L'animatore del gruppo

Inserito in NPG annata 1981.

 


a cura di Sergio Pierbattisti

(NPG 1981-04-20)

 

L'educatore è il giovane maturo per età e per formazione che si dedica alla guida e alla direzione di soggetti più giovani. Animatore è anche l'educatore adulto, a condizione che l'uno e l'altro si ispirino a un modello di intervento e rapporto che tende all'animazione delle relative e progressive capacità personali e di gruppo.

La presenza di un animatore è necessaria

Affinché ogni incontro comunitario o di gruppo risulti sicuramente e validamente educativo si richiede la presenza di personalità mature che portino il contributo della maggiore età. La libertà del ragazzo, senza la guida autorevole di un educatore, diventerebbe un cieco capriccio.
Tale presenza è voluta per promuovere la circolazione e l'assimilazione dei valori entro ogni gruppo e nel loro quadro comunitario. Inoltre essa garantisce e attua il collegamento nel quadro generale della comunità, stabilisce un flusso di comunicazioni in ascesa e in discesa. Per assolvere a questo compito bisogna che l'animatore:
- goda di una reale delega di autorità, di iniziativa nell'ambito del gruppo da parte delle autorità superiori;
- riporti nell'ambito superiore l'azione svolta, i problemi, i risultati, quasi convergendo nell'attuazione di un programma che non è proprio, ma è della comunità totale, anche se affidato a lui.
La presenza dell'animatore adulto è ancora necessaria perché le comunità giovanili di lavoro e di impegno sono intrinsecamente fragili, incostanti, si incrinano facilmente alle prime difficoltà d'intesa.
Non è difficile entrare a far parte di un gruppo in qualità di animatore: i ragazzi medesimi ne sentono l'esigenza. E difficile piuttosto rimanervi perché l'adulto cade facilmente nell'errore di volere che tutto vada bene, che l'attività dia immediati frutti, per cui tende a sostituire il comando al consiglio. Tale errore risulta più evidente se si considera che il valore di questi gruppi non è tanto nei risultati formali raggiunti, quanto in quel faticoso tirocinio che un po' per volta dovrebbe riuscire a far sì che ciascun membro del gruppo trovi finalmente il proprio equilibrio, e la conseguente capacità di rapporto con ogni altro membro.

In quale modo deve essere presente?

L'animatore è colui che è presente non per sorvegliare e per imporre, per comandare e dirigere, per premiare e castigare, ma per suscitare vitalità autonome, per stimolare intime capacità. È colui che propone, che presenta, che vive per primo i valori di cui si fa assertore di fronte ai giovani, in maniera da essere per loro più un esemplare, un testimone, che non un semplice parlatore.
Per questa ragione i giovani dei gruppi diretti da animatori veri tendono a guardare a loro e a verificare in loro i tentativi di soluzione.
Un tale animatore presenta due facce:
A. Deve risultare a servizio del gruppo, pronto a portare il proprio contributo perché il gruppo si conservi e cresca, si esprima e progredisca nella libertà; perciò lo aiuta a osservare, a porsi le vere domande, a orientarsi verso validi interessi, lo educa ad ascoltare le voci interne ed esterne, collaborando assieme per cercare, per concludere, decidere, realizzare.
B. Deve far parte del gruppo: non essere né fuori né sopra di esso. Accentuerà più ciò che uguaglia che non ciò che distanzia. Farà in modo di essere riconosciuto e accettato nel gruppo, organicamente inserito in esso con la sua funzione di animazione educativa e pastorale.

Metodo «non direttivo»

Oggi ci troviamo di fronte a giovani che divengono maturi precocemente, almeno sotto certi punti di vista. Non è più possibile trattarli in maniera infantile, cioè con metodi autoritari, paternalistici. I giovani non ammettono che gli educatori ed animatori non capiscano e non riconoscano quello che essi sanno già fare, o che presumono di saper fare. Ne consegue un metodo educativo rinnovato, una presenza educativa non più basata sull'imposizione di una certa dottrina, o prassi di condotta, ma sulla proposta di esse alla libertà umana, alla libera discussione, con rispettosa confidenza mutua, con volontà di dialogo. Tale metodo educativo può essere definito «non direttivo». Esso ha alla base il principio di non giudicare e non anticipare gli atti, le conquiste, le scelte. E evidente che il metodo non può essere applicato alla lettera né in pedagogia né in pastorale. Eppure esso ha una grande valore come correttivo delle manie ansiose di accentramento e di sostituzione frequenti negli educatori e nei pastori d'anime, inclini a pronunciare giudizi e sentenze, a formulare programmi e propositi, sostituendo e dispensando gli atti responsabili dei soggetti, cioè la loro maturazione verso l'autonomia.
Nell'animazione di un gruppo gli animatori debbono evitare di fare del gruppo un prolungamento di sé, una proiezione di sé, di farvi prevalere processi di suggestione, di identificazione, di richiamo più emotivo e personale che razionale. Essere non direttivi significa agevolare al massimo la individualizzazione, la trasformazione e l'utilizzazione delle potenzialità del ragazzo.

Confronto con altri metodi

Potremmo dire che il metodo «non direttivo» è la fase più perfetta e più produttiva di un processo che passa dal ruolo di educatore autoritario di masse, a quello di capo di una comunità, o di un gruppo, a quello di animatore verso l'autonomia dei ragazzi.
1. L'educatore autoritario. Accentra in sé le funzioni e i ruoli della decisione. Sono indispensabili la sua presenza e azione diretta per l'ordine, per il lavoro e per il progresso dei giovani, che di fronte a lui vengono a trovarsi in rapporto individuale o di massa. L'educatore condiziona e dirige tutto, accentrando ogni funzione d'iniziativa e responsabilità con netta posizione di distacco.
2. L'educatore capo. Ha coscienza di trovarsi di fronte a un gruppo, però entro tale gruppo la sua posizione è altamente direttiva. Fa operare meccanismi di identificazione, ama ruoli di sostituzione paterna; opera per via di imitazione suggestiva e causa vari gradi di infatuazione. t una fase intermedia, che però deve essere seriamente superata.
3. L'animatore non direttivo. Guida il proprio gruppo verso una relativa ma crescente autonomia individuale e prima di tutto collettiva, attraverso autentiche forme di corresponsabilità, di collaborazione, di iniziativa spinta al limite delle capacità, proponendosi proprio di animare un tale processo. Egli si serve quanto più può dei leaders e del loro gruppo per la direzione immediata; cura più la formazione di questi che i contatti diretti, le definizioni ultime.
Così la presenza fisica e l'azione diretta dell'animatore non è più necessaria perché il gruppo conservi la sua tensione educativa. La maggior parte degli atteggiamenti collettivi sono soddisfacenti. Tali atteggiamenti si riproducono spontaneamente per il semplice fatto del ritrovarsi dei membri tra loro nel gruppo abituale.

Interrogativi sul proprio metodo

Per sondare i propri metodi di presenza e di azione, l'animatore potrebbe rivolgersi
di tanto in tanto qualche domanda. Per esempio:
- Cerco di definire l'ambito di interessi del gruppo secondo i miei gusti e scopi, o rispetto la sua fondamentale spontaneità, e caso mai agisco su questa formandola con pazienza?
- Ho usato parole o modi che hanno forzato gli altri ad assumere i miei punti di vista, ad accettare le mie opinioni, a subire il mio controllo?
- Ho dato la giusta importanza all'espressione dei sentimenti, alla libertà di iniziativa, o mi sono troppo preoccupato degli esiti pratici e rapidi?
- Come ho reagito agli elementi ostili, o che comunque hanno disturbato i miei progetti, non hanno capito e condiviso la mia azione?
- Ho maggiore cura dei soggetti che già sono integrati nel gruppo e che lavorano per gli altri, e minore per quelli che invece hanno ancora problemi personali da risolvere?
- Sono stato ostile, sarcastico, critico, duro verso qualcuno del gruppo?
- Ho strumentalizzato il gruppo in vista di qualche mia affermazione?
- Ho lasciato giocare sentimenti di simpatia, di preferenza di sensibilità?
- Do maggiore importanza e cura alle decisioni della maggioranza o favorisco sottogruppi, dirigenti, correnti?
- So ascoltare? So attendere? So lasciar correre prudenti rischi senza essere ansioso?

Presenza fisica dell'animatore

Tale presenza può e deve variare secondo l'età, la maturità dei soggetti, i settori di lavoro ecc. Essa può essere:
- Superflua. In certi momenti della vita e dell'attività giovanile che non comporta pericoli di alcun genere o è già di per se stessa proficua dal punto di vista educativo; o in momenti e incontri garantiti dalla sicurezza che tra i giovani stessi c'è qualcuno più maturo che può rappresentare l'educatore, che ne ha già interiorizzato la figura e la funzione animatrice e se ne fa garante, con un ruolo di testimonianza sommamente efficace, perché il suo prestigio gli conferisce una capacità di efficacia spesso molto più grande di quella dell'adulto.
- Piena e desiderata. Quando i giovani si sentono insicuri, quando provano un senso di perplessità, di ansia di fronte a tante realtà complesse, a tante dottrine pluralistiche e cercano nella presenza fisica dell'animatore anche un .segno di comprensione, di simpatia, di aiuto fraterno in un clima di amicizia educativa.
- Suppletiva e integrativa. Tale presenza può essere necessaria nei momenti forti della proposta di valori, di dottrina, di correzione, di progresso rapido e sicuro.
- Regressiva. Così dovrebbe essere in genere l'ingerenza di ogni educatore. Egli per natura dovrebbe tendere a rendere la sua presenza fisica sempre più superflua per il crescere della maturità della coscienza personale.

Atteggiamento pratico dell'animatore

L'animatore non deve premere e opprimere anche se deve possedere l'arte di garantire al gruppo la piena vitalità educativa e pastorale. È un equilibrio non facile, ma merita ogni sforzo. Egli deve vivere nel gruppo, deve studiarlo a fondo, con l'osservazione spontanea, ma anche con l'ausilio di direttive di studio, di formule di indagine e miglioramento.
Dovrà in questo senso:
- esaminare le attitudini di indipendenza e di interdipendenza dei giovani;
- chiedersi come possano crescere, incoraggiando l'espansione individuale di ognuno, insegnando il valore della considerazione degli altri e della collaborazione con gli altri, mediante l'esercizio pratico e la costatazione degli esiti;
- assumere atteggiamenti di guida tali da coltivare e dirigere nei giovani le autentiche inclinazioni alla vita di gruppo;
- aiutare tutti e ognuno a sentire l'ambiente, il programma, i valori, le norme, il codice, il lavoro, gli esiti, le difficoltà, come condivisi dal gruppo e nel gruppo;
- stimolare e guidare l'auto-osservazione o correzione del gruppo;
- permettere e sostenere la formazione di piccoli sottogruppi spontanei di lavoro e collaborazione, di amicizia e coesione, però aiutandoli a integrarsi nella maggiore unità del gruppo, della comunità;
- individuare e organizzare i leaders naturali e capaci e farne organo di mediazione.
A proposito di tale lavoro si può parlare di due momenti caratteristici:

Un momento diagnostico
In questo primo momento si cercherà di:
- misurare le disposizioni dei membri del gruppo nei reciproci rapporti affettivi, tecnici, culturali, morali, mediante scale di atteggiamenti, scelte e mediante analisi delle funzioni e dei rapporti;
- cercare di comprendere le interazioni dei membri del gruppo nello svolgimento dei programmi interni e in riferimento a un ambiente più vasto;
- quindi migliorare la comprensione della dinamica della vita del gruppo, alternando osservazioni, ipotesi, interventi.

Un momento di azione
In questo secondo momento si farà in modo di:
- aiutare i membri del gruppo a definire più chiaramente ciò che vogliono fare, e a trovare i metodi che permettono di avanzare verso gli scopi che si sono prefissati;
- aumentare l'efficienza, se è un gruppo di lavoro;
- aumentare la coesione, se è un gruppo d'amicizia;
- operare in modo da aumentare la soddisfazione e la sicurezza di ogni membro;
- aiutare i membri a risolvere da sé i loro problemi: stabilire gli obiettivi, proporre soluzioni e metodi e assumere gli impegni di gruppo;
- aiutare a guidare il gruppo verso l'autocoscienza, l'autoanalisi, l'autoadeguamento come gruppo, cioè verso l'autodirezione di gruppo.