Pomezia: per una parrocchia «comunione di comunità»

Inserito in NPG annata 1981.

 

Giovanni Villata

(NPG 1981-10-45)

 

«Le parrocchie in genere non sono e non si sentono comunità in senso pieno, anche se il discorso comunitario va facendosi sempre più sentito specialmente nella liturgia, nei gruppi, nei Consigli pastorali... Indubbiamente le mutate condizioni storiche richiedono un ripensamento della parrocchia perché possa essere veramente una comunità evangelizzatrice: parrocchie di 50.000 abitanti e di 20.000 abitanti hanno di comune solo il nome.
Occorre una scelta: se per "parrocchia" si debba intendere una "comunità di base", quindi una comunità a dimensione umana, al massimo di poche centinaia di persone, oppure un centro di servizi per le persone e i gruppi che ad essa fanno riferimento. L'esigenza comunitaria è molto sentita fra i giovani, che in molte parti danno vita a gruppi e comunità, in cui la partecipazione comunitaria è molto intensa».
Così si sono espressi i Vescovi italiani in un documento per la III Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi nel 1974 (1).
Il Vescovo di Albano, Mons. Gaetano Bonicelli «cogliendo gli stimoli di alcune esperienze di Comunità Ecclesiali di Base (CEB) presenti nella Chiesa Italiana, ha voluto tentare, nella sua diocesi un'espèrienza " pilota " di parrocchia come comunione di comunità, di una Chiesa cioè che si esperimenta in una autentica vita di comunione tra gruppi diversi ma complementari nell'ambito della stessa chiesa parrocchiale» (2).
A Pomezia, città della diocesi di Albano Laziale (Roma), dunque per iniziativa dello stesso Vescovo e in collaborazione con il Movimento «Chiesa-Mondo» di Catania si è scelto di lavorare per un progetto di parrocchia come «comunione di comunità», di creare cioè «prima la Chiesa-comunione e poi il servizio istituzionale che la deve sorreggere ed aiutare» (3).
Con Don Aldo Anfuso, parroco di S. Bonifacio a Pomezia, una nuova parrocchia che intende servire i circa 4.000 abitanti del suo territorio, sono stati chiamati dunque un sacerdote e due consacrate laiche dell'Istituto secolare «Missione Chiesa-Mondo» (4) nato all'interno dell'omonimo movimento, per dedicarsi a tempo pieno alla realizzazione del progetto.
L'esperienza di Pomezia, tuttavia, si presenta originale e non legata, per scelta, a nessuno dei movimenti con cui è in contatto, per poter essere maggiormente fedele alla propria identità di parrocchia «comunione di comunità».

UN RAPIDO IDENTIKIT DELL'ESPERIENZA DI POMEZIA

«Il progetto di parrocchia "comunione di comunità" - rileva don Aldo - è nato da una constatata "sclerosi" della parrocchia tradizionale che relega il ruolo ministeriale del sacerdote a quello di «factotum», legato ad una miriade di compiti burocratici-amministrativi e che, d'altra parte, non permette la valorizzazione dei ministeri laicali. L'impossibilità di creare in tali strutture una autentica comunione fra i vari parrocchiani e di arricchire la parrocchia stessa di una pluralità di "servizi ", insieme alla convinzione della validità della proposta conciliare di una Chiesa " comunione " hanno generato il desiderio di una esperienza che tendesse a rinnovare la parrocchia portandone avanti i valori ancora oggi validi attraverso forme ecclesiali di vita comunitaria rispondenti alle esigenze e alle maturazioni acquisite dal Concilio in poi».
Una città con forti problemi di aggregazione e integrazione culturale
In sostanziale accordo con lo stile del Movimento «Chiesa-Mondo» cui l'esperienza di S. Bonifacio a Pomezia fa creativo riferimento, l'équipe animatrice ha deciso fin dal 1979, anno d'inizio, di presentare e proporre la realizzazione di uno stile di vita parrocchiale ispirato al modello comunionale delle primitive comunità cristiane (Atti 2,42-47), come riproposto dalla ecclesiologia conciliare (Lumen Gentium e Gaudium et Spes) cercando di articolare, come vedremo, in modo armonico i due fattori che fondamentalmente la contraddistinguono e che sembrano contrastanti: l'unità, da non concepire come uniformità, e l'originalità, da non far diventare un'occasione di ghettizzazione.
Nella particolare realtà sociale di Pomezia, città come tutte quelle di tipo prevalentemente industriale, formata da una popolazione nella stragrande maggioranza di immigrati provenienti non solo dalle varie regioni d'Italia ma anche dall'estero (diversi nuclei familiari giungono dal continente africano), con forti problemi di aggegazione e di integrazione culturale, la proposta ha trovato e trova difficoltà di accoglienza, soprattutto per due motivi.
Primo: la gente è venuta a Pomezia e ci sta esclusivamente per necessità di lavoro; il desiderio sempre presente e pulsante è quello di poter ritornare presto ai luoghi di origine anche solo nei fine settimana.
Secondo: conseguenza diretta è la tendenza a riprodurre in città quel particolare tipo di esperienza religiosa realizzata nei paesi o cittadine di provenienza, chiudendosi facilmente davanti a proposte diverse o addirittura nuove.
Tre comunità ecclesiali di base e un «centro di ascolto-
Dentro tale complessa e eterogenea realtà socio-religiosa, dopo tre anni circa di lavoro sono attualmente presenti e vive in punti diversi della parrocchia, tre comunità ecclesiali di base (CEB), ciascuna di 15-20 persone appartenenti alle diverse categorie del Popolo di Dio: giovani, adulti, anziani, uomini e donne, studenti e analfabeti, operai e intellettuali, bianchi e di colore.
In occasione poi della benedizione delle famiglie, è nato un «centro di ascolto» in cui le persone che abitano in uno stesso condominio si ritrovano non ancora come CEB, ma come piccolo gruppo che ha volontà di cercare di ragionare, di capire, di approfondire un po' i tanti problemi che si pongono oggi nei confronti della diversità e varietà dei modi di proporre la religione e la fede.
È un primo contatto con il mondo della fede, che sfocerà nell'invito a iniziare un cammino preciso verso la costituzione di una nuova piccola comunità.

PER QUALE UOMO, PER QUALE CONCEZIONE DELLA REALTÀ?

Ogni annuncio di fede, come qualsiasi modello pastorale tende ad esprimersi all'interno di un modo globale e totalizzante di porsi dell'uomo davanti alla realtà, all'interno cioè di un orizzonte culturale o di un quadro antropologico. In quale orizzonte culturale il modello parrocchia «comunione di comunità» di Pomezia si esprime?
La domanda fondamentale che ci si è posti è stata «come fare» per vivere in modo autentico ciò che la Parola suggerisce per una convivenza ecclesiale in ambiente socio-religioso segnato da anonimato, scarsa comunicazione, complessità di eterogeneità. Crediamo che «dentro» questa domanda emerga la concezione di un modello di uomo che diventa sempre più uomo se si apre nel superamento della diffidenza, del sospetto, dell'isolamento verso rapporti con gli altri segnati da comunicazione profonda, scambi interpersonali, tentativi di integrazione delle diverse culture in un fecondo clima di condivisione e di partecipazione a livello personale, sociale ed ecclesiale.
Un uomo che si realizza quindi, man mano che costruisce rapporti, che fa esperienza concreta di comunicazione, di dialogo, di amore vicendevole, e che coglie nell'ascolto della Parola di Dio principalmente l'invito a lasciarsi personalmente mettere in crisi, non a produrre astratte verità.
La concezione della realtà che emerge dal progetto vede al primo posto la costante attenzione alle persone, alle loro quotidiane condizioni di vita, sempre in evoluzione e in cui è necessario intervenire prima di tutto per «ricucire e sviluppare» rapporti interpersonali, realizzare interessi comuni come basi indispensabili per una concreta e conseguente opera di trasformazione strutturale.
La Parola di Dio e il progetto di parrocchia «comunione di comunità» che consegue, vengono colti dunque in un orizzonte culturale di tipo esistenziale-personalista, in cui la preoccupazione fondamentale non è quella di fare grandi discorsi intellettuali e astratti, bensì di sperimentare, di fare esperienza in prima persona e assieme agli altri di questa Parola che chiede comunione proprio nella compresenza di molteplici diversità.

IL CAMMINO DELLA COMUNITÀ

In un volantino datato l'11 gennaio 1981 in cui si prospetta un incontro-dibattito con gli abitanti del quartiere delimitato dalle vie Cincinnato, Santorre di Santarosa, Settembrini il parroco scrive, tra l'altro: «Insoddisfatti nei confronti di certi modelli di Chiesa prefabbricata, i cristiani promuovono l'iniziativa e la partecipazione di base. Nascono le comunità ecclesiali di base in comunione con il Vescovo, in ascolto della Parola di Dio e della parola dell'uomo, inserite nell'ambiente socioeconomico-culturale. La nostra parrocchia nasce dal costituirsi spontaneo di comunità nei diversi punti della zona di Pomezia a noi affidata: comunità diverse, autonome ma tendenti a costruire l'unità della parrocchia attorno alla presenza coordinatrice del parroco».

Tre punti di riferimento operativo

Il cammino di S. Bonifacio prende corpo allora nella realizzazione di tre grandi atteggiamenti che da sempre sono le basi irrinunciabili di tutte le scelte operative della comunità.
La comunione con il Vescovo impegna la parrocchia a non costruirsi come realtà autosufficiente, ma aperta e in comunione con tutte le iniziative che, a vari livelli (diocesi o parrocchie, movimenti vari) vengano proposte.
Il Parroco stesso, la sua azione e la sua presenza hanno chiare caratteristiche di coordinamento e di garante in nome del Vescovo della autenticità pastorale ed ecclesiale del cammino di fede che le varie piccole comunità nella loro autonomia e diversità compiono.
Dall'incontro della Parola, dalla familiarità con la Bibbia letta in comunità si intende far maturare: una fede in continuo atteggiamento di conversione e che fornisca le grandi chiavi interpretative dei problemi che la vita quotidiana pone, stimolando concreti servizi ecclesiali e sociali e che trova il suo «culmine» nell'Eucaristia e nelle celebrazioni sacramentali; un cristiano, cosciente della propria responsabilità di «chiamato» e «convocato» personalmente a condividere con la comunità dei credenti la gioia del dono della fede e ad essere lievito cristiano con una presenza per nulla marginale nei concreti problemi dell'ambiente (famiglia, lavoro, quartiere) in cui vive; una parrocchia, intreccio non uniforme di diversità di espressioni di fede, di esperienze comunitarie eterogenee ma convergenti, sempre in cammino, i cui membri sono direttamente responsabili della soluzione degli eventuali «bisogni» di quella porzione di Chiesa e di società in cui si trovano «incarnati».
L'attenzione alle parole dell'uomo impegna tutti e ciascuno a sentirsi «investito» del compito di «ricollegare la chiesa al territorio» e nel territorio di mettersi a servizio dell'uomo al di fuori e al di là di ogni etichetta o colore ideologico e politico.

I momenti dell'azione pastorale

Queste grandi scelte orientative sono diventate passi concreti soprattutto in tre grossi momenti dell'azione pastorale:
- la conoscenza e l'aggancio: si sono inventate, moltiplicate occasioni di contatto, di incontro personale con nuclei familiari delle varie aree territoriali in cui la parrocchia è stata divisa;
- la proposta di aggregazione: si è continuato a trovarsi a parlare non solo di sé, ma di ciò che la Parola ascoltata con disponibilità suscita nel «profondo» fino alla graduale fondazione di una nuova piccola comunità, quando la coesione sui valori evangelici e l'amicizia tra i partecipanti sono maturati in direzione di una viva condivisione;
- l'assunzione di responsabilità: ci si è messi a disposizione in impegni che vanno dalla gestione economica della comunità parrocchiale all'animazione della medesima nei servizi liturgici, nella pratica dell'ospitalità e dell'accoglienza verso le nuove famiglie che continuamente giungono a Pomezia, nella catechesi ai fanciulli e ai preadolescenti, in ogni «bisogno» insomma che venga a manifestarsi.

L'itinerario metodologico: vieni-seguimi-vai

Sono tre verbi che coniugati insieme, ciascuno cerca l'altro e si completa nell'altro, tracciano l'itinerario metodologico del progetto parrocchia «comunione di comunità».
Vieni: è il momento della chiamata, della presa di coscienza che Dio chiama a sé e ai fratelli, all'ambiente socio-politico-economico in cui di fatto è collocata la comunità.
Seguimi: è la tappa della conversione, dell'adesione concreta alla proposta ricevuta e ascoltata. Conversione alla proposta di Gesù Cristo, ma anche alle esigenze degli uomini, soprattutto dei più poveri e bisognosi allo scopo di liberarli lottando con loro, soffrendo con loro, credendo insieme a loro.
Vai: è il momento della missione, dell'invio al mondo attraverso il riconoscimento dei vari carismi e ministeri di ciascuno, per annunciare il messaggio ricevuto, per servire l'uomo e promuoverlo integralmente, per fondare comunità ecclesiali di base (5).
I tre momenti di maturazione vedono contemporaneamente accostati Dio e l'uomo, per cui il «vieni» significa una esplicita chiamata di Dio e un'altrettanto esplicita chiamata dell'uomo all'uomo, ai suoi problemi; il «seguimi» è l'invito a condividere il progetto di salvezza di Cristo e i progetti, spesso segnati da ansie e speranze deluse, dei più poveri; il «vai» è mettersi incondizionatamente a disposizione di Dio «dentro» la quotidiana e sofferta esperienza di vita personale e sociale.

Alcune piste di attività

I momenti specifici di formazione sono concentrati attorno all'Eucaristia che assume il posto centrale nella loro vita cristiana, alla ricerca di un equilibrio fra le dimensioni della fede e l'impegno politico ed ecclesiale.
A Pomezia intanto si sta pensando di potenziare il servizio della formazione di animatori di comunità.
Le attività sono varie a seconda dei bisogni.
Fra queste emergono l'azione concreta in favore di chi «ha di meno», in particolare nei confronti degli handicappati fisici riconosciuti membri a pieno titolo della comunità.
Ci sono momenti poi in cui ci si trova per documentarsi, leggere, studiare, per essere in grado di analizzare seriamente i problemi non facili della vita sociale. Tutto ciò è ritenuto importante per poter dialogare con movimenti o gruppi che operano sul territorio.

LA PRESENZA DEGLI ADULTI

Nel progetto di Pomezia gli adulti esercitano una funzione centrale, sono loro i primi soggetti attivi della vita comunitaria.
«Siamo a conoscenza - avverte il parroco - di esperienze di parrocchia in cui vediamo la presenza esorbitante di bambini, donne anziane e l'assenza, pressoché totale di adulti.
Ora, se queste parrocchie hanno un gruppo di giovani, anche solo una decina, che in qualche modo animino la liturgia o facciano catechesi, riescono a stimolare un po' di vita comunitaria, ma poi, tutto si ferma lì.
Noi vogliamo portare avanti un modello di parrocchia in cui tutte le componenti della comunità abbiano un loro ruolo riconosciuto: giovani insieme ad adulti, bambini e fanciulli, tutti inseriti con ruoli specifici e complementari all'interno di un unico Popolo di Dio. Chi anima la liturgia, chi fa catechesi sono soprattutto papà e mamme di famiglia, sono gli adulti che principalmente gestiscono la vita della comunità, assicurandone stabilità e continuità, sono loro che si occupano dei fanciulli, dei preadolescenti, dei giovani con interventi tesi all'inserimento graduale nella vita delle CEB o verso scelte loro congeniali».
La famiglia nel ruolo di responsabile della educazione e dell'educazione alla fede che primariamente le compete, diventa anche punto centrale di riferimento e di propulsione della vita pastorale della comunità.
Il«presbitero», sempre presente in ogni momento di incontro della CEB e in tutte le altre attività parrocchiali, assume la funzione di «guida spirituale», senza invadere il «campo» dei laici o sostituirsi alle loro responsabilità che provengono dal fatto di essere dei battezzati, ne sostiene l'impegno, esercita una particolare opera di «discernimento» dei carismi e dà testimonianza con il resto dell'équipe di comunione nella diversità.
In questi anni di lavoro le piccole comunità della parrocchia di S. Bonifacio hanno preparato alcune persone, giovani adulti e, recentemente, qualche coppia, disponibili al servizio specifico di animazione da «laici» di eventuali altre piccole comunità.

IL MODELLO DI CHIESA

Ne abbiamo velocemente parlato nell'identikit iniziale. Il discorso ora va approfondito. L'esperienza di Pomezia si muove all'interno di una concezione di Chiesa come «comunione di comunità». t il modello conciliare che ha avuto la sua espressione più saliente nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, ma che pervade anche la maggioranza degli altri documenti del Vaticano II.
Si è pensato dunque subito alla parrocchia come comunione degli individui che la compongono e dei gruppi o associazioni che ad essa fanno direttamente o indirettamente riferimento.
Qui il presbitero presiede l'Eucaristia sotto l'autorità del Vescovo (LG 28b, anche 26b).
La diocesi, in cui il Vescovo è il grande sacerdote del suo gregge (LG 26a.b), è stata dunque presentata come «comunione delle comunità parrocchiali e delle altre eventuali comunità esistenti, fino ad abbracciare, allargando il discorso come a «cerchi concentrici», la Chiesa universale, presieduta dal Vescovo di Roma coadiuvato dal collegio episcopale (LG 18b, 22).
All'interno di tale modello di Chiesa è subito apparso importante all'équipe di Pomezia, tentare di coniugare in armonia l'originalità delle varie espressioni delle piccole comunità che si vanno delineando nell'unità della più ampia comunità ecclesiale (diocesi e chiesa universale).

Compresenza, complementarietà, corresponsabilità

Ne è nato uno stile di vita parrocchiale segnato prima di tutto dalla disponibilità a vivere insieme come in una «casa di famiglia, fraterna, accogliente» (Cat. Trad. 87), in cui i diversi carismi vengano messi a servizio dell'unità della comunità garantita dal mandato del Vescovo.
La parrocchia poi, si è resa disponibile ad accogliere e a mantenere contatti aperti con gruppi o movimenti non immediatamente legati alla propria vita accettando di incontrarli e di accogliere la presenza anche saltuaria dei loro componenti. Da ultimo, qualificandosi come unico soggetto di pastorale, intende tuttavia stimolare la corresponsabilità di tutti verso l'assunzione di responsabilità operative nei vari settori pastorali facendo unità attorno ai bisogni e alle necessità locali più urgenti cui porre mano.
Compresenza, complementarietà, corresponsabilità sono dunque i tratti fondamentali di questa non facile pluralità nell'unità, che si cerca di realizzare in particolare nella libertà responsabile e creativa della piccole comunità. Non ci si è fermati qui.
Lo stimolo emergente dalla Gaudium et Spes di una Chiesa come «servizio di salvezza all'umanità», di una Chiesa «nel mondo e per il mondo» (GS 3) ha stimolato la presenza attiva dei membri delle comunità sul territorio, a mettersi a lavorare in clima di dialogo e collaborazione con quanti intendono promuovere la realizzazione di servizi e strutture sociali volte a creare occasioni di incontro, aggregazione e scambio delle ricchezze emergenti dalle diverse culture degli immigrati a Pomezia.
Un modello di Chiesa dunque che tende a realizzare la comunione al suo interno, ma che non dimentica che questa comunione, pur importante e difficile da conquistare, deve continuamente «inverarsi» nella fedeltà radicale a chi è più povero fra gli uomini di Pomezia perché essa sia veramente «sacramento universale di salvezza» (LG 1,48; GS 45).
«È il nostro chiodo, ribadiscono i componenti l'équipe. Crediamo in questo modello di Chiesa: per noi vuol dire chiesa viva, comunità che entra nella vita di ogni uomo con scelte ben precise, in cui ciascuno sia accettato e valorizzato così com'è, l'handicappato come chi scoppia di salute, l'operaio come il professionista, il giovane come l'adulto. Insieme come porzione del Popolo di Dio, per ascoltare la Parola, celebrare l'Eucaristia, crescere in grazia, per prendere su di noi e cercare di risolvere i problemi dei più poveri, con l'unica intenzione di servire».

PROSPETTIVE E PROBLEMI

Il cammino della comunità parrocchiale di S. Bonifacio in Pomezia continua tenace nella formazione di piccole comunità di base, cercando di consolidare quelle esistenti e stimolarne delle nuove in altri quartieri del territorio parrocchiale. Man mano che diventa arduo proseguire, c'è chi rinnova più profondamente le proprie motivazioni e lavora più intensamente e c'è chi a tratti si ferma.
L'impegno è di rimettersi a camminare soprattutto con chi è in maggiori difficoltà. La volontà esplicita è di non lasciar solo nessuno, anche se è decisivo stimolarlo a uscire dalla indifferenza e a scegliere in direzione della vita nella comunità. La difficoltà di far comprendere il «progetto parrocchia comunione di comunità» rimane ed «è notevole - dice don Aldo - soprattutto per il forte attaccamento dei parrocchiani alla propria tradizione religiosa d'origine e per una abitudine inveterata a concepire la parrocchia come un grande distributore di servizi religiosi, ambiente cui si accede quando si ha bisogno di far battezzare i bimbi, di fargli fare la Prima Comunione o la Cresima, ecc...».
La profonda e intensa comunione con il Vescovo e fra i membri dell'équipe, il collegamento costante con le varie esperienze di CEB riuscite in Italia e fuori, stimolano a proseguire.
Si sente la necessità di «passare gradualmente la mano» nel servizio di animazione della comunità ai laici, anche se si riscontra, proprio per la particolare realtà della gente di Pomezia, la difficoltà di una presenza stabile.
Il parroco si ripropone di dedicarsi sempre più al servizio dell'animazione e al coordinamento della vita della comunità, favorendone le diverse espressioni, e riscoprendo così la sua peculiare vocazione, fatto ormai più ricco dai doni di tutti.


NOTE

(1) La citazione è stata riprodotta da Fallico A., Gruppi e parrocchia: quale rapporto, Roma, AVE, 1981. 49.
(2) Ibidem, 138. Sono le esperienze legate al Movimento «Chiesa-Mondo» nato intorno al 1968 a Catania. Iniziatore di questo movimento è attuale animatore è don Antonio Fallico il quale presta la sua opera pure nel segretariato nazionale delle CEB (cfr Regno-Attualità, 10 (1979) 201). Come afferma lo stesso Fallico le comunità ecclesiali di base si possono descrivere più che definire: «Comunità: comunità "a misura d'uomo", cioè piccoli gruppi umani - eterogenei per età, sesso, condizione sociale - ove ci si riconosce, ci si chiama per nome, ci si aiuta a vicenda, ci si "sente vivere". Ecclesiali.. piccole comunità fondate sull'ascolto della Parola (Vangelo), la celebrazione eucaristica (Sacramento) e il servizio multiforme (Ministero) in comunione con i Vescovi della Chiesa locale e con il Papa. Un insieme di persone che credono, sperano, amano nel nome del Signore Gesù: comunità di fede, speranza, carità. Di base: piccole comunità ecclesiali che nascono spontaneamente e agiscono concretamente nelle basi popolari sposando "in toto" la situazione del popolo non solo dal punto di vista spirituale e religioso, ma anche dal punto di vista morale, culturale, sociale, oltre che materiale, politico ed economico ogni volta che la necessità del momento lo richiede» (Fallico A., Gruppi, op. cit., 36 e anche 124-125).
Il riferimento alle CEB dell'esperienza latino-americana è trasparente.
Da Catania, le CEB si sono diffuse in tutte le Sicilia, per raggiungere Reggio, Calabria, Lecce, Bari, Avellino, Roma, Cesena, Chioggia, Vicenza, Brescia (Mondo e Missione, 19 (1979) 510-511). Si è celebrato quest'anno a Mascalucia (Catania) l'ottavo Convegno delle comunità di base dal 31 aprile al 3 maggio 1981, in cui fra l'altro si è deciso di «raggiungere» una più ampia chiarificazione culturale e integrazione teologico-pastorale fra gruppi e parrocchia nel proseguimento di un obiettivo che vede la parrocchia moderna divenire comunione di comunità (Regno-Attualità, 26 (1981), 193195).
(3) Fallico A., Gruppi, op. cit., 138.
(4) L'Istituto secolare «Missione Chiesa-Mondo)) sorge nel 1976 ed è eretto con decreto diocesano Pia Associazione. È costituito da tre rami distinti ma interdipendenti: le volontarie consacrate, i volontari impegnati (coppie di sposi) e i sacerdoti (Mondo e Missione, 19 (1979) 511). A Pomezia operano tre consacrate laiche, le quali vivono a Pratica di Mare, poco distante da Pomezia. Lo scopo è quello di impegnarsi a tempo pieno per l'animazione e la creazione di gruppi ecclesiali, di CEB e per l'incremento della vita comunitaria nell'ambito della Chiesa locale a partire dalle parrocchie e dai quartieri.
(5) Fallico A., Gruppi..., op. cit., 129.