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Animazione cristiana opera della chiesa locale

 

Giacomo Medica

(NPG 1981-04-15)


«Animare cristianamente» vuol dire operare in modo tale che il messaggio e il mistero di Cristo siano accolti e vissuti in una integrazione progressiva tra fede e vita, pur attraverso le inevitabili manchevolezze (1).
Poiché la «vita cristiana» è una vita «comunitaria-ecclesiale», spetta evidentemente alla Chiesa proclamare il messaggio e iniziare al mistero: essa nasce da quel messaggio ed è quel mistero diffuso e comunicato nel mondo. E affinché questo messaggio e mistero si incarnino nella vita delle persone alle quali vengono comunicati, bisogna che la Chiesa sia loro vicina, sia loro «prossimo», «per diventare segno e strumento efficace della pace di Cristo» (RdC 8); tale è la chiesa locale: diocesi e parrocchia.
In questa chiesa locale, tutti sono corresponsabili della proclamazione del messaggio e della comunicazione del mistero di Cristo; lo sono in modo personale, ma non arbitrario, lo sono in modo coordinato e gerarchico, per una collaborazione omogenea, profonda, vitale, che sia segno dell'interesse di Cristo e della Chiesa per tutti e per ciascuno (RdC 131).
Ci muoviamo entro le prospettive della «Evangelii nuntiandi» di Paolo VI (8 dic. 1975), che ha dato dell'evangelizzazione un quadro ampio, così da coinvolgervi pure la catechesi (EN 17-24), e della «Catechesi tradendae» di Giovanni Paolo II (16 ott. 1979), che ne mostra la ecclesialità (CT 10-17), e la considera come una tappa dell'evangelizzazione (CT 18-20).
Ambedue i documenti insistono sulla dimensione «ecclesiale», «comunitaria» di questa animazione evangelizzatrice catechistica (EN 59-62; CT 24; 67), mentre dettagliano i compiti diversificati all'interno della Chiesa universale e delle chiese particolari (EN 66-73; CT 62-66; 68-71). Ora, di fronte all'aspetto specifico dell'animazione ecclesiale-comunitaria, per farci una convinzione che poggi su basi salde e dia motivazioni valide al nostro impegno, cerchiamo le ragioni profonde di tutto questo.

La forma comunitaria dell'annuncio

I Vangeli ci dicono che, al momento di lasciare visibilmente il mondo, Cristo ha affidato agli Apostoli l'ufficio e il potere di continuare fra gli uomini la sua missione per estenderla a tutti, in tutte le età della vita e del mondo.
Perché risulti ben chiara la convergenza dei vangeli sul comando di Gesù, ne presento qui i testi «a bandiera», integrati fra loro.
Andate in tutto il mondo
e portate il messaggio del vangelo
a tutti gli uomini.
Chi crederà e sarà battezzato,
sarà salvo;
ma chi non crederà sarà condannato.
(Mc 16,15-16)
Ora deve essere portato a tutti i popoli l'invito a cambiare vita
e a ricevere il perdono dei peccati.
Voi sarete miei testimoni di tutto ciò cominciando da Gerusalemme.
Perciò io manderò su di voi
lo Spirito Santo,
che Dio, mio Padre, ha promesso.
Voi però restate nella città di Gerusalemme fino a quando Dio vi riempirà
con la sua forza.
(Lc 24,47-49)
A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra.
Perciò andate,
fate diventare miei discepoli tutti gli uomini del mondo... Insegnate loro a ubbidire
a tutto ciò che io .vi ho comandato.
E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo.
(Mt 28,18-20)
E Giovanni aggiunge:
Gesù fece ancora
molti altri segni miracolosi
davanti ai suoi discepoli.
Quei miracoli non sono stati scritti; ma questi fatti sono stati scritti
perché crediate che Gesù è il Messia e il Figlio di Dio.
Se credete in lui, per mezzo di lui avrete la vita.
(Gv 20,30-31)

Tutti questi testi parlano al plurale, usano il «voi», che implica un gruppo di persone unite da uno stesso intento, indicano una «comunità» inviata a tutti gli uomini, la «Chiesa».
Gesù parlava direttamente agli apostoli, primi destinatari di questa missione e fondatori delle chiese, però il comando di Gesù riguarda anche tutto l'insieme dei suoi fedeli, tutta la Chiesa, e gli stessi apostoli non si isolarono mai da essa, ma operarono sempre coinvolgendola nella loro azione, e così lungo i secoli i Papi e i Vescovi fino a noi.
Tutta la storia iniziale della Chiesa, che ci viene narrata dagli Atti degli Apostoli, testifica che essi, gli apostoli e tutti i discepoli di Gesù, hanno capito che l'annuncio di Cristo doveva essere un'azione comunitaria, che cioè era la comunità-chiesa che annunciava Cristo, anche quando uno solo prendeva la parola, perché lo faceva a nome di tutti, inserito nella comunità, come voce della Chiesa.

Il senso profondo della comunitarietà dell'annuncio

Ora ci chiediamo: le cose stanno così semplicemente perché Gesù lo ha voluto, oppure egli lo ha voluto per una ragione profonda?
Se questa ragione c'è, essa dovrà motivare i nostri atteggiamenti e comportamenti, sia quelli della Comunità, sia quelli dei singoli, a tutti i livelli.
Per rispondere, mettiamo ancor meglio in evidenza ciò che dicono i testi citati:
- gli annunciatori di Cristo sono «gruppo», sono una «comunità» che è un «insieme» di persone unite da una volontà comune per un'opera comune, svolta in un'azione comune;
- questa comunità è inviata a tutti: popoli, nazioni, individui, nessuno escluso;
- gli annunciatori-comunità devono fare «discepoli» di Cristo popoli e individui; devono amalgamare in «comunità» coloro che accolgono il messaggio;
- le nuove comunità «cristiane» nasceranno dalla fede e dal battesimo che è salvezza;
- il messaggio va integrato nella vita; non è solo questione di sapere e di credere, ma di fede e di vita, di «fare e praticare» ciò che Cristo ha insegnato e comandato;
- accogliere il messaggio comporta il «pentimento», il «cambiamento di mentalità» nel nome di Cristo, in piena adesione a lui;
- l'annuncio deve essere «testimonianza» di vita, «presentazione di fatti» convalidati questi e quella dalla ininterrotta operativa «presenza» di Cristo e dalla forza dello Spirito Santo, dono del Padre. Ora la risposta è chiara: Gesù vuole che ad annunciare il suo messaggio di salvezza siano coloro che lo attuano già nella loro vita. La «salvezza» portataci e offertaci da Cristo è formata da due elementi correlativi: è liberazione dall'egoismo che è fonte di peccato, ed è educazione all'amore, apertura e dono di sé a Dio e agli altri. La ragione profonda del mandato di Cristo è che non ci vuole meno di una autentica «comunità», fusa insieme dallo Spirito nella conoscenza e nell'amore reciproci, per proclamare il messaggio e comunicare il mistero della «comunione» degli uomini fra loro, perché in comunione col Padre per mezzo di Cristo nello Spirito.
Per svolgere la missione dell'annuncio in forma «comunitaria», dobbiamo perciò avere atteggiamenti e comportamenti dinamici di comunione con tutti gli altri nella Chiesa e con Dio.

L'annuncio deve avere il tono dell'ambiente

Affinché un popolo, una popolazione, una famiglia, una persona, possano rendersi conto che questa missione è una realtà concreta, che li tocca da vicino, e che coloro che la compiono vi credono e vi aderiscono sinceramente, bisogna che possano farne viva esperienza, che sentano che è veramente «prossimo» chi annuncia ad essi Cristo.
Per questo, il compito dell'annuncio spetta direttamente alla chiesa locale, che rappresenta e rende presente in quel luogo tutta la Chiesa di Cristo diffusa nel mondo.
Anche questa realtà è stata capita e attuata dalla prima generazione cristiana. Ogni chiesa locale era concepita come la chiesa universale che sostava «pellegrina» in quel dato luogo.
La stessa parola «paroilda» (usata prima per la diocesi che per la parrocchia) vuol dire «soggiorno», luogo di temporanea dimora, sosta nel cammino verso la patria, la «casa del Padre», ma anche con la sfumatura di «abitare vicino ad altri, vivere in mezzo ad altri». Si usava anche un'immagine che richiama l'idea di «tendopoli»: si diceva che la Chiesa era «attendata» in un luogo.
La Chiesa è «attendata» nel mondo in mezzo agli altri perché è fatta per tutti e perché è pellegrina in tensione verso la mèta della sua perfetta realizzazione finale.
La dimensione «escatologica», cioè del tendere al compimento, ha grande importanza nella Chiesa, perché solo allora sarà davvero «comunità in comunione di amore
La vita cristiana è nel continuo ritmo del «già e non ancora»: è un germe in attesa, in tensione verso la pienezza del frutto. Nell'oggi-qui, la Chiesa non ha ancora raggiunto, ma non ristagna: è in cammino. L in mezzo al mondo per essere essa stessa segno e strumento del proprio messaggio.
«Il Rinnovamento della Catechesi» afferma: «La chiesa locale fa catechesi principalmente per quello che essa è, in progressiva, anche se imperfetta, coerenza con quello che dice» (145).
L'essere «tutti-uno» come vuole Cristo, esserlo come il Padre e il Figlio, esserlo in loro nel loro comune Spirito (Gv 17,11.21ss), diviene «segno e strumento» di salvezza, «sacramento di amore e di salvezza per tutti gli uomini» (RdC 48; cfr 4, 47, 50, 78, 86, 112, 190).
Per questo, la missione della Chiesa si incarna nella sua stessa vita. Ed è impegno di tutti i membri della chiesa locale svolgere il compito che è di tutti, secondo il posto che essi occupano in essa, secondo ciò che sono e fanno entro la comunità, «come» comunità.

Verso un'esperienza di vita

Questo si avvera particolarmente nella parrocchia, quando essa realizza veramente la «comunità ecclesiale» (RdC 149). Difatti nella chiesa locale convergono tutte le energie di salvezza che Cristo le dona perché le metta a disposizione degli uomini (GS 3). Il RdC 142 afferma che nella parrocchia
- la salvezza entra nel tessuto della vita umana: dal costituirsi della famiglia (matrimonio) all'inserimento-iniziazione dei figli nella Chiesa (battesimo, eucaristia, cresima), al formarsi di nuove famiglie; dalla riconciliazione gioiosa col Padre e i fratelli (penitenza) alla santificazione della malattia e del dolore (unzione dei malati); dal conforto di accompagnare nel passaggio da questa vita al Padre (viatico) all'affidare alla terra come seme di risurrezione i propri cari (funerale);
- vi si fonda, alimenta, manifesta la vita del popolo di Dio: realizzazione cristiana dell'esistenza nell'integrazione tra fede e vita (RdC 52-55), attuando la verità nella carità (RdC 47-48), prospettando la soluzione cristiana dei problemi della situazione storica dei fedeli (RdC 96-99); procurando che la comunità ecclesiale - famiglie, gruppi, associazioni, strutture (RdC 148-157) - inventi una vita pienamente «umana» nel Cristo (RdC 123, 131, 151, 154, 186; 43, 47-48; 52-53, 94-95; 97-99);
- vi si celebra in pienezza il mistero di Cristo: tutta la storia della salvezza diviene storia di progressiva «incarnazione» di Dio nella vita umana, attualizzata nel qui-oggi della comunità ecclesiale che si raduna per diventare più «Chiesa», cioè «comunità, assemblea, convocazione, riunione» nel senso vivo di comunione nel Cristo, per essere meglio «tutti-uno», più Cristo-vivo e operante oggi nel mondo (cfr RdC 69-73); per fare continuamente con lui e in lui il «passaggio» dall'egoismo all'amore, dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita e attuare così in se stessi, comunità e individui, il suo mistero pasquale (RdC 32, 114, 116, 133);
- vi cresce il senso dell'unità della Chiesa per mezzo della Parola, del Sacrificio, della Carità: ogni domenica e festa, dovunque si raduna la Chiesa pellegrina, ivi tutti ascoltano quella stessa Parola di Dio in tutto il mondo e sono invitati e sollecitati ad acquistare una comune mentalità cristiana; e vengono chiamati a tradurla in vita vissuta nella carità, in forza di Cristo che nutre tutti di sé. Queste sono «energie» di salvezza per dare all'umanità coesione, unità, comunione nell'amore. Questi quattro filoni comprendono tutto ciò che è «umano» per renderlo progressivamente «cristiano»: devono impegnare tutti i membri della Chiesa locale per venire attuati nel modo più adeguato ai bisogni dell'ambiente, perché entrino davvero nel tessuto vivo dell'esistenza.
La Chiesa non opera se non per mezzo di coloro che la compongono; se qualcuno viene meno, la sua opera è decurtata; se qualcuno dà controtestimonianza, questa è una macchia che offusca il suo messaggio, e la rende meno credibile.

Una comunità evangelizzatrice e catechistica

Bisogna che tutti i membri della chiesa locale, concordi attorno al Vescovo e ai parroci, realizzino una autentica «comunità evangelizzatrice-catechistica». Questo non lo si realizza se tutti - ciascuno per la sua parte e in armonia con gli altri -non fanno convergere le loro forze in una azione comune, comunitaria, ecclesiale.
Nessuno deve operare da sé, staccato dagli altri, indipendente dagli altri. Tutti formano la chiesa, tutti operino come chiesa. Per realizzare la comunità catechistica, bisogna:
- tendere concordemente a realizzare le finalità e i compiti dell'evangelizzazione e della catechesi (RdC cap. III): averli presenti e perseguirli ciascuno per la propria parte affinché non si realizzino disarmonie, scompensi, squilibri, carenze, contraddizioni, ecc. (RdC 144).
Si deve mettere il pluralismo di vedute e di azioni a servizio dell'unità della persona e della comunità (RdC 158-159; 144);
- creare un «corpo» dei catechisti, che abbia a base una formazione comune e un interscambio continuo in frequenti incontri di aggiornamento, animazione, qualificazione (RdC 184, 189, 200; 187, 194, 185188), alimentando un vivo spirito di «collaborazione» che sia proposito e impegno di «lavorare insieme», svolgendo ciascuno il proprio compito, come membro dell'unico corpo (RdC 148, 153, 159, 184, 193);
- studiare, pianificare, organizzare un globale «coordinamento» delle iniziative e delle opere della comunità profetico-catechistica (RdC 12, 112, 182) e di farlo specificamente a tutti i livelli (RdC cap. VIII); «entrare nel gioco» e «stare al gioco a, perché i «faccio-tutto-io» sono controproducenti come i «non-tocca-a-me». Una comunità catechistica non è né i preti da soli, né i giovani da soli, né le famiglie da sole, né abbinamento di questi così come viene: è l'integrazione di tutti, la collaborazione di tutti, così da svolgere un'azione ben puntualizzata e finalizzata, organizzata e coordinata.
Gli atteggiamenti e i comportamenti di collaborazione sono ben motivati dall'interno da tutto ciò che si è considerato sopra.

La Chiesa opera per mezzo dei suoi membri

Ciascuno opera nella chiesa in forza della «consacrazione» di Cristo e dei «carismi» del suo Spirito. L'azione che Cristo continua a svolgere nel mondo (RdC IV, V), la compie con lo stile della «incarnazione», che è un profondo incontro-dialogo di Dio con l'uomo, delle Persone divine con le persone umane, della comunità trinitaria con la comunità umana-ecclesiale.
Mettiamo in evidenza queste realtà che toccano ciascuno in ciò che ha di più profondamente umano come persona in relazione con altre persone, nella comunità e per la comunità:
- ciascuno è personalmente consacrato e inviato a continuare l'opera di Cristo, per mezzo del battesimo, della cresima, del matrimonio, dell'ordine, in una progressiva e differenziata accentuazione della missione di Cristo e della Chiesa (RdC 183, 151, 196, 198);
- ciascuno diviene in Cristo e per Cristo un testimone, un insegnante, un educatore, secondo il grado di partecipazione ai poteri e agli uffici salvifici di Cristo nella Chiesa (RdC 186-188);
- poiché è «inviato» come Cristo dal Padre, e come gli Apostoli da Cristo, riceve pure un «mandato» che gli specifica il compito della missione della Chiesa di cui partecipa e che gli viene particolarmente affidata in modo speciale o ufficiale (RdC 197; 13, 158, 182-183, 190-193); viene così messa in maggior luce la compagine strutturale-gerarchica che è di tutta la Chiesa;
- di tutti e ciascuno però è sempre il compito di una comunicazione vitale del messaggio e del mistero di Cristo nelle più usuali o più speciali situazioni della vita, in ogni occasione in cui come figlio di Dio egli fa sentire agli altri l'amore che il Padre ci porta nel Cristo e ci comunica mediante il dono del loro comune Spirito (RdC 198, 23, 24, 156, 183).
Allora, operare così nella collaborazione di tutti e di ciascuno per quanto possibile; ed è sempre possibile offrire innanzi tutto il contributo della propria preghiera: perché il Signore mandi operai nella sua vigna (Mt 9,38; Lc 10,2), perché nessuno si senta lasciato solo sul campo del lavoro. In tal modo si realizzerà l'auspicio e il desiderio di Giovanni Paolo II: Se è vero che si può catechizzare in qualsiasi luogo, tengo tuttavia a sottolineare - conformemente al desiderio di moltissimi Vescovi - che la Comunità parrocchiale deve restare l'animatrice della catechesi ed il suo luogo privilegiato» (CT 67).

NOTE

(1) A questo studio non è richiesto se non di mostrare con semplicità il fondamento biblico dell'animazione cristiana, opera della chiesa locale, e di mostrarne l'ampiezza pastorale, con particolare riferimento a «Il Rinnovamento della Catechesi», documento di base della pastorale catechistica italiana (RdC 199-200).
Esulano pertanto dall'intento le dirette indicazioni pratiche, le attuazioni concrete, che saranno oggetto di altre trattazioni.

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