Educare alla Costituzione /10

Raffaele Mantegazza

(NPG 2011-09-69)


Perché l’unica cosa
che la scuola dovrebbe fare
È insegnare a imparare
(Eugenio Finardi, La scuola)

Napoleone è morto il 5 maggio 1821. È necessario andare a scuola per impararlo? Il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. C’è bisogno di un insegnante per spiegarlo? Il libro di geografia afferma che Madrid è la capitale della Spagna ma che Barcellona e Bilbao rivendicano autonomie: ma non c’è anche su Wikipedia? A scuola si va per imparare «perché da grandi ci sarebbero state utili le cose che a scuola andavamo ad imparare» per dirla con Finardi: ma è davvero così? Davvero a scuola si impara? E cosa si impara a scuola di differente da ciò che si può imparare fuori? Rias­sumendo: è poi così importante oggi andare a scuola? È così facile rispondere alla provocazione di Pasolini che proponeva l’abolizione della scuola dell’obbligo?

«La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo-borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento, ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità)».[1]

La Costituzione sembra non avere dubbi: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». (Art. 33) «La scuola è aperta a tutti» (Art. 34). La Costituzione, com’è ovvio, conferisce importanza strategica alla scuola per l’evolversi della democrazia. Ma la scuola italiana oggi è una macchina da scrivere oppure o il dado K****? L’apparente nonsenso della domanda è presto spiegato: la macchina da scrivere era un oggetto che svolgeva una mansione chiara, e una sola (scrivere un testo); quando sono stati inventati i personal computer e i programmi di videoscrittura, essa è stata messa in soffitta. Può forse valere la stessa cosa per la scuola: forse la scuola è superata, perché il compito a cui essa attendeva il motivo del suo esserci, la sua «mission» per usare una orrenda espressione aziendalista, è oggi svolta in modo può preciso e più efficace da altre agenzie. La crisi epocale della nostra scuola è proprio qui: nel suo poter essere pensata come inutile; e se pensiamo alla scuola unicamente come «un posto in cui si va per imparare» ci avviciniamo pericolosamente alla macchina da scrivere, perché è noto a tutti che i ragazzi e le ragazze imparano ovunque: all’allenamento di calcio, dalla nuova canzone dell’idolo musicale, da «Wikipedia». Ma il dado K**** era presentato da un vecchio spot come «il dado che sa fare il dado», cioè come un dado che non voleva sostituirsi ai sapori, mettersi a fare il pollo o il minestrone, ma sapeva fare bene una cosa, una sola, appunto il dado, e perciò era insostituibile.
Possiamo allora pensare a una scuola che «sa fare la scuola», ovvero che sappia qual è il suo specifico, quel «qualcosa» che sa fare solo lei e che la rende indispensabile? A nostro parere questo «qualcosa», che è poi il senso dell’esperienza scolastica e l’unico motivo per tenere ancora aperte le scuole, è la socializzazione del sapere. I ragazzi e le ragazze non vanno a scuola per imparare ma per imparare insieme ad altri e ad altre, il che significa che il sapere, che altrove è considerato in modo egoistico come un possesso del singolo, possibilmente da non condividere, in classe è essenzialmente sociale, è qualcosa che deve essere condiviso; a scuola imparano tutti o nessuno, a scuola tutti acquisiscono il sapere: tutti, «non uno di meno», e il compito del buon allievo è quello di coniugare e far stare in equilibrio la propria crescita culturale individuale e personale e la propria capacità di socializzare il sapere. In questo la scuola è l’unica istituzione che può aiutare realmente i ragazzi e le ragazze, e lo è proprio perché fondata sulla Costituzione.

La scuola «serve»?

Ma allora la scuola serve? E quello che impariamo a scuola serve nella vita? Se intendiamo il verbo in senso del tutto strumentale, dobbiamo rispondere di no. Le scuole non forniscono saperi immediatamente utilizzabili: forniscono spirito critico, capacità di apprendere e socializzazione della cultura. Elementi che non solo richiedono molto tempo per poter essere assimilati fino in fondo, ma che sono invisi a chi pensa al sapere come a un mero strumento di autoaffermazione e alla scuola come corsa di cavalli nella quale il vincitore viene premiato e gli altri vengono «selezionati». Non esiste alcun documento ministeriale dal 1948 ad oggi che lasci anche solo intendere che il compito della scuola sia selezionare i ragazzi e le ragazze per un loro inserimento nel mercato del lavoro; la scuola orienta e prepara al lavoro ma non seleziona, e chi chiede alla scuola di essere selettiva mette in campo una richiesta anticostituzionale.
Le scuole le abbiamo inventate noi: avremmo anche potuto non farlo, nessuno ci ha obbligati. Ma già che ci sono, demarchiamole dallo spaziotempo del quotidiano, rendiamole un’esperienza qualitativamente altra, qualitativamente unica. Le scuole non servono a niente. Solo a formare, a giocare il rituale della formazione civica e sociale, a insegnare che il sapere deve essere condiviso così come condiviso deve essere il processo del suo apprendimento. «Mia figlia è ferma a Napoleone ma la figlia di mia cognata che è nella sezione C è già alla Restaurazione»: un genitore che si presentasse a un colloquio con questa frase sulle labbra va gentilmente ma fermamente informato di quello che è il compito ineludibile della scuola: non fornire risposte all’egoismo delle famiglie, non fornire sapere in vendita come al supermercato, non provvedere alla customer satisfaction, ma fornire ai ragazzi e alle ragazze l’esperienza unica della socializzazione della cultura. Chi protesta perché nelle scuole vengono inseriti i ragazzi stranieri «e così i nostri restano indietro», non solo si mette allo stesso livello di inciviltà di chi 35 anni fa faceva la stessa obiezione all’integrazione dei ragazzi disabili, ma si pone del tutto al di fuori della logica della scuola in un regime democratico. E anche chi porta nella scuola la logica della competitività tra i ragazzi («devi prendere 8 in latino perché il figlio del vicino ha preso 7») distrugge la scuola; l’unica forma di competizione che ha senso nella scuola è quella tra la scuola nel suo complesso e l’ignoranza, la volgarità, l’insipienza.
Non si tratta allora semplicemente di sperimentare pratiche di cooperative learning, ma di far diventare la scuola un organismo fondato sulla cooperazione (e allora perché non affiancare alle giustissime verifiche individuali verifiche di gruppo nelle quali guadagna il voto più alto non chi «sa di più» ma chi sa meglio condividere il suo sapere e mettere le proprie capacità e competenze al servizio degli altri e delle altre? Come possiamo continuamente parlare di cooperazione quando poi nel momento della valutazione ci occupiamo esclusivamente delle competenze individuali per riempire quell’insulso oggetto che porta lo stomachevole nome di «portfolio»?).
Lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov immagina, nel racconto «Chissà come si divertivano», due bambini di una scuola del futuro. La scuola è telematica, ogni bambino a casa sua ha un maestro-robot-computer che lo educa (ma si potrà ancora usare questa parola?) in totale solitudine. Un bambino però trova per caso il diario di un suo avo; nel diario si parla delle scuole del passato, le nostre, quelle nelle quali l’apprendimento avviene insieme. Il ragazzo mostra il diario a una sua amichetta, e lei torna a casa per iniziare la sua giornata di scuola con questa strana storia nella mente:

Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare. E i maestri erano persone... L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: – Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4... Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

La scuola nella quale ci si diverte è la scuola «aperta a tutti». Ma non solo nel senso che tutti ci entrano, contro le proposte criminali di vietarle ai figli degli immigrati. Ma in quello più profondo per cui tutti ci trovano la possibilità di condividere il sapere; in una apertura vera e profonda, che è quella che i ragazzi e le ragazze sperimentano quando le porte della scuola si chiudono alle loro spalle, lasciandoli in un mondo divertente e splendido che è quello del sapere di tutti e di tutte.


NOTE

[1] Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 18 ottobre 1975.