Obiettivi strategici per l'educazione crishana dei preadolescenti

Inserito in NPG annata 1981.

 


Roberto Giannatelli

(NPG 1981-04-10)

 

Mettersi dal punto di vista del «fine» ogni volta che si progetta, o si verifica o si approfondisce l'educazione cristiana dei preadolescenti, è cosa saggia. «Finis primus in intentione», diceva un vecchio detto della filosofia scolastica e, veramente, si deve riconoscere che le finalità sono il principio architettonico che ispirano e determinano l'agire concreto, non escluso quell'agire particolare che si chiama educazione o pastorale o animazione cristiana dei preadolescenti.
La ricerca pedagogica degli ultimi vent'anni, sotto la spinta dei dati forniti dalle scienze umane e nell'impatto della sfera ideale dei principi con la rudezza e talora la brutalità delle situazioni reali, ci ha sensibilizzati a non credere tanto alle grandi affermazioni, ma a cercare nella concretezza e aderenza al reale la via giusta per la soluzione dei nostri problemi.
Si è parlato allora di «mete prossime legate a catena condizionale con i fini ultimi, e disposte in un ordine preferenziale di urgenze» (G. Dho). Si sono distinti i fini ultimi che si riscontrano al termine di un lungo e permanente processo educativo, dagli obiettivi a breve e medio termine intesi come «scala delle successive attuazioni necessarie o convenienti per procedere, costruendo prgressivamente la personalità e le condotte» (P. Gianola).
La «tecnologia dell'educazione» ci ha infine abituati a tradurre questi obiettivi in comportamenti finali, concreti, osservabili, verificabili; a «operazionalizzarli» come si dice oggi (cfr M. Pellerey, Progettazione didattica, Torino, SEI, 1979).
Con queste preoccupazioni sono stati scritti alcuni saggi circa i traguardi che deve proporsi la pastorale o l'educazione cristiana dei preadolescenti. Ad es.: U. Gianetto - R. Giannatelli, La catechesi dei ragazzi, Leumann (To), LDC, 1973; G. Costi e coll., La catechesi dei preadolescenti, Bologna, EDB, 1979.
Non mancano dunque indicazioni a questo riguardo. Non mancano elenchi di obiettivi e una certa organizzazione di questa proposta, ad es. attorno alle ispirazioni del «Rinnovamento della catechesi» (CEI, 1970).
Forse non si è fatto ancora abbastanza per individuare i concetti organizzatori di questa elencazione di mete catechetiche e pastorali che vengono proposte all'educatore. Concetti, cioè, capaci di integrare una quantità di elementi, di offrire chiarezza, stabilità, coesività, generalizzabilità alla proposta educativa (cfr D. P. Ausubel, Educazione e processi educativi, Milano, Angeli, 1978).
E il tentativo che vorremmo fare ora, raccogliendo la riflessione sulle mete dell'educazione cristiana dei preadolescenti attorno ai tre concetti organizzatori di «fede esplicita», «progetto di vita», «appartenenza ecclesiale».
La nostra riflessione si colloca in un contesto preciso, quello degli «itinerari catecumenali» come strategia principe che la Chiesa in Italia si è data per il rinnovamento delle comunità (cfr CEI, Evangelizzazione e sacramenti, 1973). Non si tratta perciò di una occasionale «alfabetizzazione» religiosa all'occasione dei sacramenti, ma di un impegno permanente della comunità cristiana a rendere testimonianza della fede e a far crescere in essa le nuove generazioni dei battezzati.

Una fede «esplicita»

Il discorso del passaggio dalla «fede implicita» (dono di Dio nel battesimo) alla «fede esplicita» che si realizza nella «professione di fede» del cristiano «adulto nella fede», non è nuovo per la riflessione catechetica italiana (cfr L. Csonka-G. DhoG.C. Negri, Educare, vol. 3, Zürich, PAS Vg., 1964, p. 207).
L'esplicitazione della fede è un fatto educativo e in particolare catechetico che può realizzarsi o non realizzarsi, svilupparsi in maniera insufficiente o minimale, oppure in tutta la sua pienezza. Veramente l'uomo, anche l'uomo credente, dipende dall'uomo e dalla comunità. Nessuno può riscattarlo da questa solidarietà radicale con il suo prossimo. Ed è un fatto che si colloca all'interno di quell'intervento specifico della comunità verso i «minores adhuc in fide» che sono le nuove generazioni dei battezzati. «La catechesi si qualifica per la sua attenzione alla edificazione della fede intesa come consapevolezza della fede, per cui diventa principio di giudizio, di comprensione, di orientamento pratico nel mondo» (G. Groppo).
Il «Rinnovamento della catechesi» (1970) ha voluto restituire alla catechesi tutta la ricchezza del mistero di Cristo nella sua interezza oggettiva e nella sua forza di annuncio e di persuasione. In questa luce vanno riletti i capitoli 4 e 5 del RdC, come fonti ispiratrici della catechesi dei preadolescenti d'oggi.
Più recentemente, l'esortazione del Papa Giovanni Paolo II «Catechesi tradendae» (1979) ha fortemente sottolineato l'aspetto veritativo e dottrinale di ogni catechesi. «Io insisto sulla necessità di un insegnamento organico e sistematico, perché da diverse parti si tende a minimizzarne l'importanza» (n. 21). Ed ha ripreso l'istanza del cristocentrismo, già contenuta nel nostro RdC (n. 57) e riaffermato dal quarto Sinodo dei vescovi (1977). «Al centro stesso della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret» (n. 5). Pertanto non è lecito che «ciascuno trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma l'insegnamento di Gesù Cristo, la verità che egli comunica o, più esattamente, la verità che egli è» (n. 6).
Più vicine al mondo del preadolescente sono le indicazioni dei nuovi programmi di religione della scuola media (1979). Essi stabiliscono una «correlazione permanente, viva, partecipata fra tre elementi: le esperienze vissute, del ragazzo o di altri, con tutto il loro carico di esigenze; la documentazione direttamente attinta dalle fonti, che risponde a tali esigenze, e che sono evidentemente la Bibbia e, dopo la Bibbia, in particolare i segni cristiani dell'ambiente in cui vive il ragazzo (l'ambiente in senso stretto, per poi allargare lo sguardo all'Italia e all'Europa); terzo elemento di confronto, le diverse forme e tradizioni religiose culturalmente rilevanti» (C. Bissoli, I nuovi contenuti dell'IR nella SM, in Religione nella scuola media, Leumann (To), LDC, 1979, pp. 50-51).
Evidentemente indicazioni ancora più prossime ai compiti dell'educazione cristiana dei preadolescenti, verranno dal Catechismo nazionale che si annuncia per questo 1981.
Ma soffermiamoci ancora brevemente a considerare le esigenze della «fede esplicita» dei preadolescenti. Non si tratta di fare del preadolescente un mini-teologo capace di ripetere elenchi di verità, formulazioni dottrinali, brani della Bibbia riportati a memoria. Né si può ridurre la catechesi a «un semplice ragionamento sull'uomo e sui suoi problemi, in vista, sì, di un orientamento religioso, ma interamente dedotto dall'esperienza umana» (A. Del Monte).
Il compito è invece quello di affidare ai nuovi battezzati tutta la ricchezza del mistero di Cristo. «Il RdC ha assunto come nucleo centrale il mistero di Cristo. Età per età, catechismo per catechismo, quasi a cerchi concentrici, si sviluppa in modo graduale, "semper totaliter ", non "semper totus", il messaggio di Cristo, cercando di esporli con integrità ed efficacia» (A. Del Monte).
Fede esplicita significa essenzialmente: esplicitare per il preadolescente, in forte collegamento con la sua vita, le sue aspirazioni, i suoi problemi (RdC, 52), il mistero di Cristo: conoscerlo attentamente nei documenti della fede (i Vangeli, in primo luogo), ri-conoscerlo nei segni della comunità d'oggi, accoglierlo come «significativo» per la vita, per il proprio progetto di vita.

Un progetto di vita «con Dio dentro»

Etimologicamente «progetto» indica qualcosa che viene messo davanti, quasi gettato innanzi. Nel nostro caso un ideale che ci precede: «l'uomo sta davanti e supera l'uomo» (Pascal).
In realtà tutta la vita dell'uomo, il suo faticoso mestiere, sta in questo correre in avanti, senza mai poter afferrare completamente il proprio «io ideale». Il cristiano vive un'esperienza simile, come testimonia san Paolo: «Continuo la corsa per tentare di afferrare il premio, perché anch'io sono stato afferrato da Cristo Gesù» (Fil 3,12).
L'«avventura» comincia molto presto. Già il bambino non si accontenta del presente. Il suo primo guardare al futuro lo fa in persone a lui vicine nell'affettività ed esperienza quotidiana: i genitori. Poi i modelli si allargano, ma sono sempre attinti dall'ambiente vicino: educatori, familiari... Si assiste quasi a una divinizzazione di queste persone che acquistano agli occhi del bambino la dimensione di una realtà da riprodurre. Le loro doti e le loro caratteristiche lo affascinano e diventano oggetto delle sue aspirazioni. Sono il primo «io ideale» o «progetto di vita» dell'uomo.
Ma questa identificazione con i modelli della propria fanciullezza, entra in crisi con l'inizio della pubertà. «All'incrocio di molte strade, di fronte alle scelte diverse che gli altri gli presentano, l'adolescente si interroga: chi sono? chi potrò essere? chi sarò? Si tratta in realtà di una domanda unica: intravvedere con un certo margine di certezza anche provvisorio, da verificare e da riconquistare di continuo, un fine a cui tendere, un oggetto al nostro agire, significa anche partire dalla presa di coscienza delle nostre possibilità, dalla coscienza dell'io» (G. Lutte e coll., Adolescenti d'Europa, Torino, SEI, 1969, p. 5).
Il recupero dell'io ideale all'età della preadolescenza e adolescenza passa attraverso tre dinamismi psicologici, con i quali si gioca la costruzione dell'uomo e del cristiano. Sono i processi della:
- interiorizzazione: processo per cui il preadolescente accetta valori, fini, ideali... perché li ha conquistati personalmente, perché essi hanno acquisito per lui un'evidenza e un'importanza decisivi, e non più perché li ha «trovati» nella famiglia, nella scuola o nell'ambiente a lui vicino;
- assolutizzazione: è la sua capacità (psicologica? esistenziale? di fede?) di isolare un'idea-valore e di renderla «trascendente», «assoluta», capace di organizzare e dominare tutte le altre; questo assoluto diventa il centro unificatore e propulsore della sua personalità: idee, affetti, tendenze, comportamenti;
- socializzazione: è il fatto che tutto questo, il preadolescente «non se lo dà» da solo, ma lo costruisce in una continua interazione con l'ambiente: modelli, gruppo, solidarietà più o meno sentita... Le considerazioni fin qui fatte dicono che l'obiettivo «progetto di vita» non è per nulla facile da conseguire.
Si tratta, innanzitutto, di giungere a un livello profondo della «fede esplicita»: quello dove alla conoscenza di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo, si unisce la fiducia nelle Persone divine e nel loro progetto di salvezza. È il livello del «credere Deo»: mi fido di Te! sulla tua parola getterò le reti della mia vita! E si tratta, in secondo luogo, di rendere possibile uno spazio dove il divino (la fede come dono di Dio) si incontra con l'umano, dove i condizionamenti non oppongono resistenza perché il ragazzo possa intravvedere, volere, conseguire un progetto di vita «con Dio dentro».
Quali condizionamenti?
- l'aver percepito che «la realtà è buona», e perciò ci si può fidare della vita, si può giocare la vita in essa, si può progettare!
- l'aver incontrato un educatore che abbia offerto il suo «sostegno normativo» all'anarchia dei sentimenti e degli impulsi, alla provvisorietà delle decisioni. Un educatore che testimoni a chiare lettere che «la realtà è buona», ma che essa ha pure esigenze serie e inflessibili, alle quali vanno sacrificati i capricci personali. Un educatore, ricco di pazienza e di speranza, che sappia trovare la gradualità necessaria perché il preadolescente possa sopportare le frustrazioni e il rinnegamento dei propri desideri, in vista del conseguimento di una meta più grande e a lunga scadenza;
- l'aver fatto esperienza di una comunità ricca di modelli vivi, di ideali, di proposte, di spazi per agire e sperimentare. Una comunità che si radica nell'«ieri», ma che è ugualmente presente all'«oggi», ed è carica di progetti e speranze per il «domani». Una comunità che con il suo servizio della Parola sia capace di dare luce e chiarezza per quanti camminano ancora nel buio o nella penombra dell'incertezza; che con la sua liturgia appaia veramente come colei che «celebra la vita» e fa festa; che ha da offrire valori grandi per i quali merita davvero progettare la vita «con Dio dentro» e con il suo Figlio Gesù Cristo: fraternità, servizio, promozione dell'uomo, annuncio del Vangelo, trasformazione del mondo.

L'appartenenza alla Chiesa

«Fede esplicita» e «progetto di vita» risultano profondamente collegati con i processi di socializzazione in cui viene a vivere e crescere il preadolescente. Da qui l'indicazione di un terzo obiettivo strategico per la sua maturazione cristiana: l'appartenenza alla Chiesa.
Questa non è più scontata e evidente come un tempo. Il ragazzo battezzato in questo nostro tempo si trova a vivere in una società fortemente segnata dal pluralismo culturale e religioso, da cui deriva una pluralità di appartenenze.
Essere cristiani non è più «inevitabile». È questione di scelta. È scelta in cui il preadolescente parte da una posizione di svantaggio, dal momento che raramente ha le informazioni e le esperienze necessarie per sapere che cosa sceglie e che cosa rifiuta. La Chiesa gioca dunque la sua sopravvivenza nella coscienza dei preadolescenti nella misura in cui si presenta come comunità «meritevole» di accogliere la loro adesione e capace di promuovere processi favorevoli di appartenenza.
In realtà tra la preadolescenza e la giovinezza si verificano i momenti decisivi per l'appartenenza ecclesiale dell'adulto. La preadolescenza presenta una serie di condizioni obiettive che spingeranno l'adolescente a dire: «Chiesa sì» oppure «Chiesa no».
È questa l'età in cui si attua:
- lo sfaldamento della dipendenza psicologica della famiglia, non più sufficiente (nel caso di famiglie credenti) a mediare l'appartenenza con la famiglia più grande della Chiesa universale;
- lo spostamento dell'egocentrismo al sociocentrismo, e la ricerca nel gruppo dei valori che costituiscono la base del proprio progetto di vita;
- l'oggettivazione del sentimento di appartenenza ecclesiale, in connessione con la maturazione del concetto di tempo e di spazio.
Non inutilmente perciò catechismi e metodi educativi per l'età della preadolescenza, pongono al centro del loro interesse l'opzione Chiesa:
- Chiesa come oggetto di catechesi che illumina la propria appartenenza, radica nel passato, rende consapevoli di valori, di persone, di istituzioni, di storia ai quali si appartiene;
- Chiesa come esperienza vissuta nella comunità, in cui si condivide una fraternità e un servizio, in cui si sperimenta un modo nuovo di essere al mondo e agli altri. E si sperimenta che è bello vivere così!
- Chiesa come luogo di esercizio della propria libertà, dove il preadolescente è preso in seria considerazione, dove gli si dà fiducia e gli si affidano tanti piccoli incarichi, a sua portata e con l'aiuto dell'educatore presente;
- Chiesa come gruppo che crede nella sua crescita, che porta con sé un radicale ottimismo e fiducia nella vita, a cominciare da quella del preadolescente che reclama di vivere pienamente il dono di Dio. «Gloria di Dio è l'uomo vivente!» (S. Ire-neo).
- Chiesa aperta al mondo, non cóngrega di moralizzatori col dito puntato sul mondo per condannarlo, ma gruppo di persone che si dà da fare per migliorare e salvare questo mondo. Non da soli, ma con la potenza della grazia che proviene dall'Uomo perfetto, Gesù Cristo.
All'inizio del suo pontificato, nel primo incontro con i cristiani di Roma, Giovanni Paolo II ha detto: «La Chiesa si costruisce nel mondo. Si costruisce con uomini vivi. All'inizio del mio servizio vescovile, domando a ciascuno di voi di trovare e definire il proprio posto nell'opera di questa costruzione» (12 novembre 1978).
«Trovare e definire il proprio posto nella Chiesa d'oggi»: può essere l'obiettivo globale che riprende e riorganizza tutti gli obiettivi particolari della promozione cristiana del preadolescente.