Giuseppe Morante

(NPG 1982-09-76)

 

Proseguiamo nel lavoro di approfondimento del documento «Una rinnovata attenzione pastorale per la preadolescenza» (aprile).
Nel numero di maggio, S. De Pieri aveva ripreso la prima parte del documento dedicata alla analisi del mondo psicologico e sociologico del preadolescente. Nel numero di giugno, G. Borghi si era interrogato sugli spazi effettivamente concessi ai preadolescenti nella chiesa.
Ora G. Morante articola la sua riflessione sulle «idee di base» per tradurre in termini di metodo e di scelte operative la decisione tante volte manifestata dalla comunità ecclesiale di essere vicina, da educatrice, ai preadolescenti.

 

Con la nascita del catechismo dei ragazzi sembra finalmente arrivato il tempo -per le nostre comunità cristiane - di un rinnovato impegno catechistico nella educazione cristiana dei preadolescenti. Troppe volte abbiamo assistito a manifestazioni di superficialità, di noia, di ripetitività, di già sentito» da parte dei ragazzi di fronte a proposte cristiane che facilmente hanno provocato atteggiamenti di rifiuto, di rigetto, di passività verso Cristo.
Nello sviluppo di questi appunti procederemo per parti interdipendenti e conseguenti, in modo da organizzare, attorno al polo della educazione della fede, alcune scelte pastorali e qualche linea di metodologia catechistica che non costituiscono (ne siamo coscienti) una novità assoluta; per qualcuno, anzi, possono apparire linee del tutto scontate. Si tratta pur sempre, però, di cose ovvie da reinventare con spirito rinnovato, se non altro per essere fedeli alle mutate condizioni sociologiche e psicologiche dei ragazzi (cfr. S. De Pieri, Preadolescenza: l'età negata? Una analisi della situazione, NPG maggio 1982).
Il crescere nasconde il senso dell'avventura; agli occhi dei ragazzi la crescita appare un viaggio verso un mondo vasto da esplorare, per immergervisi con il senso della novità cristiana. Chi osserva una novità con occhio superficiale non può avere capacità di penetrazione, non realizza apprendimento né gode gratificazione. Chi approfondisce il senso della realtà, si appropria delle novità insite in essa; approfondimento che è fonte di nuovi stimoli, di speranza, di ricchezza di vita; che è pedina di lancio per una crescita piena e soddisfacente.
Che tipo di educatori e con quali atteggiamenti educativi si potrà facilitare ai preadolescenti il cammino nel mondo misterioso e pur tanto importante della loro realizzazione personale e della maturità cristiana?

ATTEGGIAMENTI CHE EDUCANO

Tracciare linee di metodo per una più efficace catechesi per questa età, fortemente caratterizzata da una rapida evoluzione psicologica, comporta delle difficoltà intrinseche: non si possono catalogare punti fermi per una situazione vitale in profonda e rapida trasformazione. Semmai sarà necessario ancorare le scelte di metodo ai dinamismi psicologici e soprattutto ad una precisa impostazione pastorale dell'età. Alcuni principi operativi che hanno costituito il cavallo di battaglia di una certa metodologia catechistica della preadolescenza vanno integrati con alcuni atteggiamenti educativi che qualificano il modo di essere educatori cristiani.
Ci siamo tante volte misurati con questi principi che hanno segnato le tappe di molte catechesi:
- favorire la «scoperta attiva» della realtà in modo che il ragazzo personalmente vi si metta di fronte, misurandosi con valori e significati attraverso approcci di tipo antropologico, storico, ecclesiale, biblico, sociale, ecc...
- orientare ad avere fiducia nella vita e speranza nell'avvenire aiutando a superare eventuali limiti, insicurezze, incapacità legate all'età, scoraggiamenti e delusioni, ecc...
Ma non sempre abbiamo trovato educatori cristiani che abbiano saputo assumere - nei confronti dei ragazzi - atteggiamenti facilitanti la crescita cristiana, attraverso un rapporto educativo di disponibilità che permetta al preadolescente di rispondere con realismo alle sue aspettative ed alle sue esigenze di crescita: intendiamo soprattutto atteggiamenti psicologici quali «l'amore autentico e manifesto», l'accettazione incondizionata dell'età che è fatta di attenzione ai dinamismi di crescita e di ascolto profondo. Si dice con un assioma che «si educa più per quello che si è che per quello che si dice o si fa». Questo è soprattutto vero nel processo di maturazione alla vita di fede, perché il cristianesimo è una religione che si trasmette per testimonianza.

L'amore autentico e manifesto

L'educazione cristiana è cosa di cuore, dice Don Bosco; è la traduzione di 1 Cor 13,2: «Se ho il dono della scienza, anche se ho una fede che smuove i monti, se non ho l'amore che vale?».
Questo atteggiamento indica nell'educatore una maturità cristiana espressa in un concetto di «carità» che non è solo ideale, professata a parole, ma attualizzata nella prassi: un amore visto come autentico e pieno essere-per-l'altro. È capacità di dono, è mettersi a disposizione dei valori del ragazzo perché possano realizzarsi nella sua crescita. È un amore espresso in disinteresse personale, senza tornaconti, cioè senza compensazioni, con gesti totalmente gratuiti.
«Senza questo amore non vi è confidenza e senza confidenza non vi è educazione» dice Don Bosco.
Questo atteggiamento è educante perché provoca nel ragazzo un senso di fiducia nella propria persona, nelle proprie energie; una scoperta del proprio valore e delle proprie capacità che sono apprezzate, per le quali vale la pena che un adulto offra qualcosa di se stesso senza ricevere nulla in cambio; una sicurezza affettiva che stabilisce dialogo e innesca una potente carica positiva verso la vita, che si schiude davanti, con il suo fascino misterioso e le sue promesse di realizzazione. Faremo in seguito riflessioni pastorali sulla presenza e qualificazione di catechisti maturi nelle nostre comunità parrocchiali; per ora ci interessa stabilirne il valore pedagogico.

L'accettazione incondizionata

Per educare, cioè per far crescere e maturare come persone, è necessario aiutare il ragazzo a trovare la strada verso la sua realizzazione ideale. Questo aiuto può essere facilmente accettato, solo se si sente compreso come egli è: la sua realtà attuale, i suoi pregi ed i suoi limiti, le sue capacità ed i suoi desideri. Il ragazzo deve accorgersi che l'educatore lo accetta senza condizioni. Non significa - intendiamoci bene - che debba condividere errori fatti , scelte sbagliate, comportamenti immorali. L'educando deve sperimentare questa magnanimità, questa stima ed accettazione personale, anche quando si disapprovano alcuni suoi modi di agire. La prima condizione per far cambiare una persona è fargli prendere coscienza della situazione in cui si trova, e lo si può fare solo mettendosi dal suo punto di vista...
Questo atteggiamento educativo è un elemento pedagogico che facilita nel ragazzo la conoscenza di se stesso attraverso il confronto alla pari con un adulto che lo accetta, rinforza la possibilità di scelte più significative per la crescita della fede, rende collaboratori nella libertà interiore verso ideali migliori.
L'accettazione incondizionata dell'educando è la molla che fa scattare il meccanismo dell'autocorrezione, perché gli dà la possibilità di riflettere, senza difese e resistenze psicologiche, sulla propria realtà e scoprire nuovi motivi, nuove visioni di vita, nuovi progetti di azione. Scatena inoltre una serie di simpatie verso il suo educatore che si traduce in fiducia in lui e nella sua azione, in una accettazione del suo modo di fare. Questa identificazione non è poca cosa nel processo di crescita della fede, se si considera il meccanismo naturale di tendenza opposta, dovuto alla esigenza di autonomia come presa di distanza dagli adulti.
Si realizza questa identificazione quando non vi sono condizioni da parte dell'educatore per l'accettazione dell'educando; quando non vi sono sentimenti di tipo: «ti aiuto se fai quello che dico io, se diventi così e così...»; significa che vi è un apprezzamento della persona di cui si accettano tutti i suoi sentimenti (sia negativi che positivi), sia i comportamenti coerenti con i principi, che quelli incoerenti; significa che ci si interessa dell'educando come di una persona che ha sentimenti ed esperienze personali che non servono primariamente a piacere all'educatore.
Questa maturità esclude nell'educatore qualsiasi forma di interesse possessivo, qualsiasi forma di compensazione dei suoi sforzi, dei suoi sacrifici, della sua disponibilità, del suo lavoro...

La comprensione psicologica

È un atteggiamento educativo che non è solamente conoscenza della esperienza dell'educando, non si limita a comunicazione e linguaggio che spiega i fatti, non è semplice cordialità o espressione di affetto e tantomeno restrittivo atteggiamento di tolleranza o di lasciar correre...
È comprensione profonda dei dinamismi psicologici della crescita con i suoi motivi, le sue spinte, le sue tendenze e bisogni sia naturali che indotti, anche quando questi dinamismi non sono ancora chiari alla coscienza del ragazzo eppure fortemente condizionanti la crescita e gli orientamenti successivi.
Lo psicologo e terapeuta Rogers, che chiama «empatia» questa comprensione, la descrive come «il sentire il mondo personale del soggetto "come se" fosse nostro, senza però mai perdere questa qualità del "come se"; sentire l'ira, la paura, il turbamento del soggetto come se fossero nostri, senza però aggiungervi la nostra ira, la nostra paura, il nostro turbamento».
Si tratta della descrizione di un atteggiamento positivo che fa entrare dué persone in profondo rapporto affettivo attraverso una unica esperienza che ha due risvolti: quella educante e quella da educare... E il vero significato della comprensione empatica: prendere dentro di sé, farsi profondamente carico dell'altro, conoscere fino in fondo i dinamismi dell'animo umano. E non è un atteggiamento facile da acquistare, data la differenza di età, di personalità, di linguaggio, di esperienza personale, di cultura, di ambiente di vita tra educatore-educando.
Eppure la misura e il modo della crescita della fede è relativa a questa comprensione (RdC 75), nei suoi aspetti non solo profondi ma anche più superficiali della vita del preadolescente quali interessi, inclinazioni, mode, costumi, schemi di comportamento.
In sintesi, questi tre atteggiamenti educativi hanno relazione significativa con la dimensione religiosa e la crescita della fede dei ragazzi: esprimono chiarezza nelle ambivalenze dell'età, danno significati nuovi e aperti a situazioni percepite limitanti e bloccanti, mettono un certo ordine nelle cose, per cui i ragazzi trovano più facilmente il senso dell'orientamento, imbroccano la strada giusta indicata con pochi cenni, spingono ad andare avanti nelle esperienze positive.

L'ATTENZIONE DELLE NOSTRE COMUNITÀ CRISTIANE ALLA PREADOLESCENZA

Facciamo subito una costatazione: nelle nostre comunità parrocchiali esistono educatori dei preadolescenti che si ritrovano queste caratteristiche educative? Ci sono cioè catechisti maturi che sappiano affiancarsi ai ragazzi in questo importante settore della loro crescita? Che cosa si fa per formare e qualificare questi fondamentali strumenti della pastorale?
Di quanto è cambiata la mentalità pastorale in questo periodo di rinnovamento conciliare, nella preparazione dei catechisti che sono i principali artefici della costruzione della comunità di fede? Di quanto si è modificata in meglio la situazione reale delle nostre comunità riguardo all'attenzione e all'ascolto dei preadolescenti?
Noi crediamo che gli adulti responsabili delle nostre parrocchie debbano arrivare ad una convinzione profonda: la preadolescenza non è una tappa insignificante o innocua della vita; è una età significativa in se stessa e non va strumentalizzata all'età successiva; è una età pasquale per eccellenza con il passaggio che comporta da una situazione di travaglio ad una di maggiore stabilità emotiva; è una età completa anche se detta di transizione; ha bisogno perciò di diversificazioni antropologiche del messaggio rivelato.
La Chiesa ufficiale (CEI) ne è convinta e ci offre un catechismo tutto per loro; non una parte del catechismo e neppure una concentrazione della dottrina della fede; ma una «comprensione completa della persona e del messaggio di Cristo» adatta alla loro capacità.
A questa convinzione devono maturare pure le chiese locali e le varie comunità cristiane sparse nel territorio ed incarnate in un contesto: famiglie, scuole cattoliche, gruppi e movimenti: la preadolescenza è una età che nella pastorale va finalmente presa sul serio.
Una nostra analisi pastorale, al contrario, mostra situazioni educative di stallo.

I genitori cristiani delegano il compito educativo

Notiamo ancora una sostanziale delega del compito educativo, soprattutto da parte di genitori che non sano esercitare il ministero educativo cristiano proveniente dal sacramento del matrimonio. In verità si trovano anche genitori che sentono l'urgenza della educazione integrale dei propri figli, ma sono impreparati ad affrontare nel modo giusto questa età «difficile»; e del resto chi li ha mai preparati a questo compito?
Sembrano veramente poche quelle famiglie che al loro interno vivono le esigenze della «piccola chiesa domestica» nella esperienza della fede, nel clima di comunione e di apertura alla realtà sociale, nella testimonianza impegnata della parola di Dio.
Non sembrano, d'altra parte, neppure favorite dalla situazione sociale che non lascia molto spazio ai genitori pur volenterosi di seguire i propri figli e guidarli lungo il difficile sentiero della crescita cristiana.

La crisi della catechesi slegata da un progetto di pastorale giovanile

Non sembra si possa risolvere il problema della educazione cristiana in questa età, spostando l'amministrazione del sacramento della cresima durante gli anni della scuola media: non si tratta solo di dilazionare nel tempo il sacramento, per tenere legati i ragazzi e poter loro concedere, in una età più cosciente, il nulla-osta alla vita attraverso il certificato di cresima!
Senza una vera esperienza catecumenale che accompagni i ragazzi nell'approfondimento della vita cristiana voluto dalla confermazione; senza una catechesi sistematica che realizzi l'incontro col Signore nella vita concreta di ognuno, nelle circostanze reali del quotidiano non si può realizzare - se non nella illusione -quella crescita cristiana di cui il sacramento della cresima è segno e dinamismo. Costatiamo che in molte parrocchie lo sforzo pastorale verso la preadolescenza è diretto a qualche modesto gruppo di associati (ACR, Scout, ADS, Ragazzi Nuovi...). E la massa dei ragazzi che pure per alcuni anni sono passati dalla nostre chiese per ricevere i sacramenti della iniziazione cristiana? Questa catechesi a che cosa ha iniziato, se arrivati alle soglie dell'adolescenza i ragazzi in buona percentuale non si ritengono più in dovere di partecipare ai misteri della comunità cristiana?
A nostro avviso si può sciogliere il nodo di questa difficoltà solo attraverso l'impostazione di una seria pastorale giovanile; ne va di mezzo la credibilità stessa della chiesa e della proposta cristiana, ed è naturalmente banco di prova delle singole comunità e dei nostri educatori cristiani.
Se non si cammina su questi binari non sarà certo il catechismo dei ragazzi a dare la svolta provvidenziale al nostro modo di fare pastorale...

La sfiducia dei catechisti

Osservando attentamente l'opera di molti catechisti, ci sembra di trovarci dinanzi ad educatori stanchi, sfiduciati, disorientati dalle difficoltà oggettive che impediscono la creazione di ambienti dove la fede dei ragazzi possa essere respirata come l'aria: cristiani poco coerenti con i loro principi di fede, il tragico divario tra la pratica della liturgia e la catechesi, il forte stacco tra la fede e la vita.
La sfiducia di molti catechisti di preadolescenti è dovuta a diverse cause concomitanti:
- l'incapacità di raggiungere i ragazzi nella loro individualità e quindi di stabilire un soddisfacente rapporto interpersonale fa saggiare il disgusto di lavorare in un terreno arido dove il lavoro fatto diventa chiaramente inutile; a chi piace lavorare senza la speranza di raccogliere frutti?;
- l'impossibilità di promuovere esperienza di vita cristiana in corrispondenza ai bisogni, agli interessi, alle aspirazioni dei ragazzi fa svolgere una catechesi nozionistica ed intellettuale che non porta ad una sintesi di vita;
- la scarsa visione teologica non facilita l'assimilazione dei principi ispiratori dell'azione catechistica, per cui non si sanno aiutare i ragazzi a scoprire Dio presente negli avvenimenti quotidiani, a pregarlo a partire dai fatti della vita personale e sociale, ad individuare negli avvenimenti che ci interpellano la chiamata di Dio;
- l'insufficienza formativa ed organizzativa dei catechisti non aiuta a sollecitare i ragazzi ad entrare con consapevolezza negli ambienti della loro vita per osservare in profondità, scrollandosi di dosso la forte dose di superficialità che li caratterizza: per rendersi conto dell'ambivalenza della storia (cose positive e negative compresenti); per prendere posizione e partecipare personalmente a modificare in meglio quel che c'è di sbagliato, secondo i canoni del vangelo, nel nostro ambiente; per imparare a collaborare, uscendo dal proprio egocentrismo, esercitandosi a vivere con gli altri e per gli altri, secondo il criterio della carità cristiana;
- il largo assenteismo nella catechesi e nella pastorale dei preadolescenti, che apparentemente può essere giustificato dall'ora di religione nella scuola (ma tutti sanno che questo è un falso motivo, una specie di razionalizzazione) ma che in realtà è frutto di scoraggiamento e di sfiducia perché costretti a lavorare sulle sabbie mobili dell'età, accentua lo stacco esistente tra il lavoro fatto e la scarsezza di risultati raggiunti.

A queste cause si può anche aggiungere una scarsa capacità di analisi della realtà preadolescenziale che faccia prendere le mosse da un appiglio concreto, che aiuti ad entrare in sintonia con simpatia e rispetto, che aiuti ad avvicinare le distanze tra educatori e ragazzi.
Senza l'inserimento esistenziale nella loro vitale realtà non potrà essere possibile continuità educativa, necessaria a stabilizzare attegiamenti di fede, non ci sarà esperienza cristiana, cammino catecumenale.
E la competenza pedagogica? Si nota un genericismo educativo che sembra affidare un compito straordinario, per le difficoltà intrinseche, allo spontaneismo più ingenuo ed alla classica «buona volontà»! Segni di questo spontaneismo sono il genericismo del trattamento pedagogico e la ricerca di risultati immediati nel tradimento delle istanze di fondo, strumentalizzando la pericolosa disponibilità acritica dei ragazzi; come la disintegrazione della visione unitaria di chiesa pur nella diversificazione delle sue mediazioni ed il sostanziale rifiuto di sussidi e strumenti didattici più in sintonia con la cultura del nostro tempo...

INSERIRE IL PREADOLESCENTE NELLA CHIESA

Le indicazioni de «Il rinnovamento della catechesi-
Le linee del rinnovamento catechistico, ipotizzate dal Documento di base (RdC), vanno tenute presenti anche per la pastorale e la catechesi dei preadolescenti con gli adattamenti e le peculiarità richieste dall'età:
- tutti i componenti la comunità cristiana sono solidarmente responsabili della parola di Dio, ciascuno con la propria competenza ed il proprio ruolo: «ogni cristiano è responsabile della parola di Dio, secondo la sua vocazione e le situazioni di vita, nel clima fraterno della comunione ecclesiale» (RdC 183);
- le mete della catechesi vanno ben oltre la conoscenza del mistero cristiano a livello dottrinale; si estendono alla iniziazione alla vita della chiesa ed alla realizzazione delle sue mediazioni per il Regno: comunione, servizio, annuncio, liturgia (cfr. cap. 3 RdC);
- l'esigenza ecclesiale di sostenere la fede dei cristiani con un alimento catechistico in ogni tappa della vita; «ogni età dell'uomo ha il suo significato in se stessa e la sua funzione specifica per il raggiungimento della maturità. Questa è veramente tale quando è armonica, integrale e quindi fonte di coerenza personale nei pensieri e nelle azioni» (RdC 134). Perciò sembra necessaria l'indagine avviata per conoscere nelle sue istanze più profonde la preadolescenza oggi, in questa società accelerata;
- il principio della fedeltà all'uomo (RdC 160) con quello che significa l'adattamento all'età, alle capacità, alle situazioni concrete di vita, al livello di fede e di maturità raggiunto, all'impegno temporale, alle problematiche personali (cfr. RdC 137 sulle caratteristiche dell'adolescenza).

Alcuni criteri metodologici

Una pastorale dei ragazzi, che tenga conto debitamente di queste linee fondamentali del metodo catechistico, realizza simultaneamente e progressivamente: collaborazione, comunicazione, potenziamento, coordinazione, continuità. Riprendiamo e approfondiamo.
Collaborazione. Un rapporto di collaborazione tra tutti gli operatori della educazione cristiana dei ragazzi: genitori, insegnanti cristiani, catechisti parrocchiali, animatori del gruppo e del tempo libero. Non è pensabile una educazione cristiana disgregata, dove le diverse esperienze di fede-vita siano slegate o addirittura contrastanti. Se il ragazzo non è aiutato ad essere centro di unità di un cammino di fede - non ha ancora capacità di visione unitaria, non sa difendersi efficacemente da attacchi esterni - facilmente arriva al rigetto della fede stessa.
Comunicazione. Un servizio di comunicazione delle varie iniziative educative e pastorali presenti in un determinato territorio e destinate ai ragazzi: esperienze del tempo libero in cui si fa comunione, attività in cui si esercita il servizio caritativo-promozionale-culturale al prossimo, esperienze di preghiera e di ascolto della parola di Dio, come di celebrazioni solenni... Si superano così settorialismi e particolarismi, gelosie ed assolutizzazioni indebite.
Potenziamento. Un servizio di potenziamento delle attività dei gruppi di ragazzi esistenti nell'ambito della comunità parrocchiale; la vita di gruppo non è autogenerativa e si esaurisce in breve tempo se non si trova il modo di assicurare il ricambio, l'apertura, la novità.
Coordinazione. Una particolare attenzione alla coordinazione interiore dei diversi livelli di esperienze di fede, nel settore della catechesi e della liturgia, nel servizio della comunione ecclesiale e nella promozione umana. Si evitano così lacune, ritardi nella crescita personale, vacanze pastorali deleterie alla continuità della esperienza.
Continuità. Il servizio della continuità alle diverse attività dei singoli gruppi, per assicurare la personalizzazione (assimilata ed espressa) del messaggio e soprattutto per evitare nelle età successive sbandamenti e scossoni dovuti a metodi, educatori, esperienze diverse. A parte il pericolo del rigetto, si evita la fatica (per chi viene dopo) di iniziare sempre daccapo!

Per una esperienza di fede: quale catechesi?

Il preadolescente, cristianamente, non nasce da zero. Nel cammino della sua crescita egli già vive esperienze di fede più o meno significative. E necessario però che queste possibilità diventino più coscienti, più personalizzate, più sviluppate ed approfondite, più motivate e pianificate.
E tuttavia questo cammino di cosciente interiorizzazione dei principi di fede non sarà possibile senza uno sbocco operativo; senza cioè che le attitudini acquisite non si esercitino in espressioni valide nei settori della vita cristiana: azioni caritative e sociali, celebrazione della preghiera dei sacramenti e della fede, espressioni culturali, promozionali e ricreative, sintesi dottrinali...
Certo, in questa età di transizione, non ci si può prefiggere di raggiungere coi ragazzi una maturità cristiana assoluta; che - del resto - non è raggiunta in nessuna età della vita (maturità infatti esprime tensione verso un termine). La preadolescenza è una tappa in cui la personalità si sta formando in una originalità individuale.
Proprio perché si tratta di una personalità in formazione, il catechista farà le sue scelte di metodo con l'occhio al ragazzo e al suo ambiente. La sua sarà:
- una catechesi cha aiuti i ragazzi ad assumere coscientemente il proprio mondo in trasformazione e a diventare protagonisti di questo cambio, inserendosi sempre più profondamente nel mistero della Pasqua di Cristo;
- una catechesi che alimenterà la coscienza della necessità dello sviluppo integrale della propria vita in uno sforzo di autorealizzazione, pur con il necessario aiuto degli altri e di Dio che non ci lascia mancare le sue energie di crescita;
- una catechesi che favorisca, attraverso la proposta a vivere esperienze significative, la scoperta del senso cristiano della realtà: in se stessi, nella comunità cristiana, nella società e nel mondo e leggere questa storia come storia di salvezza;
- una catechesi che porti ad una scoperta e ad una accettazione di Cristo in una dinamica di rapporti interpersonali; la conversione e la sequela non saranno che le conseguenze di questo incontro;
- una catechesi che tenga conto delle situazioni attuali della chiesa e della società e quindi dei suoi condizionamenti, ma anche dei segni di profezia evangelica che fanno guardare avanti in un progetto che è solo appena delineato ma tutto da realizzare;
- una catechesi che favorisca la scoperta delle prospettive positive di questa società e dei suoi fermenti evangelici che saranno il lievito che la faranno fermentare per il Regno;
- una catechesi che sviluppi progressivamente, in sintonia con la maturazione intellettuale, le capacità critiche del ragazzo, perché si situi liberamente in questa società con le difese necessarie a resistere e superare gli aspetti disumanizzanti che pure vi sono;
- una catechesi che aiuti a demitizzare la potenza della scienza e della tecnica di cui è impastata la vita degli uomini del nostro tempo, reagendo ad ogni infatuazione ed indebita assolutizzazione;
- una catechesi che favorisca l'integrazione dei diversi livelli di esperienza per una fede inserita nella vita: l'esperienza umana analizzata fino ai significati più profondi della fede.

Tre passaggi metodologici

Secondo il DCG n. 74, la catechesi prende in profondità la realtà umana: il senso della vita, il cambio personale e sociale, la relazione con gli altri, la dimensione affettiva e l'amore, la libertà, la sessualità, la famiglia, il lavoro, la società del consumo, la politica, la violenza, la fame, i diritti umani, la religione e le sue espressioni, la verità e la giustizia, il denaro, la proprietà, le strutture, la costruzione della pace, la difesa della vita, la scienza e la tecnica, il male, la solitudine, la morte...
Come interagisce tutta questa realtà con la visione di fede? Non si tratta né di riduzione di una all'altra, né di giustapposizione. Si tratta di una integrazione, in cui le due realtà abbiano una visione unitaria pur nella distinzione; questa integrazione può essere raggiunta da una appropriata metodologia in cui sono rispettati alcuni passaggi obbligati.
L'analisi della esperienza umana, concreta, vissuta da ciascuno a modo suo, in ogni momento importante della propria vita; per i preadolescenti, ad esempio, la situazione di sconcerto, di disorientamento e di contrasto nella fase del cambio bio-psico-evolutivo. Questa analisi costituisce il primo punto del metodo.
Il secondo passaggio porta ad un approfondimento della esperienza o di alcuni aspetti di essa in un confronto serio con l'esperienza umana comune; non siamo soli ad interessarci di certi valori; scopriamo di muoverci su piste attraversate da ogni uomo.
Il terzo passaggio è costituito dallo sguardo di fede sulla esperienza: la fede cioè assume questa realtà comune perché il credente è abituato a leggere i segni della presenza di Dio nella storia, perché sa che essa è storia di salvezza. L'approfondimento poi di questa esperienza di fede si fa operando un duplice inserimento: nel contesto globale della esperienza biblica e nella tradizione viva della chiesa.
Ma per la descrizione e le esemplificazioni di questi passaggi metodologici, rimandiamo ad un ulteriore approfondimento.