Pagine di misericordia

La misericordia dei poveri

ne «I Malavoglia»

di Giovanni Verga

Maria Rattà


Il romanzo di Giovanni Verga «I Malavoglia» offre molteplici spunti per parlare di misericordia. Una misericordia vissuta, offerta, rifiutata. Ma anche una misericordia negata, o profusa solo per patinare il proprio io di un'etichetta di bontà e religiosità che si scontra poi, in un ritratto dolceamaro della Sicilia ottocentesca, con le convenzioni sociali che imbrigliano gesti e sentimenti in caselle quasi "prefabbricate", che finiscono con l'uccidere finanche le migliori intenzioni dell'uomo.
Le immagini scelte a corredo dell'articolo non sono direttamente legate alla storia narrata dallo scrittore, ma appaiono particolarmente evocative - e in armonia con il testo - per via del titolo o del soggetto su cui esse si focalizzano.

 

UNA FAMIGLIA TRA UTOPIA E REALTÀ

 RenoufHelpingHand
Emile Renouf, La mano tesa o La mano che aiuta (1881)

Giovanni Verga [1] presenta «I Malavoglia» [2] come «lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio» [3].
Storia quanto mai attuale, di una famiglia spaccata tra la visione idealista che di essa ha il vecchio Padron ‘Ntoni (il nonno di casa, per il quale essa è come «le dita della mano» in cui «il dito grosso deve fare da dito grosso, e il dito piccolo da dito piccolo» [4], perché  «per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l'atro» [5]), e la realtà drammatica di un nucleo in cui già sono già presenti - ma ancora silenziosamente serpeggianti - il seme della discordia, la pecora nera, il desiderio del “di più”. Quegli elementi, cioè, che lentamente distruggeranno l’utopica chimera perseguita dal vecchio capostipite, nell’avvicendarsi di disgrazie economiche e umane che intaccheranno indelebilmente l’unità della compagine familiare.

Una storia di speranza, Provvidenza e misericordia

È una storia di speranze mai sopite - quella dei Malavoglia - ma anche di “Provvidenza” attesa (che quasi si materializza nella barca della famiglia, che di nome fa proprio Provvidenza), e pure di misericordia. La misericordia spontanea e verace dei poveri che, pur senza declinarla nel linguaggio biblico o teologico, la vivono e la offrono - dall’inizio alla fine del romanzo - con sfumature intense, capaci di penetrare nel cuore del lettore.
Ma «I Malavoglia» parla anche della misericordia negata, e di quella respinta. La vicenda dei protagonisti diventa così il dramma di alcuni che si intreccia con la risposta positiva, il rifiuto o l’indifferenza di altri, dispiegando in toni suggestivi - eppure quanto mai veritieri -  l’influenza che le convenzioni sociali e gli egoismi personali esercitano (ieri come oggi) sulla capacità di “misericordiare” e di lasciarsi “misericordiare”.
I Malavoglia - che danno il nome al romanzo - sono pescatori di Aci Trezza. Il nomiglionolo loro affibiato risponde alla logica siciliana dell'antifrastico, cioè del soprannome - la cosiddetta 'njuria - dato spesso in antifrasi (al rovescio) rispetto alla realtà. Le prime pagine della narrazione li descrivono infatti come una famiglia tranquilla, onesta e lavoratrice: c’è il nonno - Padron ‘Ntoni - poi suo figlio Bastianazzo con la moglie Maruzza e i loro figli, ‘Ntoni, Alessi, Luca, Mena e Lia. Possiedono una barca, una casa (la casa del nespolo) e nutrono aspettative per il futuro.
Ma proprio a questo punto cominciano ad accendersi le micce che manderanno all’aria la serenità della famiglia. ‘Ntoni parte per il servizio militare. Si lascerà affascinare dalla bella vita soltanto “intravista” con occhio di osservatore superficiale, durante la leva a Napoli; il desiderio di evasione e di ricchezza diventerà il tarlo che lo roderà interiormente, fino a fargli lasciare la casa, poi ritornare e darsi al contrabbando, ferire un brigadiere doganale, scontare la galera. Tutto in una sorta di corsa affannosa verso l’epilogo ultimo, quello della decisione definitiva di non ricongiungersi più ai suoi.

Ma c’è anche un altro evento che si accavalla alle vicende di ‘Ntoni o, meglio, su cui la vicenda personale di 'Ntoni si innesta. Un importante affare (un carico di lupini preso a credito) che avrebbe dovuto assicurare più prosperità alla casa, si trasforma nell’incubo da cui si srotolano una serie di disgrazie per la famiglia dei Malavoglia. Una tempesta manda a monte l’affare, i lupini sono persi, la Provvidenza ne esce fortemente danneggiata e il figlio di Padron Ntoni - Bastianazzo - muore. Assieme a lui perde la vita anche un giovane, figlio di una vicina di casa. Il commercio andato in fumo non solo getta la i  protagonisti nello sconforto per la morte violenta e improvvisa di Bastianazzo, ma origina una marea di debiti che - soprattutto a seguito della dipartita di un altro Malavoglia, Luca, caduto nella Battaglia di Lissa [6] - condurrà Padron ‘Ntoni a perdere la casa e la barca, passando (e con lui anche i nipoti) dall’essere padrone al lavorare a giornata alla dipendenza d’altri. Il dissesto finanziario manderà all'aria le prospettive di matrimonio per Mena e, di conseguenza, per sua sorella Lia e anche per 'Ntoni. Morirà poi la Longa (la vedova di Bastianazzo), Lia si darà alla prostituzione; il vecchio Padron ‘Ntoni finirà i suoi giorni in ospedale, dove si farà portare da alcuni vicini di casa, di nascosto dai nipoti. Incontrerà così la morte lontano dalla famiglia, proprio prima di poter rimettere piede nella casa del nespolo.
Alessi, il più giovane, riuscirà infatti a riacquistare la casa, e si sposerà con Nunziata, la vicina che sempre era rimasta accanto ai Malavoglia. Mena rimarrà con il nuovo nucleo familiare.

Misericordia e indifferenza

È in questa serie di complicati intrecci di vita familiare e sociale che Verga riesce a innestare le sottili trame della misericordia e dell’indifferenza.
Accanto ai Malavoglia si muovono infatti i ricchi e quelli a cui - anche se ricchi non sono - non manca il pane quotidiano: assillati dall’inizio alla fine del romanzo dalla brama di conservare e/o continuare ad accumulare avidamente beni materiali - al pari del Mazzarò verghiano de La roba [7] -; impegnati a speculare sulla vicenda dei protagonisti del romanzo e a guardare con disprezzo il giovane ‘Ntoni scivolare sempre più in basso; affaccendati nel combinare matrimoni con un buon partito allo scopo di risolvere tutti i propri guai. La cupidigia di questi “possessori della roba” impedisce loro di esercitare la misericordia verso il prossimo o rende la compassione e l'altruismo sentimenti "incerti", poco coerenti, intaccati spesso dal  desiderio di mantenere la patina sociale di "persone buone e pie" o scaturiti da un sentimentalismo passeggero.
Sono invece i "veri" poveri che riescono a intonare il canto sommesso della misericordia fino alle ultime pagine del romanzo, pur in mezzo alle tragedie più cupe che li rendono non solo datori ma, prima di tutto, bisognosi essi stessi di misericordia.
Sullo sfondo di questo scenario il giovane ‘Ntoni e la sua famiglia sembrano riproporre la parabola del Padre misericordioso verso il Figliol Prodigo (Lc 15,11-32). Ma ‘Ntoni - diversamente da quanto accade nel Vangelo - non sarà mai un vero Prodigo. Alternerà partenze e ritorni, momenti in cui lascerà che il suo cuore venga toccato dall’amorevole figura del nonno a fasi in cui scalpiterà come un cavallo imbizzarrito; e quando arriverà per lui la guarigione dalla “febbre” dell’evasione e della libertà, sarà troppo tardi. La sua redenzione coinciderà con la sua rinuncia a rioccupare il proprio posto in casa. Soccomberà a quelle convenzioni sociali che etichettano per sempre - e con crudeltà disumana - quanti riaccolgono in casa un povero disgraziato come lui.
Così, nel suo caso, la misericordia come invito a ritornare tra le mura domestiche apparirà come un’offerta gratuita mai accettata fino in fondo, come un’opportunità accarezzata - e per un attimo sperata da entrambe le parti, a dispetto della società - ma mai abbracciata totalmente. La dipartita del ragazzo si concluderà però proprio nel segno della misericordia, ma espressa fondamentalmente con due linguaggi diversi. Gli verrà offerto di rioccupare il proprio posto in famiglia; egli controbatterà con la semplice richiesta del perdono, come a pacificare gli animi con quella parola capace di restaurare, in qualche modo, le relazioni umane nel loro interno, molto più che nelle loro architetture esterne impastate di “regole” e tacite leggi sociali, in cui la misericordia sembra cedere sotto il peso di laterizi insopportabili, mentre essa ne esce invece - nonostante tutto e seppure al di là del classico happy ending - come la vera parola finale sulla storia de «I Malavoglia». 

 

ANTOLOGIA DI BRANI DEL ROMANZO

Fontana dei Malavoglia
Carmelo Mendola, Fontana dei Malavoglia, Catania

Proponiamo ai lettori un piccolo excursus tra le pagine del romanzo. Le citazioni sono estrapolate da Verga, I Malavoglia, Istituto Geografico De Agostini, 1982. 

LA MISERICORDIA NEGATA

Il "terrorismo delle chiacchere" e del giudizio che uccide la misericordia

«La Zuppidda sapeva tutto quello che succedeva in paese e  per  questo  raccontavano  che  andava  tutto  il giorno in giro a piedi scalzi, a far la spia, col pretesto del suo fuso, che lo teneva sempre in aria perché non frullasse sui sassi. Ella diceva sempre la verità come il santo evangelio, questo era il suo vizio, e perciò la gente che non amava sentirsela cantare, l’accusava di essere una lingua d’inferno, di quelle che lasciano la bava. - "Bocca amara sputa fiele"; ed ella ci aveva la bocca amara davvero per quella sua Barbara che non aveva potuto maritare, tanto era superba e sgarbata, e con tutto ciò voleva dargli il figlio di Vittorio Emanuele» (cap. II, pp. 21-22).

«Mastro Cirino ha un bel suonare la messa; ma i Malavoglia non ci vanno oggi in chiesa; sono in collera con Domeneddio, per quel carico di lupini che ci hanno in mare» (cap. III, p. 33).

«La Zuppidda, lì vicino, abburattava avemarie, seduta sulle calcagna, e saettava occhiatacce di qua e di là, che pareva ce l’avesse con tutto il paese, e a quelli che volevano sentirla ripeteva: - Comare la Longa non ci viene in chiesa, eppure ci ha il marito in mare con questo tempaccio! Poi non bisogna stare a cercare perché il Signore ci castiga! - Persino la madre di Menico stava in chiesa, sebbene non sapesse far altro che veder volare le mosche!
- Bisogna pregare anche pei peccatori; rispondeva la Santuzza; le anime buone ci sono per questo.
- Sì, come se ne sta pregando la Mangiacarrubbe, col naso dentro la mantellina, e Dio sa che peccatacci fa fare ai giovanotti» (cap. III, pp. 34-35).

Josef Israels-Aspettando il ritorno del pescatore Collezione privataJozef Israël, In attesa del ritorno del pescatore

«La casa dei Malavoglia era sempre stata una delle prime a Trezza; ma adesso colla morte di Bastianazzo, e ‘Ntoni soldato, e Mena da maritare, e tutti quei mangiapane pei piedi, era una casa che faceva acqua da tutte le parti.
Infine cosa poteva valere la casa? Ognuno allungava il collo sul muro dell’orto, e ci dava una occhiata, per stimarla così a colpo. Don Silvestro sapeva meglio di ogni altro come andassero le cose, perché le carte le aveva lui, alla segreteria di Aci Castello.
- Volete scommettere dodici tarì che non è tutt’oro quello che luccica, andava dicendo; e mostrava ad ognuno il pezzo da cinque lire nuovo. Ei sapeva che sulla casa c’era un censo di cinque tarì all’anno. Allora si misero a fare il conto sulle dita di quel che avrebbe potuto vendersi la casa, coll’orto, e tutto.
- Né la casa né la barca si possono vendere perché ci è su la dote di Maruzza, diceva qualchedun altro, e la gente si scaldava tanto che potevano udirli dalla camera dove stavano a piangere il morto. - Sicuro! lasciò andare alfine don Silvestro come una bomba; c’è l’ipoteca dotale. Padron Cipolla, il quale aveva scambiato qualche parola con padron ‘Ntoni per maritare Mena con suo figlio Brasi, scrollava il capo e non diceva altro» (cap IV, p.46).

«Padron ‘Ntoni intendeva benissimo quello che si diceva, perché guardava tutti in viso ad uno ad uno, con certi occhi che facevano male a vedere; ed appena il medico  se  ne  fu  andato,  mentre  stava  a  parlare  ancora sull’uscio con Mena che piangeva, e Alessi il quale diceva di no e batteva i piedi, fece segno alla Nunziata di accostarsi al letto, e le disse piano: - Se mi mandate all’ospedale sarà meglio; qui ve li mangio io i denari della settimana. Mandami via quando non ci sarà in casa la Mena e Alessi. Direbbero di no perché hanno il buon cuore dei Malavoglia; ma io vi mangio i soldi della casa, e poi il medico ha detto che posso starci degli anni qui dove sono. E qui non ci ho più nulla da fare. Però non vorrei camparci degli anni, laggiù all’ospedale. La Nunziata si metteva a piangere anch’essa e diceva di no, tanto che tutto il vicinato sparlava di loro, che volevano fare i superbi senza aver pane da mangiare. Si vergognavano di mandare il nonno all’ospedale, mentre ci avevano tutti gli altri di qua e di là, e dove poi!» (cap. XV, p. 252).

Chiudere il cuore

«La sera scese triste e fredda; di tanto in tanto soffiava un buffo di tramontana, e faceva piovere una spruzzatina d’acqua fina e cheta: una di quelle sere in cui, quando si ha la barca al sicuro, colla pancia all’asciutto sulla sabbia, si gode a vedersi fumare la pentola dinanzi, col marmocchio fra le gambe, e sentire le ciabatte della donna per la casa, dietro le spalle. I fannulloni preferivano godersi all’osteria quella domenica che prometteva di durare anche il lunedì, e fin gli stipiti erano allegri della fiamma del focolare.
- Padron ‘Ntoni è andato tutto il giorno di qua e di là, come avesse il male della tarantola, e lo speziale gli domandava se faceva la cura del ferro, o andasse a spasso con quel tempaccio, e gli diceva pure: - Bella Provvidenza, eh! padron ‘Ntoni!» (cap. III, p. 36).

«‘Ntoni, poveretto, finché c’era stato bisogno, era corso di qua e di là senza fiato, e s’era strappati i capelli anche lui. Adesso che il nonno stava meglio, girandolava pel paese, colle mani sotto le ascelle, aspettando che potessero portare un’altra volta la Provvidenza
da mastro Zuppiddu per rabberciarla; e andava all’osteria a far quattro chiacchiere, giacché non ci aveva un soldo in tasca, e raccontava a questo e a quello come avevano visto la morte cogli occhi, e così passava il tempo, cianciando e sputacchiando. Quando gli pagavano poi qualche bicchiere di vino, se la prendeva con don Michele, che gli aveva rubata l’innamorata. La gente ci si divertiva a vedergli mangiare l’anima, e perciò gli pagavano da bere» (cap. X, p. 150).

La "roba" che uccide la pietà

«Il peggio era che i lupini li avevano presi a credenza, e lo zio Crocifisso non si contentava di "buone parole e mele fradicie", per questo lo chiamavano Campana di legno, perché non ci sentiva di quell’orecchio, quando lo volevano pagare con delle chiacchiere, e diceva che "alla credenza ci si pensa". Egli era un buon diavolaccio, e viveva imprestando agli amici, non faceva altro mestiere, che per questo stava in piazza tutto il giorno, colle mani nelle tasche, o addossato al muro della chiesa, con quel giubbone tutto lacero che non gli avreste dato un baiocco; ma aveva denari sin che ne volevano, e se qualcheduno andava a chiedergli dodici tarì glieli prestava subito, col pegno, perché "chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno" a patto di averli restituiti la domenica, d’argento e colle colonne, che  ci  era  un  carlino  dippiù,  com’era  giusto,  perché "coll’interesse non c’è amicizia". Comprava anche la pesca tutta in una volta, con ribasso, e quando il povero diavolo che l’aveva fatta aveva bisogno subito di denari, ma dovevano pesargliela colle sue bilancie, le quali erano false come Giuda, dicevano quelli che non erano mai contenti, ed hanno un braccio lungo e l’altro corto, come san Francesco; e anticipava anche la spesa per la ciurma, se volevano, e prendeva soltanto il denaro anticipato, e un rotolo di pane a testa, e mezzo quartuccio di vino, e non voleva altro, ché era cristiano e di quel che faceva in questo mondo avrebbe dovuto dar conto a Dio. Insomma era la provvidenza per quelli che erano in angustie, e aveva anche inventato cento modi di render servigio al prossimo, e senza essere uomo di mare aveva barche, e attrezzi, e ogni cosa, per quelli che non ne avevano, e li prestava, contentandosi di prendere un terzo della pesca, più la parte della barca, che contava come un uomo della ciurma, e quella degli attrezzi, se volevano prestati anche gli attrezzi, e finiva che la barca si mangiava tutto il guadagno, tanto che la chiamavano la barca del diavolo - e quando gli dicevano perché non ci andasse lui a rischiare la pelle come tutti gli altri, che si pappava il meglio della pesca senza pericolo, rispondeva: - Bravo! e se in mare mi capita una disgrazia, Dio liberi, che ci lascio le ossa, chi me li fa gli affari miei? - I Malavoglia erano là, seduti sulle calcagna, davanti al cataletto, e lavavano il pavimento dal gran piangere, come se il morto fosse davvero fra quelle quattro tavole, coi suoi lupini al collo, che lo zio Crocifisso gli aveva dati a credenza, perché aveva sempre conosciuto padron ‘Ntoni per galantuomo; ma se volevano truffargli la sua roba, col pretesto che Bastianazzo s’era annegato,  la  truffavano  a  Cristo,  com’è  vero  Dio!  ché quello era un credito sacrosanto come l’ostia consacrata, e quelle cinquecento lire ei l’appendeva ai piedi di Gesù crocifisso; ma santo diavolone! padron ‘Ntoni sarebbe andato in galera! La legge c’era anche a Trezza!» (cap. IV, pp. 39-41).

« - Questa è storia che va a finire coll’usciere! andava dicendo lo zio Crocifisso con don Silvestro e con don Giammaria il vicario.
- D’usciere non ci sarà bisogno, zio Crocifisso, gli rispose padron ‘Ntoni quando venne a sapere quello che andava dicendo Campana di legno. I Malavoglia sono stati sempre galantuomini, e non hanno avuto bisogno d’usciere.
- A me non me ne importa; rispose lo zio Crocifisso colle spalle al muro, sotto la tettoia del cortile, mentre stavano accatastando i suoi sarmenti: Io non so altro che devo esser pagato.
Finalmente, per intromissione del vicario, Campana di legno si contentò di aspettare a Natale ad esser pagato, prendendosi per frutti quelle settantacinque lire che Maruzza aveva raccolto soldo a soldo in fondo alla calza nascosta sotto il materasso.
- Ecco com’è la cosa! borbottava ‘Ntoni di padron ‘Ntoni; lavoriamo notte e giorno per lo zio Crocifisso.
Quando abbiamo messo insieme una lira, se la prende Campana di legno» (cap. VI, pp. 66-67).

Gli usurai Marinus van ReymerswaeleMarinus van Reymerswaele, Gli usurai

«Chi è rubato son io! piagnucolava lo zio Crocifisso. Voglio un po’ vedere d’onde prenderanno i denari dei lupini, se ‘Ntoni si marita, e se devono anche dare la dote alla Mena, col censo che hanno sulla casa, e tutti quegli imbrogli dell’ipoteca che son saltati fuori all’ultimo. Il Natale eccolo qua, ma i Malavoglia ancora non li ho visti. Padron ‘Ntoni tornava a cercarlo in piazza, o sotto la tettoia, e gli diceva: - Cosa volete che si faccia se non ho denari? Spremete il sasso per cavarne sangue! Aspetta temi sino a giugno, se volete farmi questo favore, o prendetevi la Provvidenzae la casa del nespolo. Io non ci ho altro.
- Io voglio i miei danari, ripicchiava Campana di legno colle spalle al muro. Avete detto che siete galantuomini, e che non pagate colle chiacchiere della Provvidenza e della casa del nespolo.
Egli ci perdeva l’anima ed il corpo, ci aveva rimesso il sonno e l’appetito, e non poteva nemmeno sfogarsi col dire che quella storia andava a finire coll’usciere, perché subito padron ‘Ntoni mandava don Giammaria o il segretario, a domandar pietà, e non lo lasciavano più venire in piazza, per gli affari suoi, senza metterglisi alle calcagna, sicché tutti nel paese dicevano che quelli erano danari del diavolo. Con Piedipapera non poteva sfogarsi perché gli rimbeccava subito che i lupini erano fradici» (cap. VI, pp. 68-69).

«Piedipapera davanti alla gente non voleva sentir parlare di dilazione; e strillava e si strappava i capelli, che lo volevano ridurre in camicia, e volevano lasciarlo senza pane per tutto l’inverno, lui e sua moglie Grazia, dopo che l’avevano persuaso a comprare il debito dei Malavoglia, e quelle erano cinquecento lire l’una meglio dell’altra, che s’era levate di bocca per darle allo zio Crocifisso. Sua moglie Grazia, poveretta, spalancava gli occhi, perché non sapeva di dove li avesse presi quei denari, e metteva buone parole pei Malavoglia, i quali erano brava gente, e tutti li avevano sempre conosciuti per galan tuomini nel vicinato. Lo zio Crocifisso adesso prendeva anche lui la parte dei Malavoglia. - Han detto che pagheranno, e se non potranno pagare vi lasceranno la casa. La gnà Maruzza ci metterà la mano anche lei. Non lo sapete che al giorno d’oggi per avere il fatto suo bisogna fare come si può?» (cap. VI, p. 75).

LA MISERICORDIA DI DIO E DEI SANTI

« - Per me, disse Luca, ci vado volentieri a fare il soldato, in cambio di ‘Ntoni. Così, come tornerà lui, potrete mettere in mare la Provvidenza, e non ci sarà più bisogno di nessuno.
- Questo è proprio un Malavoglia nato sputato! osservava padron ‘Ntoni gongolante. Tutto suo padre Bastianazzo, che aveva un cuore grande come il mare, e buono come la misericordia di Dio» (cap. V, p. 58).

Benedetto LiutiBenedetto Luti, San Francesco di Paola attraversa lo stretto di Messina sul mantello
Il santo paolano è protettore della gente di mare

«La barca saltava in aria e si inabissava.
-  Ah, san Francesco di Paola! Ah! San Francesco benedetto! Strillavano i due ragazzi, ora che non sapevano più che fare.
San Francesco misericordioso li udì, mentre andava per la burrasca in soccorso dei suoi devoti, e stese il suo mantello sotto la Provvidenza, giusto quando stava per spaccarsi come un guscio di noce sullo scoglio dei colombi, sotto la guardiola della dogana»
(cap. X, p. 142).

VIVERE DI MISERICORDIA

Avere occhi per vedere le necessità dell'altro

«Sull’imbrunire comare Maruzza coi suoi figlioletti era andata ad aspettare sulla sciara, d’onde si scopriva un bel pezzo di mare, e udendolo urlare a quel modo trasaliva e si grattava il capo senza dir nulla. La piccina piangeva,  e  quei  poveretti,  dimenticati  sulla  sciara,  a quell’ora, parevano le anime del purgatorio. Il piangere della bambina le faceva male allo stomaco, alla povera donna, le sembrava quasi un malaugurio; non sapeva che inventare per tranquillarla, e le cantava le canzonette colla voce tremola che sapeva di lagrime anche essa. Le comari, mentre tornavano dall’osteria coll’orciolino dell’olio, o col fiaschetto del vino, si fermavano a barattare qualche parola con la Longa senza aver l’aria di nulla, e qualche amico di suo marito Bastianazzo, compar Cipolla, per esempio, o compare Mangiacarrubbe, passando dalla sciara per dare un’occhiata verso il mare, e vedere di che umore si addormentasse il vecchio brontolone, andavano a domandare a comare la Longa di suo marito, e stavano un tantino a farle compagnia, fumandole in silenzio la pipa sotto il naso, o parlando sottovoce fra di loro. La poveretta, sgomenta da quelle attenzioni insolite, li guardava in faccia sbigottita, e si stringeva al petto la bimba, come se volessero rubargliela. Finalmente il più duro o il più compassionevole la prese per un braccio e la condusse a casa» (cap. III, pp. 37-38).

«Gli amici portavano qualche cosa, com’è l’uso, pasta, ova, vino e ogni ben di Dio, che ci avrebbe voluto il cuor contento per mangiarsi tutto, e perfino compar Alfio Mosca era venuto con una gallina per mano. - Prendete queste qua, gnà Mena, diceva, che avrei voluto trovarmici io al posto di vostro padre, vi giuro. Almeno non avrei fatto danno a nessuno, e nessuno avrebbe pianto. Alcuni se ne stavano appollaiati sulle scranne, e ripartivano senza aver aperto bocca, da veri baccalà che erano; ma chi sapeva dir quattro parole, cercava di tenere uno scampolo di conversazione, per scacciare la malinconia, e distrarre un po’ quei poveri Malavoglia i quali piangevano da due giorni come fontane. Compare Cipolla raccontava che sulle acciughe c’era un aumento di due tarì per barile, questo poteva interessargli a padron ‘Ntoni, se ci aveva ancora delle acciughe da vendere; lui a buon conto se n’era riserbati un centinaio di barili» (cap. IV, p. 41-42).

Lavisita Silvestro LegaSilvestro Lega, La visita (1868)

«Maruzza si tappava le orecchie colle mani per non sentire la Locca che si era appollaiata sul ballatoio, dietro l’uscio, e strillava dalla mattina, con quella voce fessa di pazza, e pretendeva che le restituissero loro il suo figliolo, e non voleva sentir ragione.
- Fa così perché ha fame, disse infine la cugina Anna; adesso lo zio Crocifisso ce l’ha con tutti loro per quell’affare dei lupini, e non vuol darle più nulla. Ora vo a portarle qualche cosa, e allora se ne andrà.
La cugina Anna, poveretta, aveva lasciato la sua tela e le sue ragazze per venire a dare una mano a comare Maruzza, la quale era come se fosse malata, e se l’avessero lasciata sola non avrebbe pensato più ad accendere il fuoco, e a mettere la pentola, che sarebbero tutti morti di fame.
“I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l’acqua l’un l’altro”» (cap. IV, pp. 48-49).

«- Se avessi potuto fare quel che volevo io, lo sapete cosa avrei fatto!... - Ella lo guardava e lo guardava, cogli occhi lucenti. - Sarei rimasto qui, che fino i muri mi conoscono, e so dove metter le mani, tanto che potrei andar a governare l’asino di notte, anche al buio; e vi avrei sposata io, comare Mena, ché in cuore vi ci ho da un pezzo, e vi porto meco alla Bicocca, e dappertutto ove andrò. Ma questi ormai sono discorsi inutili, e bisogna fare quel che si può.
- Ora addio, conchiuse Mena; anch’io ci ho come una spina qui dentro… ed ora che vedrò sempre quella finestra chiusa, mi parrà d’averci chiuso anche il cuore, e d’averci chiuso sopra quella finestra, pesante come una porta di palmento. - Ma così vuol Dio. Ora vi saluto e me ne vado.
La poveretta piangeva cheta cheta, colla mano sugli occhi, e ne andò insieme alla Nunziata a piangere sotto il nespolo, al chiaro di luna» (cap. VIII, pp. 109-110).

«- Non piangere così! Gli diceva il nonno. Non piangere. Ora sei tu il capo della casa. Pensa che ci hai tutti gli altri sulle spalle, e fa come ho fatto io.
Non fate tante spese quando non ci sarò più. Il Signore lo sa che non possiamo spendere, e si contenterà del rosario che mi diranno Maruzza e la Mena. Tu, Mena, fai sempre come ha fatto tua madre, che è stata una santa donna, e dei guai ne ha visti anche lei; e ti terrai sotto le ali tua sorella, come fa la chioccia coi suoi pulcini. Finché vi aiuterete l’un l’altro, i guai vi parranno meno gravi» (cap. X, p. 145).

«- Orsù, che c’è di nuovo? Dillo a tuo nonno, dillo!
Ntoni si stringeva nelle spalle; ma il vecchio seguitava ad accennare di sì col capo, e sputava, e si grattava il capo cercando le parole.
- Sì, sì, qualcosa ce l’hai in testa, ragazzo mio!
- C’è che sono un povero diavolo! ecco cosa c’è!
- Bè! che novità! E non lo sapevi? Sei quel che è stato tuo padre, e quel che è stato tuo nonno! “più ricco è in terra chi meno desidera”. “Meglio contentarsi che lamentarsi”.
- Bella consolazione!
Questa volta il vecchio trovò subito le parole, perché si sentiva il cuore sulle labbra:
- Almeno non lo dire davanti a tua madre.
[…]
- Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiare stato, io e tutti voi. Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti.
- Padron ‘Ntoni spalancò tanto d’occhi, e andava ruminando quelle parole, come per poterle mandar giù. - Ricchi! diceva, ricchi! e che faremo quando saremo ricchi? […] Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha fatto nascer qui; e guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. “Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova”. Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! “Il buon pilota si prova alle burrasche”. Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos’hai!» (cap. XI, pp. 170-171).

Una parola detta col cuore

«Mena era tranquilla, e s’era rimessa la spadina d’argento nelle trecce da se stessa, senza dir nulla. Adesso aveva tanto da fare nella casa nuova dove bisognava mettere ogni cosa a un altro posto, e non si vedeva più il nespolo e la porta della cugina Anna e della Nunziata.
Sua madre la covava cogli occhi, mentre lavorava accanto a lei, e l’accarezzava col tono della voce, quando le diceva: - dammi la forbice, o, tienmi la matassa - che se la sentiva nelle viscere, la sua figliuola, ora che tutti le voltavano le spalle. Per altro il cuore non ce lo aveva mai avuto per quel cristiano, lo disse all’orecchio della mamma, mentre ordivano la trama. La madre era la sola che le aveva letto in cuore, e che ci avesse lasciata cascare una buona parola in quell’angustia» (cap. IX, p. 127).

«Don Michele continuò: - Ho paura che vi dia qualche dispiacere, a tutti voi altri, vostro fratello ‘Ntoni. Io vi sono amico e chiudo gli occhi; ma quando verrà qui un altro brigadiere in vece mia, vorrà sapere che cosa va a fare vostro fratello con Cinghialenta, la sera, verso il Rotolo, e con quell’altro buon arnese di Rocco Spatu, quando vanno a passeggiare nella sciara. Aprite bene gli occhi anche voi a quel che vi dico ora, comare Mena; e ditegli pure che non bazzichi tanto con quell’imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuti, che si sa tutti, e nei guai poi ci resterà lui. Ditegli questo, comare Mena, e ditegli pure che chi gli dà quest’avvertimento è un amico il quale vi vuol bene. Quanto a compare Cinghialenta e Rocco Spatu, ed anche Vanni Pizzuto, son tenuti d’occhio. Vostro fratello si fida di Piedipapera, e non sa che le guardie doganali hanno il tanto per cento sui contrabbandi, e per sorprenderli bisogna dar la parte a uno della combriccola, e farlo cantare per chiapparla. Di Piepipaera questo solo rammentategli: - Gli disse Gesù Cristo a San Giovanni, “degli uomini segnati, guardatene!”. Lo dice pure il proverbio. Se si sapesse che son venuto a dirvi tutto questo, sarei fritto. Io mi giuoco il mio berretto gallonato, per il bene che voglio a voi altri Malavoglia. Ma non piace che vostro fratello patisca qualche guaio. No! non vorrei incontrarlo di notte in qualche brutto posto, nemmeno per acchiappare un contrabbando di mille lire, parola mia d’onore!» (cap. XIII, pp. 213-214).

«Don Michele c’era stato davvero verso un’ora di notte, e aveva picchiato all’uscio.
- Chi è quest’ora? Disse Lia.
- Son io, don Michele; aprite che devo parlarvi di premura!
- Non apro perché tutti sono in letto e mia sorella è di là ad aspettare ‘Ntoni dietro l’uscio.
- Se vostra sorella vi sente ad aprire non fa nulla. Si tratta appunto di ‘Ntoni, ed affare di premura. Non voglio che vada in galera vostro fratello. Ma apritemi, che se mi vedono qui perdo il pane. Chiudetelo in casa, stanotte, vostro fratello, come torna. Ma non gli dite che ci sono stato io. Ditegli che è meglio che stia in casa. Diteglielo! Adesso è all’osteria, ma deve passar di qua. Voi aspettato sull’uscio, che è meglio per lui» (cap. XIV, pp. 231-232).

Il mantello della misericordia

«Alfio Mosca, mentre guidava il mulo, andava raccontando alla Nunziata come e dove avesse vista la Lia, ch’era tutta Sant’Agata, e ancora non gli pareva vero a lui stesso che l’avesse vista coi suoi occhi, tanto che la voce gli mancava nella gola, mentre ne parlava per ingannare la noia.
Padron ‘Ntoni, disteso sulla materassa, non udiva nulla. - Per lui è meglio che non oda più nulla, seguitava compare Alfio. L’angustia di ‘Ntoni già l’ha sentita, e un giorno o l’altro gli toccherebbe anche di sentire come è andata a finire la Lia.
- Me lo domandava spesso, quando eravamo soli, rispose la Nunziata. - Voleva sapere dove fosse.
- È andata dietro a suo fratello. Noi poveretti siamo come le pecore, e andiamo sempre con gli occhi chiusi dove vanno gli altri. Tu non glielo dire, né lo dire a nessuno del paese, dove ho visto la Lia, ché sarebbe un colpo di coltello per Sant’Agata. Ella mi riconobbe di certo, mentre passavo davanti all’uscio, perché si fece bianca e rossa nella faccia, ed io frustai il mulo per passare presto, e son certo che quella poveretta avrebbe voluto piuttosto che il mulo le fosse camminato sulla pancia, e la portassero distesa sul carro come portiamo adesso suo nonno» (cap. XV, pp. 256-257).

«- No, compar Alfio! - rispose la Mena la quale si sentiva spuntare le lacrime. - Io non son più da maritare. Ora se io mi maritassi, la gente tornerebbe a parlare di mia sorella Lia, giacché nessuno oserebbe prendersela una Malavoglia, dopo quello che è successo. Voi pel primo ve ne pentireste. Lasciatemi stare, che non sono da maritare, e mettetevi il cuore in pace». (cap. XV, p. 261)

La misericordia fatta di gesti, preghiere, sguardi

«Per due o tre giorni padron ‘Ntoni fu più di là che di qua. La febbre era venuta, come aveva detto lo speziale, ma era venuta così forte che stava per portarsi via il malato. Il poveraccio non si lagnava più, nel suo cantuccio, colla testa fasciata e la barba lunga. Aveva solo una gran sete, e quando Mena o la Longa gli davano da bere afferrava il boccale con le mani tremanti, che pareva volessero rubarglielo.
Don Ciccio veniva la mattina, medicava il ferito, gli tastava il polso, voleva vedere la lingua, e poi se ne andava scrollando il capo.
Una notte persino lasciarono accesa la candela, quando don Ciccio aveva dimenato il capo più forte; la Longa ci aveva messo accanto l’immagine della Madonna, e dicevano il rosario davanti al letto del malato»  (cap. X, p. 144).

The sick man Vasili Maximov 1881Vasily Maximov, L'uomo malato (1881)

«Padron ‘Ntoni disse: - Chiamatemi compare Mosca, che lui me la farà la carità di portarmi all’ospedale sul carro.
Così padron ‘Ntoni se ne andò all’ospedale sul carro di Alfio Mosca, il quale ci aveva messo la materassa ed i guanciali.
Padron ‘Ntoni continuava a guardare di qua e di là per stamparsi in mente ogni cosa. Alfio Mosca guidava il mulo da una parte, e Nunziata, la quale aveva lasciato in custodia a Turi il vitello, i tacchini, e le pollastre, veniva a piedi dall’altro lato, col fagotto delle camicie sotto il braccio. Al veder passare il carro ognuno si affacciava sulla porta, e stava a guardare; e don Silvestro disse che avevano fatto bene, per questo il Comune pagava la sua rata all’ospedale.
- “Necessità abbassa nobiltà”, rispondeva padron Cipolla; e la Santuzza disse un’avemaria pel poveretto. Solo la cugina Anna e comare Grazia Piedipapera si asciugavano gli occhi col grembiule, come il carro se ne andava lentamente sobbalzando sui sassi. Ma compare Tino rimbeccò alla moglie: - O perché mi fai il piagnisteo? Che son forse morto io? A te che importa?
[…]
- Ora siamo alle prime case della città, e tu potrai aspettarmi qui, se non vuoi venire all’ospedale.
- No, voglio venire anch’io; così almeno vedrò dove lo mettono, ed egli pure mi vedrà sino all’ultimo momento.
Padron ‘Ntoni poté vederla sino all’ultimo momento, e mentre la Nunziata se ne andava via con Alfio Mosca, adagio adagio, li accompagnava cogli occhi; poi si voltò dall’altra parte e non si mosse più. Compare Alfio e la Nunziata risalirono sul carro, arrotolarono la materassa e la coperta, e se ne tornarono senza dir nulla, per la lunga strada polverosa» (cap. XV, pp. 255-256).

«Padron ‘Ntoni aveva fatto quel viaggio lontano, più lontano di Trieste e d’Alessandria d’Egitto, dal quale non si ritorna più; e quando il suo nome cadeva nel discorso, mentre si riposavano, tirando il conto della settimana e facendo i disegni per l’avvenire, all’ombra del nespolo e colle scodelle fra le ginocchia, le chiacchere morivano di botto, che a tutti pareva d’avere il povero vecchio davanti agli occhi, come l’avevano visto l’ultima volta che erano andati a trovarlo in quella gran cameraccia coi letti in fila, che bisognava cercarlo per trovarlo, e il nonno li aspettava come un’anima del purgatorio, cogli occhi alla porta, sebbene non ci vedesse quasi, e li andava toccando per accertarsi che erano loro, e poi non diceva più nulla, mentre gli si vedeva in faccia che aveva tante cose da dire, e spezzava il cuore con quella pena che gli si leggeva in faccia e non la poteva dire. Quando gli narrarono poi che avevano riscattatlo la casa del nespolo, e volevano portarselo a Trezza di nuovo, rispose di sì, e di sì, con gli occhi, che gli tornavano a luccicare, e quasi faceva la bocca a riso, quel riso della gente che non ride più, o che ride per l’ultima volta, e vi rimane fitto nel cuore come un coltello. Così successe ai Malavoglia quando il lunedì tornarono col carro di compar Alfio per riprendersi il nonno, e non lo trovarono più». (cap. XV, p. 262)

COME LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO

Tra derisione, misericordia e pentimento

«Quando ogni cosa fu in ordine, il nonno chiamò il suo ragazzo per fargli l’ultima predica, e dargli gli ultimi consigli per quando sarebbe stato solo, che avrebbe dovuto far capitale soltanto della sua testa, e non avrebbe avuto accanto i suoi di casa per dirgli come doveva fare, o per disperarsi insieme; e gli diede anche un po’ di denaro, caso mai ne avesse bisogno, e il suo tabarro foderato di pelle, che ormai lui era vecchio, e non gli serviva più» (cap. XI, p. 181).

«Tutt’a un tratto si venne a sapere che era tornato ‘Ntoni di padron ‘Ntoni, di notte, con un bastimento catanese, e che si vergognava di farsi vedere senza scarpe. Se fosse stato vero che tornava ricco, i danari non avrebbe avuto dove metterli, tanto era lacero e pezzente. Ma il nonno e i fratelli gli fecero festa ugualmente, come se fosse venuto carico di denari, e le sorelle gli si appesero al collo, ridendo e piangendo, e gli dicevano: - Ora non ci lascerai più, non è vero?
Il nonno si soffiava il naso anche lui, e brontolava: - Adesso posso morire tranquillo, ora che quei ragazzi non rimarranno più soli e in mezzo a una strada. Ma per otto giorni 'Ntoni non ebbe il coraggio di metter piede nella strada. Come lo vedevano tutti gli ridevano sul naso, e Piedipapera andava dicendo: - Avete visto le ricchezze che ha riportato 'Ntoni? E quelli che vci avevano messo un po' di tempo a fare il fagotto, colle scarpe e le camicie, prima di avventurarsi a quella minchioneria di lasciare il paese, si teneva la pancia dal ridere» (cap. XII, pp. 192-193).

ritornooptJames Tissot, Ciclo «Il Figliol prodigo nella vita moderna»,
Il ritorno

«Ora non ci andava più di nascosto all’osteria della Santuzza, che s’era fatto grande, e il nonno non gli avrebbe tirato le orecchie, alla fin fine; ed egli avrebbe saputo rispondere il fatto suo se gli rimproveravano di andare a cercarsi quel po’ di bene che poteva.
Il nonno, poveraccio, invece di prenderlo per le orecchie, lo prendeva colle buone. - Vedi, gli diceva, ora che sei qua tu ci arriveremo presto a fare i denari della casa, - gli cantava sempre la canzone della casa.  Sulla casa potremo anche dare la dote a Mena, Poi, coll’aiuto di Dio, metteremo su un’altra barca; perché, devo dirtelo, alla mia età l’è dura andare a giornata, e vedersi comandare a bacchetta, quando si è stati padroni. Anche voialtri siete nati padroni. Vuoi che compriamo prima la barca coi denari della casa? Ora sei grande, e devi dirla anche tu la parola, perché devi avere più giudizio di me, che son vecchio» (cap. XII, p. 194).

 «Padron ‘Ntoni, come il nipote gli arrivava a casa ubbriaco, la sera, faceva di tutto per mandarlo a letto senza che gli altri se ne avvedessero, perché questo non c’era mai stato nei Malavoglia, e gli venivano le lagrime agli occhi.
Il povero vecchio cercò tutti i mezzi di toccargli il cuore. […] Quando il nonno riesciva a toccargli il cuore ‘Ntoni si metteva a piangere» (cap. XIII, pp. 200-201).

«Dei Malavoglia ce ne erano due vagabondi; e Alessi si tormentava il cervello a cercarli dove potevano essere, per le strade arse di sole e bianche di polvere, che in paese non sarebbero tornati più, dopo tanto tempo.
Una sera, tardi, il cane si mise ad abbaiare dietro l’uscio del cortile, e lo stesso Alessi, che andò ad aprire, non riconobbe ‘Ntoni il quale tornava colla sporta sotto il braccio, tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga.
Come fu entrato e si fu messo a sedere in un cantuccio, non osavano quasi fargli festa. Ei non sembrava più quello, e andava guardando in giro le pareti, come non le avesse mai viste; fino il cane gli abbaiava, ché non l’aveva conosciuto mai. Gli misero fra le gambe la scodella, perché aveva fame e sete, ed egli mangiò in silenzio la minestra che gli diedero, come non avesse visto grazia di Dio da otto giorni, col naso nel piatto; ma gli altri non avevano fame, tanto avevano il cuore serrato. Poi ‘Ntoni, quando si du sfamato e riposato alquanto, prese la sua sporta e si alzò per andarsene.
Alessi non osava dirgli nulla, tanto suo fratello era mutato. Ma al vedergli riprendere la sporta, si sentì balzare il cuore dal petto, e Mena gli disse tutta smarrita: - Te ne vai?
- Sì! rispose ‘Ntoni.
- E dove vai? chiese Alessi.
- Non lo so. Venni per vedervi. Ma dacché son qui la minestra mi è andata tutta in veleno. Per altro qui non posso starci, ché tutti mi conoscono, e perciò son venuto di sera. Andrò lontano, dove troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono.
Gli altri non osavano fiatare, perché ci avevano il cuore stretto in una morsa, e capivano che egli faceva bene a dir così. ‘Ntoni continuava a guardare dappertutto, e stava sulla porta, e non sapeva risolversi ad andarsene.
- Ve lo farò sapere dove sarò; disse infine, e come fu nel cortile, sotto il nespolo, disse anche:

- E il nonno?
Alessi non rispose; ‘Ntoni tacque anche lui, e dopo un pezzetto:
- E la Lia, che non l’ho vista?
E siccome aspettava inutilmente la risposta, aggiunse colla voce tremante, quasi avesse freddo:
- È morta anche lei?
Alessi non rispose nemmeno; allora ‘Ntoni che era sotto il nespolo, colla sporta in mano, fece per sedersi, poiché le gambe gli tremavano, ma si rizzò di botto, balbettando:
- Addio addio! Lo vedete che devo andarmene?
[…]
In quel momento passava la Mangiacarrubbe, che andava sgridando Brasi Cipolla per la strada, e ‘Ntoni disse: - Questa qui l’ha trovato il marito; ed ora, quando avranno finito di quistionare, andranno a dormire nella loro casa.
Gli altri stettero zitti, e per tutto il il paese era un gran silenzio, soltanto si udiva sbattere ancora qualche porta che si chiudeva; e Alessi a quelle parole si fece coraggio per dirgli: - Se volessi anche tu ci hai la tua casa. Di là c’è apposta il letto per te.
- No! rispose ‘Ntoni. Io devo andarmene. Là c’era il letto della mamma, che lei inzuppava tutto di lacrime quando volevo andarmene. Ti rammenti le belle chiaccherate che si facevano la sera, mentre si salavano le acciughe? e la Nunziata che spiegava gli indovinelli? e la mamma, e la Lia, tutti lì, al chiaro di luna, che si sentiva chiaccherare per tutto il paese, come fossimo tutti una famiglia? Anch’io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene.
In quel momento parlava cogli occhi fissi a terra, e il capo rannicchiato nelle spalle. Allora Alessi gli buttò le braccia al collo.
- Addio, ripetè ‘Ntoni. Vedi che avevo ragione d’andarmene! qui non posso starci. Addio, perdonatemi tutti». (cap. XV, pp. 263-265)

 

NOTE

[1] Giovanni Verga (Catania, 1840-1922). Esponente del Verismo. Dopo una fase giovanile in cui produce una serie di «romanzi "cittadini" e "mondani"con un'idea sbagliata della vita, per lo meno di quella che deve entrare nella letteratura: Una peccatrice (1866), Storia di una capinera (1871), Eva (1873), Tigre reale (1873), Eros (1875)» nel 1874 scrive la novella Nedda, che «sembrerebbe coincidere con l'inizio dell'esperienza verista, corrispettivo minore e italiano del naturalismo francese, che ebbe in Luigi capuana, grande amico di Verga e intelligente critico della sua opera, il teorico italiano. Ma, come ebbe a scrivere Luigi Russo: "Verga fu verista senza sapere del verismo", nel senso che la sua opera è autonoma rispetto a scuole o movimento; semma è il verismo che ebbe da Verga un indiretto contributo per la sua importanza culturale e storica» (Sergio Pautasso, Introduzione, in Verga, I Malavoglia, Istituto Geografico De Agostini, 1982, pp. II-III).

[2] Il romanzo viene pubblicato nel 1881, dopo una fase di preparazione di anni. L'opera fa parte del cosiddetto ciclo dei «Vinti» composto di cinque romanzi: «I Malavoglia», «Mastro don Gesualdo», «La duchessa di Leyra», «L'onorevole Scipioni» e «L'uomo di lusso». Tutte storie in cui la ricerca del progresso e dell'ascesa sociale si traducono in un'amara sconfitta dei protagonisti. Verga riuscirà a completare i primi due romanzi e il primo capitolo del terzo, poi pubblicato postumo da F. De Roberto, nel 1922. 
«I Malavoglia potrebbe essere definito un romanzo teatrale poiché lo vediamo svolgersi come su una scena dai confini ben definiti, quelli del villaggio stesso. In questo mondo, psicologicamente e narrativamente chiuso, ascoltiamo le chiacchere delle comari fra una casa e l'altra; osserviamo i segni convenzionali dalle finestre che preludono al nascere degli amori; assistiamo allo svolgersi sulla piazza o sulla scalinata della chiesa delle trattative per i "negozi" tra i capi famiglia; partecipiamo alle tresche famigliari e pubbliche. Insomma, ci passa dinanzi agli occhi la vita di ogni giorno, con i suoi problemi e le sue necessità, le sue gioie e i suoi dolori, proprio come se la stessimo osservando su una scena. Verga, infatti, con il punto di vista del narratore e il linguaggio del poeta, ci proietta il quotidiano di Aci Trezza. Da questo quadro con sfondo e particolari, l'elementarità e la semplicità paiono trasparire quasi naturalmente. In realtà, la naturalezza dei Malavoglia è il risultato di un inteso lavoro sul linguaggio che portato Verga a organizzare la materia narrativa attraverso un processo di elisione di ogni intervento retorico, di ogni enfasi, di ogni sovrastruttura, proprio come se si ricreasse sulla pagina, senza infingimenti, la vita quotidiana di Aci Trezza. Verga aveva affermato all'epoca dei romanzi giovanili che voleva ricostruire narrativamente le passioni, quelle cittadine; aveva creduto di riuscirvi sovraccaricando la loro descrizione di significati pseudo romantici e di digressioni pseudo filosofiche. Nei Malavoglia queste sovrastrutture sono scomparse, mentre invece è affiorata la realtà quotidiana e, con essa, personaggi che parlano come avrebbero potuto parlare i pescatori di Aci Trezza. Oltre che teatrale, I Malavoglia può essere considerato un romanzo parlato, anzi "dialogato". Per riuscirvi, Verga ha recuperato dal dialetto siciliano non tanto il lessico quanto la sintassi, riproducendo così una cadenza ritmica che riecheggia la cadenza della parlata siciliana. E poi Verga ha fatto ricorso a un uso strutturale dei proverbi. Tutto il dialogo dei Malavoglia è punteggiato da proverbi che corrispondono, sì, a esigenze di realismo, ma che hanno anche una funzione espressiva e sostanziale allo stesso tempo: sono il simbolo della saggeza antica, della tradizione, in altre parole, espressione di una cultura popolare. Ma, innestati nel linguaggio dei pescatori, danno vita a uno stile di straordinaria efficacia lirica e poetica che, nello stesso tempo, risulta anche efficace a delineare realisticamente personaggi e situazioni» (Ibidem, pp. VII-VIII).

[3] Verga, I Malavoglia, Istituto Geografico De Agostini, 1982, p. 3.

[4] Ibidem, cap. I, p. 7.

[5] Ibidem.

[6] La battaglia ha luogo il 20 luglio 1866, nel mare Adriatico,vicino all'isola di Lissa. Lo scontro navale si colloca nell'ambito della Terza Guerra d'Indipendenza contro l'Austria, conflitto in cui l'Italia è alleata della Prussia.

[7] Novella pubblicata nel 1880 sulla rivista La Rassegna settimanale, e che poi sarà inclusa nelle Novelle rusticane. Il protagonista è Mazzarò, quello che oggi si potrebbe definire un self made man, che finirà però per essere ossessionato dalla sua "roba", al punto da ammazzare i suoi animali, sapendosi in punto di morte, accompagnando il suo gesto insano all'atrettanto insano grido: «Roba mia, vientene con me!».

 

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