Conoscere, seguire,

vedere Gesù

Tre catechesi giovanili

Carlo Caffarra


VOGLIAMO CONOSCERE GESÙ

Iniziamo il nostro cammino che quest’anno vuole riportarVi alle fondamenta stesse della nostra fede; aiutarVi ad acquisire una consapevolezza sempre più chiara della vostra identità di cristiani.
Ho fatto questa scelta per due ragioni. La prima è che mostrare l’originalità, l’inconfondibilità, la singolarità inassimilabile del cristianesimo è la prima esigenza di rispetto di sé e degli altri. L’incertezza sulla propria identità è umanamente indegna. La seconda ragione è che dopo duemila anni di storia, il cristianesimo appare un fenomeno straordinariamente ricco e complesso. È necessario quindi che prima o poi ci chiediamo che cosa esso è nel suo nucleo centrale: in ciò da cui trae origine e spiegazione ogni suo sviluppo.

1. IL CRISTIANESIMO È UN FATTO ACCADUTO

È buona norma portarsi alle origini. Ebbene fin dall’inizio chi si diceva cristiano e chi proponeva il cristianesimo ad altri, sentì il bisogno psicologico e pedagogico insieme di racchiudere tutta la proposta che essi vivevano e facevano in brevi formule, in riassunti sintetici.
Se noi analizziamo queste sintesi restiamo subito colpiti da una caratteristica. Esse non espongono una dottrina; non propongono una norma: narrano un fatto. Il fatto seguente: Gesù di Nazareth, morto crocefisso, è risorto. Fate bene attenzione, per capire di che cosa si parla: ad una stessa persona si attribuiscono due fatti; dello stesso soggetto si narrano due episodi: è morto – è risorto. È lo stesso e identico individuo che posto in un sepolcro è risuscitato. L’identità del soggetto è di decisiva importanza.
Mi fermo, prima di procedere, a fare due considerazioni assai importanti. La prima. D. Hume dice che i fatti sono testardi. I fatti cioè, a differenza di una dottrina, non sono "trattabili". Una dottrina la puoi accettare in parte e in parte rifiutare; la puoi nel corso dei tempi modificare poco o tanto. Una dottrina è trattabile; i fatti sono intrattabili: o si accettano o si rifiutano. Non c’è via di mezzo. Il rifiuto può essere anche motivato, se del fatto non sei stato spettatore, o se giudichi il testimone falso o un allucinato. La seconda osservazione è che una dottrina può essere capita o non capita. Può essere che una proposta dottrinale sia così difficile da esigere una particolare preparazione culturale. Non è così per i fatti: basta non essere ciechi o sordi. Il cristianesimo è … per tutti, non solo per le persone istruite.
Riprendo ora il discorso interrotto da queste due osservazioni. Qualcuno potrebbe dire: "non vedo che cosa ci sia nel fatto che un morto risorga di così importante da spiegare tutto il "fenomeno" cristianesimo".
A dire il vero, quando questo fatto venne narrato per la prima volta, nessuno oppose ad esso l’obiezione della insignificanza. Ed infatti questa obbiezione risulta immediatamente inconsistente se facciamo attenzione in primo luogo al significato preciso di quel "è risorto". Non significa per niente: ritornò alla vita di cui godeva prima della morte. Veramente in questo caso, al di là di una meraviglia che l’uomo prova per qualche istante di fronte ad un avvenimento straordinario, l’uomo non avrebbe ascoltato qualcosa di importanza decisiva. Era solo rimandare la resa dei conti colla morte. Ciò che i primi testimoni del fatto intendono dire è che quel morto, Gesù di Nazareth, è entrato in possesso di una vita che senza cessare di essere una vita veramente ed anche fisicamente umana, è immortale ed incorruttibile. È una vita divina. A causa di ciò Gesù di Nazareth è divenuto un "caso unico". Uno che vive corporalmente la vita che è propria di Dio, dopo che è morto. In una parola: uno che è risorto.
Ma c’è ancora qualcosa d’altro di grande significato per l’uomo in quella narrazione. Esso è ancora una volta espresso in diverse formulazioni sintetiche di cui vi parlavo. Una di queste, tradotta letteralmente dal testo greco, suona così: "è stato consegnato (a morte) a causa dei nostri peccati ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione" [Rom 4,25]. Cioè: perché noi fossimo giustificati, liberati dalle nostre trasgressioni. Che cosa significa? In quel fatto è accaduto qualcosa che riguarda anche noi, che coinvolge anche noi e molto profondamente. La nostra più profonda miseria, la miseria di non realizzarci nelle nostre scelte libere a misura della verità intera della nostra persona è stata vinta, è stata distrutta da e in quel fatto: la morte e la risurrezione di Gesù di Nazareth. Quel fatto è capace quindi di generare un’esistenza nuova, al punto tale che Paolo potrà scrivere: "se qualcuno è in Cristo, è una nuova creatura" [2Cor 5,17]. Una novità che è capace di rigenerare tutta l’umanità di ogni persona umana. Anche il sociale umano, il modo di con-vivere fra le persone. In sintesi: il cristianesimo è il fatto della morte e risurrezione di Gesù di Nazareth, principio del rinnovamento di tutta la realtà umana e non.
Mi fermo ancora per alcune considerazioni che spero vi aiutino sempre meglio a capire la risposta alla nostra domanda sul nucleo essenziale del cristianesimo.
La prima. È commovente notare come chi si sia accostato al cristianesimo senza pregiudizi, senza fede anche, abbia capito che esso è un fatto. Così, per esempio , L. Wittgenstein scrive: "il cristianesimo, penso, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, bensì la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo". Ma all’interno della vicenda moderna è stato forse Kierkegaard a richiamare maggiormente l’uomo proprio a questo. Egli scrive nel suo Diario: "Il cristianesimo non è una dottrina ma una comunicazione di esistenza (…). Per questo ogni generazione deve cominciare da capo" [ed. Morcelliana, Brescia 1981, vol. 5, pag. 21].
La seconda. Il cristianesimo è assolutamente incomparabile con qualsiasi altra religione: in senso stretto, anzi, non è neppure una religione. Esso infatti non è in primo luogo l’assenso dato ad una dottrina o ad una morale insegnata da un maestro, da un profeta. Non pone al centro un insegnamento da accettare e da vivere. Pone una persona da incontrare o da rifiutare: Gesù di Nazareth risorto principio di vita nuova. Nessun fondatore di religione aveva presentato se stesso come più importante della dottrina che insegnava. È davvero qualcosa di unico!
La terza. E qui, se mi avete seguito, cominciano a sorgere innumerevoli domande: ma come posso oggi incontrarlo? Che cosa significa "principio di vita nuova"? in che modo Lui diventa "principio di vita nuova"? Ma soprattutto nasce una domanda: ma chi è costui? ma chi è questo Gesù di Nazareth che si pone come il crocevia obbligato del destino eterno di ogni persona umana? Queste domande ed altre ancora hanno generato il grande pensiero cristiano, alla cui edificazione hanno cooperato persone da annoverare spesso fra i più grandi geni speculativi dell’umanità.

2. IL CRISTIANESIMO È UNA PERSONA

Riprendiamo proprio il discorso da questa ultima domanda, perché alla fine è la risposta ad essa che è decisiva per capire che cosa è il cristianesimo.
Il fatto narrato è un fatto vissuto da Lui, da Gesù Nazareno. E quindi alla fine il cristianesimo è Gesù Cristo. Ma chi è Gesù Cristo? La risposta a questa domanda è stata data immediatamente, pur con tutta la fatica di penetrare dentro ad un mistero senza limiti.
Il fatto della sua risurrezione ha aperto gli occhi di quegli uomini e di quelle donne che avevano vissuto con Lui prima che morisse: le sue parole, i suoi comportamenti assumono una luce nuova. Se ne capisce sempre più l’intimo significato. Nascono da questa esperienza anche i quattro Vangeli scritti. E quindi non deve stupirci se accanto alle narrazioni riassuntive del fatto della morte e risurrezione troviamo nei più antichi scritti cristiani anche delle formule sintetiche, che chiameremo "cristologiche": riguardano l’identità di Cristo.
La prima formula cristologica è: Gesù è il Signore [Kýrios]. Nelle traduzioni greche della Bibbia ebraica, "il titolo vale come traduzione del tetragramma divino YHWH, oltre che del ricorrente titolo Adonay detto spesso di Dio. Sicché l’innovazione capitale del Nuovo Testamento… consiste proprio nell’applicare a Gesù di Nazareth una qualifica" che … comportava una qualifica divina [cfr. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, vol. II; San Paolo ed., Milano 1999, pag. 60].
Vi ho detto che nel cristianesimo ciò che è decisivo è "un evento reale nella vita dell’uomo". Quest’evento è il riconoscimento della signoria di Gesù, dovuta alla sua risurrezione, unica via di salvezza offerta all’uomo [cfr. At 16,31; Rom 10,9; Fil 2,11]. Non abbiamo ora il tempo di spiegare che cosa significa riconoscere nella propria vita questa signoria del Risorto; tutta l’etica cristiana sarà lo sforzo di capire precisamente cosa significhi vivere sotto la signoria di Cristo. Lo riprenderemo nella prossima catechesi.
L’altra fondamentale formula cristologica è: Gesù è il Cristo. Cristo è la traduzione greca dell’ebraico Mesiha. Egli cioè è colui che il popolo ebreo attendeva; che ogni uomo attende come definitiva risposta ai loro veri problemi. Risposta al desiderio illimitato di ogni uomo di Verità, di Bontà, di Bellezza. E pertanto S. Paolo finirà col descrivere l’intera vita di chi ha incontrato il Risorto con una formula che in lui ritorna fino alla noia: essere-vivere in Cristo.
Alla fine la comunità apostolica farà la scoperta più grande che potesse accadere: Gesù di Nazareth, col quale avevano vissuto assieme tre anni; che avevano visto coi loro occhi ed ascoltato con le loro orecchie; che avevano toccato con le loro mani ed avevano visto distrutto dalla più terribile delle morti; che avevano visto in carne ed ossa risorto e vivo di una vita finalmente non più in preda alla morte:questo Gesù è Dio. E quindi: Dio si è fatto uomo, ed il Dio fatto uomo si chiama, è Gesù di Nazareth.
Ci eravamo chiesti: che cosa è il cristianesimo nel suo cuore? La risposta è la seguente: Gesù di Nazareth, Dio fatto uomo, morto e risorto, che si è posto dentro alla storia umana come fatto generatore di una "nuova creazione".
"Il Mistero ha scelto di entrare nella storia dell’uomo con una storia identica a quella di qualsiasi altro uomo: vi è entrato perciò in modo impercettibile, senza nessuno che lo potesse osservare e registrare. Ad una certo punto si è posto; e per chi lo ha incontrato quello è stato il grande istante della sua vita e della storia tutta" [L. Giussani].
Ora potete capire che Gesù il Cristo è non tanto il fondatore del cristianesimo, colui che ha insegnato la dottrina e la morale cristiana: è il contenuto stesso del cristianesimo. "Gesù perciò non può essere semplicemente collocato nella serie dei grandi personaggi storici iniziata con Abramo, ma appartiene a un altro ordine di esistenza, al di fuori del contesto temporale. Come Yhwh nella fede giudaica, egli è il Signore della storia, redentore di Israele e dell’umanità" [R. Penna, I ritratti originali… op. cit. pag. 440].

Conclusione

Vorrei leggervi un passo che, a mio giudizio, costituisce un vertice della ragione umana. È un passo del Fedone: "trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità; oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare fra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita; a meno che si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, ossia affidandosi ad una divina rivelazione" [Fedone, 85 C-D].
L’ipotesi di una rivelazione divina [théios logos] non solo non è irragionevole, ma in qualche modo è l’ultimo approdo di una ragione esercitata da chi non si accontenta di vivere "come pecore matte", ma "per seguir virtude e conoscenza". Non solo, ma la stessa ragione comprende che essa sarebbe nei suoi confronti come una nave nei confronti di una zattera.
Il fatto cristiano che è il fatto dell’Incarnazione è una risposta trascendente ad un’esigenza umana che i grandi maestri dello spirito hanno sempre intuito, un’esigenza espressa mirabilmente per esempio da Leopardi nella poesia Alla sua donna.
La cosa più disumana sarebbe di non volervi prestare nessuna attenzione per una sorta di pigra disperazione, oppure di ritenerlo un fatto impossibile per una disperata irrazionalità, eliminando la categoria della possibilità che è invece propria di una ragione che non accetta limiti.
L’uomo che vuole usare la sua ragione senza nessun pregiudizio è l’uomo che si scopre mendicante di un senso che può alla fine venirgli solo da una divina rivelazione. Non è forse irragionevole rifiutare per principio di verificare se questa ipotesi non si sia verificata? Chi è più ragionevole colui che pregiudizialmente esclude già la possibilità o chi non esclude nulla, ma verifica tutto? È l’imprevisto che mantiene sveglio lo spirito e grande la libertà, perché libera la persona dall’annoiata sazietà del "già visto".

(4 ottobre 2003)


VOGLIAMO SEGUIRE GESÙ

- La volta scorsa ho voluto guidarvi ad una comprensione precisa di ciò che è il Cristianesimo. Ho cercato di aiutarvi a rispondere alla seguente domanda: che cosa è il cristianesimo?
Ora passiamo, per così dire, sul versante della nostra persona, e quindi cercheremo di rispondere alla seguente domanda: chi è il cristiano? Che cosa significa "essere cristiani"?
Come potete vedere, le due catechesi, quella di ottobre e questa di novembre, sono strettamente connesse.
- È inevitabile, in un certo senso, che rispondendo alla domanda su chi è il cristiano, sorga in noi un’altra domanda: come si diventa cristiani? E pertanto questa catechesi avrà due parti, in corrispondenza alle due domande.

1. CHI È IL CRISTIANO

Da quanto ho detto nella catechesi scorsa deriva una conseguenza, assai importante per tutta la riflessione che faremo questa sera.
Tutte le religioni hanno una morale che si compone di tre capitoli fondamentali: doveri verso Dio; doveri verso il prossimo; doveri verso se stessi. E quindi tutte le religioni chiedono all’uomo di vivere in maniera decorosa e degna, onorando Dio e realizzando una rapporto di umana fraternità fra gli uomini. Il cristianesimo non entra per sé in questa categoria. Per quale ragione? Perché il comportamento e l’esistenza cristiana non è primariamente – nel senso suddetto – un comportamento ed un’esistenzareligiosa, ma credente. Dovete prestare molta attenzione a questo punto, comprendendo bene la distinzione fra religione e fede.
La religione non implica necessariamente la fede: i pagani erano e sono spesso religiosi, ma non sono credenti. La fede è un rapporto reale, vivo dell’uomo con Dio, in risposta ad un rapporto reale, vivo che Dio ha voluto istituire con l’uomo. La fede quindi suppone una Rivelazione di Dio fatta all’uomo, un suo ingresso cioè nella vita e nella storia dell’uomo. Dovete riflettere molto lungamente su questo punto.
Perché – per fare solo un esempio – ha senso parlare, e di fatto si dice "fede cristiana", ma non si dice, né avrebbe senso dire: "fede buddista"? perché il buddismo è una saggezza umana che non implica, né afferma alcuna Rivelazione divina, alcuna Presenza di Dio dentro la storia dell’uomo. Ed infatti nel buddismo, così come nell’Islam, non ci sono misteri: non c’è la Trinità, non c’è l’Incarnazione, non c’è l’Eucarestia. Non ci richiede nessuna adesione ad un Dio che ci rivela il suo Mistero, e chiede di entrare in una relazione viva, personale con Lui.
Come abbiamo lungamente spiegato la volta scorsa, il Mistero di Dio che si rivela, Dio dentro la nostra storia, Dio con noi è Gesù Cristo. È in Lui che noi abbiamo un rapporto vivo, reale con Dio.
Arrivati a questo punto, possiamo già iniziare la nostra risposta. Chi è il cristiano? È colui che accoglie questo mistero, mistero di un Dio che entra in rapporto coll’uomo e dell’uomo che entra in rapporto con Dio. E poiché questo Mistero è Cristo, il cristiano è colui che ha preso coscienza e vive della presenza di Cristo nella sua vita umana, nella sua vita di ogni giorno. Il cristiano è colui che si è incontrato con Cristo.
È un incontro reale; è necessario che facciamo esperienza di un vero incontro con Lui. Finché non accade questo incontro, noi non siamo cristiani. Forse possiamo essere giovani per bene, che si impegnano per gli altri, che lottano per la pace: ma non saremmo cristiani. La S. Scrittura usa metafore assai ardite per farci capire la realtà di quest’incontro: fidanzamento, matrimonio, amicizia, tralcio nella vite. Per me vivere è Gesù Cristo, ha scritto S. Paolo [cfr. Fil 1,21]: è la migliore risposta alla nostra domanda. Il cristiano è colui per il quale vivere è Gesù Cristo.
Ma ora vorrei precisare meglio il contenuto di questo primo abbozzo di risposta, perché non vorrei che tutto si riducesse a … qualche emozione che potete sentire in voi.
Riprendiamo l’espressione paolina: Paolo scrivendo quella frase ci appare come talmente dominato dalla presenza di Cristo nella sua vita, che Egli diventa il riferimento unico, senza del quale niente ha senso.
"La fede è questa prospettiva di senso che nasce dal riferimento interiore e profondo a Gesù Cristo. Credere è essere radicalmente riferiti non ad un’idea, ma a Gesù Cristo; è lasciarsi determinare da questo riferimento così da ritrovare in Lui il senso dell’esistenza. L’uomo può costruirsi in tante maniere, ma ciò che diventa determinante per il credente cristiano è la sua disponibilità, la sua tensione a essere riferito a Gesù Cristo. Per questo, il cristiano può rinunciare a tutto, ma non a Gesù Cristo, perché se gli portano via il "suo" Signore, non ha più senso la vita" [G. Moioli, Va’ dai miei fratelli, ed. Glossa, Milano 1996, pag. 22].
Vorrei aiutarvi con un esempio. Una massa di mattoni può essere disposta in tanti modi e dare origine ad una casa, ad un ponte, e così via. La "forma" che i mattoni dovranno assumere, è ciò che stabilisce come devono esser disposti: la forma che deve avere una casa è ben diversa dalla forma che deve avere un ponte. E la nostra vita come deve essere "disposta"? come deve essere edificata? in quale "forma"? Se uno risponde: "nella forma che è Gesù Cristo", è un cristiano. Concretamente: pensare come pensava Gesù Cristo; avere le stesse preferenze che aveva Gesù Cristo ; avere gli stessi "valori" di Gesù Cristo. Diciamo una cosa straordinariamente grande: Gesù Cristo entra a tal punto nella definizione di me stesso che io mi ritrovo più in Lui che in me stesso. Chi è il cristiano? un altro Gesù Cristo; uno che si lascia "formare" [ricordate l’esempio], determinare da Gesù Cristo.

2. COME SI DIVENTA CRISTIANI

Sono sicuro che se avete ascoltato profondamente quanto ho detto, vi sarete resi conto che essere cristiani è un cammino: lungo, difficile spesso.
Ma questo cammino non comincia neppure se non c’è quella disponibilità radicale a lasciarsi determinare, definire, formare da Gesù Cristo.
Ma a questo punto potreste cadere in un grave errore che ha sempre insidiato i cristiani lungo i secoli: il moralismo. Seguitemi attentamente.
Perché accada un incontro vero fra due persone, ambedue devono volere l’incontro; non si costituisce nessun matrimonio senza il consenso dei due coniugi. Orbene, non si deve mai dimenticare che nell’incontro di cui stiamo parlando, le persone coinvolte non sono sullo stesso piano: Dio è infinitamente trascendente l’uomo. Non è l’uomo che possa prendere l’iniziativa di incontrare Dio: impresa vana. "Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" [1Gv 4,10]. Nel nostro diventare cristiani il primato non è tenuto dal nostro sforzo, ma dall’iniziativa di Dio: il primato è della grazia.
In che modo l’iniziativa di Dio si esplica oggi? nei sacramenti. I sacramenti sono azioni compiute da Cristo per con-formarci [ricordate l’esempio della casa e del ponte] e tras-formarci in Lui: essi applicano a ciascuno di noi quanto Cristo, Dio con noi, ha fatto e sofferto durante la sua vita, passione e morte. Non si diventa cristiani senza sacramenti, e lo si diventa sempre più attraverso i sacramenti. Più precisamente ancora.
Gesù, Dio fattosi uomo, colla sua morte e risurrezione ha operato la nostra trasformazione come in radice; questa trasformazione o redenzione già operata viene offerta e compiuta in ciascuno di noi mediante i tre sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell’Eucarestia. Essi pertanto si chiamato "sacramenti della iniziazione cristiana": sacramenti cioè mediante i quali si diventa cristiani.
Ma ciascuno di noi è una persona libera: Cristo non vuole schiavi, ma amici. Il sacramento ci fa diventare cristiani se noi vogliamo diventarlo: non è un rito magico. Riceverli bene significa in primo luogo con quella radicale disponibilità a lasciarsi trasformare da Cristo in lui stesso; questo significa riceverli con fede. Il sacramento quindi presuppone la fede, la quale va nutrita dalla Parola di Dio: scritta nel libro sacro e predicata dai ministri della Parola.
L’incontro che avete con Cristo nei sacramenti deve poi essere continuato e come lungamente gustato nella preghiera personale, soprattutto una preghiera intensamente mariana: nessuno più di Maria ci guida all’incontro con Cristo.
Alla domanda dunque, come si diventa cristiani? Rispondiamo: mediante i sacramenti [dell’iniziazione cristiana] ricevuti con fede.

Conclusione

Vedete quanto è grande il cristianesimo, e quanto è semplice nello stesso tempo! Esso è l’incontro, cioè la fede in Gesù Cristo incontrato nei sacramenti. Il resto o è una conseguenza di questo o è una preparazione a questo. Al centro sta l’avvenimento di una Persona che si rende presente nella vita con una tale forza da divenire l’orizzonte totalizzante della propria presenza. Proprio come è accaduto ad Andrea, a Zaccheo, alla Maddalena; ma più di tutti a Maria, nella quale questa Presenza ha preso letteralmente corpo.

(15 novembre 2003)


VOGLIAMO VEDERE GESÙ

Abbiamo detto che il cristianesimo è la persona di Gesù Cristo, Dio fattosi uomo "per noi uomini e per la nostra salvezza [catechesi di ottobre]; abbiamo detto che il cristiano è colui che ha incontrato Gesù Cristo nella fede e nei sacramenti (dell’iniziazione cristiana) iniziando a vivere una vita nuova [catechesi di novembre].
Questa catechesi vuole essere un aiuto per comprendere più profondamente la persona di Gesù così come ci è descritta nei Vangeli. È come un invito a compiere "un viaggio nel Vangelo", ed a leggerli con attenzione e con tenero affetto. Solo così noi diventeremo più "familiari" a Cristo e Cristo più "familiare" a noi. Come potete prevedere, io procederò più a modo di accenni e di "invito alla lettura" che per sviluppi completi di pensiero.

1. LA FAMIGLIA DI GESÙ
[cfr. Mt 1,18-2,23; Lc 1,26-2,52]

Quando viene data all’umanità per la prima volta la notizia che in mezzo a noi c'era "Cristo Signore", il segno del riconoscimento fu il seguente: "troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" [Lc2,12].
Gesù inizia la sua avventura umana come ogni uomo la inizia: viene concepito nel grembo di una donna e viene partorito all’interno di una famiglia umana. Qui viene già denotato uno "stile di vita" del Dio fatto uomo: vivere le esperienze umane fondamentali per rivelarcene il senso fondamentale, difendendole dalle aggressioni che arrivano perfino a pervertire i dati più elementari della vita. Ed inizia dall’esperienza umana più originaria: la famiglia. È nella famiglia di Nazareth, Gesù – Maria – Giuseppe, che il Dio fattosi uomo passa la quasi totalità del suo tempo umano. È questa famiglia l’inizio della ricostruzione di ogni famiglia umana nella sua verità propria, nella sua bellezza splendida. Vediamo brevemente come e perché, contemplando sia pure per qualche istante i componenti della santa Famiglia di Nazareth.
MARIA: è la donna immacolata; è la sposa vergine; è la madre. È la donna immacolata: in lei la femminilità si è espressa in tutta la sua verità, nell’intera sua bontà, nella sua incomparabile bellezza. Ella infatti vive pienamente dentro a questo mondo senza sperimentare nessuna opposizione a Dio, così che la prima abitazione del Dio fattosi uomo è il suo corpo che Dio stesso non reputa indegno di sé. È la sposa vergine: ella, nella sua verginale dedizione al Signore, sa che cosa significa amore [ogni altra donna può solo desiderare questa pienezza e pregustarne la bellezza solo frammentariamente]. E pertanto è capace di amare Giuseppe con un tale amore coniugale [sono veri sposi] da partecipargli lo stesso dono della verginità. È la Madre: è il "suo segreto" più grande, poter parlare a Dio chiamandolo figlio; sentire che è suo figlio, e quindi colei che "ogni generazione" chiamerà "beata".
GIUSEPPE: il "padre putativo": ritenuto tale cioè. Benché non lo sia dal punto di vista biologico, lo è più profondamente di qualsiasi altro padre. Perché? perché Gesù nel rapporto con Giuseppe deve imparare a sperimentare umanamente quella filialità che Egli divinamente vive nei confronti del Padre. E quindi Giuseppe deve semplicemente essere la perfetta immagine del volto del Padre celeste.
GESÙ BAMBINO: l’infanzia è momento della vicenda umana del Dio fattosi uomo di importanza fondamentale per il nostro essere cristiani. Dio fattosi uomo ha voluto essere un bambino, per dirci qualcosa di inaudito sul Mistero: Dio non è solo onnipotenza invincibile, ma è Amore indifeso. È un Dio che deve essere accolto come un bambino accoglie ogni dono: con stupore, con semplicità. Come fu accolto dal vecchio Simeone [cfr. Lc 2,25-32]: fra le braccia per poter "vedere la salvezza". Vedere la salvezza: non è un sogno; non è una utopia. È carne ed ossa [contro ogni razionalismo e moralismo].
È questa la famiglia del Dio fattosi carne. Una famiglia che vive nel silenzio; che vive del suo lavoro; che vive del suo amore. In essa Dio ha imparato il mestiere di uomo.

2. LA VITA PUBBLICA DI GESÙ

Gesù inizia la sua attività che lo farà conoscere ben al di fuori del piccolo villaggio di Nazareth, con un gesto singolare: si fa battezzare da Giovanni Battista [cfr. Mt 3,13-17; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22]. È una scelta fatta con consapevolezza perché in un certo senso pre-dice tutto il senso della sua vicenda umana.
È un battesimo di penitenza; chi lo chiede e riceve si dichiara bisognoso di perdono divino Dio di fa uomo per condividere, lui assolutamente innocente, la nostra condizione umana impastata di miseria morale. E ne porterà tutte le conseguenze, fino alla morte: quel suo scendere dentro l’acqua prefigura già la sua sepoltura.
È un battesimo di ri-creazione: avvengono dei fatti durante quel battesimo che significano che ha inizio qualcosa di nuovo. Veniamo a sapere che fra noi c’è il Figlio di Dio; il cielo si riapre.
Questo è l’inizio della c.d. vita pubblica di Gesù, Dio fattosi uomo. Cerchiamo ora di compiere un percorso dentro di essa.
La vita di ciascuno di noi è fatta di incontri che pongono in essere rapporti inter-personali; è costruita dalle nostre azioni; si esprime attraverso le nostre parole. Anche la vita di Gesù, quale ci è narrata dai Vangeli, è una vita di incontri (A); è caratterizzata da azione anche straordinarie: i miracoli (B); si esprime attraverso discorsi (C). Vorrei ora brevemente fermarmi su ciascuna di queste tre dimensioni della vita umana del Dio fattosi uomo.
(A) [Incontri con Cristo]. Debbo fare una premessa importante. Quando i Vangeli narrano gli incontri che Gesù ebbe, narrano fatti accaduti nel passato, fatti che non sono ripetibili.
Dalla catechesi precedente noi abbiamo imparato che essere cristiani significa aver incontrato Cristo, essere stati incontrati da Cristo.
Di conseguenza: come ciascuno di noi incontri Cristo, questo è un mistero che appartiene all’irrepetibile vicenda della nostra vita; ma dagli incontri narrati nei Vangeli noi sappiamo che cosa accade a ciascuno di noi quando [nel modo proprio a ciascuno] incontra Cristo. Accade ciò che è accaduto ad Andrea, a Zaccheo, alla Samaritana, a Matteo …
La lettura degli incontri fatti da Gesù è la lettura di ciò che accade, è accaduto, accadrà a ciascuno di noi.
Faccio un elenco di alcune di queste narrazioni: Gv 1,25-51; Mt 9,9-13; Mt 15,11-28; Gv 4,1-42; Gv 8,1-11; Lc 7,35-50; Lc 19,1-10.
È ovvio che non possiamo leggerli e commentarli tutti. Vi dico solamente alcune costanti che voi potete rilevare in ciascuno e così potete poi leggere quelle pagine servendovi di queste chiavi di lettura.
- Chi incontra Cristo viene invitato a vivere e sente il bisogno di vivere in compagnia di con Lui ["Vieni e seguimi"], una compagnia che trasforma la vita della persona e le apre la possibilità di un vita nuova.
- Chi incontra Cristo scopre la sua vera identità, la sua "vocazione"; riceve da Lui il suo vero nome e capisce quale è il "posto" cui è destinato.
- Chi incontra Cristo sento il bisogno di dire agli altri l’esperienza vissuta; non è un obbligo impostole, ma è una necessità che urge dentro a chi ha incontrato Cristo.
- Chi incontra Cristo e vive con Lui, lo scopre sempre più; vede che è risposta vera ad ogni sua domanda; la professione di fede nella sua divinità, fatta colla Chiesa, diviene personalmente propria.
(B) [I miracoli di Cristo]. Gesù non operava i suoi miracoli per strabiliare i presenti, crearsi notorietà. Spesso li compiva in segreto; spesso impediva al miracolato di parlarne.
I miracoli sono stati definiti "incontri di amore"(A. Sicari): incontro fra il bisogno umano che diventava grido, pianto, invocazione e l’Amore incarnato di Dio che rispondeva, raggiungendo l’uomo anche nel suo corpo.
Se studiamo attentamene i miracoli di Gesù, vediamo che il "procedimento" è sempre lo stesso. Da una parte si imponeva una Presenza unica che emanava una forza cui era difficile resistere. Dall’altra c’era una persona umana che apriva ad Essa il suo bisogno, che metteva a nudo il suo desiderio, e si affida senza limite. Il miracolo consisteva nella risposta totale a questo desiderio: esso riguardava certo il corpo, ma mediante il corpo investiva la persona alla sua radice. Il cieco non acquistava solo la vista macredeva. Giovanni, il quarto evangelista, chiama i miracoli "segni".
(C) [Le parole di Cristo]. Devo fare una premessa di una importanza fondamentale per la vostra fede: statemi molto attenti.
Il vangelo di Giovanni inizia, come ricorderete, con una affermazione straordinaria: "Il Verbo (la Parola) si è fatta carne". Proviamo a chiederci? Perché la parola del Figlio unigenito del Padre è chiamata Verbo? [in greco: logos; in latino: verbum, in italiano: parola]. Per tre ragioni almeno.
- Gesù, nella sua concreta vicenda storia umana, è tutto ciò che il Padre voleva dirci. In Lui ci ha detto tutto.
- Questo "tutto dettoci dal Padre" è la persona stessa di Gesù, poiché Egli è una persona divina; è Colui che nell’eterna vita trinitaria esprime perfettamente il Padre.
- Tutte le parole e le azioni di Gesù sono "parole" in quanto e perché dicono, spiegano, esprimono Lui stesso che è l’Unica Parola: mettono in rapporto con Lui.
Da ciò deriva una conseguenza importantissima: quando la Chiesa richiama alla "Parola di Dio", essa intende richiamarci alla necessità di entrare in rapporto con Cristo, mediante ciò che ha detto. Quando qualcuno nella Chiesa afferma il "primato della Parola", usa un’espressione che merita di essere precisata. Per due ragioni. Nella Chiesa il primato spetta a Cristo, che non potrei conoscere senza l’ascolto della sua parola e quindi senza la lettura della S. Scrittura [chi ignora la Scrittura ignora Cristo, scrisse S. Girolamo]. Nella Chiesa poi il vertice dell’incontro con Cristo è l’Eucarestia, non la lettura della S. Scrittura: incontro che esige la fede; la fede che nasce ed è nutrita dall’ascolto della parola di Dio. Dunque, la lettura della S. Scrittura è un’esigenza fondamentale della vita cristiana; ogni giorno dovete leggerla e meditarla.
Però quando leggete nei Vangeli le parole di Cristo, non dimenticate mai che esse sono il dirsi, il manifestarsi della sua Persona: questa è la chiave di lettura giusta. Ed anche di tutta la Scrittura. Recentemente il S. Padre Giovanni Paolo II ha scritto: "Esistono domande che trovano risposta solo in un contatto personale con Cristo. Solo nell’intimità con Lui ogni esistenza acquista significato, e può giungere a sperimentare la gioia che fece dire a Pietro sul monte della Trasfigurazione: "Maestro, è bello per noi stare qui" (Lc 9,33 par). Dinanzi a questo anelito all’incontro con Dio, la Liturgia offre la risposta più profonda ed efficace. Lo fa specialmente nell’Eucarestia, nella quale ci è dato di unirci al sacrificio di Cristo e di nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue". Noi sappiamo quanto spazio occupa nella Liturgia la lettura della S. Scrittura. Ecco, vedete la visione giusta ed equilibrata che ci offre il S. Padre.

3. LA MORTE DI GESÙ

La vicenda terrena di Gesù si è conclusa colla morte: una morte violenta, terribile perché in croce, ingiustamente comminata sia dall’autorità religiosa sia dall’autorità politica. Sono le pagine evangeliche, quelle della passione, che noi dobbiamo leggere più frequentemente e più attentamente.
Il significato centrale di tutte quelle pagine è nelle seguenti semplici parole "per noi": crocifisso per noi. Questa affermazione sta al centro della fede cristiana. Che cosa significa? almeno quattro cose.
- Il Figlio nella morte è stato donato a noi, a ciascuno di noi; "per noi" = a noi [donato];
- Cristo sulla Croce prende il nostro posto; ciascuno di noi doveva essere in quel posto; "per noi" = al nostro posto;
(- Cristo sulla Croce ci dona quindi la vera libertà dalla nostra schiavitù sotto il male; "per noi" = ci libera da …
- Cristo sulla Croce ci introduce nella vera vita per cui stiamo stati creati; "per noi" = ci libera per …
Quando leggete i racconti della passione lasciatevi guidare nella lettura da queste chiavi di lettura.

Conclusione

In realtà la conclusione della vicenda terrena di Gesù non è stata la morte, ma la risurrezione. Ma qui ci fermiamo.
La catechesi di questa sera aveva lo scopo di appassionarvi alla persona di Cristo. Meglio: alla conoscenza piena di amore della sua vicenda terrena, per avere un rapporto sempre più profondo con Lui. Una conoscenza che si ha attraverso la lettura del Vangelo. Spero che da questa catechesi usciate con un desiderio appassionato di leggere i Vangeli e la S. Scrittura: per conoscere Cristo.
Perché, alla fine, questa è l’unica vera "fortuna" nella vita: aver incontrato Cristo ed appartenere a Lui nella Chiesa.

(13 dicembre 2003)