Educazione e mistica /3

Raffaele Mantegazza

(NPG 2012-07-71)

 

Molte persone hanno l’abitudine
di imporre agli altri i propri desideri dando
a questi il nome di regole
(Didier Anzieu)

Perché costruire un tempio? Perché obbedire a una guida spirituale? Perché accettare mediazioni tra la nostra anima e Dio?
Forse ogni volta che una religione ha iniziato ad affermarsi nel mondo si è trovata ad affrontare questi dilemmi.
La tensione tra l’assoluta solitudine e intimità del rapporto tra il/la fedele e il suo Dio da un lato e le mediazione di un sacerdote nel momento dell’incontro istituzionale del popolo di Dio; la dialettica tra l’assoluta assenza di norme vincolanti per l’incontro con la divinità da una parte e la necessità di confrontarsi con le regole che normano l’assemblea del popolo di Dio, come ogni altra assemblea; la difficile convivenza tra un carisma che non accetta istituzionalizzazioni e una istituzione che mal sopporta l’anarchismo del carisma: tutti questi tratti del pensiero mistico sono di estrema attualità pedagogica soprattutto in un momento come quello attuale nel quale la discussione – e la retorica – sulle regole in educazione sembra essere all’ordine del giorno.
L’anima illuminata dal rapporto con Dio sembra poter fare a meno delle regole e delle proibizioni:

«E perché tali Anime dovrebbero farsi scrupolo di prender quello di cui hanno bisogno, quando la necessità glielo chiede? (…) Chi dovrebbe farsi scrupolo di prendere ciò di cui ha bisogno all’interno dei quattro elementi, quali la chiarità del cielo, il calore del fuoco, la rugiada dell’acqua e la terra che ci sostiene? (…) E perciò tali Anime usano tutte le cose fatte e create di cui la Natura ha bisogno, con una sola pace di cuore, come fanno della terra sulla quale camminano».[1]

L’illuminazione ha posto l’anima su un livello differente rispetto a quello occupato dagli altri esseri umani; non c’è più necessità di tabù, di vincoli, di regole che escludano alcuni elementi o alcune azioni dal campo di esperienza umana. In una frase dal sapore paolino possiamo dire che l’anima sa che «tutte le cose le sono convenienti, poiché da nessuna parte ella trova cosa nella quale non trovi Dio»[2] (Porete 215)
Potremmo pensare che in questa posizione di rifiuto delle mediazioni vi sia della presunzione; ma in realtà si tratta della logica conseguenza dell’aver accettato in modo profondo e totale l’infinità di Dio.
Se «finitum non est capax infiniti» ci si potrebbe domandare non solo come può l’infinità di Dio essere rinchiusa in un tempio, ma anche come potrebbe l’esperienza del divino essere normata dall’uomo. Non è forse segno di presunzione proprio il credere che le nostre regole e le nostre norme possano valere per Dio? Non è proprio un limitare l’infinito avere la pretesa di costringerle all’esperienza che ne facciamo all’interno delle nostre piccole regole?

«Quelli che io chiamo asini cercano Dio nelle creature, nei monasteri pregando, nel paradiso creato, nelle parole umane e nelle Scritture (…) Sembra che la gente che lo cerca così per monti e per valli sia convinta che Dio sia soggetto ai suoi sacramenti e alle sue opere (…) tempo buono e profittevole hanno coloro che non adorano Dio soltanto nelle chiese e nei monasteri ma l’adorano in ogni luogo in unione con la divina volontà».[3]

Libertà e regole

C’è allora uno stato di libertà assoluta e ineffabile che viene sperimentato dal mistico e che lo/la pone al di là delle norme:

«I liberi fanno tutto quel che loro piace, se non vogliono perdere la pace; poiché sono giunti allo stato di libertà, ossia sono caduti dalle Virtù nell’Amore e dall’Amore nel nulla».[4]

Occorre però leggere queste righe con estrema attenzione. La libertà di cui qui si parla è libertà dell’esperienza del divino. Non si dice che le regole sono inutili ma che attraverso di esse non si giunge al livello ineffabile di esperienza del divino proprio del mistico: chi volesse dedurne un invito all’anarchismo commetterebbe un errore di prospettiva storica, lo stesso commesso in malafede da coloro che condannarono al rogo la Porete.
La Porete non ha interesse alle regole che normano la vita associata degli uomini, che per lei sono valide anche perché sono del tutto indifferenti all’esperienza del divino; obiettivo polemico dell’autrice sono le persone che credono nelle regole piuttosto che credere in Dio, coloro che rispettano i comandamenti perché «si fa così», perché «è stato detto loro»: obiettivo della Porete sono le persone ipocrite che in ogni tempio rispettano le regole perché e quando conviene loro, indipendentemente da ogni ricerca del divino:

«Amico, che diranno le beghine/ e la gente di religione/Quando udranno l’eccellenza/ della nostra divina canzone?/Le beghine dicono che erro/e i preti, chierici e predicatori/Agostiniani, carmelitani/ e i frati minori/Per ciò che scrivo dello stato/dell’Amore nobilitato/E non salvo la loro Ragione/ che li fa attribuirmi queste cose/Desiderio, Volontà e Timore/ certo tolgono loro conoscenza»[5] (447)

È dunque estremamente attuale il discorso della Porete. Se è vero che la lettera uccide e lo spirito vivifica, anche oggi dobbiamo porci, a fianco della questione (che dovrebbe essere ovvia ma che in Italia è ben lontana dall’essere condivisa) del rispetto delle regole anche quella, più radicale, dello spirito delle leggi, di quel disegno più complessivo che le regole contribuiscono a tratteggiare ma del quale non completano l’immagine.
Se l’anima illuminata per la Porete si colloca «Non contro le Virtù ma al di sopra»,[6] questo non significa affatto che le virtù siano negate, ma che ci si colloca su un piano che le vede nella prospettiva, come strumenti di una ragione più elevata.
Per certi versi è lo stesso piano al quale ci guida Angelus Silesius quando individua nella giustizia (che a noi richiama il sapore ebraico del termine «tzadik» per indicare il Giusto) la dimensione trascendente comune a tutte le regole e a tutte le virtà «Tutte le virtù son una, vedi, non c’è differenza/Vuoi sentirne il nome? Si chiama giustizia».[7]

Una declinazione pedagogica

Occorre allora pretendere dai ragazzi il rispetto delle regole? È sufficiente accontentarsi di un rispetto formale? Oppure occorre educare senza regola alcuna? Iniziamo col dire che la proposizione «Fai quello che vuoi» ci appare come la più vessante e la più rigida delle regole, che oltretutto lascia il soggetto in balia della più totale solitudine e soprattutto libera l’educatore dal fastidio dell’educare; possiamo però dire che la lezione dei mistici consiste nell’indicarci il dovere consistente nell’indicare ai nostri giovani – e nel cercare insieme a loro – l’aspetto trascendente della norma, ovvero la società che viene disegnata in controluce dal sistema di norme che vogliamo essi rispettino, l’esperienza dell’umano e del divino che viene consentita dalla singola regola e dalla sua articolazione con altre. In questo senso la persona più libera non è quella che rifiuta le regole sottoponendosi così in modo più rigido alla sua disciplina (non conosciamo persona più frustrata e normata del soggetto che fuma laddove è vietato solo e proprio perché vietato: esempio di obbedienza cieca e stupida a una norma nell’illusione puerile di violarla!) ma quella che non ha quasi più bisogno che le regole le vengano ricordate perché ha fatto una seconda natura non tanto delle norme quanto della «ratio» che le contiene. In questo senso la mistica contemporanea Annick de Souzenelle, richiamandosi a Jean Yves Leloup, ci presenta il concetto di «normosi», una vera e propria malattia cronica delle società che si sviluppa quando le norme diventano fini a se stessi e perdono il loro riferimento a un mondo migliore e a una convivenza civile.[8]
Primo sintomo di questo male sociale è il moltiplicarsi di regole che vanno a normare aspetti sempre più minimali e particolari della vita umana, rinchiudendo l’uomo e la donna in un carcere normativo nel quale la norma ha perso del tutto qualsiasi riferimento alla speranza e alla civiltà.
Così anche le istituzioni ritrovano il loro senso se le si intende come luogo di una esperienza del divino o meglio di una condivisione dell’esperienza del divino fatta insieme agli altri e alle altre, e che non esclude l’esperienza personale del trascendente. Se le istituzioni non pretendono di monopolizzare le esperienze umane ma ne propongono la condivisione e la socializzazione, allora l’essere umano può trovare nelle norme e nelle regole che le reggono un contenitore per la voglia di condividere con altri la gioia del vivere e dell’esistere.
Il mistico non viola le regole, né le elimina. Semplicemente le rispetta senza conoscerle perché illuminato dalla luce divina. Per noi che vogliamo vivere una vita civile, anche la conoscenza delle norme è fondamentale; sapendo che la vita (per fortuna) non si esaurisce in esse, ma che una società che rispetti le Dieci Parole del Primo Testamento o i 150 articoli della Costituzione sarebbe decisamente un bel posto nel quale vivere.


NOTE

[1] Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici, San Paolo, 1994, pag. 189.
[2] Ivi, pag,. 215.
[3] Ivi, pag. 305.
[4] Ivi, pag. 261.
[5] Ivi, pag. 447.
[6] Ivi, pag. 391.
[7] Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, San Paolo, V, 172.
[8] Annick de Souzenelle, L’Egitto interiore, Troina, Città Aperta, 2007.