Educazione e mistica /9

Raffaele Mantegazza

(NPG 2013-03-62)

 


Per coloro che sono ancora animati
dal volere, ciò che resta dopo la totale
soppressione della volontà è il vero
e assoluto nulla. Ma viceversa, per coloro in cui la volontà si è convertita e soppressa, questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, questo,
propriamente questo, è il nulla.
(Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

Non sappiamo cosa sia il nulla. Non abbiamo confidenza con questo concetto, o meglio con questo limite a partire dal quale si definiscono i concetti. Forse nessun concetto ha avuto più importanza nel pensiero mistico che il concetto di «nulla»; il segreto di tutta la mistica sta proprio nell’avere indagato con coraggio questa via, quella che la dea di Parmenide diceva che doveva essere esclusa dall’indagine e che invece costituiva per Eraclito il fulcro del pensiero filosofico.
Nulla sappiamo del nulla e nulla vorremmo saperne. Ma è comunque necessario che lo guardiamo negli occhi, e forse proprio questo è il grande paradosso della nostra vita:

«Non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiva della distruzione; anzi quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello Spirito. Esso guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione. Esso è questa potenza, ma non alla maniera stessa del positivo, che non si dà cura del negativo: come quando di alcunché noi diciamo che non è niente o che è falso, per passare molto sbrigativamente a qualcos’altro; anzi lo Spirito è questa forza solo perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell’essere».[1]

Un termine di raffronto

Il nulla non è solamente un concetto-limite ma è anche il concetto rispetto al quale tutti gli altri nostri pensieri devono avere il coraggio di rapportarsi, una sfida per una ontologia del tutto fondata sull’essere e sulla sua arrogante pretesa di essere tutto; forse non si è ancora riflettuto abbastanza sul fatto che una tra le più importanti opere della filosofia del Novecento inizi con le parole «perché c’è l’Essere e non il nulla?», annullando così con un colpo da prestigiatore la presenza ossessiva del nulla che invece continuiamo a sentire, ogni giorno, nella nostra carne. Ma il nulla non si lascia annientare da ontologie più o mano uncinate: questo è il significato della frase contraddittoria di Eckhart: «Non dobbiamo sapere nulla del nulla. Non dobbiamo avere nulla in comune con il nulla (…) quando le creature sono dimenticate è là la pienezza dell’essere».[2]
Ma il nulla ha anche una dimensione più domestica, più vicina alla nostra quotidianità, per certi versi più amica e confidente: è il nulla del «non far niente», della passività, della quiete, il nulla estivo e meridiano, il nulla dei pomeriggi passati a letto o di un quadro di Van Gogh nel quale una coppia di contadini dorme placidamente all’ombra: è «la giovinezza del nulla. O meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita. Forse la terra risuonava così, nel tempo bianco dell’era glaciale».[3]
La quiete ha differenti dimensioni all’interno del pensiero mistico: la cercò il creatore quando fece le creature, la cerca la Trinità in tutte le sue opere, la cerca l’anima in tutte le sue mozioni, la cercano le creature nei loro impulsi e movimenti naturali.[4] Solitudine, passività, quiete, «Rien faire comme une bête», giacere sull’acqua e guardare tranquillamente il cielo, «essere e nient’altro, senz’altra determinazione e realizzazione»;[5] queste sono le dimensioni del nulla che possiamo conoscere e apprezzare: «La quiete è uguale all’eterna notte/Nulla è simile al nulla più di quiete e solitudine/Perciò le vuole il mio volere, se pure vuole qualcosa».[6]
L’elogio dell’ozio e dell’attesa, la «parte buona» scelta dalla sorella che non si affanna ma siede ai piedi di Cristo ascoltandone e ruminandone le parole; tutto questo ritorna nella riflessine dei mistici sul nulla: «Dio è più vicino a chi siede, tutto ozioso/Che a chi gli corre dietro, sudando anima e corpo».[7]

La morte

Il nulla è ovviamente anche la morte, anche se la morte non è «nulla» ma è «qualcosa», è il limite di tutte le cose «Il sonno è di tre specie; nella morte dorme il peccatore/ Chi è stanco nella natura, l’innamorato in Dio».[8] Ma c’è un grande problema con i morti: che non se ne stanno mai fermi a casa loro, Che, come recita il titolo di un notissimo film «A volte ritornano». La figura dello zombi ci ricorda che i morti non riposano in pace; non possono farlo, e forse non devono. I «morti viventi» di Tiziano Sclavi, come le creature indescrivibili di H.P. Lovecraft ci ricordano che per essi non è possibile riposare in pace finché vi sarà chi disturba il loro sonno con rituali necrofili, ma soprattutto finché la morte non sarà davvero elaborata e ritualizzata dalla società. È il fatto che non siamo capaci di elaborare veramente i lutti, che non riusciamo, noi vivi, a seppellire davvero i nostri morti, a giustificare la pletora di morti che si aggira tra noi.
Ma la morte, il male ultimo, è anche altro: è anche volontà di annullamento, desiderio di non-essere, sensazione di essere avvolti e accolti in un grembo che richiama alla mente quello materno; una straordinaria pagina di Émile Zola narra della reazione di Lazzaro dopo la resurrezione. «Era così dolce all’inizio quel gran sonno nero, quel gran sonno senza sogni… oh. Maestro perché dunque mi hai svegliato? Avevo mille e mille anni da dormire. Rivivere… non ho pagato alla sofferenza il mio terribile debito di vivente?»; Gesù gli chiede che cosa ha visto nel regno della morte e Lazzaro risponde: «Niente, niente, niente. Ho dormito. L’immensità nera, l’infinità del silenzio. Ma se sapeste come era dolce non essere più, dormire nel nulla assoluto». Gesù allora rimanda Lazzaro al suo sonno felice per sempre nell’eternità.[9]
La morte è anche metamorfosi, ritorno in un grembo, fine di un percorso per iniziarne un altro o per riposare in pace, annullamento dolce e tenero, la dolcezza provata da Anna Karenina quando si getta sotto il treno e viene assalita da «una sensazione simile a quella che provava quando, facendo il bagno, si accingeva a entrare nell’acqua».[10] L’importante allora che è la morte non sia solo morte e che il limite ultimo non sia veramente ultimo. L’importante è trascendere la morte, staccarsi dalle tombe e provare a immaginare altre vite, altri scenari. La morte non può avere l’ultima parola: quando essa ci dissolve, si dissolve essa stessa con noi: e inizia un’altra storia.

Il mondo redento

Il nulla, infine, è forse il contrassegno del mondo redento, non nel senso che esso sia «nulla» ma nel senso che in esso, dopo avere tanto lottato, non avremo realmente «più nulla da fare». Il mondo giusto è un mondo nel quale non ci sarà più bisogno di resistere, di lottare perché il bene si affermi contro il male. . Deponendo ogni pretesa di totalità e di eternità, riconoscendo la propria limitatezza e il proprio condizionamento storico, lavorando alla propria estinzione, anche la pedagogia impara a tacere, ad essere nulla. Certo, finché ci sarà dolore occorrerà resistere e parlare; ma poi si potrà davvero tacere; tramontare di fronte al tramonto, essere silenziosi di fronte al silenzio, congedarsi dagli altri e dal mondo e ritirarsi a contemplare il silenzio; ricordando, a sprazzi, altri tempi e altri spazi, dove in silenzio «la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera/spettinata da tutti i venti della sera» (De Andrè).

E dopo

E anche la nostra rubrica finisce nel nulla; perché anche la scrittura è nulla se non lascia il campo alla vita. Forse questa è l’ultima lezione dei mistici: che la mistica non si scrive e non si legge, ma si fa, o meglio si lascia essere: «Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora/Va’, e diventa tu stesso la Scrittura e l’Essenza».[11] Dopo il libro c’è la vita: che non è nulla, ma qualcosa: ma scopre di esserlo solamente avendo avuto il coraggio di attraversare il nulla:

«È necessario che almeno una volta nella vita un uomo si spinga fuori. Egli deve accostare a sé almeno una volta in trepida meditazione la fiala preziosa, egli deve essersi sentito almeno una volta in tutta la propria terribile povertà, solitudine e lacerante separazione dal resto del mondo, e essere rimasto almeno una notte faccia a faccia con il nulla».[12]

Possiamo solamente ringraziare i mistici le mistiche per averci sbocconcellato, nei loro testi, piccoli pezzi di questo nutriente, leggerissimo, ineffabile Nulla.


NOTE

[1] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito. Firenze, La Nuova Italia, 19 pag. 26
[2] Meister Eckhart, Sermoni, San Paolo, pag 166.
[3] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, Milano, Se, 1989 pag. 67.
[4] Meister Eckhart, Sermoni, San Paolo, pag, pag. 344.
[5] Theodor Adorno, Minima Moralia, Torino, Einaudi, 1979, pag. 185.
[6] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, San Paolo, II, 148.
[7] Ivi, V. 295.
[8] Ivi, V. 248.
[9] L. V. Thomas, op cit. , pag. 533 nota 35.
[10] Lev Tolstoj, Anna Karenina, Garzanti, Milano, 1981, vol. II, pag. 771.
[11] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, San Paolo, VI, 263.
[12] Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, Casale Monferrato, Marietti, 1985, pag. 4.