manifesto ha fatto la sua comparsa sui muri delle città del Nord Italia. Il testo riporta la frase “Fuori gli immigrati dall’Italia”. Ma la parte più consistente è occupata da quattro caricature. In alto a sinistra c’è il disegno che rappresenta un africano con un tappeto sottobraccio con la scritta “Vu’ cumpra?”; in alto a destra è raffigurata una prostituta di colore che chiede “Vu’ trumbà?”; in basso a sinistra un giovane di aspetto poco rassicurante, ovviamente di colore, che dice “Vu spaccià?” e infine in basso sulla destra un eccitato uomo non certo bianco che ansima “Vu’ stuprà?”. Il manifesto non è mai stato rimosso, nonostante le numerose denunce per istigazione all’odio razziale. Qualche tempo dopo di fianco al manifesto è stata affissa la pubblicità di un gelato al cioccolato: l’immagine scelta è quella di una splendida ragazza di colore che si lecca le labbra dopo aver finito di gustare il gelato suddetto.

“Tutti gli albanesi sono ladri”, “Tutte le donne guidano male”, “Tutti i professori sono frustrati”: frasi che abbiamo sentito pronunciare e forse pronunciato a nostra volta; frasi evidentemente false, ma che nonostante la loro falsità risuonano quotidianamente nelle nostre strade con una forza e una tenacia che lasciano stupiti. Di solito affermazioni di questo tipo sono preannunciate e precedute da formule di scusa del tipo “Io non sono razzista ma..:”, “Io non nono maschilista però…”, cosa che le rende ancora più ridicole.
Ma come nascono questi modi di ragionare? E perché sono così forti? Anzitutto occorre precisare che il pensiero per stereotipi è purtroppo tipico del modo di ragionare dell’essere umano e in alcuni casi ha una efficacia pratica; la realtà è assai complessa e occorre semplificare; così nascono le frasi stereotipate che il più delle volte possono anche servirci per muoverci meglio nella realtà quotidiana; io non ho mai visto un asino volare, nessuno me ne ha mai parlato, posso quindi dire che “tutti gli asini non possono volare” e dunque prevedere che questo asino che sta davanti a me non spiccherà il volo. Le cose diventano molto più complicate quando si parla di esseri umani o addirittura di gruppi umani; a parte il fatto che occorrerebbe eliminare dal nostro vocabolario frasi che iniziano con la parola “tutti”, perché potenzialmente stereotipe, dobbiamo ricordare e soprattutto insegnare ai bambini e alle bambine che il pensiero stereotipato è una facile ma pericolosa alternativa alla fatica della conoscenza. Se io dico che “tutti i neri sono ladri” mi tolgo la fatica – e anche il fascino e la positività - di conoscere quella specifica persona di colore che ho davanti a me in questo momento. In questo modo faccio una violenza alla persona ma anche alla mia intelligenza; i pregiudizi, ovvero l’allargamento degli stereotipi che li fa diventare veri e propri “giudizi dati prima” di conoscere la realtà, fanno appello proprio a questa rilassatezza dell’intelligenza. Piuttosto che conoscere la realtà (impresa faticosa ma avventurosa e bellissima) sembra meglio giudicare in anticipo, basandosi sul sentito dire, sulle dicerie, sulle chiacchiere di paese o di canale televisivo.
La formula per combattere il pregiudizio consiste allora nel sottolineare il suo apparentamento con l’ignoranza; solo l’esperienza e la conoscenza, iniziate fin da piccoli e portate avanti per tutta la vita, possono mostrare quanta ignoranza ci sia nei pregiudizi e negli stereotipi. Proviamo ad applicare questa formula ai principali tra i pregiudizi nei confronti degli/delle immigrati/e presenti in Italia; tenendo presente un dato importante: dietro ogni pregiudizio si nasconde sempre un fatto che viene distorto e a volte addirittura falsificato e che va combattuto con l’antidoto della ragione e della conoscenza. Risalire al fatto è la prima tappa di questo processo educativo che potremmo chiamare di illuminismo mentale e che è possibile compiere fin dai primi anni di età.
Proviamo allora a fare qualche esercizio di argomentazione per smontare alcuni pregiudizi tipici a proposito dell’intercultura

«Perché non se ne stanno a casa loro?»

Il fatto: c’è stata negli ultimi decenni una brusca impennata dell’immigrazione verso l’Italia da altri paesi, tipicamente dell’Est Europa e dell’Africa, un po’ meno dall’America del Sud. Il tutto è inserito in un movimento di popoli vastissimo a livello mondiale. Questo fatto ha comportato da noi una vera e propria inversione di tendenza: l’Italia, da terra di emigrazione storica si è trasformata in terra di immigrazione, e il Nord Italia sta conoscendo una seconda immigrazione dopo quella interna dal Meridione d’Italia negli anni 50 e 60.
La distorsione: su questa base di fatto opera una distorsione di tipo fintamente “buonista”. Non si dice che queste persone siano cattive, ma si dice che se ne dovrebbero restare a casa loro, che qui stanno male, che potremmo aiutarle nelle loro terre. Si dice quindi che la ragione per l’emigrazione da parte di queste persone non esiste, a differenza delle ragioni valide (miseria, ricerca di lavoro) che giustificarono l’emigrazione dei lavoratori italiani dal Sud d’Italia verso il Nord o verso Europa, America, Australia.
L’antidoto: occorre mostrare concretamente quali siano le motivazioni reali dell’emigrazione di masse di popoli verso l’Occidente: motivazioni economiche, politiche, legate a guerre, fame, carestie. Ma tutto questo non basta: occorre soprattutto cercare di ricordare ai giovani come queste terre dalle quali le persone si allontanano siano povere perché l’Occidente le ha impoverite con una politica di conquista economica e di sottrazione delle risorse. Queste persone dunque “se ne sono state a casa loro” per secoli finché il ricco Occidente non ha derubato la loro casa e le loro terre di tutte le risorse, rendendole inabitabili. Gli immigrati e le immigrate non fanno parte di popolazioni che sono nate povere perché qualche divinità l’ha voluto; sono membri di popolazioni che sono diventate povere perché sono state derubate. Se non si parte da questa constatazione, amara quanto si vuole ma dimostrabile con i fatti, qualsiasi discorso sull’immigrazione parte con il piede sbagliato. Che poi occorra pensare a una politica internazionale di aiuti per i paesi più poveri in modo che in futuro non sia più necessario emigrare per coloro che abitano in queste terre, è vero; ma oggi l’emigrazione verso il ricco e rapace Occidente è per queste persone l’unica soluzione praticabile.

«Vogliono imporre la loro religione»

Il fatto: le persone immigrate spesso professano fedi religiose diverse da quelle preponderanti in Italia, e in particolare dal cattolicesimo. Alcune di queste persone sono di fede musulmana. Una esigua minoranza di questi musulmani appartengono a un Islam radicale che accetta a fatica il confronto con le altre religioni e comunque in alcuni casi ricerca la conversione degli “infedeli”; una minoranza ancora più esigua appartiene a gruppi radicali che aderiscono al terrorismo che nasce per questioni geopolitiche e non ha nulla a che fare con la religione.
La distorsione: sfiorando il ridicolo ma purtroppo conquistando molte menti poco informate, si dice che queste persone stanno per conquistarci come il feroce Saladino, vogliono vendicarsi delle Crociate (che a dire il vero non sono molto citate, perché forse si teme un effetto boomerang…), riempiranno l’Italia di moschee e ci faranno perdere la fede cattolica.
L’antidoto: il nostro profondo rispetto per il cattolicesimo e per tutte le sue straordinarie conquiste spirituali e culturali ci fa guardare con profonda pena a questa distorsione razzista del dialogo o dello scontro tra religioni. Crediamo fermamente che un cattolico coerente abbia nel sangue l’insegnamento di Cristo: “non chi dice Signore, Signore ma chi fa la volontà del Padre mio”. Dunque la fede è una scelta interiore che nulla può far vacillare. E soprattutto in Italia il cattolicesimo ha raggiunto una tale saldezza istituzionale che crediamo sia davvero bizzarro pensare possa crollare sotto i colpi di chissà quale riconquista islamica. E’ comunque importante spiegare le differenze tra le religioni e le credenze degli immigrati (si parla tanto di Islam: e gli israeliti? i scintoisti? i buddhisti? gli animisti?), parlare ai giovanissimi della pluralità di Islam (sunnita e sciita, ma anche della specificità dell’Islam della emigrazione, dell'Islam cosiddetto “global”) e in seno all’Islam cercare tenacemente il confronto con le élites del dialogo, con moderati e le moderate, con chi cerca un confronto nelle differenze. Per chi credesse e poi ulteriormente alla favola brutta della superiorità dell’Occidente ricordiamo che semmai un segno di civiltà da parte di uno Stato laico è proprio riconoscibile nel permettere a tutti e a tutte di professare la propria fede, senza i vili ricatti del tipo: “Apriremo una moschea a XXX quando sarà aperta una chiesa a Riad”.

«Ci fanno perdere le nostre radici»

Il fatto: il crescente confronto con culture differenti da quella occidentale ha portato a una riflessione sulle radici dell’Occidente e dell’Europa e sulla identità dell’europeo, dell’italiano, del cittadino del mondo. Gli antropologi parlano sempre più di identità miste, plurali, nomadi. L’idea di una radice definitiva che spieghi in modo lineare l’origine di una cultura sembra tramontare.
La distorsione: si dice che stiamo perdendo la nostra identità; si parla di una buffa sostanza fumosa che sarebbe l’Europeità (ma di Copenhagen o di Madrid? andalusa o greca? mediterranea o baltica?) o di Italianità (Aosta, Palermo o Rieti? Finferli, malloreddus o caciucco? Maria Carta, Pino Daniele o Enzo Janacci?) o la cultura europea (greca? pagana? cristiana? Paolo di Tarso, Mani o Socrate?) . L’idea di Patria viene tolta dalle soffitte: non nel senso di una terra che tutti ci ospita e ci nutre ma qualcosa di “Nostro” da difendere dall’attacco dei vari “Loro”.
L’antidoto: esistono le radici dell’Occidente e dell’Europa. Ma a differenza di quanto qualcuno pensa e propaganda, bisogna ricercarle in Africa. Gli antropologi insistono da anni sul fatto che i primi ominidi, i nostri antenati, hanno popolato proprio il continente africano prima di disperdersi per il mondo. Dunque siamo tutti figli d’Africa, e se proprio si volessero ricercare le radici dell’umanità occorrerebbe perlomeno attraversare il Mediterraneo. Anche il concetto di Patria così tornato di moda in questi ultimi anni va riveduto nell’azione educativa; se è ovvio che un moto di affetto può legare le persone al paese, alla regione, alla Nazione nei quali sono venute al mondo, occorre però ricordare che in un’era di globalizzazione e di interdipendenza globale la sola patria che occorre riconoscere è il Mondo, la Terra come madre di tutti gli uomini e le donne e di tutti gli esseri viventi. Non esiste l’europeità o l’italianità, esiste l’umanità. Lo sapeva bene Albert Einstein che, quando un funzionario nazista gli chiese di riempire un modulo per essere ammesso all’insegnamento universitario, alla casella destinata alla domanda “razza” scrsse semplicemente: “umana”.

«Gli africani hanno la musica nel sangue»

Il fatto: alcuni ritmi e alcune nuove sonorità sono giunte alla musica occidentale a partire da ricerche attorno a musiche tribali africane o comunque a sound di origine non occidentale; è così nata la cosiddetta World Music.
La distorsione: l’africano viene presentato come una persona che balla, canta e fa musica per natura, come se si trattasse di un suo dono istintivo. Spesso quando si sente una cantante dalla pelle nera con una bella voce si dice “Per forza, tutti i neri sanno cantare”. Mina è stata definita “La cantante bianca che canta come una nera” e Mel Ferrer cantava negli anni Sessanta “Vorrei la pelle nera” per poter cantare come James Brown.
L’antidoto: abbiamo scelto di chiudere questa rassegna di pregiudizi con quello che potremmo definire una sorta di pregiudizio alla rovescia. Infatti ci sembra che attribuire caratteristiche generali a gruppi di persone sulla base della loro appartenenza etnica o geografica senza confrontarsi con le differenze individuali e senza passare attraverso la conoscenza diretta delle persone medesime sia un grave errore; e lo è anche se le caratteristiche attribuite sembrano positive. “I milanesi sono dei grandi lavoratori”, “I meridionali sono ospitali”, “Le ragazze nordiche sono bellissime”: si tratta anche in questo caso di semplificazioni indebite della complessità della realtà, di generalizzazioni che non fanno altro che risparmiare alle persone la difficoltà e la fatica di ragionare. Nessuna generalizzazione è allora possibile a partire quando si parla di gruppi umani; questa dovrebbe essere la precauzione che ogni genitore o educatore dovrebbe insegnare ai propri ragazzi. Il pregiudizio è un’arma potentissima, soprattutto quando è nascosta dietro un alone di buonismo. Le armi della ragione la possono sconfiggere; anche se la ragione richiede fatica, esperienza, approfondimento. Ancora e soprattutto oggi è vero quanto scriveva Francisco Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”.