La vita di una cultura tra conservazione e mutamento

Inserito in NPG annata 1983.

 

Gian Paolo Caprettini

(NPG 1984-06-12) 

 

DESCRIZIONE DI CULTURA

Il primo uso nel senso moderno del termine «cultura» risale a poco più di un secolo fa: la prima definizione di questo termine viene infatti data nel 1871 dall'antropologo inglese E.B. Taylor. Egli scrive:
«... La cultura, o civiltà (con questo termine si intendono indicare quelle culture più avanzate dal punto di vista tecnologico; il termine «civiltà» viene generalmente riferito agli ambiti in cui si è elaborato un qualche tipo di scrittura), intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include la conoscenza, la credenza, l'arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società...».

La cultura come unità e totalità

Si tratta di una definizione a carattere essenzialmente descrittivo; lo scopo è quello di definire una categoria molto ampia come oggetto di studio di questa nuova scienza che sta nascendo nella seconda metà dell'ottocento.
Più avanti lo stesso Taylor aggiunge:
«... il fatto è che per esempio una punta di freccia di pietra, una mazza intagliata, un idolo, un tumulo dove sono stati sepolti schiavi e oggetti di proprietà ad uso dei morti, un resoconto dei riti di evocazione nella pioggia eseguiti da uno stregone, la coniugazione di un verbo, sono tutte cose che esprimono ciascuna lo stato di un popolo in rapporto ad un punto particolare della cultura...».
L'aspetto importante di queste prime definizioni della cultura è proprio l'idea che si possano accomunare in un'unica categoria cose fino ad allora considerate assolutamente diverse.
Sempre in questo senso vanno altre definizioni; tra queste definizioni vi è quella di Malinovski, il quale dice che «la cultura comprende gli artefatti, i beni, i processi tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono trasmessi socialmente...». La cultura non comprende solo modi di comportamento, realtà di natura ideale, ma anche oggetti concreti (la cosiddetta cultura materiale).
Dal nostro punto di vista, il fatto che vengano date queste definizioni della cultura di carattere descrittivo, è già significativo di un preciso carattere connesso all'idea di cultura, quello di totalità e di unità. Ogni singolo elemento culturale non può quindi essere considerato come isolato, ma si spiega solo all'interno di questa totalità.

La cultura come regola e codice dei comportamenti

In un secondo tempo l'antropologia culturale ha assunto un punto di vista sostanzialmente diverso; non è più apparsa sufficiente una definizione che si riferiva alla descrizione dei diversi modi di comportamento e ci si è posti la questione del perché la gente tende a seguire, in un certo ambito, dei modelli standardizzati. Si è dunque passati ad un concetto di cultura non più come l'insieme dei comportamenti, ma come meccanismo determinante i modi di comportamento. Dalla cultura come insieme di regole deriva la nozione semiotica della cultura come codice.
In questo senso, la cultura (come complesso di regole) non comprende più dei modi di comportarsi, ma dei modelli di comportamento astratti; modelli che ognuno segue (in parte anche inconsciamente) e attraverso i quali passano anche dei valori di quella determinata cultura (molti valori infatti non vengono insegnati esplicitamente).
In termini semiologici, possiamo definire la cultura come quel codice (o quell'insieme di codici) attraverso il quale noi codifichiamo e decodifichiamo la realtà che ci circonda. E ciò a qualsiasi livello, a partire per esempio da quello della percezione: noi percepiamo cioè la realtà a partire dai codici che possediamo. La conoscenza non è cioè solo un atto passivo, giacché i codici comuni al nostro gruppo sociale fan sì che noi vediamo, percepiamo, conosciamo le cose in un modo particolare.
A questo proposito, in campo linguistico è stata avanzata l'ipotesi che persone che parlano lingue diverse percepiscano la realtà in modo diverso (si tratta della cosiddetta «ipotesi Sapir-Whorf»). Secondo questa ipotesi, il fatto che, per esempio, lingue diverse abbiano sistemi diversi di colori fa sì che non esistano gli stessi colori per persone che parlano lingue diverse: il colore diventa così il risultato di un'interazione tra un fenomeno fisico - la lunghezza d'onda della luce che viene percepita, ecc. - e il codice linguistico che noi possediamo.

Unità e tensioni nella cultura

Quando si dice che la cultura è unitaria è meglio precisare che la cultura funziona sulla base di un meccanismo unitario. Il che non significa che essa si presenti priva di tensione, di contrasti, di lotte al suo interno.
Se è possibile tracciare questo paragone, come ogni racconto parte da una situazione di conflitto di interessi e il procedere della narrazione consiste nel risolvere o nell'acuire o, semplicemente, nel portare avanti questo contrasto fra le aspirazioni e le necessità dei vari personaggi, così da arrivare alla fine a una soluzione che in qualche modo superi il punto di partenza anche ricongiungendosi ad esso, altrettanto per la cultura l'esistenza di tensioni al suo interno è la garanzia più che inevitabile, necessaria della sua esistenza e del suo funzionamento.
Ecco quindi che se il punto di partenza è quello di una cultura sottoposta a meccanismi di funzionamento dotati di una certa logica, e quindi il passaggio è attraverso stadi (o stati) che sono anche in contrasto, in contraddizione tra di loro, il punto di arrivo è un limite in cui riconosciamo un'identità alla cultura, cioè la riconosciamo come caratterizzata da fattori che la distinguono da altre culture.

Ogni cultura si definisce per «negazione»

Ogni fase della cultura e ogni cultura nel suo complesso cerca la sua identità in modo «negativo». Cioè cerca la sua identità differenziandosi dalle altre culture vicine, identificandosi come «non-qualcos'altro».
Esempi al riguardo sono alla portata di tutti nel campo storico. Valga la stessa definizione di «barbaro» come persona che parla una lingua che non si riesce a comprendere e quindi è posta immediatamente su un piano «altro» rispetto a colui che l'ascolta. Valga la stessa definizione di «cristiano» data dalle testimonianze dei primi martiri per cui cristiano era «colui che si rifiuta di compiere il sacrificio agli dèi e all'Imperatore».
Analogamente potrebbe dirsi per i cinesi dai quali le popolazioni ai confini dell'impero erano considerate non-umane, nate da accoppiamenti bestiali.
Nella cultura contemporanea queste osservazioni valgono per la posizione della persona o del gruppo rispetto agli altri.
Pensiamo, per esempio, all'uso del gergo nelle classi d'età giovanili, pensiamo all'uso dell'abbigliamento: sono tutte forme in cui ci si veste o si parla in un certo modo cercando di realizzare questo duplice risultato: identificarsi all'interno di un gruppo, quindi riconoscere la propria appartenenza a un'entità, la propria individualità in una individualità più generale, e nello stesso tempo differenziarsi da chi non si veste come noi, da chi non parla come noi.
Ora questo avviene non solamente nella condizione giovanile, per cui una particolare allusione, una parola, un comportamento, un abito può essere allusivo di «io mi sento come te» oppure di «io non mi sento come te», ma può essere considerato in svariate forme di comportamento. Si può aggiungere che il fenomeno di identificazione del e nel gruppo non è avvertito da chi lo persegue, e assume così le caratteristiche di un atto involontario. Ciò non intacca affatto la possibilità di comunicare indipendentemente dalla nostra volontà: il nostro stesso abbigliamento inevitabilmente comunica qualche cosa prima che parliamo al nostro interlocutore; il nostro stesso modo di porsi nei suoi confronti costituisce già un atto comunicativo.

CULTURA E COMUNICAZIONE

Ora ritorniamo al nostro assunto precedente - la cultura è un meccanismo unitario - e accettiamo di porre in questo quadro la coppia cultura! comunicazione. La cultura è intanto il repertorio, il serbatoio, l'«enciclopedia» in cui è distribuito e repertoriato il nostro sapere, sapere che non è da prendere come conoscenza di cose, ma come insieme di attitudini, di credenze e di pratiche.
Tale repertorio non è da considerare come un serbatoio in cui disordinatamente sono collocate le conoscenze e i modi di relazionare, ma come una sorta di archivio in cui c'è una forma grammaticale interna, c'è una forma di regolamentazione: ogni cultura ha in sostanza la caratteristica di una lingua, la cui conoscenza grammaticale è attivata in ogni individuo ma di cui non necessariamente c'è consapevolezza. Nonostante non ci sia consapevolezza della grammatica da parte di ciascun suo utente, tuttavia egli ha una sua rappresentazione interna di questa grammatica per cui sa come applicare le frasi nel momento opportuno e sa riconoscere le frasi applicate in modo corretto o meno.
Tradotto in termini comportamentali o culturali più generali significa che ciascuno ha una competenza tale che gli permette di distinguere atteggiamenti, comportamenti corretti da atteggiamenti, comportamenti, reazioni non corretti.

Non esiste cultura se non produce comunicazione

Mi preme adesso esaminare la coppia cultura/comunicazione. Cultura dunque come lingua, come sistema organizzato, dotato di una certa organicità, un meccanismo sinteticamente unitario.
Comunicazione, invece, come ogni attività pratica connessa alla conoscenza della cultura.
Il primo aspetto che voglio dunque sottolineare è la complementarietà tra cultura e comunicazione sulla base della complementarietà fra lingua e parola.
Esattamente come per la lingua, non è sufficiente la conoscenza delle regole grammaticali per poter parlare.
Uno dei più grandi linguisti di questo secolo, Ferdinand de Saussure, ha introdotto, oltre settant'anni or sono, la coppia oppositiva langue /parole parole (lingua/parola): per questa polarità funziona un po' come per la coppia cultura/comunicazione.
La «lingua» è un sistema astratto di regole in cui sono repertoriati gli elementi in-varianti di un sistema; «la parola», invece, è l'attività concreta in cui è applicata continuamente questa conoscenza della lingua. La parola è l'attività concreta e cioè, come diceva Saussure, è «il luogo di manifestazione della lingua versata nella massa sociale». E da questo riversamento dipende l'esistenza della stessa lingua: non è possibile che una lingua esista se non produce e se non è considerata sotto il punto di vista degli atti di parole che essa istituisce.
Così, non si può pensare che una cultura esista, abbia un'identità e uno spessore storico, se non produce comunicazione.

La memoria della cultura e la sua funzione

Il secondo aspetto che va considerato è quello della organicità della cultura, del suo esistere in quanto meccanismo unitario: organicità significa anzitutto coerenza tra le parti, per cui un organismo è un sistema in cui avviene uno scambio di comunicazione controllato da un centro direzionale. Ma parliamo di organicità anche perché una cultura conserva la memoria dei suoi stati precedenti.
Analogamente a quanto accade a un organismo che conserva, in qualche misura, la memoria delle fasi precedenti della propria vita.
La memoria non è necessariamente registrata per iscritto: ci sono, lo sappiamo benissimo, culture che conservano la memoria di sé senza avere mai lasciato scritto qualcosa.
Questa memoria degli stati precedenti viene stabilita mediante i meccanismi della ripetizione, cioè attraverso le ripresentificazione che si verifica tutte le volte che una comunità si riconosce collettivamente in una pratica rituale; immediatamente questa pratica costituisce e istituisce la ripetizione, cioè la memoria della cultura, in una ripetizione però, che si presenta sempre come una realtà nuova, valida in quel momento.
La memoria non è un repertorio totalizzante: ciascuno «conserva» il proprio passato in modo assolutamente selettivo. Ci sono fasi della nostra vita che riemergono, altre che sono perfettamente cancellate; ci sono inoltre ricordi del nostro immediato e più lontano passato che assumono la caratteristica della esemplarità. Qualcosa che emerge dalla nostra fanciullezza, da qualche altro tempo addietro, «sta per» tutta la situazione a cui apparteneva, sta per un mio atteggiamento nei confronti della vita, sta per una relazione che ho avuto.
Quindi c'è questo carattere di «segnità» del ricordo: ricordare significa ripresentarsi non di tutto quanto è accaduto, ma di elementi di pertinenza che ho conservato come tracce e a cui assegno la caratteristica di «segnità», cioè di «stare per» la totalità a cui appartenevano.
Ricordare significa assegnare valori. Ma ricordare non è un fenomeno che riguarda soltanto il lontano passato; c'è una memoria, come insegna la biologia, lontana e c'è una memoria recente. Quest'ultima riguarda anche gli atti che adesso stiamo compiendo, questa lettura, le azioni che si sono svolte qualche minuto fa e che si imprimono nella nostra mente con questo carattere della segnità, cioè della traccia. Se è vero che una cultura è comparabile a un organismo così caratterizzato, i valori dell'attualità discendono da una serie di operazioni memoriali che consistono nel rimuovere, nell'allontanare, nel distinguersi da, nella cancellazione di qualche cosa che non si vuole più per il presente. Dalla sua tensione continua, dal suo movimento dipende la permanenza nel tempo della identità della cultura.
In realtà, esiste una forma di continuità con il passato che non è da considerare come un'adesione alla tradizione in modo meccanico; il passato viene attivato nel presente come qualcosa che può salvare le contraddizioni attuali. Che poi ci siano meccanismi di continuità e di discontinuità, ciò non toglie che la cultura consista in un dispositivo di integrazione dell'individuo all'interno di una massa sociale.

L'ARTE DEL DIALOGO E IL SILENZIO DI BABELE: EDUCARE A COMUNICARE

L'ambito delle riflessioni si allarga ora ad alcune veloci annotazioni educative, attente quindi al rapporto giovani-adulti, nell'ambito del discorso fatto a proposito di cultura e comunicazione.
Il processo educativo non può infatti esimersi dal far capire questi procedimenti; e quindi non può essere né esclusivamente integrativo, come è già stato detto, né può partire dal principio di obliterare il passato.
Quello che si avverte attualmente in modo abbastanza diffuso sono forme di disgregazione della cultura intesa in modo sistematico, forme che possono discendere da due ordini di fattori ben distinti fra loro. O una crisi dei meccanismi di trasmissione del sapere (cioè una crisi dei meccanismi di informazione all'interno di una cultura), oppure una crisi (in realtà un mutamento) dei «valori».
I due punti sono distinti in modo abbastanza chiaro: da un lato sono problemi che riguardano la comunicazione, dall'altro sono problemi che riguardano la cultura (da un lato sono problemi che riguardano la parole, dall'altro sono problemi che riguardano la langue).
L'analisi della situazione e la proposta educativa dovranno essere condotte tenendo ferma la distinzione tra problemi relativi ai meccanismi di trasmissione dell'informazione e problemi relativi ai meccanismi di strutturazione dei valori all'interno della cultura.

Comunicazione come attivazione di un sistema di intercomprensione

Partiamo dal principio che la comunicazione non consiste in un riversamento della informazione da un serbatoio a un altro: il modello della comunicazione non è un modello idraulico di «vasi comunicanti»: ogni rapporto pone invece a confronto due sistemi di valori e due sistemi comunicativi.
Tanto a partire dalla comunicazione che si svolge tra due persone; quanto a partire dalla pseudo-comunicazione che si svolge tra la «scatola nera» della televisione e il pubblico che ascolta, il problema è sempre quello: non di riversare l'informazione, ma di creare un'area di intersezione tra mittente e destinatario.
La comunicazione rientra nella dinamica fra l'«intenzione» primaria e quella secondaria; l'intenzione primaria è quella che il produttore di messaggi ha voluto determinare nel destinatario, l'intenzione secondaria è fondata sul riconoscimento da parte del destinatario di quell'intenzione primaria che diventerà per lui «una ragione per aderire all'intenzione primaria del mittente».
In altri termini noi riceviamo informazione dall'esterno e la interpretiamo indipendentemente da una precisa volontà di volerla leggere e indipendentemente dal volerla più o meno accettare. Secondo Feyerabend, la percezione degli accadimenti non dipende soltanto dalla nostra organizzazione biologica, ma anche dalle idee che impariamo o inventiamo nel corso della vita. Quanto riceviamo dal mondo
esterno è soltanto una traccia, molto spesso vaga e indefinita; la percezione è il risultato della reazione di tutto il nostro organismo a queste tracce, reazione in cui giocano un ruolo importantissimo la conoscenza acquisita, le credenze, le condizioni emotive del ricevente, come pure i suoi timori e le sue aspettative.
Ammettendo che mittente e destinatario non «posseggano la stessa lingua» (Lotman) non si fa che ribadire che si tratta della attivazione di un sistema di intercomprensione comune a mittente e destinatario, luogo del patto comunicativo fra gli utenti del discorso.
Si potrebbe rappresentare graficamente questa proposta con due figure:

1983-6

Con queste due figure intendo anche reagire contro un modello di comunicazione inteso come trasfrimento di «informazione meccanica». La comunicazione va piuttosto vista come processo di «avvicinamento» che deve tener conto delle distanze e delle differenze tra mittente e destinatario.
Evidentemente, nell'avvicinamento, i due soggetti, nel nostro caso adulto e giovane, mettono in atto dei meccanismi di autoregolazione. Ma non si tratta affatto dei meccanismi che esistono tra due macchine, ma di meccanismi di autoregolazione in presenza, come vedremo, di un «progetto comune».
La scorrettezza, l'inadeguatezza, l'errore sono fattori ineliminabili di ogni meccanismo comunicativo e non ci si deve illudere che possano non esistere forme di deviazione. Queste infatti sono insite nel meccanismo stesso di trasmissione dell'informazione che ha a che fare, per sua natura, con fenomeni di traduzione e quindi di imperfetta corrispondenza fra intenzioni e aspettative (rispettivamente, del mittente e del destinatario).
Potrà quindi avvenire che il mittente si proponga di comunicare qualcosa, ma che il destinatario lo intenda in un modo diverso rispetto a quello che era nelle intenzioni del mittente; e può accadere che il destinatario riesca a individuare quello che il mittente voleva dire, pur espresso in modo scorretto e poco preciso.
Ci sono delle forme di aggiustamento continuo fra mittente e destinatario; l'operazione del comunicare costituisce un lavoro vero e proprio, una pratica che soggiace alle regole di ogni azione, anche quella di essere esposta al rischio del fallimento.

Arte del dialogo come disponibilità a comunicare

La creazione del sistema di intercomprensione fa parte del gioco comunicativo; non è qualcosa di predeterminato, può anche dipendere da una sorta di aggiustamento delle componenti dell'atto di comunicazione.
Ecco quindi che comunicare significa in sostanza essere disposti a comunicare; una cultura si perpetua finché comunica. La cultura non esiste in quanto tale se manca comunicazione.
Diventa un problema da valutare con attenzione quello di cui si parlava qualche anno fa, quello della incomunicabilità: è una situazione che si verifica quando sono a confronto valori incomparabili o quando sono a confronto sistemi di trasmissione dell'informazione tra loro non adattati?
Certo, quando ogni mutuo sforzo interpretativo viene a mancare, cessa la comunicazione: anche due persone che appartengono alla stessa classe sociale, che hanno avuto la stessa educazione, che hanno avuto esperienze comuni, possono non comunicare, illudendosi di comunicare solamente in quanto c'è stata un'esperienza comune. Essi possono dare per scontato o inutile lo sforzo interpretativo di porsi in linea l'uno con l'altro; manca ad essi quello che - al pari di Lotman - Michail Bachtin aveva indicato circa mezzo secolo fa come «arte del dialogo».

Riconoscere i momenti in cui la cultura si descrive

C'è un aspetto ancora che vorrei toccare ed è quello di distinguere e di sapere riconoscere all'interno di una cultura i momenti in cui essa descrive se stessa. Ci sono forme comunicative in cui gli attori in gioco non sono dei singoli individui, o parti sociali, o gruppi, ma è la comunità, è la cultura nel suo complesso, è la società che parla a se stessa, che «dialoga» internamente. Queste sono le forme di riflessione di una cultura che «avendo raggiunto un a certa maturità strutturale sente la necessità di autodescriversi» (Lotman).
Ci sono dei momenti, delle fasi dei testi, nella comunicazione di massa soprattutto, in cui possiamo riconoscere che il dialogo tra i personaggi è fittizio; c'è un dialogo tra individui, ma in realtà chi parla è la cultura, è la società nel suo complesso: ad essa, nel contempo, è indirizzato il discorso.
I fenomeni di autodescrizione sono relativi all'identità. La cultura descrive se stessa, ma anche il gruppo descrive se stesso. Ci sono dei momenti in cui, per esempio, il condividere una determinata situazione fa scaturire l'esigenza di descrivere il proprio gruppo, attraverso la descrizione della situazione.
Parlando, molte volte, si verifica questo fenomeno per cui non si sta parlando di qualche cosa, ma si sta parlando del fatto di «essere insieme a parlare», anche se in realtà l'oggetto del nostro discorso può essere - non so - la partita di calcio, una situazione sentimentale o una difficoltà di lavoro. Sono tutte forme comunicative che partono da un evento apparentemente circoscritto, ma che inevitabilmente portano a una considerazione globale del mondo in cui è attivato quel discorso.

La «polifonia» dei sistemi di comunicazione

Ha scritto Lotman che «la memoria non rappresenta una forma di conservazione, quanto piuttosto un meccanismo di modellizzazione attiva e costante, anche se rivolta al passato».
Questa attività di modellazione discende da un gioco di confronto fra i vari mondi individuali. Lo stesso Lotman parla della complessità dei sistemi di comunicazione sociale in un modo che mi sembra assai appropriato rispetto a quello che abbiamo finora trattato: «Se mettiamo uno accanto all'altro, a seconda del loro grado di complessità, i sistemi di comunicazione sociale (dal linguaggio dei cartelli stradali fino alla lingua della poesia), potremo facilmente osservare come l'incremneto della non univocità della decodifica non può essere attribuito soltanto a errori tecnici propri di un certo tipo di comunicazione».
Che cosa significa questo traslocare e questo accrescimento continuo della non univocità, della polivalenza, della pluralità delle decodifiche? Significa che ci sono dei sistemi di comunicazione che sono univoci, come quello dei cartelli stradali che si conoscono o non si conoscono.
Si passa da un sistema univoco a sistemi molto complessi, come sono quelli della poesia, che si prestano invece ad essere interpretati in modo diversificato.
Allora questo accrescimento ermeneutico che danno i codici, a partire dal cartello stradale in cui il livello è zero o molto prossimo allo zero, fino alla poesia o a forme simili di comunicazione, conduce a forme di polifonia.
La polifonia non è però necessariamente una indeterminatezza, perché c'è un referente concreto che è quella poesia, che è quel testo; ma l'impressione della indeterminatezza nasce proprio da questa polifonia, da questa dialogicità che il testo istituisce nei nostri confronti.
Il testo-poesia è strutturalmente disponibile ad istituire questa dialogicità, mentre il testo-cartello stradale non è disponibile, perché il suo sistema è quello di un trasferimento meccanico di informazioni.
Ogni comportamento nuovo va valutato alla luce di un «progetto» evolutivo
Ritorno alla riflessione appena accennata attorno al «progetto comune» per evidenziare come, ad esempio nella comunicazione intergenerazionale, valutare i nuovi comportamenti. Come, in altre parole, valutare i comportamenti dei giovani.
Il comportamento nuovo e diverso che si riscontra nella cultura può essere valutato nell'ambito della maturazione e del cambiamento del sistema.
La «non correttezza» non discende da una applicazione meccanica della regola esistente, ma nasce dal meccanismo di previsione, di progettualità. Quindi non si può valutare la correttezza di un comportamento se manca un progetto o qualunque idea di evoluzione di quello che un comportamento nuovo può provocare.
Tutte le volte che si valuta il comportamento giovanile, ciò deve avvenire alla luce di un progetto evolutivo e non solo rispetto a ciò che la cultura ha repertoriato e riconosciuto fino a quel momento.
In mancanza di questo progetto, in una terra di nessuno, non c'è comunicazione. Ora la distanza giovani-adulti è riducibile solo in presenza di un progetto comune, solo se esiste cioè l'intenzione di costruire qualcosa insieme.
Certo, è difficile parlare di progetto nel contesto attuale.
Sentiamo però che la responsabilità come tale è una responsabilità collettiva. E lo sentiamo maggiormente in questo periodo in cui certi fatti che capitano sembrano separarci da ciò a cui apparteniamo, sembrano stabilire una enorme distanza fra quello che accade e la nostra coscienza.

Dialogo e monologo della cultura

Si potrebbe chiudere questa parte accennando al dialogo e al monologo.
È vero che possiamo distinguere una comunicazione monologica da una comunicazione dialogica; possiamo dire, cioè, che un contesto letterario, una situazione interpersonale di qualunque tipo essa sia, può essere fondato sulla dialogicità o sulla monologicità.
Dicevo prima delle due persone che credono di parlarsi e che in realtà non si parlano; tante volte si può credere di dialogare, in realtà si è prigionieri di un monologo, cioè all'interno di una monolingua, quella dell'io che parla.
Viceversa talvolta si può credere di essere in un pieno monologo, pensate a uno scrittore che prende appunti sulla propria esperienza, pensate alla persona che semplicemente traccia linee sul proprio diario, pensate all'operazione stessa del ricordo e all'operazione della critica di chi si chiede se quello che ha appena fatto è stato corretto o non corretto, adeguato o non adeguato ad un suo progetto. In quel caso siamo di fronte a un dialogo anche se il locutore è uno; siamo di fronte ad un dialogo svolto internamente, per cui il soggetto moltiplica le sue posizioni discorsive.

Il «dialogo interiore»

A partire da Platone la ricerca della verità viene fondata sul dialogo. Il filosofo Ernst Cassirer, in una sua comunicazione del 1942 ha confermato nel discorso filosofico una osservazione che si faceva allora in ambito semiologico da parte di Bachtin: quella della cultura che nasce come dialogicità, dell'identità che nasce come dialogo, e che questo dialogo può essere anche un dialogo interiore:
«Anche il solo pensiero è, come dice Platone, "un dialogo dell'anima con se stessa". Per quanto paradossale possa suonare, si può dire che nel monologo prevalga la funzione della divisione, nel dialogo quella della riunificazione. Il "dialogo dell'anima con se stessa" non è infatti possibile senza che in esso l'anima in qualche modo si divida. Deve assumersi essa il compito di ascoltare, di interrogare, di rispondere... (E, citando Vossler) Il vero portatore e creatore del dialogo è... sempre e soltanto un'unica persona che si distingue in due o più ruoli o sotto-persone».

Il ruolo dei giovani nel sostenere il dialogo dentro la cultura

Ogni identità riflette su se stessa sotto forma di dialogo e ciò deve valere anche per la cultura considerata come persona. Se non possiamo accettare la conclusione di Cassirer (l'«elemento culturale... consiste nel separare quello che è unito per potere grazie a ciò unire più sicuramente quello che è separato»), perché crediamo che oggi non sia il momento di procedere a sintesi definitive, dobbiamo invece tornare a riflettere sulla necessità della tensione interna ad ogni realtà comunicativa, ad ogni strumento e espressione istituzionale del sapere e dell'educare: i giovani ci parlano di un mondo in cui la sintesi è continuamente rinviata perché il dialogo continui e perché la certezza non sia la misera certezza del monologo, il silenzio di Babele.

CONCLUSIONE: CONSERVAZIONE E MUTAMENTO NELLA CULTURA

Che cosa significa in conclusione, nell'ambito complesso di una cultura, il comunicare?
Abbiamo considerato una cultura come se fosse un individuo: vivere significa comunicare dialogicamente, e ciò vale anche per la cultura.
Le «due parti» in cui si divide teoricamente ogni comunicazione, emittente e destinatario, si trovano congiunte nelle forme di autocomunicazione.
In tali casi la cultura descrive se stessa, tende a presentarsi come un meccanismo unitario, generatore di testi. Se è vero dunque che la cultura è un dispositivo di grande complessità che mira a distribuire informazione al suo interno, vale a dire a formulare nei diversi linguaggi (parole, gesti, comportamenti...) tutta una serie di produzioni discorsive, è pur vero che ogni cultura mantiene e controlla la propria identità differenziandosi e opponendosi ad altre culture.
Da una parte, dunque, si ha la tendenza al mutamento, dall'altra quella alla conservazione.
Nel primo caso la cultura mira, secondo Lotman, all'espressione,. nel secondo è orientata verso la grammatica, la normativa, esprime testi che guardano alla regolamentazione, al contenuto. Le regole possono essere trasmesse per iscritto, oralmente oppure mediante il comportamento. Gli aspetti creativi, trasformativi caratterizzano i testi del primo tipo, gli aspetti normativi, disciplinari caratterizzano i testi del secondo tipo.
Riconosciamo che in ogni cultura, come in ogni testo, le due tendenze sono ambedue necessarie, anche se di volta in volta si accentua una soltanto delle due.
Pensiamo alla costituzione di una attività di gioco: la fase regolamentare precede il gioco stesso, ma in qualche modo ne fa già parte. I ragazzi stabiliscono un «testo» normativo da tutti condiviso, ma l'azione stessa del gioco (fase espressiva) comporta la rettifica di regole precedenti, l'insorgere della necessità di nuove precisazioni. Ecco ripetersi la dinamica di langue (tendenza all'«ordine») e parole (tendenza al «disordine»).
Ogni cultura, ogni produzione testuale può orientarsi, a seconda delle necessità contingenti o dei caratteri del momento storico, verso l'una o l'altra modalità: da un lato promuove, rielaborando il patrimonio del passato, valori consolidati dalle tradizioni, dall'altro fa emergere, mediante la dialogicità tra le diverse posizioni, processi di trasformazione del mondo. Analogamente a quanto avviene nella lingua, necessariamente consolidata e rinnovata dagli atti di parole.