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Condannati all’eterna giovinezza


Fatti e opinioni

Ilvo Diamanti

(NPG 2010-07-78)


Per accorgersi di quanto siamo invecchiati bisogna uscire dal nostro Paese. Non è necessario cambiare continente. Basta recarsi ad Est, nei Paesi della nuova Europa. E guardarsi intorno. Una folla di bimbi. E di giovani «veri». Allora ci sentiamo vecchi.
Altrimenti, chiusi nel nostro mondo, i criteri per misurare il tempo biografico tendono a sfumare. Si perdono. Così, si invecchia senza ammetterlo.
Mentre, parallelamente, si «istituzionalizza» la giovinezza, come una condizione permanente. «Per sempre giovani». Il mito faustiano incombe. Assai più che una conquista, evoca una minaccia. Peggio: una condanna.
Lo suggerisce l’Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, presentato qualche tempo fa.
A un primo sguardo, infatti, colpisce che il 35% degli italiani, con più di 15 anni, si definiscano «adolescenti» (5%) oppure «giovani» (30%). Mentre nella stessa popolazione coloro che hanno meno di 30 anni non superano il 20%. Peraltro, solo il 15 % si riconosce «anziano». Anche se il 23% della popolazione ha più di 65 anni. D’altronde, da noi, quasi nessuno «ammette» la vecchiaia. Che, secondo il giudizio degli italiani, come mostra un’indagine condotta pochi anni fa da Demos-Eurisko, comincerebbe solo dopo gli 80 anni. In coincidenza con l’aspettativa di vita. In altri termini, in Italia, si «diventa» vecchi solo dopo la morte.
Gli italiani. La gioventù, secondo loro, finisce dopo i 35 anni. Però, più invecchiano e più si sentono (e si dicono) giovani. La giovinezza, infatti, per coloro che hanno più di 45 anni, finisce a 40 anni. D’altra parte, non si percepiscono più le fratture chiare di un tempo, quando i cicli di vita erano separati nettamente da riti di passaggio condivisi. Il matrimonio, il lavoro, l’autonomia residenziale. Perlopiù, coincidevano. Perché occorreva avere un lavoro, per potersi permettere una famiglia e una casa. Crescere, superare la soglia della giovinezza: costava sacrifici e conflitti. Perché significava «liberarsi», guadagnarsi l’autonomia; anzitutto dai più anziani. I padri, i nonni.
Per contrasto con il presente, rammentiamo una ricerca condotta nel 1954 in Veneto (in P. Allum e I. Diamanti, 50/80, Vent’anni, Ed. Lavoro, 1986). Oltre 1000 questionari rivolti ai giovani delle associazioni del mondo cattolico. Poche domande, semplici, seguite da alcune righe, a cui gli intervistati potevano reagire liberamente. Oggetto: i comportamenti, le attese, le opinioni dei giovani. Un disoccupato di 21 anni di Gambellara (non lontano da Vicenza), nella sezione dedicata alla famiglia, risponde quanto segue.

D: Come ti trovi in famiglia?
R: Male.
D: Come ti trovi con tuo padre.
R: Bene.
D: Con i fratelli?
R: Bene (la madre e le sorelle non erano considerate; contavano ancora poco e non minacciavano l’«integrazione» sociale).
D: Problemi?
R: Io e la mia famiglia, desideriamo immensamente dividerci e stabilirci con la nostra famiglia per conto nostro ma non possiamo, perché il nonno ci costringe a vivere tutti insieme, per via della campagna.
D: Come pensi di migliorare i problemi familiari?
R: Aspetto che muoia il nonno.

Sono passati oltre cinquant’anni, da allora. Oggi, i nonni possono vivere tranquilli; come i genitori; perché i figli non hanno intenzione di andarsene da casa anzitempo. Solo il 12% degli italiani, infatti, pensa che il passaggio alla vita adulta avvenga quando si va a vivere «in una casa diversa da quella dei genitori». Mentre per il 20% coincide con il «matrimonio o con la convivenza stabile». Per diventare adulti contano di più il lavoro stabile (26%) e, soprattutto, la nascita di un figlio (31%). D’altronde, tanto il lavoro stabile quanto la nascita di un figlio appaiono, entrambi, eventi rari.
Sembra quasi che la società si sia predisposta a un destino di precarietà lunga e indefinita. Che non riguarda più un passaggio specifico della vita. La gioventù come fase di apprendimento, durante la quale è normale «provare». Sospesa fra anticipazione del futuro e ancoraggio al presente. È difficile immaginarla ancora così, visto che l’instabilità è divenuta regola. Mancano riferimenti di valore. Autorità dotate di autorità. Il lavoro, le relazioni, gli affetti. Sono instabili un po’ per tutti. Se l’incertezza è la prerogativa della gioventù, insomma, oggi siamo tutti giovani. D’altra parte le mode, gli stili di vita, mimano la giovinezza eterna. L’abbigliamento giovane, la musica giovane. E poi i trapianti tricologici, i trattamenti estetici, il fitness a ogni costo e a ogni età, il botulino per tutti, il lifting e la liposuzione. Per combattere l’età, fermare il tempo. Così, non dobbiamo sorprenderci troppo se l’87% degli italiani condivide l’affermazione che nel nostro Paese «i giovani dovrebbero avere più spazio nelle posizioni di responsabilità». Gli italiani invocano maggiore spazio per i giovani perché si sentono tutti giovani.
D’altronde, lo specchio offerto dalle figure più rappresentative, in Italia, riflette l’immagine di un Paese in cui il tempo si è fermato.
Questa è l’immagine riflessa dallo specchio «pubblico». E suscita la sensazione, insopprimibile, di un Paese dove si diventa adulti sempre più tardi. Ma non si invecchia. Perché non c’è ricambio. Circolazione sociale. Perché sono invecchiati tutti. Tutti quelli che contano, che fanno opinione. Quelli che decidono. Pa¬ra¬dos¬sal¬mente, ma non troppo, in questa società, protesa all’eterna giovinezza, si assiste alla progressiva eclissi dei «giovani» veri, anagraficamente (fra 15 e 24 anni). Osservati, dagli adulti, con un misto di apprensione e malcelato fastidio. Ritenuti, rispetto al passato, più incerti, infelici. Più soli. Ma anche più viziati. Le parole maggiormente usate per definirli, dalle persone intervistate in questo sondaggio, evocano una generazione «spensierata» e «irresponsabile». Probabilmente: spensierata perché irresponsabile. Visto che larga parte degli italiani pensa che i figli non riusciranno a mantenere la posizione sociale raggiunta dai genitori. I più convinti, al proposito, sono proprio i genitori. La nostra società, in altri termini, soffre di una sindrome da eterno presente. Guarda con nostalgia il passato e con paura il futuro. Per cui sta ferma.
Impiantata nell’immediato, che dilata all’infinito. Gli adulti, gli anziani: scacciano dal proprio orizzonte i «giovani più giovani», perché ne hanno paura. In quanto rammentano loro quanto siano (siamo) divenuti vecchi. I giovani più giovani. Costretti ai margini. Precari. Ma, al tempo stesso, protetti. In libertà vigilata. Perché viaggiano spesso, studiano lontano da casa. Ma poi ritornano. Controllati, a ogni passo, complici i telefonini.
Ostaggi di un presente senza certezze. Salvo il fatto che non ci sono certezze, per loro. E non possono neppure augurarsi – come quel contadino ventunenne di Vicenza, cinquant’anni fa – la morte del nonno, per liberarsi. Perché i nonni, per fortuna, vivono sempre più a lungo. Sempre più soli. E non tengono prigioniero nessuno. Perché loro, i giovani, sono coccolati come ninnoli. Protetti e controllati. Si libereranno quando avranno raggiunto l’età dei loro genitori. Quando saranno troppo vecchi per accettare di essere invecchiati.

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