Il desiderio

Maria Bettetini

desiderio

Nel 1947 uno scrittore oggi meno noto asseriva che la pubblicità (la réclame? la propaganda? Come avremmo detto allora?) era fondata sui sette vizi capitali. Lo scrittore è Georges Bernanos, l'opera in cui era raccolto il saggio dedicato al tema era intitolata La France contre le robots. Ora l'idea di Bernanos appare ovvia, non sa più di sacre-stia perché non la dice solo il tormentato autore del Diario di un curato di campagna e dei Dialoghi delle Carmelitane. I "vizi" in tutte le loro accezioni sono il sostegno di ogni réclame (fa così vintage chiamarla così), perché lo scopo di ogni réclame è riuscire a stuzzicare, e soprattutto a far sorgere il più viscido e infido dei vizi, l'invidia. Così perverso da non essere noto nemmeno a chi ne è preda, o da essere trasformato in un falsamente allegro gioco di società (sei così magra che non ti troveremo più; se continui così con la carriera diventerai presidente; ancora un figlio, ma non siete stufi?). L'invidia è secondo la definizione classica "il dispiacere per un bene altrui": non solo l'istintivo rammaricarsi di non avere la taglia di Kate Moss, ma anche un positivo accanimento contro la modella, il mondo, il Creatore, e magari la mamma con le sue tagliatelle. L'invidia potrebbe portare anche a fare – materialmente o metaforicamente – lo sgambetto all'oggetto della medesima. Ma l'aspetto interessante è che al primo passo, al primo istintivo moto di invidia, arriviamo tutti, buoni, cattivi, ignavi, anche un po' tonti. L'invidia è infatti strettamente connessa al desiderio, ovvero all'attrazione per qualcosa che è oggetto di amore (o passione, insomma che piace e interessa), ma che non è alla nostra portata. Il motore delle azioni dell'uomo è il desiderio, dicevano in senso diverso, ma forse nemmeno tanto, Platone e Freud. La nostra vita è una continua tensione al meglio, e non solo in senso negativo: vogliamo ciò che è più bello, vogliamo essere più belli, vogliamo ciò che è superiore, vogliamo essere migliori. Ecco, però il meccanismo non è così semplice come nei miti greci, che ci raccontano di un desiderio raggiunto, che poi non basta più, allora ne sorge uno diverso e avanti, uno via l'altro. Noi ci inceppiamo già nei fondamentali. Desideriamo la bellezza, perché vorremmo essere bionde come lei, magre come l'altra, eleganti come ci sembra la terza. È desiderio puro? No, è invidia, che potrebbe essere elaborata razionalmente: sarà magra ma si sa che gli uomini preferiscono le tondette, ognuno ha il suo stile. Meglio ancora, ma forse eccessivamente sublime: che bello, ha trovato il giusto colore di capelli, la giusta dieta, il giusto sarto. "Sono felice per lei." Raro, ma possibile quando si vuole bene veramente, e il voler bene, si sa, è evento appunto raro, e rivolto di necessità a pochi. Spesso invece il tragico percorso nel gorgo dell'invidia prosegue, sempre in punta i piedi. Basta una battuta: ma non è un po' chiaro quel biondo per la sua età? Sarà mica malata, così pelle e ossa? Quei colori proprio la sbattono. A volte queste frasette arrivano alla vittima, sempre ignara, ma la percentuale è minima: per una detta in faccia, mille sono girate tra telefoni e corridoi. Il gorgo prosegue la malefica presa. Da qui cose brutte come mobbing, ostilità, trappole, tradimenti. Il passo dalla battuta malevola alla calunnia è breve, e se non è calunnia potrebbe essere mettere in piazza eventi privati che possono ledere la fama della persona di cui si parla. Superare ogni barriera di privacy per gettare fango, si conosce il triste motto di certo giornalismo, preso da un consigliere di un re di Francia: sparlate, sparlate, qualcosa resterà. Perché il dubbio viene: non sarà vero, però. E anche l'associazione mentale: ah, lui, quello di cui si diceva e così via. Tutto per non avere qualcosa o qualcuno (ah, l'invidia d'amore), pur sapendo che anche una volta ottenuto non ci soddisferebbe, perché migliaia di altri oggetti e persone e successi risveglierebbero le nostre voglie infinite. Certo, l'istinto ha la sua parte, si diceva sopra: è il primo moto, bello quel computer, mi piacerebbe averlo. Da qui varie strade: sono proprio contento che Anacleto abbia un così avanzato ed elegante strumento di lavoro. Oppure: per le quattro cose che deve fare, serviva proprio tutta questa tecnologia? E: comunque non è un granché. Oppure: bello, bellissimo, ipoteco la moto ma me lo compro. Perché l'invidia porta anche all'emulazione, ovviamente, e anche l'emulazione, come il desiderio, non è mai abbastanza, conduce a perdersi in continui vortici. Ma torniamo al raro caso della simpatia, del sym-pathos, sentire con. Soffrire con, gioire con. Non ci viene difficile con chi amiamo molto, di solito: i veri amici, i figli, i genitori (anche se il perverso vizio verde entra anche in famiglia, quando la madre invecchia e la figlia è un fiore di adolescenza, o quando il padre è licenziato e il figlio è top manager, e nessuno pensa che tra due anni anche lui probabilmente avrà finito la carriera). Inoltre fa bene alla salute: la bile è meglio che stia al suo posto. Inoltre non dimentichiamo una cosuccia da nulla, ovvero che noi possiamo invidiare un aspetto della vita di altri. Ma che cosa sappiamo dell'altro? E della fatica che ha fatto per ottenerlo e mantenerlo? E di che cosa celi in verità ciò che a noi sembra estremamente desiderabile? Non abbiamo "ancora" lo sguardo di Dio, quindi dalla nostra piccola prospettiva desideriamo, ci arrabbiamo, ci vendichiamo, come formiche furenti perché la briciola della Saint Honoré è caduta vicino all'altra. All'altra formica.

(La bellezza e il peccato. Piccola scuola di filosofia, Bompiani 2015, pp.66-69)