I temi negati dell’educazione /4

Mario Pollo

(NPG 2010-08-30)


Nell’articolo precedente avevamo accennato a tre tappe per «animare la notte», nel senso cioè di affrontare questa esperienza giovanile in modo educativo così da renderla un possibile ambito di crescita in umanità dei giovani che ne sono coinvolti.
Le tappe che proponiamo sono fondamentalmente inscritte nel modello e nel metodo dell’animazione culturale, a cui rimandiamo per una analisi più approfondita e motivata.

La prima tappa: il senso della ricerca

La prima tappa, quella fondamentale, è quella della formulazione della domanda che riguarda il senso della propria ricerca di pienezza, appagamento e, forse, felicità nel trascorrere della notte ricorrendo magari allo «sballo», ovvero alla fusione nell’estasi dionisiaca del proprio io cosciente con la totalità dell’inconscio.
Per raggiungere questa meta è necessario che l’animatore diventi uno specchio in cui il giovane può riflettere la propria anima: uno specchio che oltrepassa le forme cangianti dell’io per riflettere quell’immagine dell’anima che svela l’unicità di ogni persona.
Questo specchio raro è presente solo nelle relazioni autentiche ed è costruito solo dai veri maestri che vivono ciò che insegnano, ma che richiede soprattutto la partecipazione attiva di chi è destinato a riflettersi in esso. È questo anche lo specchio che svela al giovane la propria vocazione, ovvero il contributo specifico che ogni persona deve dare alla vita, alla condizione umana e al mondo, affinché possa realizzare il compito affidato all’unicità della sua anima.
Questo specchio può essere realizzato dall’animatore solo attraverso una relazione interpersonale auten­tica.
È però necessario ribadire che questa relazione non è il risultato di un espediente tecnico, ma un elemento costitutivo dell’individualità e dell’identità della persona umana, perché, come afferma Buber:

«non c’è alcun io in sé ma solo l’io della parola fondamentale io-tu, e l’io della parola fondamentale io-esso. Quando l’uomo dice io, è presente l’io che intende. Anche se dice tu o esso, è presente l’io dell’una o dell’altra parola fondamentale».[1]

Per comprendere questa affermazione è necessario ricordare che per Buber:

«Il mondo ha per l’uomo due volti, secondo il suo duplice atteggiamento. L’atteggiamento dell’uomo è duplice per la duplicità delle parole fondamentali che egli dice. Le parole fondamentali non sono singole ma coppie di parole. Una di queste parole fondamentali è la coppia io-tu. L’altra parola fondamentale è la coppia io-esso; dove, al posto dell’esso, si possono anche sostituire le parole lui o lei, senza che la parola fondamentale cambi. E così anche l’io dell’uomo è duplice. Perché l’io della parola fondamentale io-tu è diverso dall’io della parola fondamentale io-esso».[2]

Ma non solo; Buber sottolinea anche che «la parola fondamentale io-tu si può dire solo con l’intero essere. La parola fondamentale io-esso non può mai essere detta con l’intero essere».[3] Questo perché quando si dice la parola fondamentale io-esso si oggettiva l’altro, mentre quando si dice la parola fondamentale io-tu non esiste più alcun oggetto, perché l’altro non è più una cosa tra le cose, perché egli sta nella relazione come un «… tu che riempie la volta del cielo. Non come se non ci fosse nient’altro che lui: ma tutto il resto vive nella sua luce».[4]
Purtroppo la parola io-tu è detta in un istante e rapidamente l’uomo passa alla parola io-esso. E questo avviene non appena fa esperienza della persona con cui è in relazione, perché

«Io non sperimento l’uomo a cui dico tu. Ma, nella santa parola fondamentale, sono nella relazione con lui. Appena me ne allontano, lo sperimento di nuovo. Esperienza è lontananza del tu. Ci può essere relazione anche se l’uomo a cui dico tu, non lo percepisce nella sua esperienza. Perché il tu è più di quanto l’esso sappia. Il tu fa di più, e gli succede di più di quanto l’esso sappia. Qui non sopravviene alcuni inganno: qui è la culla della vita reale».[5]

È la parola fondamentale io-tu quella che fonda il mondo della relazione. Tra l’altro la parola Io-Tu può essere detta anche nel silenzio. Senza questa parola non si ha relazione e non si innescano i processi di trasformazione che sono l’oggetto di ogni intervento educativo.
È necessario però ricordare che la relazione autentica è possibile solo a patto di accettare di costruirla attraverso una ricerca paziente che si sviluppa in un cammino faticoso, fatto di successi e di insuccessi, ma comunque arricchente per la personalità umana, specialmente se esso condurrà alla meta. Anche l’insuccesso, comunque, al di là dell’amarezza che il non raggiungimento della meta può provocare, è una esperienza evolutiva per coloro che si sono impegnati sinceramente e con generosità nella ricerca della relazione autentica.

La seconda tappa: la scoperta dell’alterità

La ricerca della relazione autentica – oltre che alla formulazione della domanda – è funzionale alla seconda tappa, quella della scoperta dell’alterità. Questo perché il cammino verso la relazione autentica, che si sviluppa normalmente in quattro passi, prevede nell’ultimo passo la scoperta del Noi.
A questo punto è forse opportuno ricordare quali sono i quattro passi verso la relazione autentica.[6]
* Il primo passo è costituito dal riconoscimento e dall’accettazione, da parte della persona, della propria identità personale e, quindi, del proprio progetto personale di vita. Occorre chiarire che questo riconoscimento e questa accettazione dell’identità personale non si esauriscono nella presa di coscienza del proprio corpo, della propria psiche e delle proprie condizioni economiche e sociali. Infatti, essi richiedono che la persona scopra il senso e il significato che conferisce alla realtà e che dipende dal modo in cui assume la propria esistenza.
In altre parole, il riconoscimento e l’accettazione di sé dipendono dal senso che si dà al proprio corpo, alla propria psiche e alla realtà socio-economica che si abita. La scoperta del proprio modo di interpretare la realtà e, conseguentemente, dell’assunzione cosciente e responsabile del proprio progetto di vita, è un passaggio indispensabile nella costruzione della comunicazione autentica.
* Il secondo passo è il riconoscimento e l’accettazione dei limiti e delle possibilità che la realtà offre. In altre parole, questo significa che la persona deve sviluppare una concezione realistica del mondo e della vita e, quindi, riformulare il proprio adattamento all’ambiente naturale e sociale in modo da poter esprimere il massimo di se stessa all’interno dei limiti posti dalle condizioni sociali, economiche, culturali e naturali in cui vive.
* Il terzo passo viene compiuto, invece, con il riconoscimento e con l’accettazione integrale degli altri e della loro identità e dei loro progetti di vita. Questo significa non solo la conquista della tolleranza, ma la capacità di capire gli altri, di interpretare cioè correttamente il loro modo di porsi nei confronti di se stessi, degli altri e del mondo. Questo esige uno sforzo di decentramento, di empatia, cercando di capire il senso che questi danno della propria vita, di se stessi e delle proprie azioni.
* Il quarto passo è la decisione a cooperare, ovvero a vivere un rapporto solidale, di mutuo aiuto, con gli altri al fine di favorire il proprio e l’altrui cambiamento verso una forma più autentica di vita. Questo significa che la relazione consente di scoprire, al di là del rapporto Io-Tu, quello del Noi. È questa indubbiamente la fase finale del cammino verso la costruzione di una relazione autentica.
Tuttavia, perché questo passo sia compiuto, come del resto anche gli altri tre, è necessario che la persona, mentre compie il proprio cammino, eviti di compiere tre passi che, normalmente, nelle relazioni umane vengono compiuti.
– Il primo passo da evitare è quello di dare un giudizio di valore sull’altro. Dare un giudizio di valore significa, infatti, non accogliere l’altro nell’immediatezza e nella genuinità del suo vissuto, bensì in funzione del proprio personale sistema di valori, oltre che dei propri pregiudizi e immagini stereotipe della realtà.
– Il secondo passo da evitare riguarda non più la formulazione di giudizi di valore, ma l’applicazione di etichette a sé e agli altri, magari sulla base di teorie psicologiche o di modelli culturali. Dire di una persona che è introversa significa che, invece di capire quella persona sulla base del suo comportamento concreto nella relazione, si cercherà di osservare in quella persona i comportamenti e gli atteggiamenti che confermano l’etichetta che le si è data.
– Il terzo passo che occorre evitare riguarda il considerare l’Io e il Tu che entrano in relazione come un accostamento più o meno accidentale di due entità separate. Occorre a questo proposito ricordare che l’Io e il Tu possono entrare in comunicazione solo perché esiste un Noi che viene prima dell’Io e del Tu. Infatti, come si è più volte ricordato, se non esistesse un Noi (natura, società, cultura) non esisterebbe alcun Io e alcun Tu, perché l’uomo non maturerebbe la sua coscienza, la sua libertà e la sua autonomia personale. Il bambino conquista il suo Io e diventa uomo solo perché c’è un Noi che si prende cura di lui, lo nutre, lo educa, gli insegna il linguaggio e lo introduce in una data società e cultura sociale. Tra gli uomini esiste, quindi, un Noi che è sottostante al loro Io, anche se occorre sottolineare che è attraverso i rapporti Io-Tu che viene continuamente trasformato e ricostruito il Noi.
Questi passi indicano chiaramente che relazione autentica non è ottenibile tecnicamente con qualche espediente più o meno complicato, ma è il frutto di un lavoro di trasformazione di se stessi, compiuto insieme agli altri. Una trasformazione che può avvenire solo se si fonda sull’amore per se stessi, per gli altri, per la natura e la cultura che tesse la vita umana.
La relazione autentica, come si è visto, conduce sia alla formulazione della domanda che alla scoperta dell’alterità e rende possibile l’intrapresa del cammino verso l’ultima meta: l’apertura al trascendente.

La terza tappa: la ricerca della trascendenza

In questa tappa, partendo dalla domanda riformulata intorno alla ricerca, oscura, a volte anche distruttiva, ma comunque profonda del senso della vita umana che il giovane ha compiuto nella notte, si avvia la ricerca della trascendenza che si rivela una dimensione irrinunciabile nella vita dell’uomo e, quindi, della sua educazione. Infatti, uno degli obiettivi fondamentali dell’animazione è quello di riconoscere l’invocazione che la realtà in via di liberazione continuamente rilancia alla conquista di una speranza radicale.
Volendo tradurre in termini di «abilitazioni» questo enunciato, si può dire che l’animazione propone, come obiettivo della terza tappa, quello di abilitare il giovane a vivere un tempo discontinuo e non omogeneo, al cui interno costruire un santuario in cui celebrare la festa e riflettere il mistero del finito aperto all’infinito nell’esperienza umana.
La costruzione del santuario nel tempo può avvenire aiutando il giovane a «contare i giorni», ovvero a scandire lo scorrere del tempo della sua vita all’interno di un ritmo in cui gli intervalli che lo creano sono ciò che metaforicamente è stato indicato come un santuario del tempo.
Questo significa aiutare il giovane a ricavare dei momenti in cui le leggi della faticosa sopravvivenza, delle ferree necessità, della lotta sono sospese ed egli può prendersi cura, integralmente, del proprio essere. Costruirsi un santuario nel tempo significa manifestare la capacità di rendere attuale, nella propria vita, l’ultimo dono che nel corso della creazione Dio ha fatto all’uomo: il Sabato.
Infatti, il centro esistenziale per l’uomo contemporaneo, collocato all’interno di un itinerario di salvezza lungo la storia, non è più un luogo dello spazio, bensì un luogo del tempo. Il centro della vita non abita più lo spazio dell’uomo ma il suo tempo.
In questo tempo è possibile, attraverso il linguaggio rigenerato nei suoi significati più profondi, sviluppare la ricerca della totalità nella persona e nella vita umana, perché nel santuario del tempo possono essere uditi i racconti salvifici che immergono l’uomo nel mondo dell’essere. Questi racconti possono però essere uditi solo se l’animatore aiuta il giovane a scoprire il silenzio, che non va inteso come assenza di rumore, ma come condizione necessaria al manifestarsi del sacro, allo svilupparsi della comunicazione dell’uomo con il trascendente. Il silenzio è prezioso, non perché le parole svaniscono, ma perché le parole riconoscono la loro impotenza a veicolare i significati trascendenti. Le parole, i segni in generale, i simboli, le immagini sono una sorta di scala che consentono di raggiungere una certa quota nell’incontro con l’assoluto e con la verità del proprio essere. Ma, da quella quota in poi, c’è solo il sentiero disegnato dal silenzio. Tuttavia non può essere un silenzio che nasce dal nulla, ma un silenzio che viene disegnato dai segni, dai simboli e dalle immagini, in uno stadio immediatamente precedente. Un silenzio, cioè, che si nutre sino alla propria soglia di un discorso che significa.
Nell’animazione all’apertura alla trascendenza è perciò importante che il giovane ri-scopra il linguaggio dimenticato del simbolo che gli consente di stabilire un rapporto di comunicazione con il trascendente e nello stesso tempo con le profondità della sua psiche.
Per prima cosa è necessario chiarire che il linguaggio del simbolo, per l’uomo moderno, in particolare per il cristiano che concepisce la salvezza nella storia, non è più e non potrà più essere la scala del cielo, ovvero una sorta di sostituto della rivelazione, ma solo la via attraverso cui – entrando in contatto con la cultura arcaica, con gli archetipi e con le immagini che in qualche modo rappresentano i «reperti archeologici» in cui è depositata, sin dagli inizi, la sapienza e l’esperienza dell’avventura umana nel mondo – egli diviene consapevole della relazione del suo mondo con la realtà altra trascendente. Quando nel medioevo i cristiani utilizzavano il sole come simbolo di Gesù, e orientavano le Chiese verso oriente in modo di accogliere il sole nascente, erano ben consapevoli che il sole non era affatto una manifestazione di Gesù, ma che esso era solo un «segno» che ricordava loro, ad ogni suo sorgere, la salvezza sorta sull’umanità con l’incarnazione di Cristo.
Il linguaggio del simbolo, che è depositato nelle più profonde regioni della cultura e della psiche umana, può svolgere quella funzione che consente al cristiano di utilizzare le cose del mondo che abita per entrare in relazione con la dimensione del mistero cui il sacro allude.
Tra l’altro, riscoprire questi significati profondi legati al linguaggio del simbolo vuol anche dire garantire un’identità stabile, non alienata, all’individuo e una maggior comprensione di sé e del mondo. In altre parole, significa consentire alla coscienza e alla ragione di controllare e conoscere una parte sempre maggiore delle modalità attraverso cui le regioni più profonde dell’essere umano condizionano la sua coscienza e il suo comportamento. Infatti, il linguaggio del simbolo «salvato» consente alla coscienza un dialogo continuo e arricchente con le dimensioni inconsce dell’essere umano e della sua cultura.
Se animazione è porre il giovane in grado di esercitare la responsabilità sulla sua vita e sul mondo che abita, allora tutto ciò che di fatto svela le modalità profonde dell’essere si rivela utile, in quanto consente allo stesso giovane di esercitare un potere più efficace su di sé e sulle proprie azioni. Oltre ciò, gli consente di acquisire quei valori profondi e perenni che, sotto varie forme, sono presenti in tutte le culture umane e costituiscono il fondamento di molti valori che si manifestano nella storia e, quindi, nello spaziotempo in cui il giovane vive.
Senza i valori archetipi, senza i sensi cosmici che il linguaggio del simbolo fornisce, i valori del presente perdono profondità e potenza, si riducono a meri accadimenti relativi, privi di una verità per l’essere umano, che non sia quella che svela il ristretto dominio della convenzione sociale.
Compiuto questo percorso, la notte si svela e il giovane scopre che ciò che cercava in essa lo può ottenere con un ben altro senso di gioia e di pienezza esistenziale nella luce che illumina il suo quotidiano cammino diurno nel mondo.

NOTE

[1] M. Buber, Io e Tu, in M. Buber, Il principio dialogico, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo 1997, p. 59.
[2] Ivi, p. 59.
[3] Ivi, p. 59.
[4] M. Buber, Io e Tu, in M. Buber, Il principio dialogico, cit., p. 64.
[5] Ivi, p. 65.
[6] S. Ayestaran Etxeberria, Psicoterapia esistenziale di gruppo, Cittadella editrice, Assisi 1983.