Giovani e scuola

Paolo Danuvola

(NPG 1984-08-36)


Nell'attesa della riforma alcune indicazioni per ridare significato ad un mondo che occupa una gran parte dello spazio e del tempo nella vita dei giovani.

Ricordo di aver preparato - una decima di anni fa un gruppo di studenti - un fascicoletto dal titolo «Aspettando impazienti la riforma». Forse oggi, per diversi docenti motivati, all'impazienza è subentrata un'attesa logorante. E per gli studenti?
Certi gli studenti di dieci anni fa ora lavorano o stanno concludendo gli studi universitari. Gli studenti superiori attuali sono diversi - prima come giovani che come studenti - e mostrano un atteggiamento più distaccato, talvolta un po' introverso, anche se non privo di elementi di ripresa.
Questi studenti sembrano a prima vista vaccinati (e quindi poco reattivi) di fronte al politico, certo al partitico; quasi paurosi di fronte all'innovazione... dato che una inconsapevole memoria storica ricorda loro come molte sperimentazioni si siano perse per inciampo nello spontaneismo.
Gli studenti paiono un po' ripiegati su se stessi, alla ricerca forse di una prospettiva e di una fiducia che gli adulti, o gli stessi loro predecessori (ma con minor responsabilità), non hanno saputo dare. Certo risentono della crisi della militanza che attraverso la società: il sindacato, i movimenti, i gruppi spontanei.
Personalmente credo che questo «riflusso» nasconda il bisogno concreto di ridare senso e significato alla propria vita ed al mondo che li circonda.
Consumare o fare cultura? È fin troppo facile rispondere al quesito in modo astratto ed intellettuale: chi non sceglierebbe - almeno a parole - per il fare cultura? E questo perché «consumarla» è per definizione passività, mentre «farla» è protagonismo.
Più difficile è praticamente concretamente un processo culturale perché «fare cultura» implica impegno, onestà intellettuale, coerenza fra affermazioni e comportamenti, conoscenza della realtà, volontà di migliorare continuamente.
Esistono delle difficoltà oggettive perché i giovani possano fare cultura. Ne indicherei alcune.
Anzitutto un contesto pseudo culturale che tende a proporre l'immagine prima della realtà, L'effimero piuttosto del sostanziale, la superficialità al posto dell'approfondimento (basta leggere i quotidiani).
In secondo luogo la rinuncia ad un ruolo effettivamente educativo da parte di una fascia di adulti-giovani (i quarantenni per intenderci) che avendo vissuto sulla propria pelle la crisi dei valori, e disorientata e smarrita, spesso agnostica.
E ancora, nel campo più strettamente scolastico, oltre alla non indifferente lentezza ed ambiguità legislativa, gioca un ruolo negativo l'emergere di nuove povertà (non primariamente economiche), quali:
- all'uguaglianza formale (vestiti, alimentazione, strumenti didattici) non corrisponde un'uguaglianza sostanziale (conoscenze, capacità critica, livello di comunicazione):
- all'obiettivo dell'egualitarismo (giusto quando fosse sostanziale) si è risposto con l'appiattimento al basso, piuttosto che con una molteplicità di opportunità educative;
- le rivendicazioni degli insegnanti si presentano più come spinte corporative che come istanze di rinnovamento.
L'attesa giovanile ridotta a speranza che solo altri trovino soluzioni ai problemi, sarebbe illusoria e deviante. Occorre che ognuno guardi dentro di sé, per la parte che lo riguarda.
Anche il rapporto con le strutture chiede di essere rivisto: alla giusta rivendicazione si è sovrapposta la tendenza a considerarle come il toccasana di ogni problema. Occorre invece riequilibrare il rapporto fra personale e politico, fra privato e pubblico, fra singolo e istituzione, fra individualità e comunità.
Per passare dalla marginalità al protagonismo non c'è una ricetta per tutte le stagioni, c'è l'indicazione di una strada percorribile ma caratterizzata dalla responsabilità personale, dalla fiducia, dall'ottimismo e - perché no? - dalla speranza cristiana, e dalla volontà di impegno confortato dalla solidarietà.
Per evitare ambiguità e facili illusioni credo occorra dirsi che non vi è cambiamento senza conoscenza (impegno, studio) e che non vi è cambiamento senza iniziativa personale (sporcarsi le mani).
Dopo alcuni anni di comprensibile agnosticismo - espresso dall'affermata impossibilità di conoscere, dall'indifferenza, dall'apatia, come difesa dall'esasperazione precedente del «tutto è politica» - si può finalmente affermare che esistono significativi segni di ripresa di interesse, di volontà di capire, di ricerca di significato, che sono le premesse perché si riavvii un serio processo culturale, che non tarderà a portare i suoi frutti.