Laura Amerio

(NPG 1982-09-12)

 

Il concetto di libertà è strettamente connesso con quello di volontà. Infatti a monte di qualunque azione umana c'è una volontà: e perché l'azione sia veramente libera occorre che prima di tutto sia libera la volontà che l'ha determinata.
Tutto ciò 'appare ovvio: eppure, se ci soffermiamo a riflettere su alcune caratteristiche della nostra società, ci accorgiamo che spesso siamo a liberi» di fare cose che non siamo stati noi a volere, ma che altri hanno voluto per noi. L'esempio classico ci viene dalla pubblicità, che ci indica, nei vari settori del mercato, che cosa «dobbiamo volere». E benché siamo effettivamente liberi di recarci nel negozio ed acquistare quel determinato prodotto, non possiamo non chiederci quanto valga una libertà di azione che non sia preceduta da una libera volontà.
Volontà non vuol dire soltanto «essere risoluti a fare una cosa», per citare una definizione tecnica; essa comprende in sé ben altro: «l'apprezzamento di una data circostanza, la scelta del fine che ci si propone, e la sua attuazione che per lo più implica una decisione per vincere eventuali difficoltà».
Questa definizione, tratta da un manuale di psichiatria, ci dice che la volontà è un dinamismo che consiste nell'operare per abbattere quegli ostacoli che si frappongono fra la persona e ciò che essa intende realizzare.
La lotta contro un ostacolo, sia esso esterno o interno cioè psicologico, è dunque già implicita nel concetto di volontà. Pertanto una volontà libera non è una volontà non ostacolata, ma piuttosto una volontà che sa trovare in se stessa le energie, i mezzi, i motivi per superare le difficoltà. Quindi se volere è scegliere una direzione e impostare verso di essa se stessi, allora volontà libera è sapersi autodeterminare, cioè trovare in se stessi le linee direttive da seguire per realizzare ciò che ci si propone di fare. In quanto fatto interiore, questa capacità di volere ha la possibilità di essere del tutto indipendente dalle circostanze esterne e dalle situazioni particolari in cui la persona vive.

Libertà è conoscersi lucidamente

Sapersi autodeterminare, nel senso appena spiegato, significa aver superato alcune tappe fondamentali della propria maturazione e possedere alcuni requisiti senza i quali la libertà personale è notevolmente limitata.
In primo luogo bisogna conoscere se stessi, dal momento che solo chi sa leggere in se stesso e «decifrarsi» riesce a dare una corretta valutazione di sé e delle proprie possibilità: questo vuol dire progettare realisticamente le proprie azioni, senza il rischio di pretendere da se stessi troppo, il che ostacolerebbe notevolmente il progetto che ci si è proposti. Solo quando ci si è conosciuti ci si può accettare, nei propri
pregi e nei propri limiti, senza esaltazioni e senza scoraggiamenti, lucidamente e con l'impegno di far leva sui punti forti per superare quelli deboli.
Conoscenza ed accettazione di sé portano all'unità interiore: quando si è raggiunta questa dimensione le varie parti della vita psichica funzionano in sintonia, senza fatica e senza sofferenze. In questo senso si può dire che la persona è autentica, cioè nel suo modo di vivere si esprime per ciò che è, senza soffocare nulla di sé. Una persona che abbia raggiunto questo traguardo interiore è veramente libera di disporre di se stessa, è padrona delle sue emozioni e dei suoi stati d'animo, e pur vivendo come tutti le tempeste dei sentimenti non si lascia trascinare da esse al punto di perdere il controllo di sé. L, in una parola, equilibrata.
Tutto questo la rende libera anche nei confronti degli altri; capace cioè di essere se stessa anche nei rapporti umani, senza per questo chiudersi al dialogo, all'ascolto, all'accoglienza di quello che gli altri hanno di buono da proporre. Avendo chiaro il senso del proprio ruolo, questo individuo accetta senza fatica il ruolo altrui: non rifiuta le proprie responsabilità, e non si oppone alle responsabilità degli altri, accettando anche il rapporto di subordinazione quando le circostanze (ad es. il lavoro) glielo impongono. E non per questo si può dire che ha rinunciato alla propria libertà. Semplicemente, non è «schiavo» né di se stesso (e spesso in certe rivendicazioni c'è solo molto orgoglio) né delle circostanze, ma sa di volta in volta scegliere quello che è il comportamento migliore e più idoneo a realizzare una crescita personale ed altrui.

Il cammino verso la maturità e libertà

Da quanto finora detto emerge che l'uomo libero è praticamente l'uomo maturo: infatti solo l'uomo adulto è veramente libero. Con questo non si vuole negare il valore degli stadi precedenti l'età adulta, con le loro relative possibilità di autonomia. Ma dato che la libertà è un dinamismo, è essenziale che ci sia sempre nella persona, qualunque età essa abbia, la tensione verso un grado superiore di maturità e di libertà.
In qualunque periodo della vita c'è infatti per tutti la possibilità di maturare ulteriormente.
Dalla prima tappa della vita (quando cioè il neonato apprende che intorno a lui vi sono persone di cui si può fidare, perché vengono incontro alla sua totale mancanza di autonomia), fino all'ultimo stadio dell'età senile, l'uomo è ogni giorno in cammino verso una libertà sempre più ampia.
Per il bambino «liberarsi >> significa dapprima imparare a muoversi da solo nell'ambiente, ad usare correttamente gli oggetti, ad esprimersi con parole adeguate e comprensibili.
Successivamente apprende i limiti posti dalle convenienze sociali, ma impara anche via via a riconoscerli utili per una convivenza serena con gli altri. Egli si apre così gradualmente all'importante scoperta delle leggi del vivere sociale: una maggiore capacità di guardare realisticamente le cose lo pone in grado di scoprire alla base della vita umana il rispetto per se stessi e per gli altri, il che è naturalmente ben lontano dalla sua tendenza istintiva a fare tutto ciò che desidera.
La scuola in questo lo può educare con efficacia, insegnandogli ad alternare opportunamente momenti di lavoro, spesso anche con qualche sacrificio, a momenti di svago libero e spontaneo. Ma anche nello svago e nel gioco egli comincia a scoprire l'esigenza di un rapporto leale e paritario con i compagni, nel rispetto reciproco.

La preadolescenza ed i suoi dinamismi

La preadolescenza, cioè l'età compresa all'incirca fra i 12 ed i 14/15 anni, coincide proprio con l'avvenuta conquista di questa prima forma di capacità sociale. Naturalmente il ragazzo dovrà ancora crescere sul piano dei rapporti umani, ma verso i 12 anni egli dovrebbe ormai aver impostato correttamente le basi del convivere. Tuttavia, se trascurato, il preadolescente può ancora regredire verso forme più im-
mature di comportamento sociale, sotto la spinta di tensioni interne che preannunciano la grande rivoluzione dell'adolescenza.
Il ragazzo, come analizzeremo tra poco, comincia a porsi i primi problemi circa se stesso, il significato della propria esistenza, la validità delle norme comportamentali che la scuola e la famiglia gli hanno trasmesso. Come vedremo, nuove prospettive gli si aprono, nuovi stili di vita che egli osserva nei compagni, nuove idee spesso in contraddizione con quanto egli finora sapeva e pensava.
La crisi è molto grossa, e il ragazzo ha la consapevolezza che è in gioco nientemeno che lui stesso, il suo futuro, la sua identità. A questo infatti mira la crisi di crescita adolescenziale: formare l'identità dell'uomo adulto. E l'uomo adulto, secondo una definizione cara a Freud, è colui che sa «amare e lavorare». Amare, cioè realizzare l'incontro con l'altro sul piano più profondo, fondare la propria identità con quella dell'altro senza timore di perderla, in un dialogo che è arricchimento e sostegno reciproco; lavorare, cioè intendere l'esistenza come oblatività, come offerta agli altri delle proprie capacità e conoscenze per contribuire a costruire con essi una società sempre migliore.
E chiaro che tutto ciò implica la scoperta della vita come legame, qualunque esso sia, una professione, un'amicizia, una famiglia, dei figli. Ed ogni legame implica la fedeltà vissuta anche a prezzo di sacrifici. Questa è la libertà dell'adulto, la libertà di scegliere un legame e viverlo con coerenza e perseveranza in vista di un bene che spesso trascende il chiuso della propria vita e si fa promozione per gli altri.
A questa dimensione dovrà approdare il preadolescente: ed è chiaro che il cammino è lungo e non facile. In questo periodo iniziale egli può già avvertire confusamente questa chiamata che la vita stessa gli rivolge ad andare al di là di quello che è stato finora il suo mondo, ma può ritirarsi indietro con paura, assumendo un atteggiamento di fuga e di rifiuto: chiusura ai rapporti extrafamiliari, ritorno a comportamenti infantili già abbandonati, incapacità di fare autonomamente scelte anche piccole, disimpegno, svogliatezza nello studio, comportamenti devianti (fughe da casa, violenze ed aggressività), ricorso al benessere artificiale degli stupefacenti.
Ci sembra comunque utile delineare un quadro più dettagliato dei problemi della preadolescenza.

Libertà di movimento, paura della diversità

Sul piano biologico prende avvio quella tempesta fisica che nell'adolescenza assumerà la massima evidenza ed importanza. Il ragazzo comincia, a crescere e ad assumere caratteristiche sessuali sempre più definite: l'avvicinarsi della pubertà porta con sé vere e proprie tempeste endocrine che influiscono notevolmente anche sul carattere e sul rendimento scolastico del ragazzo.
Tutto ciò fa sì che il giovane viva il proprio corpo con un senso di estrema insicurezza. La psicologia ci insegna che, per sentirsi a proprio agio con se stessi, è fondamentale avere innanzitutto una chiara immagine di ciò che si è esteriormente, cioè di come gli altri ci vedono. Il preadolescente questa chiara immagine l'ha perduta. Comincia così a porsi i primi problemi circa la propria piacevolezza estetica: né bisogna sottovalutare tutto ciò, dato che l'aspetto esterno è il «biglietto da visita» con cui ci si presenta agli altri. L'insicurezza in ciò che si è esteriormente, la consapevolezza di una certa goffaggine e sproporzione dovute all'accrescimento in atto, causano nel preadolescente un profondo senso di inadeguatezza, di disorientamento: non mancano casi di ragazzi che fuggono questo disagio evitando le occasioni di incontro con gli altri nel timore di non reggere al confronto.
D'altro canto, però, una maggiore maturità fisica e psichica rispetto agli anni precedenti permette al ragazzo possibilità che prima gli erano negate: può uscire da solo, può dedicarsi con maggiore impegno ad uno sport, può avere maggiore libertà di movimento e maggiori possibilità di organizzare il proprio tempo libero.
Egli vive dunque un dissidio fra tale ampliamento di prospettive nell'attività e quell'insicurezza di base cui accennavamo. A tale ambivalenza ogni ragazzo reagisce secondo modalità proprie: in genere comunque il preadolescente tende a rivendicare la propria libertà di movimento (riprenderemo il discorso in seguito): contemporaneamente però tende a limitare notevolmente la propria originalità, anche esteriore, uniformandosi strettamente alle mode del gruppo cui appartiene (abiti, pettinature, gesti) nel desiderio inconscio di essere uguale agli altri di confondersi con essi per eliminare quella diversità che è per lui fonte di ansia in quanto non si è familiarizzato con essa.

Desiderio di originalità

Sul piano intellettivo si notano importanti sviluppi.
Il ragazzo riesce ad avvicinarsi sempre più realisticamente alla vita, mentre nell'infanzia confondeva i livelli del reale, del possibile, dell'immaginario. E in grado di formulare ipotesi e può pertanto avviarsi allo studio di materie scolastiche più teoriche (algebra, geografia astronomica). Riesce a sviluppare ragionamenti sulla concatenazione degli avvenimenti, ed è ormai in grado di prevedere le conseguenze future di azioni che vengono compiute nel presente.
A tutto ciò si aggiunga un altro importante fattore: il desiderio di originalità. Il preadolescente comincia a scoprire il gusto di elaborare idee proprie, il che è indubbiamente una spinta positiva verso l'autonomia dal pensiero dell'adulto. Però quelle idee che tanto polemicamente difende contro le ingerenze adulte in realtà hanno ben poco di originale. Solo più tardi il giovane sarà in grado di essere veramente autonomo dal punto di vista del pensiero: per ora egli si limita a mutuare idee e concetti che gli provengono dalla sottocultura cui appartiene, quella dei suoi coetanei, dalle cui valutazioni egli appare spesso dipendente.
Questo ci dimostra quanto il dodicenne o il quindicenne siano ancora immaturi e soggetti agli influssi altrui: e proprio questa ultima caratteristica può permettere ad un educatore sensibile di avviare il giovane verso un senso della vita che sia caratterizzato dall'impegno e dall'apertura agli altri. Il preadolescente è ancora aperto a tutte le influenze; e molte «battaglie» possono avere un sicuro risultato solo se affrontate quando il ragazzo è in questa fase della vita, quando cioè è una materia ancora malleabile e facile da plasmare: ci riferiamo in particolare alle battaglie contro l'egoismo narcisistico del consumismo, contro la devianza, contro la droga. Non è vero che il preadolescente rifiuta il confronto con l'adulto e la sua guida; certo, l'adulto non riveste più nella sua vita quel carattere di centralità che aveva fino a pochi anni prima, e non è più l'unico punto di riferimento sul piano delle opinioni e delle scelte.
Però è anche vero che il ragazzo è alla ricerca di un sostegno che il coetaneo, pur essendo amico insostituibile, non può dargli: il preadolescente è alla ricerca di un modello, cioè di qualcuno che gli indichi (non tanto con le parole quanto piuttosto con la testimonianza diretta) quale sia il modo migliore per affrontare l'esistenza. Un insegnante, un educatore, un adulto conosciuto in qualsiasi circostanza possono svolgere questo ruolo fondamentale nei confronti del ragazzo, aiutandolo a trovare una direzione in questo momento di ricerca.

Ricerca della propria identità attraverso «identificazioni»

Quanto detto finora vale anche sul piano dello sviluppo affettivo-sociale.
L'ambiente familiare non è più il centro della sua vita e dei suoi rapporti interpersonali, anzi il ragazzo tende spesso ad essere polemico nei confronti dei genitori, esprimendo il suo desiderio di farsi da sé, di essere autonomo, di affrontare in proprio la vita.
Il preadolescente non ha ancora maturato il senso più profondo della libertà come frutto di un dialogo, e confonde spesso l'«essere libero» con «l'essere contro».
Per lui libertà è essenzialmente essere indipendente da qualcosa e da qualcuno, fare e scegliere per conto proprio.
Come già dicevamo, tale «guerriglia» con l'adulto è spesso più apparente che reale, dal momento che nessuno come il preadolescente ha bisogno dell'appoggio di qualcuno che abbia delle certezze e sappia infondergliele. Non è raro che il ragazzo cerchi questo modello al di fuori del suo ambiente, per esempio nel mondo dello spettacolo o dello sport. L'uomo di successo ha per lui un particolare fascino perché sembra aver realizzato quanto di più alto egli può immaginare, cioè l'essere amico di tutti, noto a tutti, possessore di tutti quegli oggetti che la pubblicità continuamente offre ai desideri del ragazzino eternamente alle prese con i soldi sempre insufficienti o con il rifiuto dei genitori. Un'altra fonte di identificazione sociale proviene dal gruppo dei coetanei.
Con essi il preadolescente si sente circondato da persone che vivono i suoi stessi problemi. Ne ricava un senso di sicurezza, e per questo tende, come già dicevamo, ad uniformarsi al gruppo adottandone senza criticarli i comportamenti, le idee, le mode, gli svaghi. Tuttavia nel gruppo non è estraneo l'elemento «rivalità»: in fondo il ragazzo quando sta con gli amici ne ricerca non solo l'appoggio ma anche l'ammirazione, sempre allo scopo di essere aiutato a rispondere alla domanda di base circa la propria identità. Così, se da un lato egli imita il compagno che approva e di cui ha verificato l'accettabilità, d'altro canto desidera avere la sua ammirazione mostrandosi in qualche modo «di più» rispetto a lui, per ricavarne una conferma circa la propria positività.
Sul piano più propriamente affettivo sono già possibili a questa età- /e grandi amicizie, talvolta veramente profonde.
Quanto sopra detto circa la ricerca di identità nel confronto con i coetanei, ha valore anche nel rapporto privilegiato con un'amica o un amico: rapporti talora possessivi e gelosi, altre volte più maturi ed aperti, che in ogni caso permettono al ragazzo di imparare ad aprirsi interamente all'altro, a sperimentare le gioie e le difficoltà della condivisione, della fiducia reciproca, dell'aiuto vicendevole. Più che con i genitori, il preadolescente ama confidarsi con l'amico o l'amica, cioè con una persona come lui che gli si mette a fianco alla pari, senza offrirgli un'esperienza ormai sedimentata ma camminando con lui passo dopo passo.
Può accadere in alcuni casi che queste amicizie abbiano delle caratteristiche di tale intensità ed esclusività da far sorgere il sospetto di una componente omosessuale. La cosa, se non supera l'età della preadolescenza, è ancora nella normalità.
Il ragazzo e la ragazza, in questo stadio della crescita, non sono ancora affettivamente e compiutamente uomo e donna, anche se la maturazione sessuale biologica è spesso già avvenuta, o comunque in atto. Stanno compiendo lentamente il cammino che li porterà all'acquisizione di una sessualità adulta. Per ora sono alla ricerca, e non è infrequente che ricerchino nell'amico dello stesso sesso che cosa significhi essere uomo o donna; ed anzi spingano tale ricerca al punto di identificarsi con la sessualità dell'altro/a e di apprezzarla, ammirarla, amarla. L'equivoco si scioglierà con il tempo, quando crescendo il ragazzo imparerà ad accostare l'altro sesso senza troppi timori ed insicurezze.

Libertà e dialogo

Appare chiaro da quanto finora detto che un preadolescente è, per alcuni versi, più libero di un bambino. Essere libero per lui significa essenzialmente «affrancarsi da...»: dal controllo dei genitori, dall'influenza degli adulti, dagli schemi del vivere sociale che gli vengono presentata come «prodotti» precostituiti. Le possibilità materiali che egli ha di uscire dal chiuso del nucleo familiare aumentano man mano che egli cresce, ed egli le vive come un incoraggiamento verso una maggiore autonomia.
Per un altro verso però, il ragazzo si sente estremamente limitato: quando era bambino in fondo gli si chiedeva molto poco, solo uno sforzo di adeguamento agli altri molto piccolo e ristretto a cose che per lui
avevano un valore marginale (orari dei pasti e del sonno, una generica «buona educazione», piccoli doveri di convivenza): ma in ciò che era centrale, cioè il modo di organizzarsi nei giochi e nella vita, era del tutto indipendente. Per il preadolescente, invece, le interferenze dell'adulto sembrano estendersi su campi più centrali e personali della sua vita: si controllano le sue amicizie, si osservano e spesso si criticano i suoi svaghi, ci si preoccupa di come si presenta e si esprime tra gli altri, si interferisce con il suo tempo libero. Tali preoccupazioni (comprensibili, talvolta giustificate, ma spesso portate all'esasperazione da genitori troppo apprensivi) si rivelano per il ragazzo un vero e proprio ostacolo alla sua ricerca di libertà.
Il fatto è che il preadolescente, pur cominciando ad intuire che la libertà è prima di tutto autenticità (e abbiamo visto con quanta ansia ricerchi la propria identità), non ha ancora ben chiara la cosa in un'ottica di collaborazione: cioè non gli è ancora chiaro il concetto della sintesi che nasce dal superare ogni opposizione e dal fare proprio ogni spunto buono che proviene da altri. Per lui invece l'essere autentico, cioè essere se stesso, consiste essenzialmente in un'opposizione agli altri vissuti come coloro che ostacolano o minacciano di ostacolare, la sua originalità. Questa tendenza a «mettersi contro» è il primo vero limite che il ragazzo incontra nella sua ricerca di libertà.
Infatti, solo chi si pone su un piano di dialogo con l'altro è veramente «padrone» del rapporto interpersonale e quindi lo può gestire liberamente senza cedere ad influenze o compromessi. Porsi contro in partenza inoltre significa tagliarsi fuori sulla possibilità di cogliere quanto l'altro ha da proporre, e quindi limitare il proprio orizzonte a poche idee preconcette delle quali alla fine si diventa schiavi. L'opposizione è vera ed è libera quando nasce da un rapporto dialogico e paritario, scelta consapevolmente in vista di un progetto di promozione. Ma per giungere a questo occorre aver acquisito una certa chiarezza circa la propria identità, che sia così solida da non temere di soccombere nel confronto con l'altro, ma anche così duttile da rendersi disponibile ad allargare le proprie prospettive.

Libertà e appoggio

È questo il secondo grande limite che il preadolescente incontra: ha bisogno di appoggiarsi a qualcuno perché non si è ancora consolidato in se stesso. Questo sostegno lo cerca contemporaneamente in più figure di riferimento, l'adulto-modello, l'innamorata, l'amico o l'amica, il gruppo di compagni. Non è «libero» perché ha bisogno di tutti questi punti di appoggio cui è ancora legato da una sorta di cordone ombelicale: anche l'adulto ha bisogno di appoggio, ma meno visceralmente, più criticamente, e soprattutto riesce ad essere «padrone >> anche dei suoi punti di appoggio, o almeno ne avverte l'esigenza. Per quanto riguarda il ragazzo invece, è normale che «usi» le persone che lo circondano, per trarne sicurezza e forza interiore.

Libertà e impegno

A qualunque età, quindi, la libertà non è uno stato ma un cammino. Lo è a maggior ragione per il preadolescente che sotto ogni aspetto è in cammino.
Il primo passo che egli compie, dunque, consiste nel tentare di affrancarsi da ogni costrizione; ma ben presto l'impatto con la realtà lo costringe ad aprire meglio gli occhi. In famiglia, nella scuola, dovunque egli vada, incontra persone che la vita costringe entro determinati limiti: il matrimonio, la cura dei figli, l'orario di lavoro, le responsabilità professionali, la necessità di controllare le spese.
Di fronte a queste situazioni la reazione del ragazzo può essere duplice: può provare un senso di disgusto definendo mediocre tutto ciò ed assumendo chiaramente comportamenti opposti (e in casi estremi può giungere fino alla devianza comportamentale: piccoli furti per impadronirsi di ciò che «spetta a tutti», rifiuto della scuola e del lavoro, vagabondaggio, droga); oppure, se ben guidato dagli educatori, può gradualmente aprirsi ad un senso di solidarietà con chi sta pagando il prezzo della vita e del lavoro, e quindi al desiderio per fare qualcosa per modificare quanto egli vede di ingiusto e mortificante nella vita sociale.
È il momento in cui lo si può incoraggiare a prendere posizione, anche se agli inizi può assumere atteggiamenti ingenui, estremisti, purtroppo facilmente strumentalizzabili da parte di chi può avere interesse a sfruttare l'ansia di giustizia dei giovani.
Accettando l'impegno il ragazzo impara ad accettare tutto ciò che con esso si accompagna: la lotta, la fatica, le delusioni, la pazienza di attendere, i limiti personali ed altrui. Il suo sguardo sulle cose si fa sempre più realistico, sempre meno «magico». E contemporaneamente egli scivola, quasi senza accorgersene, verso uno stadio più evoluto del senso della libertà: la libertà come impegno, come necessità di legare la propria vita a qualcosa, di rendere conto a qualcuno.
Con il tempo egli scopre che la causa cui dedicare la propria vita non sempre è eroica ed esaltante: più spesso è la piccola battaglia quotidiana contro la tentazione di scoraggiarsi, di cedere, di «fare i fatti propri», di scendere a compromessi con se stessi.
È chiaro che l'azione educativa a questo punto si fa fondamentale. Tutti sappiamo che il giovane è capace di grande generosità, è pronto a buttarsi in qualunque impresa gli appaia giusta. Ma proprio perché ancora immaturo, è soggetto a cambiare direzione di marcia con molta rapidità e facilità, a «saltellare» da un'esperienza ad un'altra, da un'idea ad un'altra, da una lotta all'altra. Tutto ciò a questa età è perfettamente normale e rivela semplicemente immaturità sul piano morale. Spesso può accadere che l'intelligenza e la socializzazione del preadolescente siano ormai mature e gli permettano quindi di affrontare i problemi più profondi della vita: ma una carenza a livello etico può rendere il ragazzo debole nel portare avanti il discorso, fragile nel perseverare e nel difendere la linea che egli ha scelto come valida, oppure eccessivamente utilitaristico nell'uso dei mezzi, o ancora rigido nel perseguire il suo ideale calpestando tutti e tutto in nome dell'«Idea».
Il senso morale, pur essendo unito strettamente al senso della collaborazione sociale ed alla capacità di critica personale, non può essere limitato a questi due elementi in quanto li trascende comprendendoli in sé. Il preadolescente, al contrario, spesso ha raggiunto una buona maturazione (proporzionata all'età) di entrambi quegli elementi, ma non riesce ancora a fonderli e superarli in quell'ottica unificante che è il senso morale.
Sarà compito dell'educatore, genitore ed insegnante, aiutarlo a compiere questo ulteriore passo verso l'età adulta, non tanto con le parole ed i discorsi quanto con l'esempio diretto.