Con stile

Inserito in NPG annata 2010.

 

Educare l’amore. Percorso per fidanzati /6

Raffaele Gobbi

(NPG 2010-09-51)


La scommessa sottostante a questa riflessione è che un fidanzamento debba essere buono e bello insieme; per dirla in altri termini, ricco di virtù e portato avanti con stile. Accostando l’antica categoria di «virtù» a quella molto più recente di «stile di vita», nascono spunti interessanti per il cammino del fidanzamento.
Un fidanzamento cristiano è credibile e sa affascinare (ha, cioè, forza testimoniale) perché mostra il fiorire di una umanità bella e compiuta. Per dirla con un aforisma attribuito a Mark Twain: «Mio Dio, rendi buoni i cattivi e soprattutto simpatiche le persone buone!».
Il riferimento alle virtù, oggi molto in voga, si spiega anche così:[1] Note di Pastorale Giovanile ha colto nel segno proponendo tra il 2009 e il 2010 la rubrica intitolata le virtù (Paolo Carlotti),[2] come in molte altre occasioni ha dato rilievo a questa categoria della vita morale.

Virtù

Quel che può la virtù di un uomo non si deve misurare dai suoi sforzi ma dal suo comportamento ordinario (Blaise Pascal, pensiero n. 352).
Attraverso la proposta sulle virtù, il cristianesimo disegna l’immagine di una persona umanamente realizzata e compiuta (per quel che è possibile qui in terra).
È l’uomo nuovo, al centro della predicazione di san Paolo, rivestito di Cristo e per questo capace di valorizzare tutta una serie di virtù, che non sono esclusiva del cristianesimo: «Fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).
Ma cosa è una virtù? È una disposizione abituale e stabile a fare il bene. Consente alla persona, non soltanto di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé. Con tutte le sue energie la persona virtuosa tende verso il bene; lo ricerca e lo sceglie in azioni concrete. C’è da precisare che la virtù non è la smania di agire quanto di lasciarsi agire dallo Spirito! La virtù non è un fare dell’uomo, quanto piuttosto un lasciar fare a Dio.
Fede, speranza e carità sono le colonne portanti, le virtù dette teologali, perché fondano la vita sul mistero di Dio. Prudenza, fortezza, giustizia e temperanza sono dette cardinali perché sono il fulcro attorno a cui far ruotare la nostra umanità.

Stile di vita

«Lo stile è la fisionomia dello spirito» (attribuito ad Arthur Schopenhauer).
Lo stile di vita è l’impasto armonioso e originale delle virtù: una coppia ha stile quando miscela le virtù in modo armonioso e originale. Uno stile di vita:
– ha una certa continuità nel tempo e stabilità;
– valorizza la dimensione estetica dell’agire, recuperando il rapporto tra ciò che è buono e ciò che è bello;
– supera l’individualismo perché è un messaggio/testimonianza alla società (hanno importanza le buone pratiche);
– c’è una dimensione critica rispetto ai modelli dominanti: si pensi ad esempio a quelli che vengono definiti «nuovi stili di vita».[3]
Accostando alle quattro classiche virtù cardinali quanto suggerito dai «nuovi stili di vita», si possono fare considerazioni stimolanti per una misura alta di fidanzamento… e per vivere il cammino a due in modo convincente e affascinante agli occhi del mondo.

Giusti

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri…
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: ‘Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi’. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro.
Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone…» (Mt 20)
Nel rapporto a due è essenziale vivere la giustizia non legati ad una logica di stretta proporzionalità ma di gratuità: amare, in fondo, è donare se stessi all’altro e questo non come una specie di ricompensa per ciò che l’altro ha fatto nei nostri confronti. La logica della gratuità è tipica dell’amore esclusivo di due persone l’uno per l’altra. Giustizia è allora, come da definizione antica, «dare al prossimo ciò che gli spetta e gli è dovuto», ma nel senso alto e «smisurato» che Dio insegna, soprattutto quando quel prossimo è la persona che mi sta accanto e mi ama. La giustizia di Dio è la sovrabbondanza e generosità nell’amore… da non tutti compresa (cf vangelo).
La disponibilità ad essere «sovrabbondanti» nel dare all’altro ciò che merita, cioè il massimo, va alimentata, curata, fatta crescere.
Riecheggiando quanto con forza profetica emerge dai «nuovi stili di vita», con un semplice flash, vivere la giustizia oggi è questione di essenzialità.
Nella coppia va tracciato uno stile di vita ispirato all’essenzialità, così da sostenere comportamenti che combattano in concreto l’enorme squilibrio sociale, economico e culturale che caratterizza i nostri tempi.

Forti

«Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor 4,7-9).
È la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene.
La fortezza presuppone la conoscenza e la consapevolezza delle proprie debolezze. Il tesoro dato da Dio (l’amore a due) è custodito in vasi di creta cioè in una realtà fragile, debole. Non è forte chi è mosso dall’orgoglio ma chi riconosce umilmente – a se stesso e all’amato – le proprie fragilità. Nello stesso tempo di fronte alle fragilità la fortezza aiuta a reagire.
La fortezza viene da Dio e non da noi: Paolo scrive di sentirsi come un vaso (ossia un contenitore) che ha come scopo quello di lasciarsi riempire. Quindi la fortezza non è presunzione, superbia, spavalderia ma dono dello Spirito. Non è forte la coppia che confida solo in se stessa e nelle proprie forze, ma quella che si affida a Dio e pure sa fare tesoro dell’esperienza e saggezza di altri.
L’uomo forte ama con gratuità e umiltà. In fondo la vera forza è essere amati e riempiti dei doni di Dio come vasi di creta; e come vasi di creta lasciarsi colmare di quel tesoro che è l’amore dell’altro/a.
Eppure la società sembra costringere a nascondere ogni vulnerabilità onde evitare critiche e giudizi; spinge alla competizione; inclina a non ammettere mai il proprio errore. In questo senso la lezione dei «nuovi stili di vita» è liberante: alla competizione sostituire la cooperazione, alla ricerca esasperata della perfezione l’accoglimento del limite, alla velocità la lentezza, al culto dell’apparenza la premura per l’interiorità, ecc. Tutti input stimolanti per i fidanzati.

Prudenti

«La sapienza tutto conosce e tutto comprende, e mi guiderà prudentemente nelle mie azioni e mi proteggerà con la sua gloria. Così le mie opere ti saranno gradite; io giudicherò con equità il tuo popolo e sarò degno del trono di mio padre» (Sap 9,11-12).
La prudenza è la retta norma dell’azione, secondo S. Tommaso. Non va confusa con la timidezza o la paura, né con l’inerzia e il fatalismo, tutt’altro! La prudenza è la virtù dell’agire determinato, saggio e coraggioso. L’invoca, accorato, Salomone nel libro della Sapienza: mica facile governare un popolo inquieto come quello ebreo!
Paradossalmente la prudenza nel cammino di fidanzamento è la virtù che spinge a scegliere e decidere di sé, che invita ad osare e al «rischio»! Prudenza è il coraggio di investire sul proprio amore non rimandando od aspettando che tutto, ma proprio tutto, sia a posto e sistemato, prima di fare un passo importante. Per quanto possa stupire, la prudenza nella vita di coppia fa il paio con l’audacia delle decisioni.
Qui risuona l’appello dei «nuovi stili di vita» ad un sentire e agire secondo piena responsabilità! L’audacia senza senso di responsabilità sarebbe, infatti, sventatezza. La direzione di marcia del cammino di fidanzamento è appunto quella di un senso di responsabilità crescente verso se stessi e la persona amata, fino al punto di operare delle scelte. La prudenza, vista in questa ottica di capacità di decidere e di senso di responsabilità, è sicuramente ben lontana da quella caricatura che se ne fa nel sentire comune ed è forse oggi la più preziosa delle virtù cardinali.

Temperanti

«Due tipi di persone moltiplicano i peccati, e un terzo provoca l’ira: una passione ardente come fuoco acceso non si spegnerà finché non sia consumata; un uomo impudico nel suo corpo non desisterà finché il fuoco non lo divori; per l’uomo impudico ogni pane è appetitoso, non si stancherà finché non muoia» (Sir 23,16-18).
Dando una rapida e superficiale scorsa ai significati del verbo, temperare è disporre qualcosa al suo uso più adeguato e pertinente; rendere più solido e resistente; armonizzare esigenze differenti. La tradizione ha associato questa virtù a dimensioni basilari come il cibo e la sessualità, sottolineando in modo esagerato l’aspetto del dominio di sé, dell’autocontrollo, della rinuncia. E così ai fidanzati la temperanza appare sbilanciata sul versante della rinuncia al piacere, dell’auto-castrazione.
Recuperando il senso più genuino della virtù, invece, temperanti sono quei fidanzati che riconoscono la necessità di un percorso graduale, paziente e consapevole per poter sprigionare oltre il richiamo dell’istinto la bellezza e potenza del desiderio. Un piacere s-frenato, come esposto nella tappa numero cinque di questa serie di articoli, implode fatalmente su se stesso e non riesce affatto ad esprimere tutto il suo potenziale. Temperanza è quindi soprattutto re-imparare a desiderare.
La lezione dei «nuovi stili di vita» parla di sobrietà. La sobrietà è uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti o superflui. Dà alle esigenze materiali il giusto peso e non trascura le esigenze spirituali, affettive, intellettuali e sociali dell’individuo. Non va confusa con la frugalità, che resta sul piano dei beni materiali. Sobrio-temperante è l’amore che riconosce la ricchezza di sfaccettature che lo innerva.[4]

Ide-azione

– Una lettura semplice ma profonda e coinvolgente è il testo di Carlo Maria Martini, Le virtù (In Dialogo, Milano 2002). Si può affidare alle coppie di fidanzati questo testo, chiedendone lettura e commento: sicuramente nasceranno utili considerazioni per il cammino a due. 
– Con uno slogan potremmo dire che «ogni coppia è bella a modo suo». La riflessione sulle virtù e lo stile di vita porta a sottolineare la responsabilità di far emergere il bello proprio e specifico che c’è in una coppia. 
Fatte le debite proporzioni (!), stuzzicante al riguardo la canzone di Niccolò Fabi, Capelli [specie l’ultima strofa]:

Io senza capelli
sono una pagina senza quadretti
un profumo senza bottiglia
una porta chiusa senza la maniglia
biglia senza pista
un pescatore sprovvisto della sua migliore esca
don Giovanni senza una tresca
io senza te uno scettro senza re 
Non voglio più chiedere scusa
se sulla testa porto questa specie di medusa o foresta
non è soltanto un segno di protesta
ma è un rifugio per gli insetti
un nido per gli uccelli
che si amano tranquilli fra i miei pensieri e il cielo
sono la parte di me che mi somiglia di più 
Vivo sempre insieme ai miei capelli. 
[…] 
Vivi sempre insieme ai tuoi gioielli
Io vivo sempre insieme ai miei capelli nel mondo
Ma quando perdo il senso e non mi sento niente
io chiedo ai miei capelli di darmi la conferma che esisto e rappresento qualcosa per gli altri
di unico vivo, vero e sincero
malgrado questa pietosa impennata di orgoglio
io tento ogni giorno che vivo
di essere un uomo e non un cespuglio.

Si chieda alla coppia di fidanzati di iniziare un confronto proprio a partire da questo testo… per spingersi lontano e in profondità. Qual è il nostro stile? Ci sono rischi di omologazione e condizionamenti eccessivi? Quali virtù caratterizzano solidamente il nostro rapporto? Ecc… 
– Un altro testo che può essere un valido stimolo per i fidanzati… è molto antico e attinge alla tradizione filosofica romana e greca! Lucio Anneo Seneca, nel suo De vita beata, offre considerazioni che hanno ancora forte attualità! 
Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così poco facile nella vita raggiungere la felicità, che uno, quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora più si corre veloci e più aumenta la distanza. […]
Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l’andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione. […]
Cerchiamo un bene che non sia appariscente, ma solido e duraturo, e che abbia una sua bellezza tutta intima: tiriamolo fuori. Non è lontano; si troverà, bisogna soltanto che tu sappia dove allungare la mano; ora, invece, come se fossimo al buio, passiamo davanti alle cose che ci sono vicine, inciampando magari proprio in quelle che desideriamo.
Intanto, d’accordo con tutti gli stoici, io seguo la natura; è saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. È dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non può realizzarsi se prima di tutto l’animo non è sano, anzi nell’ininterrotto possesso della sua salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciò che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza però ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura ma senza esserne schiavo.
La nostra felicità può essere anche definita altrimenti, nel senso che lo stesso concetto può essere espresso con parole diverse. E, quindi, sarà lo stesso se dirò: «Il sommo bene è l’animo che ha in dispregio i doni della fortuna e si compiace della virtù».

 

NOTE

[1] Uno sguardo riassuntivo e al contempo una panoramica dettagliata si possono trovare nei quattro numeri dell’annata 2007 della rivista Dialoghi, edita dall’AVE: Ritorno delle virtù? – Quali virtù? – Quale uomo per le virtù? – Educare alla virtù.
[2] In particolare utile per dare fondamento solido al nostro discorso Dicesi virtù… NPG 2010/3, pp. 74-78, dove si trova anche una traccia bibliografica.
[3] Una riflessione articolata sul crinale stili vita e virtù nell’articolo di Giampaolo Dianin, Legittimità della categoria «stili di vita» all’interno della teologia morale, «Etica per le professioni», Novembre 2001.
[4] Per un approfondimento, si veda Francuccio Gesualdi (Centro Nuovo Modello di Sviluppo): Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti, Feltrinelli Editore.