Studiare e pregare la bibbia: la proposta dell'Eremo di Montecastello

Inserito in NPG annata 1981.

 

Dino Capra

(NPG 1981-09-11)

 

L'Eremo di Montecastello è un centro di spiritualità della Diocesi di Brescia. Sorge in un'incantevole scenario naturale, su una rupe solitaria a picco sul lago di Garda. Promuove ed accoglie iniziative nel settore della pastorale dei tempi dello spirito: esercizi spirituali, ritiri, giornate di spiritualità. Il suo scopo fondamentale è offrire a tutti l'ambiente ed i mezzi necessari per realizzare un vero itinerario di educazione alla preghiera.
È condotto da un sacerdote e da una Comunità di Religiose (Suore Dorotee di Cemmo). Sono diversi i collaboratori laici che condividono, a titolo diverso, la vita ed il lavoro dell'équipe direttiva. La caratterizzazione delle proposte dell'Eremo consiste nello sforzo di superare l'estemporaneità e la discontinuità nell'incontro con gli utenti dell'esperienza spirituale, collegandosi ed inserendosi il più possibile con comunità parrocchiali e gruppi nei quali risultino garantite la continuità del lavoro e il suo progressivo applicarsi al vissuto.
L'esperienza di cui si parla è vissuta da un gruppo costituito da giovani provenienti dalle comunità cristiane della Zona del Garda. Sono in prevalenza giovani lavoratori, dai 20 anni ai 30, ai quali si sono aggiunti studenti delle superiori. Diversi vivono l'esperienza di fidanzamento, vi sono alcune coppie di sposati da poco. Il livello culturale è medio.

LA PRIMA PROPOSTA: ALCUNI INCONTRI DI CATECHESI BIBLICA

Da anni l'Eremo, che si trova a dover svolgere il ruolo di riferimento e di coordinamento della pastorale zonale (per altro in crisi), si pone al servizio delle parrocchie della Zona per offrire il contributo della propria funzione specifica al delinearsi di una pastorale giovanile globale. Questa è la situazione che si deve affrontare.
Studiando il problema con i sacerdoti impegnati nella pastorale giovanile l'équipe della Casa propose, cinque anni or sono, una serie di incontri «di approccio» alla persona di Gesù per i giovani delle comunità parrocchiali della Zona. Si tenevano con periodicità mensile, la sera dopo cena, dalle 20 alle 22 e la funzione e l'intento di tali incontri era soprattutto catechetica. Era convinzione profonda degli operatori dell'équipe, infatti, che una attenta diagnosi della situazione religiosa dei giovani del posto imponeva una amara constatazione: la loro lontananza e, peggio, la loro profonda estraneità alla fede vissuta della e nella Comunità, era dovuta prevalentemente al rifiuto di una prassi cristiana quale era quella espressa dagli adulti di cui essi avevano esperienza quotidiana, e alla carente trasmissione della fede in Gesù Cristo da parte della famiglia, di fatto latitante in proposito, e della comunità parrocchiale, la cui catechesi si arrestava alle soglie del postcresima.
Gli incontri sulla persona di Gesù furono frequentati da un pubblico numeroso ed eterogeneo di giovani tra i 15 e i 25 anni. Le proposte furono tese ad «annunciare» gli aspetti caratterizzanti la umanità, la missione ed il mistero della persona di Gesù.
Si incominciò a far usare la Bibbia direttamente ai partecipanti. Si voleva metterli nella condizione di «conoscere» cose di cui mai e nessuno, o quasi, parlava loro.

Il difficile incontro con la bibbia

L'esito di questi incontri fu, per certi aspetti, sconcertante. Si notò la enorme difficoltà, da parte loro, ad impattare la Bibbia, sia come testo scritto, sia come annuncio, sia come categorie di pensiero. Era un mondo che faceva a pugni con la cultura dell'immagine e della sensazione che possedeva il gruppo. Ma volutamente non si era usata una metodologia che smorzasse queste difficoltà, preferendole la terapia d'urto.
I discorsi fatti, le proposte avanzate, una individuazione storica del mistero di Gesù, sorprendeva profondamente la maggior parte dei giovani. Non mancarono coloro che, avvertito il tono della proposta, si eclissarono velocemente e definitivamente.
Si constatava che non era prevenzione o puro timore apologetico quanto si era posto in sede di ipotesi, che cioè, innanzitutto, andava data ai giovani la possibilità di sapere, di conoscere la oggettività dell'annuncio cristiano; non era arbitrario supporre che il giovane scambiasse per fede cristiana qualcosa che invece le era profondamente, anche se inconsapevolmente, antitetico. Certo, si correva un poco il rischio di rimanere un tantino nell'apologetico: ma fu il gruppo a immunizzarsi da tale rischio, innescando una autentica ricerca di fede cristiana e di revisione della propria religiosità.
Una meta importante era stata raggiunta: i giovani ammettevano, e con gioia, che Gesù non lo conoscevano così: se n'erano fatta una loro idea, non corrispondente al dato reale della fede trasmessa nella e dalla Comunità credente. Si accorsero che tale loro atteggiamento non era legittimo e li esponeva pericolosamente al rischio di rimanere vittime di violenze spirituali e di plagio.

Dalla verifica una nuova proposta: studiare e pregare la Bibbia

Di fatto, il risultato metodologico più apprezzabile di tale primo avvio, venne considerato dall'équipe l'uso diretto del testo scritturistico. Questo non poteva isolarsi in se stesso, doveva produrre un itinerario di esperienze vitali. Comunque si intuì che, per la situazione pastorale locale, il gruppo non risolveva di certo tutti i problemi posti da una organica pastorale giovanile, ma poteva rappresentare un utile punto di partenza ed una interessante proposta metodologica: offrire l'esperienza di un paziente lavoro di ricupero personale delle motivazioni della fede in Gesù Signore.
Alla fine dell'anno (sette incontri in tutto) si verificò assieme il cammino percorso. Il gruppo si era assestato su una quarantina di partecipanti.
Tutti ritenevano altamente positivo «per loro» il cammino percorso, soprattutto perché venne considerato un «antipasto» oltremodo stuzzicante. Aveva creato il bisogno di completare ciò che si era avviato. Tale bisogno aveva, fondamentalmente, questa struttura: conoscere seriamente la Bibbia, attualizzare l'annuncio biblico nella vita.
Caratteristica è stata la scelta non di una speculazione astratta, ma di una contemplazione delle cose e del mistero che si traducesse in scoperta gioiosa capace di trasformare l'esistenza. Si avvertì lo stupore e la gioia di qualcosa di veramente nuovo, scoperto autenticamente: non lo si voleva perdere.
Si pensò bene assecondare questo dinamismo che riconoscevamo frutto fantastico della creatività dello Spirito. Ricercando insieme, per individuare le piste su cui continuare il cammino, emerse che lo studio «un po' serio» della Bibbia e la preghiera (giornate di ritiro spirituale) potevano rappresentare le tracce per garantire il carattere di «esperienzialità» al lavoro successivo. In secondo luogo, fu unanime la richiesta di aumentare gli incontri. Venne fissato che ci si sarebbe ritrovati due volte al mese, di sera dopo cena, dalle 20.30 alle 22.30, in giorni feriali, dopo una intensa giornata di lavoro. Si sarebbe stati stanchi, ma questa ci sembrava la condizione per legare la ricerca di fede al concreto vissuto, doppiando in tal modo estetismo ed effimere evasioni.
Iniziò in tal modo la seconda fase del cammino del gruppo, quella che portò progressivamente ad una profonda e vissuta saldatura tra Bibbia e preghiera, tra preghiera e contemplazione, tra fede personale e la sua fondazione nell'annuncio della Comunità credente, tra preghiera contemplativa e improrogabilità della testimonianza nel quotidiano.

IL CAMMINO VERSO UNA PREGHIERA CONTEMPLATIVA

Potrebbe sembrare presuntuoso, soprattutto apparire «moda», parlare di preghiera contemplativa a cui educare dei giovani «normali», delle parrocchie «normali», lavoratori, studenti, giovani sposi.

La preghiera come incontro con il Dio che è «entrato» nella storia

Va però qui ricordato un dato elementare, che si evince da una semplice ma non superficiale conoscenza dei testi biblici: la preghiera a cui apre lo spirito umano la Bibbia, non è mai, né nell'Antico né nel Nuovo Testamento, «verbalismo» umano per captare l'attenzione di Dio sulla vicenda umana. È esperienza di Dio, Signore della storia: presuppone un incontro esistenziale con Lui, uno scontro brusco con la sua realtà insospettata e scoperta con stupore solo perché Lui decide di incrociare la nostra vicenda, una scelta sofferta, un lasciarsi coinvolgere in un'alleanza vitale, il giungere ad una comunione profonda di persone e di obiettivi pratici della vita. Per tutte queste ragioni la preghiera cristiana è preghiera contemplativa: perché comunione alla persona di Dio e al suo progetto, scoperto, gustato, condiviso come progetto per la propria esistenza.
Contemplare il mistero di Dio significa accettare di essere presenti alla propria e
altrui storia «al modo di Dio», senza perdere mai la comunione con Lui, neppure nella esperienza del peccato, che è esperienza di infedeltà, ma mai irreparabile, perché Dio è sperimentato come il fedele che non abbandona.
Il problema non è più, allora, l'uomo che deve strutturare autonomamente la sua esistenza a partire da una «sua» intellettuale ipotesi di lavoro, cui dà il nome «Dio»; al contrario, tu scopri che Dio non è più una tua ipotesi, non è quello che tu pensi, ma più semplicemente è «Lui», quello che è e che Lui ci chiama a scoprire, dopo che ce lo manifesta.
Questo è il problema: reinterpretare l'esistenza dal fatto che Lui c'è, si fa conoscere e ti chiama alla comunione con il suo piano sulla nostra storia.
È questa la ragione che ha indotto l'équipe dell'Eremo a intraprendere una condivisa educazione alla preghiera contemplativa, sia per i giovani del gruppo zonale di riferimento, sia per gli altri gruppi parrocchiali o di associazioni che ritornano all'Eremo con maggiore o minore continuità.
E sembra sempre più evidente che educare alla preghiera contemplativa e al discernimento spirituale costituisca un modo indovinato per offrire quei criteri di reinterpretazione dell'esistenza vissuta, provenienti dalla fede in Gesù Signore, che sono premessa insostituibile per una nuova presenza e partecipazione del cristiano alla storia degli uomini.

LA METODOLOGIA SEGUITA: LA «LECTIO DIVINA»

Una simile esperienza presuppone una metodologia paziente, umile e che vada alle radici della persona: perciò una metodologia dell'ascolto e della risposta, fondata sulla fiducia serena della scoperta di un dono e sulla fatica di una risposta che sia accoglienza del dono e la sua traduzione nei livelli del vissuto.
L'équipe trova che una metodologia simile è ampiamente collaudata dai secoli di vita della Chiesa nel metodo della «lectio divina».
È parso importante all'équipe ricuperare questo classico metodo e proporlo al gruppo, con la consapevolezza che viviamo nel 1981.
Dopo un paio di anni dedicati allo studio delle questioni critiche relative ad un approccio con la Bibbia (cioè: aspetti di storia della formazione del testo e del canone, i generi letterari, i contributi della storia e dell'archeologia, i vari sensi della Scrittura, il problema della rivelazione e della ispirazione) si è passati ad una conoscenza panoramica del contenuto dei vari gruppi di libri biblici antico e neotestamentari. Ora è il momento, anche su richiesta dei membri del gruppo, di addentrarci nel vivo dell'esperienza biblica: vedere, cioè, di cogliere il senso profondo, spirituale, delle cose scritte. È nato nel gruppo il bisogno di sperimentare come l'ascolto della Parola generi il pregare.

Le quattro fasi della «lectio divina-: lettura, meditazione, orazione, contemplazione

Si applica il metodo della «lectio divina» ai quattro vangeli. In quattro anni, si legge anno per anno un vangelo, secondo questo ordine: Marco, Matteo, Luca, Giovanni. Tale successione, secondo la suggestiva ipotesi di Mons. Carlo Maria Martini, si basa sulla individuazione di un preciso itinerario spirituale, vissuto nelle e dalle comunità cristiane entro cui gli evangelisti redassero i loro scritti: dai primi passi del catecumeno guidato dalla comunità alla fede in Gesù, all'addestramento alla vita comunitaria secondo la fede nuova, all'impegno della testimonianza in un mondo diverso e contrario, alla maturità dell'esistenza contemplativa.
Quest'anno è stato l'anno dedicato a Marco. Negli incontri quindicinali veniva letto ogni volta e spiegato un capitolo di Marco; la spiegazione puntava a coglierne la teologia e il senso spirituale per una possibile attualizzazione in preghiera.
Nella seconda parte dell'incontro, per quasi un'ora, ci si portava in cappella per pregare la Parola ascoltata. Si riprendeva il testo in silenzio, lo si meditava personal-
mente, si sottolineavano gli aspetti più «percepiti» proclamandoli ad alta voce, e gradualmente, ci si addestrava alla preghiera di ringraziamento, di lode, di adorazione, di supplica, di intercessione. Si dava molto spazio al silenzio meditativo. Ogni mese ci si raccoglieva in ritiro un'intera giornata.
È stato un lavoro duro. L'orario, la stanchezza, la non abitudine a questo modo dì pregare, non facilitavano certo il compito. Alla fine dell'incontro, si invitavano i partecipanti a due cose: prolungare nelle giornate la preghiera, attraverso qualche minuto di contemplazione del Crocifisso, in silenzio, raccogliendo dal testo pregato una frase-forza per la giornata; poi vedere come la Parola pregata, ruminata, poteva divenire pane, illuminazione di momenti critici, giudizio e rivelazione dei fatti vissuti, proposta nei confronti di mentalità ed opinioni diverse o contrarie, soprattutto come poteva essere forza per se stessi e per quanti vivevano attorno a noi. Si insisteva perché la Parola fosse contemplata, gustata, faticata, vissuta, in modo che la preghiera venisse colta non come verbalismo monologico affaticante e deludente, ma come reale rapporto interpersonale, faticoso ma vero.

La contemplazione come dimensione del quotidiano

Questa insistenza su una contemplazione non «estetica» ma «quotidiana» ha sorpreso molto i giovani. Pur ammettendo che il metodo è faticoso e che la perseveranza nell'addestramento risulta non facile nel quotidiano, la considerano una cosa indispensabile. Ammettono di aver scoperto significati assolutamente nuovi del pregare cristiano, hanno afferrato che il pregare è sostanzialmente quella comunione che permette l'amore ed il servizio di Dio. Scoprono progressivamente che addestrarsi alla preghiera cristiana significa imparare ad impostare la vita come un seguire Gesù, un imitarlo, un condividerlo.
Diviene connaturale ragionare con il pensiero di Cristo: qui si colloca quel confronto critico con la mentalità corrente che provoca i meccanismi interiori della corrispondenza all'invito chiaro di Dio a divenire «pellegrini» in questo mondo; in tal modo, adagio adagio, si impara ad essere presenti fino in fondo alla realtà e a viverla «come» Cristo ci ha insegnato. Questo pregare diviene allora ricomprensione della realtà, sua reinterpretazione: sarebbe qui troppo lungo esemplificare, ma l'esperienza del gruppo ne dà testimonianza.
È un lavoro lento, paziente, fiducioso: tende ad andare al fondo del cuore, crede alla forza dello Spirito del Signore.

L'USO DELLA «LECTIO»: UNA VALUTAZIONE PASTORALE

Al punto in cui la nostra esperienza è arrivata, ci sembra possibile tentare una prima valutazione, in particolare dell'uso della «lectio divina».
- Riteniamo che sia, al momento, il metodo più adatto a costruire una coscienza cristiana in una comunità credente che è chiamata dalla sua stessa situazione a puntualizzare la propria identità dentro il mondo e a comunicare a questo mondo ciò che ha ricevuto.
- Sembra essere un metodo semplice e sostanziale, capace di «parlare» anche al giovane d'oggi, alla ricerca di punti di riferimento per la sua preghiera ma soprattutto per la sua identità.
- Riabitua il cristiano a stabilire comunione con il testo scritto della Parola, fondamento della sua fede: c'è bisogno di questo per una autentica riappropriazione dei fondamenti della fede. È come un contatto fisico, indispensabile al rapporto interpersonale integrato.
- È un metodo personalizzante, attiva infiniti dinamismi interiori, valorizza la dialogicità, l'interpersonalità, vie attuali di accesso alla trascendenza gratuita del Dio della rivelazione biblica.

I nostri obiettivi tra esperienza passata e futuro

È possibile anche, cogliendo l'occasione di questa riflessione, riformulare gli obiettivi della nostra esperienza, tenendo conto anche di alcune correzioni di tiro resesi necessarie lungo la strada. E così pensiamo già al futuro. Quali dunque gli obiettivi su cui puntare?
- Far conoscere il deposito della fede che viene trasmessa dalla comunità ecclesiale, per addestrare alla memoria di fede, alla celebrazione della fede, alla sua confessione franca e motivata;
- evangelizzare la psicologia della persona e favorire il passaggio dalla religiosità naturale alla fede personale in Gesù il Signore;
- far sperimentare il capovolgimento (conversione) che la Parola del Signore, per una potenza che le è propria, opera nella persona che la accoglie con cuore sincero e disponibile: qui sta il segreto della vita cristiana, percepita esperienzialmente non solo come frutto delle proprie forze, della propria coerenza, della propria tenacia, ma come frutto del dono dello Spirito di Gesù, che conduce alla vita nuova;
- educare a gustare quanto la fede manifesta come novità sull'intera esistenza, introducendo all'ineffabile mistero della comunione trinitaria; educare a percepire fortemente questo dono come assolutamente gratuito;
- stimolare a trasmettere gratuitamente quanto si è ricevuto con gratuità dal Signore; riabituare alla trasmissione della fede; sollecitare l'assimilazione personale del dato di fede, attraverso la percezione esperienziale del dono di Dio in Gesù Cristo e attraverso uno sforzo continuo e tenace di confronto tra Parola e vissuto umano, di reinterpretazione del vissuto a partire dalla Parola e di mediazione della Parola nel vissuto umano;
- favorire l'esperienza di una fede ricevuta da una comunità e che deve essere vissuta con questa connotazione fondamentalmente comunitaria.
Il lavoro non è facile, ma è entusiasmante. I risultati ci sono: non sono strepitosi. La fatica che si incontra è notevole, ma vale la pena di sopportarla.