Felicità

Maria Bettetini

ESSERE-FELICI

Naturalmente non esiste una ricetta per la felicità. Per la felicità vera e piena, intendo. Infatti quando sembra di esserci quasi, se pur camminando "su filo di lama" come scrisse Montale, inevitabilmente qualcosa "sporca" quell'attimo. Qualche fastidio, o retropensiero, o evento inatteso e conturbante. Seguendo i ricordi, scorgiamo, sì attimi pieni di luce, ma sono o inconsapevoli oppure questo, attimi, bagliori che riempiono di luce l'istante. Le corse in spiaggia da bambini, la mamma che consola da una caduta, la lode della maestra, e quando abbiamo nuotato senza braccioli, tolto le rotelline alla bici. Oppure, con consapevolezza, da adulti, un incontro, un perdono, una promozione, una guarigione. Arrivati inattesi, perché la felicità è questo, sorprendersi. Non si può costruire né preparare, perché si è perso il ricettario. Si può però aguzzare la vista, risvegliare il cuore, e domandarsi con l'intelligenza dell'uomo ormai cresciuto dove si annidano le sorprese nella nostra vita. Un grande campo di ricerca, a contrario come direbbero i logici, è quello dell'" allegria degli scampati". Chi è rimasto in vita dopo una disgrazia, slavina incidente epidemia terremoto naufragio, di solito vede la vita con altri occhi, con nuova leggerezza. Si rende infatti conto della gratuità di ciò che vive, che avrebbe potuto non vivere più, invece è stato prescelto. Spesso lo scampato cambia vita, si decide a essere onesto, si sposa, fa la pace coi parenti. Ma non ci possiamo augurare disgrazie a cui scampare, è evidente. Anche se siamo tutti un po' scampati in verità, perché siamo arrivati fino qui e, se voi state leggendo un libro e io l'ho scritto, significa che siamo viventi, non deportati in un campo di prigionia nel deserto, né in stato di incoscienzain un ospedale, né in altre spiacevoli situazioni. È un po' poco per essere felici, anche perché pensando a queste situazioni, vero che vi si è stretto il cuore, quanta sofferenza c'è nel mondo? Lasciamo stare chi soffre. Riflettiamo allora sulle ragioni di quel "barlume che vacilla, teso ghiaccio che si incrina", per citare ancora Felicità raggiunta di Montale. A volte, per raggiungerla, si fanno grandi errori, come inseguire amori falsi, rifugiarsi in paradisi artificiali, in piccola o grande misura ne abbiamo tutti fatto esperienza. Amara esperienza, come amaro è il gusto della disillusione. Dunque dove è stata felicità, per ciascuno di noi? Non credo di sbagliare, indicando la calda sensazione dell'essere amati. Se abbiamo avuto questa fortuna, dai genitori nell'infanzia. Poi da qualcuno, che magari dopo si è allontanato dalla nostra vita, ma intanto ci ha regalato quella sicurezza di non esser soli. I figli? Può essere, ma anche no, possono non amare. E anche gli altri legami, se non è il disamore è la morte, che si preoccupa di renderli diversi, se non proprio interromperli. Io credo che non sí possa affidare il profondo della nostra anima ad amori caduchi. Sono belli, importanti, anche se spesso mettono ansia, sono faticosi. Allora proviamo a seguire un ulteriore ragionamento: è difficile che qualcuno, al giorno d'oggi, sia del tutto materialista, immanentista. Il Novecento è stato anche il secolo del crollo, con i muri, delle certezze: la scienza può sbagliare, l'uomo rimane piccolo e insicuro nonostante i successi della tecnologia, Marx sarà stato frainteso, ma non è stato proprio un lume di giustizia e felicità, "e anche io non mi sento troppo bene", chioserebbe Woody Allen. Sappiamo, con gradi di chiarezza diversi, che Qualcuno ha avuto a che fare con l'origine di questo mondo e con la nostra (sia partito dal fango o da un australopiteco). E non è costruita male, questa macchinetta dell'universo. Mi piace pensare che, nell'infinità in cui naufragare "è dolce", qualcuno abbia pensato a me. Mi abbia previsto, atteso. Segua con il fiato sospeso le mie vicende, che sono, lo so, di rilevanza quasi nulla nello scorrere millenario della storia, certo nulla nel computo dell'umana memoria: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone, di loro c'è memoria, ma ce n'è uno ogni molti secoli, e per fortuna, perché non è per i benefici apportati all'umanità che vengono ricordati, questi generali guerrafondai. Il futuro non mi ricorderà, pazienza. Ma qualcuno che mi ha atteso, mi attenderà anche dopo il mio vicino o lontano ultimo respiro. Non è solo il cristianesimo a istillare questo credo, sono anche le letture di tanti sapienti ben poco o per nulla cristiani, è l'affiato di tante religioni. Al termine dell'Apologia, della difesa in tribunale, Socrate disse ai giudici iniqui: "Ora io vado a morire, voi a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio." Al dio scritto così, minuscolo, perché Socrate ha un'intuizione, un sentire, della vita dopo la morte, di un intervento divino. Noi potremmo dirne di più, forse, ma non è necessario, anche solo l'intuizione, il sospetto dell'ultraterreno ci portano a guardare con occhi diversi l'unico grande cruccio, il morire di persone care, di speranze e ideali, il morire che aggredisce il nostro corpo, ogni giorno un po'. Se c'è un approdo, non ci sono naufraghi. Siamo tutti "scampati", uno per uno. E allora che sarà mai una partita di calcio persa, un ascesso a un molare. Fanno male sì, ma qualcuno lo sa, e ci aspetta, e dopo riposeremo. E adesso mi metto un fiore tra i capelli e prendo il tram canticchiando, anche se questo marzo è bigio come un gennaio.

(La bellezza e il peccato. Piccola scuola di filosofia, Bompiani 2015, pp.12-14)