Letteratura e formazione /9. Libri memorabili tra classici e contemporanei

Raffaele Mantegazza

(NPG 2010-09-75)


È la natura a porre i limiti; l’uomo può crogiolarsi finché vuole nel suo ruolo prometeico di principio regolatore dell’Universo, di padrone e signore di quel Cosmo del quale è ospite e di quella Terra della quale al massimo è un affittuario, nemmeno il principale. La cosa che occorre capire, e che ogni montanaro e ogni marinaio sanno bene, è che l’unico modo di rapportarsi alla montagna e al mare è assoggettarsi a quella che Ivano Fossati ha definito «disciplina della terra»:

La disciplina della Terra
sono i padri e i figli
i cani che guidano le pecore
tutti quei nomi dimenticati
sotto la mano sinistra del suonatore.[1]

È l’esatto opposto dell’atteggiamento da padrone incontrastato del Cosmo, rappresentato nella Commedia dantesca dalla figura di Ulisse che «si mette» al di là del limite costituito dalle colonne d’Ercole («dov’Ercule segnò li suoi riguardi»,[2] così straordinariamente commentato da Primo Levi:

... Ma misi me per l’alto mare aperto. Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché «misi me» non è «je me mis», è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. (…) ... Acciò che l’uom piú oltre non si metta. «Si metta»: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, «e misi me».[3]

Ulisse sembra il prototipo dell’avventura; capace di provocare il desiderio di conoscenza e di avventura anche nei suoi compagni, richiamandosi al coraggio dell’uomo, al suo carattere costituzionalmente aperto, al suo desiderio di «andare oltre»

«O frati», dissi «che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza».

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti».[4]

Indubbiamente l’uomo è aperto, è un essere anticipante e dunque avventuroso:

«un essere aperto, [a causa della sua] irrimediabile nascita prematura con una possibilità di formazione che resta a lungo. (…) Solamente l’uomo tra tutti gli animali ha la possibilità di un trapasso nel settimo giorno nel quale tutto riposa tranne lui».[5]

Ma proprio la vicenda di Ulisse e dei suoi compagni ci fa comprendere che il vivere in modo avventuroso, se deve possedere un contenuto pedagogico, non deve mai essere disgiunto dal ricercare le regole e le norme alle quali sottostare, dimodoché la libertà dell’avventura non si tramuti mai in arbitrio. E sono le stesse strutture dell’avventura a provvedere le Norme: una montagna troppo alta per poterla scalare senza respiratore, un’insenatura dove l’acqua è troppo profonda per immergervisi, un bosco nel quale è meglio non penetrare la notte, mettono il soggetto di fronte alla sua limitatezza e al contempo gli forniscono la misura realmente umana e creaturale della sua possibile libertà. Il prometeismo di Ulisse invece non conosce limiti; e porta alla sventura:

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque.[6]

Primo Levi è geniale nel connettere queste rime con la sua vicenda nel Lager: non è forse l’assenza di limiti a costituire la base dell’ideologia nazista; non è forse qui il segreto del totalitarismo? Non è forse il delirio di onnipotenza una delle strade attraverso la quale il nazifascismo si è imposto all’Europa? E non sono forse suoi segreti figli [7] gli adepti odierni di una «scienza esatta votata allo sterminio/ senza amore, senza Cristo»[8] che ripropongono tra Ogm e ingegneria genetica l’incubo perturbante di un uomo regolatore del Reale?

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo « come altrui piacque », prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai piú, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del cosí umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui...» infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».[9]

Potrebbe sembrare quasi una provocazione proporre una lettura di Ernest Hemingway da un versante anti-prometeico; soprattutto da quando critici poco attenti l’hanno definito fascista (dimenticando o proprio non sapendo nulla del suo rischiare la vita contro i franchismi nella Guerra di Spagna… non avendo dunque mai letto Per chi suona la campana); ma proprio gli antieroi di Hemingway, gli sconfitti per definizione (il soldato disertore di Addio alle armi che perde la moglie che muore di parto; il Thomas Hudson di Isole nella corrente sconvolto dalla morte della moglie e dei due figli; lo stesso Roberto Jordan di Per chi suona la campana; il colonnello di Di là dal fiume e tra gli alberi che affida al suo ultimo gesto, il chiudere saldamente la portiera dell’auto, tutta la dignità di un uomo sconfitto) incontrano il limite sulla loro strada, e ne Il vecchio e il mare il limite è costituito dalla natura.[10] Che si tratti di una partita persa lo si capisce dalle primissime righe del libro:

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.[11]

Il vecchio esce dunque da solo e inizia una lunghissima, estenuante battaglia contro un pescespada; riesce a catturarlo ma non a tirarlo a bordo e dunque l’animale verrà sbranato dai pescecani, che lasceranno al vecchio solamente la lisca; il vecchio, da conoscitore del mare, accetta la sconfitta e non ne incolpa il Fato, ma si sottomette alle leggi del mare; anche lui, come Ulisse, «si è messo» troppo oltre:

Si distese a poppa e girò il timone e cercò il chiarore che doveva apparirgli nel cielo. Ne ho una metà, pensò. Forse avrò la fortuna di portare a casa la metà anteriore. Devo avere anch’io un po’ di fortuna. No, disse. Hai violato la tua fortuna quando sei andato troppo al largo.[12]

Quando ormai lo scempio è compiuto il vecchio affronta un presagio di morte; lo supera, e affida a un antichissimo gesto apotropaico, lo sputo in mare, il resto della sua dignità ferita ma non domata:

Il vecchio ora respirava a stento, e sentiva un sapore strano in bocca. Era dolciastro e ramoso e per un momento ne ebbe paura. Ma durò poco. Sputò nell’oceano e disse: «Mangiate anche questo, galanos. E sognate di aver ucciso un uomo».[13]

Tornato a riva, il vecchio si abbandona al sonno; l’ironia di Hemingway presenta nella scena finale due turisti che fraintendono le spiegazioni a proposito della lisca appesa fuori dalla capanna del vecchio; là egli non sente, sta già dormendo, è già trasportato nel grembo del suo sogno preferito:

«Che cos’è?» chiese al cameriere, indicando la lunga colonna vertebrale del grande pesce, ormai spazzatura che aspettava di essere portata via dalla corrente.
«Tiburon» disse il cameriere. «Pescecane». Voleva spiegare cos’era successo.
«Non sapevo che i pescecani avessero la coda così bella, così ben fatta».
«Neanch’io» rispose il suo compagno.
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato.
Dormiva ancora bocconi e il ragazzo
gli sedeva accanto e lo guardava.
Il vecchio sognava i leoni.[14]

La natura dunque, esemplificata dal mare in entrambi i nostri esempi, pone limiti: la hybris, il vero peccato dell’essere umano, forse la radice di tutti quanti i suoi mali, non consiste tanto nello sfidare i limiti ma nel non riconoscerli e nel non capire e accettare la sconfitta. Davanti al mare, alla montagna, al tornado è sciocco non tentare la scalata, la traversata, l’osservazione. Ma è anche sciocco gettarsi in grembo a queste forze senza rispetto per i limiti che queste ci pongono davanti. Forse è più dolce osservare i limiti senza violarli; vale anche per le cose umane, come ricordava Lucrezio:

È dolce, quando sul vasto mare i venti turbano le acque, assistere da terra al gran travaglio altrui, non perché sia un dolce piacere che qualcuno soffra, ma perché è dolce vedere di quali mali tu stesso sia privo. È dolce anche vedere i grandi scontri di guerra schierati nella pianura senza che tu prenda parte al pericolo. Ma nulla è più dolce che tenere saldamente gli alti spazi sereni, fortificati dalla dottrina dei sapienti, da dove tu puoi stare a guardare dall’alto gli altri, e osservarli errare qua e là e cercare smarriti la via della vita, gareggiare in qualità intellettuali, contendere in nobiltà di sangue e sfarzosi di notte e giorno, con instancabile attività, per arrivare ad una grande ricchezza e impadronirsi del potere.[15]

Godere dei limiti della natura e dell’uomo non significa per forza affrontarli; ma se lo si fa occorre il più profondo rispetto. Per accedere alle zone polari artiche non occorre il passaporto, ma ai controlli di frontiera è obbligatorio dimostrare di essere in possesso dell’attrezzatura necessaria per il difficile viaggio tra i ghiacci eterni:[16] è il ghiaccio a comandare e a decidere il limite, non l’uomo reso goffo da una uniforme. Noi non comandiamo niente; sappiamo a malapena obbedire. Se sviluppassimo questa seconda qualità non nei confronti delle persone ma delle montagne, delle onde, dei venti scopriremmo che forse, oggi, «l’obbedienza è ancora una virtù».[17]


NOTE

[1] Ivano Fossati, La disciplina della terra, dall’album omonimo, 2002.
[2] Inferno, XXVI, 108.
[3] Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1980, pag. 89 e 91.
[4] Inferno, XXVI, 112-123.
[5] Ernst Bloch, Il principio speranza, Milano, Garzanti, 2000 pag. 1220.
[6] Inferno, XXVI, 139-141.
[7] «Auschwitz sta figliando nel mondo/non sentite l’odore del fumo?/I figli, pur diversi, gli assomigliano» (Danilo Dolci, Non sentite l’odore del fumo?).
[8] Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo.
[9] Levi, cit,. pag. 92.
[10] Non vogliamo assolutamente perdonare a Hemingway il suo amore per la caccia e per le corride; le contraddizioni fanno parte dell’umano, anche di quello che rimane per noi il più grande autore nordamericano del XX secolo.
[11] Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, Milano, Mondatori, 1978 pag. 3.
[12] Ivi, pag. 42.
[13] Ivi, pag. 43.
[14] Ivi, pag, 46.
[15] Tito Lucrezio Caro, De rerum natura. II, 1-13.
[16] Cf Christoph Ransmayr, Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre, Milano, Feltrinelli, 2008.
[17] Sarà ovvio che si riferiamo a una forma di obbedienza del tutto diversa e opposta rispetto a quella giustamente criticata da Lorenzo Milani nel suo L’obbedienza non è più una virtù.