Verso Cristo

Carlo Caffarra 

Il tema del nostro Congresso parla di una "via all’uomo". La formulazione ci introduce immediatamente nel nodo centrale dell’attuale questione antropologica: l’uomo ha smarrito la via che lo conduce a se stesso? Come può ritrovare la via verso se stesso?

Volendo cominciare a scendere in profondità viene da chiedersi se è questa una condizione strutturale della persona; una condizione che comunque accompagna l’uomo. Come scriveva K. Wojtyla: "L’uomo, scopritore di tanti misteri della natura, deve essere incessantemente riscoperto. Rimanendo sempre in qualche modo un essere sconosciuto, egli esige continuamente una nuova e sempre più matura espressione della sua natura". [Persona e atto, Rusconi Libri, Milano 1999, pag. 77].

Oppure se questa condizione strutturale dell’uomo oggi abbia assunto una drammaticità tale da renderla unica ed incomparabile con ciò che l’uomo ha vissuto quando si è posto alla scoperta di se stesso. Vorrei innanzi tutto riflettere, nel primo punto, su questa congiuntura.

1. L’uomo "sviato"

La conoscenza che l’uomo oggi ha di se stesso ha indubbiamente in possesso una quantità di dati ben superiore che nel passato. Si pensi solo alla neurologia e alla psicologia clinica. Dunque, l’uomo sta adempiendo ottimamente al dovere di riscoprire sempre più se stesso.

In realtà questo complesso e vasto patrimonio di conoscenza antropologica è stato accompagnato da alcuni eventi culturali che posso solo accennare in questo contesto.

B. Lonergan parla di un "oscurantismo radicale", di uno "scotoma" che ha colpito nell’uomo l’uso della ragione [si vedano i riferimenti bibliografici in F.G. Lawrence – N.A. Spaccapelo – M. Tomasi, Il teologo e l’economia. L’orizzonte economico di B. Lonergan, Armando Ed., Roma 2009, pag. 38. n.19]. E’ come se si fosse sigillata la sorgente di quel domandare originale ed universale in cui Tommaso aveva intravisto il desiderio naturale di vedere Dio, ed Aristotele la forza propulsiva di ogni sapere.

Chi è colpito da questo "scotoma" blocca al loro sorgere alcune – molte domande, ritenendole senza possibilità assoluta di risposta, perché prive di senso. È come se uno chiedesse quanti chilogrammi pesa una sinfonia di Mozart. Ma in base a che cosa sono separate le domande sensate dalle domande insensate? La risposta consiste in un secondo non meno grave evento culturale, a cui accenno sempre brevemente.

Esso consiste essenzialmente nel fatto che solo la conoscenza scientifica è conoscenza verificabile / falsificabile, e quindi in grado di rispondere alla domanda: "è vero/è falso dire che …". Si noti – la cosa è di decisiva importanza – che la scienza è dato per scontato essere quella meccanicistico empiristica del modello newtoniano.

Uno dei precetti fondamentali del metodo, della via da seguire per giungere alla conoscenza, è di "oggettivare" ciò che si intende conoscere. Il soggetto che conosce non deve interferire colla sua propria soggettività nel processo conoscitivo. Oggettività significa ripetitibilità della verifica sperimentale mediante una indefinita interscambiabilità e sostituibilità di ciascun conoscente.

Una tale "via all’uomo" non conduce, non può condurre a conoscere ciò che è propriamente umano.

Comincia a definirsi il senso esatto di ciò che ho chiamato l’uomo "sviato"; di ciò che intendo dire quando dico che l’uomo oggi è stato "sviato". E’ stato messo su una strada, e gli è stata indicata una via a se stesso che non è in grado di portarlo alla meta.

Molti sono i sintomi di questo vagabondaggio. Mi limito a riflettere sul sintomo più evidente di questo "uomo sviato". E’ ciò che l’Enc. Caritas in veritate definisce l’assolutismo della tecnicità [74,1; ma tutto il capitolo sesto è dedicato a questo tema].

Per "assolutismo della tecnicità" intendo la riduzione della intenzionalità umana, cioè del rapporto colla realtà, alla determinazione e costruzione della medesima secondo i nostri progetti. Usando la formulazione tomistica, direi che si riduce l’intelletto alla sua capacità di "misurare le cose" [Qq. Dd. de veritate q.1, a. 2c.]: cioè di progettarle e costruirle, fabbricarle e dominarle. Come dice la Caritas in veritate si afferma la coincidenza del vero col fattibile [70]. Di fronte ad un possibile corso di azione la ragione di attuarlo è "così agisco, perché è tecnicamente possibile", e non "così agisco perché è bene agire in questo modo".

Se elimino dalla coscienza dell’uomo la verità del bene moralmente inteso, non resta come forza motivante della volontà che il bene utile e/o piacevole. Forse ciò che ha introdotto l’uomo occidentale nel regno della tecnica è stato la concezione dell’uomo come soggetto utilitario. [Ho riflettuto a lungo sul rapporto fra tecnocrazia e soggetto utilitario nella Lectio magistralis tenuta alla Società di medicina–chirurgia di Bologna il 12 settembre u.s.; cf. www.caffarra.it, oppure www.bologna.chiesacattolica.it]

Sempre l’Enc. Caritas in veritate parla del rischio dell’umanità "di trovarsi rinchiusa dentro un apriori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità" [ibid.]. L’affermazione è teoreticamente forte. Essa dice che si costituirebbe un "forma" che configura ogni approccio dell’uomo alla realtà. Colla conseguenza che "noi tutti conosceremmo, valuteremmo, e decideremmo le situazioni della nostra vita dall’interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai trovare un senso che non sia da noi prodotto".

E questa è la definizione congruente dell’ospite più inquietante che è venuto a dimorare nella nostra esistenza: il nichilismo. Il nichilismo è la negazione che si dia – si doni un senso, poiché non esiste senso che non sia da noi prodotto.

Che ne è dell’uomo dentro all’orizzonte culturale tecnocratico? Molto semplicemente: niente; dell’essere dell’uomo non ne è più niente, poiché l’essere dell’uomo è una produzione dell’uomo stesso.

Lo "sviamento" dell’uomo sembra andare quindi verso una condizione di non ritorno. Sembra essere un "destino", un "a priori" appunto "dal quale non potrebbe uscire". Non esiste una via alla riscoperta del "se stesso" poiché il "se stesso" non può più rendersi presente nelle grandi esperienze della vita. Non può essere cercato poiché esso consiste precisamente nella stessa ricerca, ridefinizione, produzione.

2. Redemptor hominis: proposta di una "via all’uomo"

La vera posta in gioco è se l’uomo – "non si tratta dell’uomo astratto, ma reale, dell’uomo concreto, storico" [Lett. Enc. Redemptor hominis 13,3; EE 8/42; d’ora in poi RH] – sia consegnato intrascendibilmente a questo destino. Sia consegnato a questa "libertà immaginaria" [M. Malaguti]; a questa, direbbe Kierkegaard, disperazione della pura possibilità oppure se esiste una verità dell’uomo ed una via per appropiarsene liberamente, e quindi anche col rischio di non incontrarla, perderla e, quindi perdersi? A me sembra che questa sia sostanzialmente la modalità con cui RH pone la domanda antropologica: la domanda come continua a porsi anche oggi, sia pure con maggiore radicalità.

Alla domanda RH risponde che Cristo redentore è la possibilità dell’impossibile [uscita dall’apriori tecnologico], poiché nell’atto redentivo di Cristo "l’uomo diviene nuovamente "espresso"" [10,1; 28]. Nell’atto redentivo di Cristo l’uomo vede svelata la verità circa se stesso.

La via che l’atto redentivo di Cristo apre all’uomo per la ricerca [della verità] di se steso non passaaccanto alla nostra vicenda umana, al nostro desiderio: è già, questa via, invocata dall’esperienza umana medesima.

Il rapporto fra atto redentivo di Dio e possibilità reale dell’uomo di scoprire se stesso è istituito nel modo seguente: "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile. La sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo redentore – come è già stato detto – rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso" [RH 10,1].

Come si legge, RH afferma che l’uomo non scopre veramente se stesso fino a quando non scopre l’amore; che quindi la via all’uomo è la via dell’amore. L’atto redentivo di Cristo scopre all’uomo l’uomo stesso perché gli rivela l’amore; la via percorrendo la quale l’uomo giunge a se stesso è l’appropriazione dell’atto redentivo di Cristo.

E’ questa una dottrina che si radica nel Magistero del Vaticano II che insegna che l’uomo "non può ritrovare pienamente se stesso se non attraverso un dono sincero di sé" [Cost. past. 24,3; EV 1/1395]. L’attualizzazione suprema della capacità di amare, il dono di sé, fa ritrovare pienamente all’uomo se stesso. Appropriandosi dell’atto redentivo di Cristo redentore, l’uomo non solo ritrova se stesso a livello conoscitivo: conosce la verità di se stesso. Ritrova se stesso nel senso che realizza pienamente il suo desiderio di beatitudine, cioè di pienezza di essere: "solo nell’amore egli [= l’uomo] attualizza la reale pienezza della sua essenza" [D. von Hildebrand. cit. da Essenza dell’amore, Bompiani ed., Milano 2003, pag. 5].

Si potrebbe ora chiedere: perché l’atto redentivo di Cristo è la via dell’uomo all’uomo? La risposta è nel testo paolino: "mi ha amato e ha dato se stesso per me" [Gal 2,20]. L’amore di Dio per l’uomo rivela all’uomo il "prezzo" e quindi il "valore" dell’uomo. L’uomo scopre se stesso, misura veramente se stesso, quando si pone nella luce della Croce di Cristo. Non possiamo ora per ragioni di tempo mostrare come e perché è questa luce che svela l’uomo pienamente a se stesso; come e perché il mistero della Redenzione sia quindi la via percorrendo la quale l’uomo trova se stesso.

Mi preme, e vado verso la fine, mostrare, come mi è stato chiesto, l’attualità di questa "via all’uomo".

Riprendo una pagina dell’Enc. Caritas in veritate [Cf. n.74]. In essa Benedetto XVI parla di un aut-aut decisivo fra una ragione aperta alla trascendenza o una ragione chiusa nell’immanenza. Parla del fatto che ora "emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio". La via indicata dalla RH è l’unica via che ci fa uscire da quel aut-aut: la testimonianza dell’amore. È qui presupposta ed implicata una teoria della conoscenza, che mi limito a richiamare.

- Il bambino impara a parlare, a dialogare, perché sua madre gli parla. Egli sembra all’inizio ripetere solo dei suoni. In realtà è svegliato alla parola, e quindi al rapporto interpersonale. Il bambino impara a parlare solo ascoltando [chi nasce sordo, resta muto]: solo cioè corrispondendo a ciò che sua madre gli dice, alla parola materna che lo interpella e lo anticipa. Ma nello stesso tempo solo quando il bambino ha imparato a rispondere la madre può parlare al bambino; è nella parola – risposta del bambino (ant - wort) che la parola (wort) della madre diventa ciò che è, una parola che è rivolta a qualcuno.

- La conoscenza dell’uomo nella sua natura più profonda accade secondo questo modello come già Aristotele aveva visto. Il primo "impatto" colla realtà è un essere "colpiti" e come "toccati" da ciò che si fa presente. Ne deriva che "l’originaria attività mia è incassare il colpo del suo irrompere … l’io non fornisce il senso, ma lo riceve; si sperimenta costituito dal fenomeno, invece che costituirlo, chiamato a lasciar essere la sua automanifestazione, non a produrla" [C. Di Martino, La conoscenza è sempre un avvenimento (relazione tenuta al Meeting dei popoli a Rimini 2009]. Siamo agli antipodi della razionalità tecnica. Questa infatti, come ho accennato nella prima parte di questo mio intervento, è figlia primogenita di quella riduzione della ragione alla pratica delle scienze esatte, che è stata la causa principale per cui l’uomo ha smarrito la via a se stesso.

- L’amore, più concretamente l’esperienza di "essere amati", è ciò che fa emergere pienamente alla coscienza il proprio io. Sapendosi amato, vedendosi amato, l’io scopre se stesso e diventa pienamente se stesso nella risposta all’amore. È come una sorta di "urto" di eminente valore conoscitivo. Il primo atto dello spirito è avvertire la presenza della realtà; l’io nasce pienamente quando avverte la presenza di una persona che lo ama; l’io si scopre misurato da una misura infinita quando è "colpito" dall’amore redentivo di Cristo. Solo questa via libera l’uomo dal destino della tecnocrazia, perché lo fa essere soggetto nel senso più forte del termine.

Concludo. In sostanza, ho cercato di mostrare che se vogliamo fare ritrovare all’uomo la via all’uomo, non c’è che un modo: la testimonianza dell’amore.

Nelle parole che Benedetto XVI all’Angelus dell’8 agosto scorso trovo una sintesi profonda.

In esse affronta il tema inquietante del nichilismo alla luce del martirio di Edith Stein e Massimiliano Kolbe. Il campo di concentramento e il gulag sono l’esito di infernale insignificanza cui può portare la ragione che si autopone come suprema misura misurante della realtà. Col loro atto di amore fino alla morte, i due martiri hanno reso testimonianza ad una misura "che supera ogni misura": l’incommensurabile misura del dono di sé. Hanno custodito l’uomo nella sua verità e nella sua bontà originaria.

Intervento di apertura al Congresso Internazionale
"Verso Cristo". A 30 anni dalla Redemptor Hominis. Attualità di una via all’uomo
Roma, Pontificia Università Lateranense, 16 ottobre 2009