Il senso e i sensi dell’educare /4

Mariella Mentasti

(NPG 2011-04-57)


Un signore di Scandicci
buttava le castagne
e mangiava i ricci.
Un suo amico di Lastra a Signa
buttava i pinoli
e mangiava la pigna.
Un suo cugino di Prato
mangiava la carta stagnola
e buttava il cioccolato.
Tanta gente non lo sa
e dunque non se ne cruccia:
la vita la butta via
e mangia soltanto la buccia.
(Gianni Rodari)

Elvira e la cioccolata

Elvira aveva vent’anni. Da un paio d’anni, da quando, cioè, era uscita dalla comunità dove era vissuta fin dall’infanzia, abitava nella parte più antica del quartiere – case vecchie e spesso fatiscenti ma piene di vita vissuta. In oratorio, tuttavia, la si conosceva da molto tempo perché frequentava fin da bambina iI Centro d’Aggregazione. I suoi fratelli, più grandi di lei, vivevano nella zona, perciò, all’uscita dalla comunità, si era trasferita da loro.
Elvira era una ragazza simpatica e aperta, con lei si stava volentieri perché era schietta ma non sfacciata, immediata ma non impulsiva, semplice ma spesso arguta nelle sue osservazioni. Di sé diceva: “io sono come una tavoletta di cioccolata fondente: buona per qualcuno, troppo amara per qualcun altro. Forse è la vita che mi ha reso così … a me, però, la cioccolata nera piace molto!”. E intanto la sua presenza, amara o dolce che fosse, riempiva i nostri pomeriggi profumandoli di buon umore.
Per Elvira l’affetto dei fratelli era tutto: il padre non sapeva chi fosse, della madre avrebbe voluto ricordare qualcosa di bello ma non ci riusciva.
I tre vivevano uniti nel loro stretto mondo familiare ancorandosi a un’immagine ideale di famiglia cui volevano credere a tutti i costi e alla quale, giorno per giorno, cercavano di aggiungere colore e sapore.
Paolo e Walter, tuttavia, nella loro affannosa e ostinata ricerca di felicità, non erano riusciti a gustare il sapore vero della vita e, a distanza di due mesi, erano morti, l’uno di AIDS, l’altro suicida.
L’ombra nera di un dolore immenso, di una solitudine scagliata contro un’anima ancora troppo fragile, gettarono Elvira nelle sabbie mobili del male di vivere: niente riusciva più a smuoverla da un torpore che le chiudeva giorno per giorno bocca e orecchie, le tagliava le gambe, le rubava il pensiero e la preghiera. A nulla valsero le nostre visite, sempre più frequenti, seppur piene di cioccolata fondente, di calore e di rispetto per la sua sofferenza. La sua vita era sbriciolata, era come un pugno di farina nella tormenta di dolore, inghiottita dal vortice di un pianto senza fine. Mancava il senso, mancava la speranza. Tutte le nostre conoscenze di psicologia, pedagogia, filosofia ci lasciavano impotenti: il nostro sapere non riusciva a dare sapore alla sua vita, non era sale, era insipido nutrimento che lei rifiutava.
Forse le stavamo offrendo solo la buccia della vita.
Passò un mese e il dolore assunse le sembianze dell’apatia, dell’indifferenza, del disinteresse alla propria e all’altrui vita. Era un lento suicidio, un’inappetenza fisica e sociale che l’avrebbe portata alla fine.
Finché un giorno, durante una delle nostre ormai desolanti visite, irruppe in casa Maura, un quarantenne transessuale dall’aspetto materno.
Maura e i suoi amici vivevano nel quartiere: erano la vecchia compagnia dei fratelli, la loro era un’esistenza al limite: della legalità, dell’appartenenza sessuale, della vita sociale. Erano le “fate ignoranti”[1] cui la vita ha insegnato che le “buone maniere” non sono sempre “buone”, che coraggio e pazienza non sono parole antitetiche, che nelle situazioni bisogna immergersi, sentirne il sapore amaro e gustare i fugaci momenti di dolcezza.
Maura prese Elvira per un braccio, la fece alzare e, con tono che non lasciava spazio a repliche, le disse: “Ora fai fagotto e vieni a stare a casa mia, qui ci muori e non voglio perdere anche te. Almeno tu ti devi salvare.”
Maura era cuoca: la sua casa era il luogo dell’incontro e dello scontro, del conflitto e della convivialità, delle offese più taglienti e dei gesti di squisita solidarietà. Entrare in casa sua significava scegliere di acchiappare la vita, magari per il lembo del mantello, ma tenerla stretta per potersene avvolgere. Entrare in casa sua era come assaporare cibi dal gusto intenso, non sempre graditissimi ma dal sapore indimenticabile.
“C’era una volta un principe, che del cioccolato fece un idolo. Egli viveva nel cioccolato, anziché mangiarlo. Il problema è che il cioccolato, se non lo si mangia si squaglia come neve al sole. (…) Il cioccolato non è bontà monodirezionale: occorre mangiarlo, farne esperienza, entrarci in comunione.”[2]
Maura non era stata a guardare cercando di risolvere il problema dall’esterno, Maura era riuscita ad attraversare il dolore dell’amica, a sentirne tutto il sapore di erbe amare e fiele. Ed era riuscita a trasformare questo sapore in sapere dell’esperienza. Maura aveva capito che bisognava entrare in comunione con Elvira, accoglierla nella casa e nella vita e farle gustare la bellezza della prossimità e della solidarietà.
“Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti”.[3] Quella fata ignorante negli effimeri giudizi della gente, divenne fata sapiente agli occhi giusti di Dio, perché la sua sapienza del cuore aveva trapassato l’orizzonte del dolore per riportare alla vita chi era perduto.
“Ascolta. Nessuno sa come fare a scappare dal buio. Ma possiamo provare. Possiamo accendere una candela o masticare un petalo di fiore – disse Beniamino tenendo un grumo di petali tra i pollice e l’indice, alzandoli come un calice a proporre un brindisi”.[4]

Il “sapore” di Dio

Gustate e vedete quanto è buono il Signore.[5]
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.[6]
“Voi siete il sale della terra; ora, se il sale diviene insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non ad esser gettato via e calpestato dagli uomini”.[7]
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.[8]
“Lo riconobbero nello spezzare il pane”.[9]

Per dare sapore alla vita bisogna immergersi

Elvira aveva trovato il sapore della sua vita nel cioccolato fondente: sapore forte, deciso, duraturo, “adulto”. Aveva bisogno di sentirle, le cose, di assaporarle; il suo desiderio di conoscenza della vita, degli altri, dei sentimenti, delle relazioni rivendicava azioni forti, coinvolgenti, intense. Le parole, per Elvira, erano fatti, erano carne di cui potersi cibare per comprendere se stessa e il mondo, dall’interno, in profonda com-unione.
La Parola si fece carne e si immerse nella vita: questo Maura lo sapeva bene, aveva capito che la riconciliazione tra Elvira e il mondo doveva passare dall’interno, per nutrirla e rigenerare il desiderio di vita. Le nostre parole non erano cibo per lei, non poteva gustarle, con Maura e i suoi amici Elvira ha invece potuto spezzare il pane e, in quest’atto, ha condiviso profondamente e intimamente il suo pianto, la sua sofferenza, la sua solitudine convertendoli in cibo di vita.
Educare con “gusto” significa vivere i propri rapporti nella dimensione del “sapore” e non solo del sapere: sapori forti, forse non sempre o non per tutti gradevoli ma che costringono a un pensiero, rimangono nella memoria, generano cambiamento; sapori delicati e raffinati, dove i corpi e gli animi sono fragili; sapori scelti appositamente per l’altro, che ha altri gusti e altra cultura; sapori presentati con gusto, perché il bello dà gioia e la gioia porta al bene; sapori che richiedono preparazione e tempo perché la pazienza consente la riflessione e il rispetto.
Educare nel “gusto” significa vivere dentro le situazioni, condividerle fino in fondo, assaporarle, immergersi, spezzarsi. Perché è nell’atto dello spezzare e condividere che il sapore diventa Sapienza del cuore che discerne, svela, salva.


NOTE

[1] Titolo del film di Ozpetek (2001) che traccia un quadro di vita “ai margini” dove tuttavia autenticità e solidarietà toccano nel profondo chi abbia modo di conoscerla.
[2] Dal commento di G. Guzzetti al film “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” (2005).
[3] 1 Corinzi 1, 27.
[4] RICCARELLI U., Comallamore, A. Mondadori, Milano 2009, p. 176.
[5] Salmo 34, 8.
[6] Isaia 58, 6-8.
[7] Luca 6, 13.
[8] Giovanni 6, 51.
[9] Luca 24, 35.