Giovani '80

Angelo Turchini

(NPG 1984-01-23)

 

Giovane è ambiguo: diventa reale ciò che viene desiderato e imitato; giovane è effimero: ma un effimero che permette di identificarsi e ritrovarsi.

Se hai sete bevi una Seven-up, una Cola o una Sprite. Acqua? Giammai, grazie. I fragili prodotti del consumismo stanno male privati dell'etichetta del conformismo sociale sempre più dominante. Cambiano mode, cambia pelle, un fondo di insicurezza inquieta agita il proprio io.
L'abito è bello e luccicante, piace all'amica, piace a me, mi sta proprio bene? La ricerca fa i conti con i pochi (o tanti) comunque disprezzati ma usatissimi soldi passati da casa o con quelli (mai abbastanza) guadagnati d'estate o con piccoli servizi. La canzone No tengo dinero! dei fratelli Righera è sempre attuale. Vestirsi è un dovere sociale di apparire, talora coincide con il proprio essere. La prova (e poi il possesso) dell'abito sorretta da motivazioni estetiche, ideali, ideologiche è un atto rilevante. In quel momento è un gesto significante e significativo che proietta in un presente astorico privo di precarietà. La moda che cambia è sempre nuova, è sempre attuale. Gli abiti di qualche anno fa sono parte di una preistoria lontanissima, paragonabile al pleistocene (ammesso che si sappia cos'è).
Guardiamo i piccoli gruppi divisi in bande (per inciso una realtà in espansione che sta occupando molti spazi giovanili). Punk anarchici e impegnati, punk e basta, mods, rockabilly, ska, new romantic, rockers, metallari, tamarri, cittadini di Naon, Hooliganis, boys della tifoseria, piedi a rotelle, burgyni, armanboys, aerobici e così via: si è passati rapidamente da una moda spettacolare d'accatto anglosassone o made in USA, da cui viene riproposta con I ragazzi della 56a strada di F.F. Coppola, ad una realtà corposa che cerca il centro città come quartiere vivibile, ricco di ritrovi, locali, luci, vetrine, bar alla moda, cinema, passeggio e soprattutto musica e shopping da vedere.
L'esasperazione, il modo volutamente provocatorio del vestire indica l'incertezza della condizione futura, il tentativo di darsi una personalità a tentoni, Mancano punti di riferimento - tutti privi di valore quelli istituzionali, si salvano solo quelli privati, intimi, soggettivi - ognuno è un bricolage, un mosaico di colori esasperati, di mascheramenti provocatori. Tasselli variopinti appiattiti sull'oggi, con domande sul futuro, con radici assolutamente nulle (se il paragone si fa con quello dei padri e delle madri), con un humus ricchissimo (se il paragone si fa con la pubblicità e la musica della pastina Buitoni di cui sono ripieni). Gruppi sparsi per locali, piazze, sale-giochi, discoteche, «covi» vari dove ritrovarsi e riconoscersi in esibizionismi apparentemente demenziali.
In realtà gruppi di generazioni diverse che chiedono udienza come sanno e come possono.
Esistono lunghezze d'onda, distanze diverse anche da un anno all'altro, come culture lontane mille miglia, anche se omologate di fronte a Sapore di mare, a Flashdance, a Staying Alive e prima ancora di fronte al Tempo delle mele (anni luce fa). Eppure esiste il riconoscimento della separazione con gli «altri», i «vecchi», non i grandi. Ad una radio locale una ragazza di 15 anni, in un momento di solitudine, bidonata dalle amiche che erano andate al cinema senza passare a prenderla, lasciandola sola a casa la sera, si sfogava: eppure sono grande, dove l'autodefinizione implicava molto di più del semplice enunciato. Il suo ex-ragazzo, di 22 anni, era «vecchio».
Il tempo è divenuto una variabile soggettiva. Il tempo è presente o non è, la stessa storia vissuta ieri è proiettata lontano negli abissi siderali del tempo.
Giovane è contiguo, non solo nell'abbigliamento, ma anche nel desiderio di osare nella paura di rischiare, nell'essere come apparenza e nell'apparenza di essere, vale a dire nel fare spettacolo per affermare la propria esistenza (oltre l'abito, basta un colpo di telefono alla propria radio preferita).
Giovane è ambiguo. Cosa è la realtà. La realtà che si confonde con la realtà che non è. Per realtà passa e si considera l'immagine che verrà poi imitata e desiderata, in un costante tentativo di adeguamento ad una realtà vera perchè presentata dalla TV e dai mass-media, eppure difficilmente riproducibile ed appropriabile (se non per pallida, lontana imitazione).
Lo spazio che separa realtà e non realtà si è ridotto quasi a zero. Conta l'apparenza vera in quanto prodotta e visibile, il linguaggio disarticolato verso il nuovo analfabetismo della scrittura e articolato nella ripetizione gestuale, a tic dei videogames musicali (da cambiare ogni tre mesi, se no diventano vecchi), un insopprimibile bisogno di comunicare, magari con la macchinetta oggetto di mediazione o col motorino bardato, modello esposizione da rodeo.
L'effimero è vitale, il fluire vitale del momento coincide con la pienezza dell'essere qui e ora. Il tempo è un immutabile presente, senza passato. Chi ha passato, è passato, è vecchio (insieme c'è una punta
di disprezzo, ma anche di invidia, perchè ha qualcosa che non si ha, ma di cui in fondo non importa granchè o punto). Un misto d'indifferenza va a braccetto con un po' sofferenza quando ciò che è dovuto non si ha o non viene dato, che è lo stesso. L'effimero è anche ricerca di piacere. Contro tutto ciò che può turbare la sicurezza e si impone come segno di morte futura (le armi, i missili) rispetto alla quale l'oggi è già passato. Con nuovi livelli estetico-narcisisti in favore di ciò che si desidera, fisicamente, col corpo e che si può trovare in vetrina (al grande magazzino, per strada, in TV). E tra l'oggetto esposto e il soggetto che guarda si tende all'identificazione, allo scambio, al rispecchia-mento. Mi piaci perchè mi piaccio. Mi distinguo grazie alla cosmesi, all'abito, proponendomi ad esempio un futuro di morte.
Scegliere è difficile, ma in questo caso è più facile. Ne va di mezzo la mia vita, la mia apparenza. E al diavolo la politica!