Educazione e mistica /6

Raffaele Mantegazza

(NPG 2013-04-49)


Non c’è nulla di più falso della presentazione del Dio dell’Antico Testamento come una divinità irata e minacciosa e perciò contrapposta a un Dio tenero e amichevole presente nel Nuovo Testamento. È del tutto vero che l’immagine di YHWH Sabaoth, del Dio degli eserciti, è ben presente nel Primo Patto, come Dio che combatte per il suo popolo (ma quale madre, chiediamo, non sa trasformarsi in tigre e sfoderare gli artigli per difendere i suoi figli?). Ma a fianco a questa, esistono immagini di Dio straordinariamente tenere, che ci fanno capire come la dolcezza sia probabilmente l’autentico tratto ebraico di Dio, contrapposto per questo ad altre divinità dei popoli che circondavano Israele e probabilmente passata poi attraverso la sensibilità dell’ebreo Gesù, anche nella sua dottrina che la reinterpreta in senso universale.
Avendo appartenuto a una generazione alla quale ancora si diceva che se si bestemmiava si infilava una spina nella corona della croce di Gesù e se si mordeva l’ostia durante l’eucarestia questa avrebbe preso a sanguinare, è per noi del tutto urgente che si inizi a insegnare la religione – qualsiasi religione, ma soprattutto quella ebraico-cristiana – come strumento di tenerezza, come abbraccio amichevole, come tratto dolce e delicato. Altrimenti si rischia di dare ragione a Nietzsche e di proporre un cristianesimo come «religione del risentimento», che attende l’eschaton non tanto per assistere al compiersi della Promessa ma per gustare la fine ignominiosa dei propri nemici.
Il religioso non ha necessità di provare rabbia o desiderio di vendetta: la sua fede nella giustizia divina lo rende sicuro del trascendimento delle ingiustizie subite e semmai dovrebbe metterlo in guardia dalle ingiustizie che, anche involontariamente, può causare egli stesso. Non c’è ghigno sul volto del religioso; altrimenti si tratta di una persona che usa la religione per fini personali di vendetta o di autoaffermazione:

«Facce peste di uomini truci, astuti, come usciti dalla moschea dopo una lotta furibonda con Allah, dopo avere lasciato là dentro la luce dei loro volti, sarebbero questi i credenti, i loro piedi, schiantano la terra che calpestano, sono credenti questi? Si pestano i piedi a vicenda in piazza Taksin, scagliano sonori sputi in terra tra la gente, si soffiano il naso spalmando il muco sui tronchi degli alberi, cere molli, volti malati, ostili, che non conoscono il sorriso, che ti osservano come nemici, come volessero mangiarti, cavarti gli occhi, scavarti la fossa, per incutere timore, studiandoti da lontano, questi spauracchi che non fanno che dire io, io, io, costoro?».[1]

Un volto di tenerezza

La mistica cristiana, che pur non fa mancare immagini di vendetta e di violenza, ci ha anche trasmesso un volto ammorbidito dell’immagine del rapporto tra Dio e l’uo­mo/donna. Un rapporto che non disdegna per esempio la dimensione del gioco: del resto per il Talmud Dio passa un quarto della sua giornata (oltre a studiare la Torah, a giudicare il mondo e a pregare) a giocare con il Leviatano:

Non tutto è a Dio vicino; la Vergine e il Bambino.
Loro sono soltanto i suoi compagni di gioco.[2]

Un rapporto, quello tra l’uomo/donna e Dio, che può essere di estrema confidenza; non manca l’esempio classico della relazione che legava Gesù al Discepolo prediletto; la relazione tra uomo/donna e divinità è dunque di profonda vicinanza, anche fisica. E dà luogo a un profondo desiderio di comunione e a una altrettanto profonda nostalgia quando questa comunione viene in qualche modo negata:

Giovanni sul suo petto,
ai suoi piedi Maria
Null’altro fanno entrambi
che godere di Dio
Come vi stanno bene!
Potessi così oziare
Io non rimuoverei, cadesse pure il cielo.[3]

È forse ovvio a questo punto occuparci delle metafore filiali che vengono utilizzate per definire l’amore tra Dio e l’uomo/donna; ma anche qui siamo ben lontani dall’idea di un padre punitore e irato, legislatore e garante delle norme, più vicini invece alla tenerezza paterna evocata da Gesù stesso nella scelta del termine Abba («papà» e non «padre») per definire Dio.[4] Dunque Dio è tenero padre e affettuoso maestro:

Dio è come un maestro in una scuola, un padre con un figlio.[5]

Ma è la metafora materna, piuttosto che quella paterna, a sottolineare la tenerezza del rapporto con Dio, una tenerezza che in America Latina ha dato luogo a una specifica riflessione teologica, la cosiddetta teologia del «cariño»:

Si coricò nella santa Trinità come un bambino si avvolge nel mantello di sua madre e si stringe al suo seno.[6]

Altre sottolineature presenti dei nostri autori portano come esempio il rapporto di amicizia che si instaura a volta tra l’essere umano e i suoi fratelli animali; chi ha avuto la fortuna di passare parte della sua vita con un animale non si scandalizzerà di questa metafora perché saprà benissimo quale grado di amicizia totale e gratuita l’animale sa offrire.[7]

hai volentieri accanto il cane preferito
potresti amare Dio senza desiderarlo?[8]

La metafora d’amore

Ma è nella metafora d’amore che si sostanzia con più forza e anche con più coraggio la dimensione amicale della relazione uomo/donna-Dio.
Il Dio amico diventa allora Dio amante, capace di un amore in tutto simile a quello terreno eppure incommensurabile a questo, sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo. E come gli amanti hanno bisogno di intimità per poter intessere il loro dialogo amoroso, così l’intimità del rapporto uomo/donna-Dio necessitò di spazi sottratti alla luce troppo abbagliante della piazza, spazi privati e intimi. Anche l’amicizia umana ha bisogno di questo schermi e di questo pudore, in un’epoca nella quale Amici è stato il titolo di una di quelle trasmissioni che esibiscono i sentimenti davanti a un pubblico di voyeurs, e «amici» è l’appellativo delle decine di conoscenze a volte nemmeno tali che si affollano sul nostro profilo di Facebook. L’amicizia vera, della quale il rapporto amicale con Dio è il prototipo, ha bisogno di schermi spenti:

Nella stanza più intima
Che Dio chiude a tutti, lo segue l’amore.[9]

In quella stanza si può preparare il rito nuziale, massima celebrazione dell’amicizia tra gli sposi, anch’essa sottratta alla sete di vedere e di sapere e all’istigazione al discorso e all’esibizionismo tipici della nostra epoca; la sottrazione dell’amore agli occhi indiscreti dei guardoni più o meno catodici è una delle armi di chi vuole conservare e difendere l’amicizia; oggi il pudore diventa una tra le più importanti e avanzate strategie di resistenza:

[Dio parla all’anima]
E ti attendo nel giardino dell’amore
E ti colgo i fiori della dolce unione
E là ti preparo un letto
Con l’erba fiorente della santa
conoscenza.[10]

La metafora d’amore fa collassare anche il tempo nell’eterno ora del rapporto tra gli amanti, come ben sa chi ha vissuto una sincera e profonda amicizia e ha imparato a contare le ore che separano dall’incontro con l’amico e a godersi fino in fondo il tempo sospeso che permea l’incontro; il rattrappimento temporale esperito dal mistico, del quale abbiamo già parlato in un precedente articolo, racchiude tutto il tempo dell’eternità nell’hic et nunc del rapporto con l’amato:

Lo Sposo arriva continuamente e arriva sempre per la prima volta, come se non fosse mai venuto. Il suo arrivo, indipendentemente dal tempo consiste in un eterno ora.[11]

La mistica Hadevjitch, forse la più attenta alle declinazioni sociali e per un certo verso politiche dell’esperienza mistica, ci offre una sorta di mirabile sintesi di tutte le possibili declinazioni dell’amicizia tra uomo/donna e Dio.

Per questo io ti prego come l’amico prega il proprio amico diletto.
E ti esorto come sorella la sua diletta sorella, e ti ingiungo come una mamma al suo figlio diletto, e ti comando da parte del tuo amato come lo sposo comanda la sua sposa diletta.[12]

È a due testi non precisamente appartenenti alla tradizione mistica che scegliamo di affidarci per la chiusura di questa riflessione. Negli Inni al Paradiso di Efrem il Siro è infatti presente un rimando alla amorevole sollecitudine che Dio ha nei confronti dell’uomo e della donna nella riconquistata dimensione edenica, una sollecitudine che immaginiamo ricalcata sull’esempio dell’amico terreno che fa tutto quanto sia in proprio potere per rendere migliore la vita dell’amico; che cosa non si fa dunque per un amico…:

Se avrai desiderio
di salire sopra un albero
con i suoi rami si farà tutto a scala
dinanzi ai tuoi piedi
desideroso di farti adagiare
lassù nel suo grembo
sul giaciglio delle sue fronde
la cui superficie
è lavorata, distesa, composta
e gremita di fiori
diventando per chi vi si corica
un utero, letto dei feti.[13]

Infine, sempre a proposito di Paradiso, Giovanni Climaco nella Sala del Paradiso ci mostra come nel rapporto tra amici terreni può essere in un certo modo anticipato e riflesso il rapporto tra uomo/donna e Dio, anche quando il primo non è caratterizzato dalla luce della fede; chi ama l’amico non è mai del tutto crudele e il rapporto di amicizia colora anche l’anima del cosiddetto cattivo di una tonalità che lo rende recuperabile a una vita buona e giusta:

Amiamo il Signore come rispettiamo gli amici. Infatti spesso ho visto che gli uomini arrecano dolore a Dio e non si preoccupano assolutamente per questo, e ho visto che questi stessi uomini, quando fanno arrabbiare i loro amici per cose di nessuna importanza, mettono in pratica ogni stratagemma, ogni artificio, ogni mortificazione, ogni ammissione, facendo le cose in prima persona, servendosi di amici e di doni per ritornare all’antica amicizia.[14]

L’autentica amicizia terrena, bene così raro, è anticipazione della vita futura, prima possibilità di gustare un rapporto profondo e disinteressato che si nutre solo del bene dell’altro e porta anche alla dimenticanza di sè: saperla vivere in intensità e gioia è quanto di più difficile ma anche di più dolce, in attesa di poterla contemplare completamente nella luce di Colui che tutta la mistica Islamica, da Al-Hallawj a Rumi, chiama semplicemente «l’Amico».


NOTE

[1] Yashar Kemal, Gli uccelli tornano a volare, Milano, Tranchida, 1994, pag. 60.
[2] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, San Paolo, II, 96.
[3] Ivi, II, 31.
[4] Per una indagine appassionata ed esauriente di tale termine rimandiamo a Joachim Jeremias, Abba, supplemento al Grande lessico del Nuovo Testamento, Paideia, Brescia.
[5] Ivi, VI, 1.
[6] Mechtilde di Magdeburgo, La luce fluente della divinità, Giunti, pag. 225.
[7] Ci permettiamo di questo punto di rimandare al nostro Educare con gli animali, Roma, Meltemi, 2001.
[8] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, San Paolo, IV, 120.
[9] Ivi, VI, 246.
[10] Mechtilde di Magdeburgo, La luce fluente della divinità, Giunti, pag. 94.
[11] Ian di Ruusbroec, La vita divina Leonardo, pag 55.
[12] Hadewjich, Visioni e lettere, Marietti, Lettera I.
[13] Efrem il Siro, Inni sul Paradiso, IX, 3.
[14] Giovanni Climaco, La scala del Paradiso, Paoline, pag. 107.