Il senso e i sensi dell’educare /5

Mariella Mentasti

(NPG 2011-08-58)


Tutto cominciò da lì. Avevo tredici anni. La nostra era una bella famiglia: principi sani, regole un po’ rigide ma tanti momenti di affetto e di tenerezza. Io ero la più grande, distanziavo i miei due fratelli di sette anni.
Era sabato mattina, mio padre aveva il suo turno di lavoro, i gemelli erano a scuola, io avevo il sabato libero. Mi piaceva godermi questi momenti sola con mia madre: si facevano programmi per la domenica, si preparava il dolce, si parlava di cose di donne, giacché la trasformazione del mio corpo mi costringeva a farmi delle domande e la costringeva a darmi delle risposte. Quel sabato, tuttavia, domande e risposte furono inghiottite dal travolgente silenzio del dolore: d’improvviso mia madre si accasciò tra le mie braccia. Sentii la sua presa sempre più lieve, la sua mano sempre più fredda, il respiro prima frequente, poi gradualmente più lento. L’ultimo soffio mi accarezzò il viso come per salutarmi e il suo spirito se ne andò. Rimasi lì, ferma, per tre ore: il morso del dolore, cattivo, penetrante, lacerante, mi aveva paralizzato; non potevo e non volevo staccarmi da quel corpo che, all’esordio della vita, per primo avevo toccato, che mi aveva cullato e nutrito di cibo e d’amore. Quel corpo mi doveva ancora molto, doveva raccontarmi il poi, il futuro, il come. Doveva aiutarmi a credere che c’è qualcosa per cui valga la pena di vivere, qualcosa di grande e meraviglioso che lei, nel suo sguardo di tanto in tanto perso nell’infinito, mi faceva intravedere.
Arrivò mio padre con i bambini: si bloccò alla vista di quell’orrenda statua corporea, al dolore senza voce, all’aggressione del nulla, poi delicatamente prese mia madre tra le sue braccia, la portò sul letto nuziale, chiamò l’ambulanza e sua sorella, perché l’aiutasse a togliere l’orrore dal viso dei gemelli. Io fuggii in camera mia, non piansi, non mangiai, non uscii per tre giorni, non andai al funerale. Poi ripresi la mia vita, irrimediabilmente deformata dall’urto con la morte. Troppo arrabbiata con Dio per sentirlo vicino, per accettare di gettarmi tra le sue braccia, troppo rispettosa del dolore di mio padre per chiedergli consolazione, mi collocai ai margini di un mondo parallelo: da una parte la scuola e la famiglia mutilata, dall’altra i miei pensieri senza futuro chiusi nel ricordo di quel contatto primordiale che doveva insegnarmi la vita. Nel tempo che seguì, l’adolescenza irruppe con una violenza efferata; la crepa si approfondì, si allargò, mi separò da me stessa: corpo e anima, mente e cuore, cielo e terra, bene e male. Compii diciotto anni, terminai le scuole superiori e, senza un saluto, me ne andai alla ricerca dell’abbraccio salvifico di mia madre. Mi allontanai da mio padre; non gli chiesi nulla, perché nulla credevo potesse darmi: a lui avevano rubato un amore rimpiazzabile, a me avevano strappato una madre per sempre. Vagai senza meta nel mondo: compagnie effimere, fughe infinite, notti senza memoria, abbracci traditori. Dimenticai il senso del mio viaggio, il fitto velo dell’oblio mi avvolse il cuore rendendolo insensibile a qualsiasi tocco.

«Il cuore indurito è quello che non inorridisce di sé medesimo, perché non sente più nulla. È quello che la compunzione non ispezza, la pietà non ammollisce, le preghiere non commuovono, le minacce non scuotono, i flagelli intristiscono. Esso è ingrato ai benefizi, sordo ai buoni consigli, spietato nel giudicare, spudorato nelle cose disoneste, temerario nei pericoli della salute, inumano con i suoi simili, superbo con Dio, dimentico del passato, non curante del presente, imprevidente del futuro. Del passato altro non ricorda che le ingiurie ricevute, perde il presente, chiude gli occhi sull’avvenire, eccetto che per vendicarsi. E per comprendere tutti in una parola i mali di così orrendo male, si chiama cuore indurito quello che non ha nessun timore di Dio, nessun rispetto agli uomini».[1]

Senza meta non c’è viaggio, è un perdersi senza fine in pensieri confusi, in parole che ritenevo audaci ma apparvero effimere, in azioni che stimavo ardite ma si mostrarono vigliacche, in emozioni che credevo esaltanti ma celavano fantasmi di morte.
Senza meta non si va avanti, il vento del desiderio non soffia più, la brezza della condivisione non accarezza più i capelli, il respiro dell’amore non fa rabbrividire i corpi, il soffio della vita non ha più nutrimento, l’esistenza si inaridisce in una noia mortale.
«Ritornerò sulla strada del padre», perché non c’è andare senza tornare ed è il ritorno che consegna senso al viaggio col suo bagaglio di memorie, di dolori, di esperienze. È dal ritorno che nasce la narrazione che illumina il passato di luce nuova e permette di scorgere tracce di speranza.
«Ritornerò alla casa del padre» e lui mi stava aspettando, nel silenzio del dolore, con gli occhi consumati dall’attesa, con le braccia protese, col cuore pronto a sciogliere nel perdono il fitto velo del mio.
Mi gettai nel suo caldo abbraccio. Sentii la presa forte di mano paterna sorreggermi, vidi con stupore la delicata mano materna accarezzarmi.[2] E in quell’abbraccio d’amore mi addormentai. In sogno il tocco di mia madre mi richiamò alla vita.
Questo ha fatto la mano di Dio: ai nostri occhi è grande prodigio.[3]

Chi mi ha toccato?

Or una donna, (...) udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita».
Gesù, (...), si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?».[4]

La legge aveva scelto per lei: niente contatti, né fugaci né intimi, la contaminazione è pericolosa. Non era possibile varcare i confini del pregiudizio, tracciare nuovi sentieri, gettare ponti di com-passione e di com-unione. La frontiera è luogo di chiusura e isolamento, non possibilità di scambio e di conoscenza. La donna lo sapeva bene, aveva sperimentato sulla sua pelle il diniego, il rifiuto; le avevano sciorinato norme su norme per non accogliere il suo bisogno, per non farsi «toccare» dal suo grido di dolore: protetti dalla legge potevano escluderla dai pensieri, negarne l’esistenza.
Non aveva più nulla da perdere e, come clandestina, varcò la frontiera della legge per cercare la Verità, per ritrovare se stessa trattenendo un lembo di Vita. Gesù, tra tanti, la riconobbe: la sua volontà, la sua passione, la sua sofferenza e la sua fede la resero visibile ai suoi occhi; non si tirò indietro, aprì il confine, spalancò le porte dello Spirito e, incurante delle leggi, si offerse alla cura del corpo e dell’anima della donna.
Farsi toccare dall’altro non è facile: bisogna vincere la paura, bisogna scoprirsi, togliersi le maschere, farsi riconoscere.
Bisogna fare spazio, consentire e acconsentire, creare le condizioni e regalare mani, se ce n’è bisogno.
Bisogna accorgersi, rispettare i tempi, distinguere i segni, essere disposti ad ospitare.
Bisogna abitare il limite, assumerlo come condizione di vita, accettare il rischio della sua fluidità e di essere trascinati ora da un lato, ora dall’altro del confine.
Bisogna avere il coraggio di abbattere i muri di omertà che danno valore legale al pregiudizio.
«Ci vuole tatto», si dice, per non urtare sensibilità, per dare certe notizie, per correggere, disapprovare, chiedere.
Ci vuole tatto per sentire ciò che è negato alla vista e all’udito: il caldo di un desiderio, il freddo della ragione, il rigido di modelli pre-confezionati, il morbido di progetti accoglienti.
Ci vuole il tocco di una mano forte, pronta a sostenere e rialzare e di una mano delicata, esperta nella cura e assidua nelle carezze. Come la mano di Dio.


NOTE

[1] San Bernardo, De Consid., lib. I.
[2] Un famoso quadro di Rembrant del 1666 rappresenta il Padre misericordioso (v. Luca 15,11-32) in atteggiamento di accoglienza del figlio; le sue mani sono diverse: una, quella che sorregge, è maschile, l'altra, quella che accoglie, è femminile.
[3] Dal Salmo 180, 23.
[4] Stralci da Matteo 5, 25-34.