La prudenza

Inserito in NPG annata 2010.

 

Le virtù /8

Paolo Carlotti

(NPG 2010-07-51)


Il nostro discorso sulle virtù morali adesso si specifica e affronta la descrizione delle singole virtù, tra le quali non possiamo tralasciare quelle classiche, che sono ritenute tali oramai da millenni e possono contare su una definizione assodata della loro identità.
Come abbiamo già avuto modo di accennare, ci sembra opportuno mantenere lo schema classico delle facoltà antropologiche come orientamento di fondo, anche se si è consapevoli sia del possibile rischio a cui esso può esporsi – quello appunto dell’intellettualismo anacronistico –, sia dello stato interlocutorio, seppur molto stimolante e arricchente, in cui versano altre ermeneutiche, che si propongono come ad esso alternative. Così operando mi sembrano anche meglio assicurate sia l’individuazione sia la distinzione delle singole virtù, senza incorrere in possibili sovrapposizioni e confusioni.
Le virtù morali, quasi per antonomasia, sembrano ‘sequestrare’ il concetto di virtù, anche se abbiamo avuto modo di vedere precedentemente quanto questo sia improprio. È tuttavia utile prendere le mosse da questo dato così diffuso, non per avvallarlo, ma solo per facilitare un discorso altrimenti arduo se non ostico.

La prudenza e la sua prospettiva

Tra quelle morali spetta un ruolo di coordinamento alla virtù della prudenza (un testo classico da non perdere, anche se datato, è: J. Pieper, Sulla prudenza, Brescia, Morcelliana 1956), la cui identità potrebbe essere indicata come mediana, perché è sì una virtù intellettuale, ma volta decisamente al pratico e non allo speculativo come le altre virtù intellettuali, come la sapienza o la scienza. Proprio per questa sua spiccata propensione è annoverata tra le virtù morali e come tale per lo più considerata.
Per comprendere bene l’identità della prudenza occorre individuare dell’ambito pratico due dimensioni, che si riferiscono entrambe all’agire dell’uomo, ma in esso si distinguono in quanto fare oppure in quanto operare. Queste due dimensioni sono entrambe pratiche, ma di portata diversa, a tal punto che il fare è perfezionato tramite ciò che nel Medio Evo era indicato come arte, cioè scienze tecniche ed empiriche come la medicina, l’architettura, l’ingegneria, ecc., mentre l’operare tramite la morale e in essa in particolare dalla prudenza. Al fare e alle rispettive tecniche presiede una prospettiva causale nell’ordine dell’efficienza e dell’utilità, elementi validi dell’agire umano da conseguire con competenza professionale, ma non così determinanti per la persona come la prospettiva causale intenzionale, che muove l’ordine del significato dell’agire, cioè propriamente dell’operare, in base al quale si configura la bontà dell’azione, senza la quale ogni efficienza e utilità, anche se momentaneamente grande, è solo, per usare una icastica espressione veterotestamentaria, vanità delle vanità. Se, da una parte, la tecnica punta a realizzare il fine inerente ad una data realtà, la prudenza orienta il soggetto agente ad una qualità personale virtuosa attraverso ciò che va compiendo. È inutile dire che umanizzare il mondo e promuoverlo con le diverse tecniche, disponibili sempre di più all’uomo di oggi, rispettando i vincoli di un’ecologia umana e ambientale, è opera valida, anche se per essere buona, occorre la bontà dell’uomo che la compie. Non so se abbiamo già avuto modo di dirlo, ma è comunque il caso di ripeterlo, almeno qui, che per assicurare il miglior stato del mondo è ineludibile assicurare il miglior stato delle persone che lo abitano, cioè assicurare persone buone, senza le quali il mondo, lasciato in mano a persone cattive, non può che deperire e continuare ad aspettare, esso stesso, «la libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21) [cf P. Carlotti, Il gemito della creazione. Per un’etica teologica della creazione nuova, Salesianum 71 (2009) 521-552].

La prudenza e la sua identità

La prudenza è quella capacità, soprattutto acquisita, per cui il soggetto agente è in grado, nelle molteplici situazioni concrete della vita, di saper riconoscere il bene, di saperlo decidere con tempestività ed eseguire con sollecitudine. È per certi versi capacità innata e quasi spontanea, ma la sua propria consistenza la matura con l’impegno e lo sforzo della persona interessata. «... Nessuna legge, né umana né divina, può prescrivere azioni virtuose nella loro concretezza individuale, essendo leggi proposte in termini universali per regolare una comunità; alla determinazione delle proprie azioni virtuose particolari perviene l’individuo solo con l’esercizio della prudenza concessa con gli habitus virtuosi» (G. Abbà, Costituzione epistemica della filosofia morale. Ricerche di filosofia morale 2, Roma, LAS 2009, 117).
Non si tratta solo poi di una capacità teorica, anch’essa perfezionabile, almeno dell’attualizzata applicazione del principio primo della ragion pratica, anche se non c’è chi non veda come la chiarezza intellettuale morale, pur indispensabile, non esaurisce la dotazione necessaria al soggetto morale prudente. La capacità del prudente è un’esperienza acquisita sul campo, anche se – sia chiaro – non basta essere immersi nei problemi morali per divenire automaticamente non solo abili ma almeno capaci di risolverli e di affrontarli in modo buono e giusto. Oggi anche il bene richieda una sorta – potremmo dire – di «politica di riconoscimento», in un frangente però in cui per il suo discernimento, nella furia della temperie mediatica, orientarsi in quella che è sempre di più una vera e propria confusione, quasi ricercata, dove discernere tra apparenza e realtà, tra ciò che appare bene ed è male e ciò che appare male ed è bene, è arduo. Ma una volta chiaro il bene da farsi, il prudente è tale anche perché si ritrova le risorse esistenziali necessarie per attuarlo, non si ritrova cioè provveduto solo di un ideale inconcludente o sospeso in un limbo debosciato di fronte ad ogni iniziativa.
Il prudente è colui, che per un’intensa familiarità col bene, quotidianamente praticato, acquisisce una attitudine al suo pronto riconoscimento e alla sua pronta realizzazione. Il prudente quindi non è l’eterno titubante; è certo colui che si astiene dall’agire, quando vede la malizia dell’azione o anche solo non vede con chiarezza la sua bontà; ma è anche colui cha opera tempestivamente il bene che vede, senza rimandi inopportuni. Il prudente genera e istituisce sempre una valutazione criticamente consapevole e responsabile della globalità reale della situazione in cui è chiamata ad operare, valutazione che volentieri si lascia istruire dalla saggezza e dall’esperienza altrui – senza che queste diventino per lui una semplice imposizione o un giogo di cordata e di potere.
Il prudente persegue il bene morale come bene razionale, cioè come il bene proprio e tipico della persona in quanto soggetto razionale. È comprensione e decisione che attua una governance spirituale sui semplici moti istintuali e passionali, della forza dei quali sa servirsi orientandola stabilmente verso il perseguimento del bene soltanto e non si lascia invece muovere della bramosia del potere ad ogni costo, del successo con ogni mezzo, della gratificazione non importa come, della visibilità in ogni occasione. È azione post-convenzionale e non semplicemente convenzionale, omologata cioè sulla comprensione e sulla decisione delle mutevoli e interessate maggioranze, che critica in base alla loro sintonia col bene morale.

La prudenza e la sua formazione

Il bene morale è realtà pratica: è conosciuto quindi praticamente. Esso, oltre ad essere un bene pratico, è un bene personalissimo e necessita di quella conoscenza unica come unico è quel soggetto personale che è chiamato a viverlo. Se la legge morale naturale, la cui osservanza è ineludibile per muovere verso la virtù – non si può perciò pensare di essere casti e di avere al contempo rapporti adulterini –, ci dà la conoscenza morale di base necessaria ad ogni uomo in quanto tale, la conoscenza specifica ed esclusiva la fornisce la vita morale prudente, dove il soggetto conosce se stesso nel realizzare il valore morale e acquisisce quella pratica di cui abbisogna per praticare il bene morale. La virtù della prudenza perciò è in grado di dotare il soggetto morale di tutto ciò di cui esso ha bisogno per essere un soggetto morale buono.
Come raggiungere una tale meta? Non è forse idealismo non solo inutile ma anche nocivo?
La vetta della montagna ammirata dal basso può dare le vertigini e scoraggiare l’alpinista, che però sa che passo dopo passo la meta si avvicina, e ciò che all’inizio non poteva non apparire che un sogno, si dipana come una graduale e progressiva realtà. Mi sembra questo il primo elemento per la formazione della virtù della prudenza nella persona. Il quotidiano presenta continue possibilità di crescita nel discernimento e nella realizzazione morali: occorre saperle cogliere, e custodire l’insegnamento che esse sempre lasciano, in modo nuovo, in modo sorprendentemente nuovo. La vita morale ama la ferialità del quotidiano, ama le occasioni dimesse e dimenticate, perché vi scorge una delle condizioni inaggirabili della sua autenticità. Nel quotidiano non si rischia di fare un passo più lungo della gamba, anche se è sempre possibile fare un passo falso.
La formazione della persona prudente mi sembra che oggi necessiti di un’attenzione permanente del soggetto alla qualità del suo essere e vivere personale. Occorre un soggetto che tenga a se stesso, che gli importi di se stesso e che sia cosciente che la sua identità dipende da se stesso. L’identità personale non consiste in ciò che il singolo si trova ad essere suo malgrado, in bene o in male – naturalmente – pre-morale, ma in ciò che ha liberamente deciso di essere nelle decisioni prese di volta in volta nelle vicende della vita. Quest’attenzione talora difetta e il soggetto si esteriorizza soltanto senza interiorizzarsi in qualità. Nella tradizione formativa cattolica ha avuto sempre molta risonanza il consiglio di agire sempre con rette intenzione e motivazione. Il motivo per cui facciamo qualcosa forse sfugge agli altri, ma non a noi: questa motivazione sia sempre retta e buona. Certo ci sono delle motivazioni che sfuggono anche a noi e hanno a che fare con quella zona media costituita dall’intreccio tra conscio e inconscio: anche qui è opportuno rendere consapevoli i buoni motivi del nostro agire, risanando e bonificando anche il nostro inconscio (cf G. Mazzocato, Malattia della mente o infermità del volere? Psicologia, teologia morale e formazione, Milano, Glossa 2004).
La formazione della virtù della prudenza richiede oggi anche la partecipazione convinta a comunità qualificate in cui l’esperienza del valore morale sia diventata progetto esistenziale condiviso e comune. È difficile se non impossibile essere prudenti da soli. È necessaria una propedeutica iniziale e una formazione permanente a cui il singolo non può sopperire da solo. È come se oggi uno pretendesse di divenire ingegnere nucleare da solo. La comunità predispone percorsi sensati di cammino prudenziale di cui il soggetto può usufruire e in cui può riconoscersi, per incrementi personali ulteriori, anche nuovi e originalissimi, come quelli segnati dalle vite dei santi, vite che donate dalla comunità divengono per essa un dono.
Ed infine la formazione del prudente implica oggi la capacità di mantenersi coerente e autentici, pur di fronte alle proprie precarietà, fragilità, limiti e peccati. L’individuazione e la realizzazione del bene avviene e procede in permanente stato di attacco da parte del male, la cui rilevanza e pertinenza – sia personale sia ambientale – sovente viene ampiamente sottovalutata. È prudente colui che sa riprendere il retto cammino, anche dopo averlo smarrito, accettando le logiche e le dinamiche personali e comunitarie, che implicano tale riconoscimento, come per esempio il chiarimento delle intenzioni, il riconoscimento dello sbaglio, la sanazione, se possibile, delle conseguenze, l’attivazione di procedure preventive che scoraggino le ripetizioni. Del resto la pratica del bene non è una pratica di potere o di prestigio, è promossa anche in situazioni umili – ma mai umilianti – e dimesse come quelle di chi deve riconoscere l’errore commesso. Naturalmente alcuni possono richiedere questo riconoscimento per rendere succubi o conniventi, e naturalmente occorre rifiutare questa motivazione e ammettere la colpa per il solo motivo per cui è buono farlo: liberarsi da una logica pesantemente involutiva. Il prudente tiene in conto anche questa esperienza, ovviamente, senza divenirne connivente.

La prudenza e la sua coscienza

Al termine di queste brevi riflessioni merita di essere toccato un rapporto importante, quello tra la virtù della prudenza e la coscienza morale (Per quest’ultimo tema, soprattutto per quanto attiene alla dimensione biblica, rimando al mio: P. Carlotti, Le opere della fede. Spunti di etica cristiana, Roma, Las 2003, 109-153). Prudenza e coscienza sono, per così dire, in pole position a seconda della prevalenza che, in una determinata epoca, ha il paradigma etico rispettivo, cioè se prevale un’etica della virtù o un’etica della norma.
È chiaro però che emergendo e imponendosi la teoria etica consequenzialista di terza persona, sono destinate ad oscurarsi entrambe, soppiantate dal calcolo esperto delle conseguenze. Infatti, in quest’ultima prospettiva, dove come si è visto avviene una drastica riduzione del significato e della portata dell’esperienza morale, è superato il discernimento etico in situazione, perché tutte le evenienze di quest’ultima sono considerate già previste dagli esperti di etica, a cui è demandata la disanima e la ponderazione esatta dei costs and benefits, implicati nelle azioni che presiedono alla loro disanima: non rimane che la supina applicazione del dettato dell’esperto.
La prudenza tuttavia, oltre ad esigere un’etica di prima persona e non di terza, come quella consequenzialista, esige anche un’etica di prima persona che non si incentri sulla norma e sul dovere da adempiere: sia cioè non un’etica da prestazione morale, ma veramente un’etica della persona. La prevalenza di un’etica normativa è per lo più accompagnata da un’emergenza del tema della coscienza morale, a cui è demandata un’istanza mediatrice tra le esigenze della legge e quelle della libertà personale. Si suppone che la libertà non sia interessata tutta dalla norma e in parte possa rimanere indeterminata ed esente da quello che è – così si ritiene – il peso dell’esecuzione del valore morale. La coscienza assegnerebbe con sicurezza alla legge e alla libertà le rispettive spettanze, non senza incorrere in macchinosi e prolissi casi di coscienza, che hanno poi dato origine a quella massiccia casistica, che ha messo in uggia – per dir solo poco – la morale, soprattutto cattolica, anche se l’esperto cultore sa rinvenirvi un patrimonio non indifferente di pensiero e di esperienza morale.
L’etica della virtù è un’etica globale della persona e interpella globalmente la sua libertà, perché ritiene che una libertà non volta al bene sia una libertà persa. Difatti, nell’etica tomista la coscienza morale ha rilevanza contenuta e subordinata, proprio perché il soggetto per discernere e per compiere il bene morale situato, non ha altra scelta se non quella di praticarlo – biblicamente – con tutto il cuore, cioè con la propria ragione e la propria volontà. Proprio per questa prerogativa, l’etica delle virtù meglio dà ragione ed espressione all’etica cristiana, che in modo martellante invita al dono completo del cuore a Dio il credente, che invece a più riprese trova modi nuovi e originali per riservare qualcosa solo per sé, per un suo esclusivo uso, dove Dio non ‘metta becco’ e si possa ‘finalmente’ stare soli con se stessi e con il proprio Io: ma è proprio una bella idea stare soli con se stessi, ‘al riparo di Dio’?