Griglia per una revisione delle liturgie con i giovani

Inserito in NPG annata 1980.

 

(1980-1/2-108)


Quale esperienza di Dio propongono le nostre liturgie? Proviamo a interrogarci sul «tipo di esperienza» dei giovani nel partecipare alla liturgia. Quando una celebrazione è riuscita? Diamo una «scaletta» di livelli di partecipazione. Entro certi limiti, permette di valutare la qualità delle celebrazioni e di indicare alcuni aspetti a cui prestare attenzione nel preparare le celebrazioni.
I livelli che presentiamo sono delle «soglie» alle stesso tempo successive (in senso ascendente) e implicantesi (delineano nell'insieme che voglia dire partecipare alla liturgia).

IL LIVELLO DELLA «FESTA»

È il minimo. È dato dalla coscienza più o meno riflessa, che la celebrazione è un momento di rottura con il quotidiano, un tempo «diverso» in cui prendere in mano il quotidiano e ricercarne le dimensioni portanti. Con quell'atteggiamento di fondo di «sì» alla vita, che rende festivi e festosi quei momenti.
- I giovani percepiscono nella liturgia uno «stacco» dal quotidiano e colgono la liturgia a servizio del quotidiano?
- Posto che nelle nostre liturgie si realizzi un clima festivo: come lo si è raggiunto? Attraverso quali stimoli? Cosa colgono i giovani della festa?
- Cosa manca alle nostre liturgie perché siano festive?

IL LIVELLO DEI SIMBOLI

Un simbolo è una realtà materiale (il visibile) che per la sua densità appella a qualcosa di «altro» rispetto a sé (il mistero). I simboli della liturgia dovrebbero essere un appello al senso profondo della esistenza e al trascendente che affiora a tale livello di percezione della vita.
In concreto, le nostre liturgie sono in grado di presentare dei simboli che provochino un «appello» del senso profondo di sé e di Dio? Quali sono questi elementi simbolici più vicini al mondo giovanile?
I giovani sono stati educati a cogliere la ricchezza del canto, della musica, dei gesti e del ritmo della liturgia?
L'assemblea liturgica è per loro un momento di godimento estetico, poetico? Sono abbastanza «poeti» per celebrare?
Sanno vivere la celebrazione arrivando a forme di comunicazione (orizzontale e verticale) che superino le soglie della razionalità astratta per tuffarsi nel campo della emotività, non-razionalità, affettività?
Cosa è per loro più comunicativo» tra i simboli della liturgia? Il canto, il silenzio, il fare cerchio per pregare...
Cosa intendono dire e come spiegano l'affermazione «questa liturgia mi è piaciuta»?

IL LIVELLO DELL'ESPERIENZA RELIGIOSA PERSONALE

Quale esperienza personale rendono possibile le celebrazioni nei nostri gruppi? In questa prospettiva occorre tener presenti due movimenti tra loro in continuità, ma spesso a livello soggettivo non integrati:
- il movimento dalla periferia al centro di sé;
- il movimento dalla coscienza di sé alla coscienza di sé e di Dio.

Dalla periferia al centro di sé
- Liturgia: momento in cui si entra nella profondità del proprio io;
- liturgia: tranquillità, calma, rasserenamento, accettazione di sé nonostante tutto, risveglio delle forze costruttive presenti nella profondità del sé, speranza per il futuro...;
- non manca il rischio che ci si accontenti di questo e si funzionalizzi la preghiera al ritrovamento di sé: preghiera come «ecologia dello spirito».

Verso la «presenza di Dio»
- Concentrazione sul sé, fino a che si è coscienti di essere immersi in una relazione immediata, attraverso i simboli, con Dio;
- coscienza, nella fede, che Dio ha preso l'iniziativa di comunicare con noi in modo tipico nella liturgia ed esercizio di questo dialogo personale nella preghiera;
- i frutti di questo dialogo sono quelli descritti da Gai 5,22: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, fedeltà, mitezza, dominio di sé...
I due momenti devono integrarsi. Se questo non avviene c'è il rischio di scivolare in un intimismo narcisita o di continuare a parlare di liturgia come luogo di dialogo con Dio, dialogo che tuttavia rimane alla superficie delle coscienze e non mette in crisi, ma solo giustifica e gratifica.

Che dire delle nostre liturgie?
- Favoriscono questa esperienza religiosa personale? È vero che nelle liturgie di oggi non è di fatto possibile pregare? In che senso si parla di «disturbo» della preghiera da parte delle nostre celebrazioni?
- l'interiorizzazione personale che le nostre liturgie rendono possibile è tipo intimista/mistico/sentimentale o è di tipo progettuale/storico/politico?
- si può dire che i frutti dello Spirito di cui Gal 5,22 siano i frutti delle nostre liturgie?

IL LIVELLO DELL'ESPERIENZA RELIGIOSA COMUNITARIA

Questo livello non si aggiunge a quello precedente, ma lo precisa e lo completa. Anche se spesso tra i due livelli non c'è integrazione. C'è subito da chiedersi se ciò a cui si tende nelle nostre liturgie è più una esperienza personale/individualista o più personale/comunitaria.
Anche a questo livello ritroviamo due movimenti:
- dall'esperienza personale a quella comunitaria;
- dall'esperienza del «noi» a quella di «chiesa».

Dalla esperienza personale a quella comunitaria
Dire che la partecipazione alla liturgia è comunitaria implica:
- la sensazione di trovarsi a proprio agio con gli altri, il cogliere la loro presenza come rassicurante e costruttiva;
- la consapevolezza di costituire insieme un «noi» che non è pura somma dei singoli, ma una nuova entità che conferisce nuovo senso alla esistenza di ognuno;
- la consapevolezza che ciò che fa comunità è si la accettazione reciproca, ma soprattutto la condivisione di «idee» con cui interpretare la vita e di «valori» con cui progettare il futuro;
- la volontà che il momento celebrativo non sia un uscire dalla storia, un «separarsi» da chi non celebra, ma un ritrovare il proprio posto in mezzo agli «altri», nella storia.

Dalla esperienza di «noi» a quella di «chiesa»
È segnato dalla percezione di una chiamata di Dio in Cristo. Ciò implica:
- l'accettazione che in Cristo il Padre ci ha dato il segno più grande del suo amore;
- la coscienza del ruolo dei cristiani a questo mondo: testimoniare, annunciare e celebrare la salvezza;
- la consapevolezza che il fare comunità (e l'essere comunità che celebra) è già un segno di questa salvezza e che si sta compiendo.

Che dire delle nostre liturgie?
- Le nostre liturgie favoriscono l'integrazione della esperienza personale con quella comunitaria? Come? Si cerca di creare uno spazio «umano» in cui innestare la «comunità di fede»?
- Il tipo di comunità che si tende a favorire è basata più sulla spontaneità del mondo giovanile o più sulla condivisione cercata e sofferta di alcuni valori?
- Le nostre celebrazioni puzzano di ghetto? sanno di «iniziati» fuori della storia oppure costringono a sentirsi dentro il mondo e i suoi problemi?
- Da chi è gestita la celebrazione? da una minoranza, magari non accettata dagli altri? chi ha voce attiva durante la celebrazione?
- Il discorso degli «altri» come affiora? in termini di crociata o di servizio?

IL LIVELLO DELLA CELEBRAZIONE STORICO/PASQUALE

Secondo la teologia, ogni celebrazione si pone rispetto alla storia come Memoriale, Presenza, Profezia della salvezza che trova nella Pasqua di Cristo il suo momento decisivo.

Ogni celebrazione è:
a) memoria attiva dell'evento unico ed irripetibile della morte e risurrezione di Cristo (la Pasqua nel suo fondamento storico-teologico);
b) lettura dell'oggi per proclamarlo come Pasqua della Chiesa e del mondo in forza della Pasqua di Cristo (riferimento alla storia come salvezza che si fa oggi ed è «già»);
c) profezia dei cieli nuovi e terra nuova verso cui la risurrezione del Cristo fa camminare la storia (riferimento alla Pasqua come realtà che «non» è ancora, anche se stiamo costruendola nel tempo).
La celebrazione (cioè il ricordo festoso e attualizzante della salvezza, vissuto simbolicamente da una comunità ecclesiale) raggiunge l'apice nella sua proiezione storica. Come i giovani vivono questo inserimento della liturgia nella storia? E fino a che punto le liturgie sono costruite in questa prospettiva storico/teologica?
Celebrare implica un modo di pregare che ha il suo oggetto di celebrazione fuori dal momento strettamente rituale (e che il rito dovrebbe riprendere simbolicamente): fino a che punto le liturgie giovanili lasciano intravedere questo riferimento alla storia (a quella di Cristo, all'oggi, al futuro storico ed escatologico)?

Riferimento all'evento/Cristo
I giovani fanno proprio il ruolo unico e decisivo (per la liberazione della umanità) della morte e risurrezione di Cristo? Per loro, il riferimento a Cristo è più il ricordo di un modello di uomo riuscito o una confessione di fede nel «salvatore»? È il ricordo di un uomo vissuto 2000 anni fa o la celebrazione del «vivente»? Il linguaggio delle celebrazioni tende a ricostruire fatti del passato di Gesù Cristo, o a far emergere la significatività del personaggio per l'uomo d'oggi? L'approccio alla parola di Dio fino a che punto è illuminato dall'oggi dell'uomo moderno? La significatività del Cristo è vissuta in modo intimistico (io-Cristo) o è inserita nella storia (ioCristo-la storia)?

Il riferimento all'oggi
A quale quotidiano fa riferimento la celebrazione? Con quale approccio: moralistico, ideologizzato, teologico, astratto? Dalla celebrazione emerge che l'oggi è luogo di salvezza di Dio e perciò che l'oggi è, nella sua profanità, luogo di comunicazione con Dio? Emerge che non si va a pregare un Dio che non si incontra altrove, ma un Dio con cui si cammina giorno per giorno nella vita? In che modo la preghiera della vita (la contemplazione nell'azione) si collega con la preghiera-raccoglimento? Emerge che il vangelo non è solo autenticazione dell'oggi, ma anche sua critica radicale, in nome dei cieli nuovi e terra nuova, dono di Dio?
La liturgia assume l'oggi dei giovani: le loro attese e speranze, le loro ansie e delusioni, la loro critica e il loro bisogno di divenire autentici? È una liturgia che celebra il cammino del gruppo o è una liturgia «asettica», rispetto a questo quotidiano collettivo?

Il riferimento al futuro
L'assemblea liturgica è una «anticipazione» della salvezza, ma è anche la proclamazione che questa salvezza non è del tutto compiuta.
Nelle celebrazioni con i giovani come viene a manifestarsi questa «tensione escatologica»? Sa realtivizzare criticamente il presente a favore del bisogno di un «uomo nuovo» per il domani della umanità?
I cieli nuovi e nuova terra sono presentati come un «al di là» della storia o come qualcosa che «già» si incarna in questa storia, rilevandola dal classico ruolo di «valle di lacrime»?
Il riferimento al futuro permette una speranza di cambiare concretamente certe situazioni o è un rifugio «consolatorio»?

IL LIVELLO DELL'INCARNAZIONE NEL QUOTIDIANO

Non ha senso chiedersi se è prima la vita o la celebrazione. Il vero problema è il tipo di rapporto che si stabilisce tra le due realtà. Senza cadere nella logica dell'efficienza, c'è da chiedersi come avviene il passaggio dalla celebrazione alla vita. In fondo si può anche aver preso parte in modo soddisfacente alla liturgia e non essere in grado di tradurla in «nuova qualità di vita». Come viene favorito questo passaggio? Affidato alla iniziativa del singolo o ripreso da tutto il gruppo?
Lasciando da parte tutto il discorso sull'educazione in genere (da cui dipende anche questa capacità di incarnare la liturgia nel quotidiano), c'è da chiedersi se le nostre liturgie tendono a scaldare soltanto i cuori, facendo vivere delle esperienze ad alto livello di emotività, o tendono ad interiorizzare delle «ragioni di vita» e dei valori. Ci si limita a delle denunce emotive (guerra, fame, povertà) o si propone iniziative concrete per «questi giovani» in «questo ambiente»?
Dopo la celebrazione ci sono momenti di vita di gruppo in cui riannodare i fili dei discorsi emersi durante la celebrazione per tradurre le intuizioni in «progetti», o si lascia tutto al caso?