Le virtù intellettuali, morali e teologali

Inserito in NPG annata 2010.


Le virtù /7

Paolo Carlotti

(NPG 2010-05-65)


Porre la questione delle virtù intellettuali è riconoscere, almeno implicitamente, un paio di dati molto importanti per l’esistenza di ogni uomo.

Le virtù intellettuali o le forme del pensare

Il primo è che il pensare è un’attività umana – non semplicemente spontanea o automatica – e come ogni altra attività umana implica un decidere, in questo caso un decidere di pensare. Essa implica ancor prima un accorgersi dei pensieri che si hanno e un considerare ciò a cui si rivolgono. I miei pensieri sono miei perché nascono dalla mia persona, e il modo con cui sono persona, buona o cattiva, non è indifferente a riguardo della loro qualità e della loro destinazione. Ne è un esempio ricorrente il cosiddetto pensiero triste, che per l’appunto intristisce la persona, che così si predispone a riprodurre quel pensiero triste, che essendo una sottile sfiducia nella vita, non è certo moralmente buono. Per altro questo collegamento è ben attestato a livello biblico, dove per esempio l’indurimento del cuore non solo non permette di comprendere ma addirittura di vedere evidenze lapalissiane, come i racconti delle apparizioni del Risorto confermano. È quindi per certi versi vero quello che si dice in molti proverbi, che alla fin fine vediamo quello che vogliamo.
E tuttavia il fatto che possa dedicarmi con una lucida disanima analitica ad una strategia di vendetta, denota il fatto che i modi del pensiero hanno una certa autonomia, che può essere recuperata a miglior scopo: si può essere intellettualmente competenti e penetranti, ma moralmente cattivi, oppure anche all’inverso, moralmente buoni e intellettualmente mediocri, oppure anche in coincidenza positiva o negativa di competenza e di bontà. Del resto è sempre più che opportuno distinguere tra l’affermazione della verità e la sua testimonianza, senza far dipendere la prima dalla seconda. In altre parole il ladro che afferma che rubare è male, dice il vero e il fatto che non lo vive manifesta solo la sua contro-testimonianza e non implica necessariamente la falsità di quanto affermato, che dipende dalla sua corrispondenza con la realtà. La sapienza popolare conosceva la distinzione e la esprimeva col detto: «un buon consiglio lo si accetta anche dal diavolo», essendo però chiaro che dal diavolo non si accetta l’esempio.
Si può pensare male non solo perché pensiamo con competenza per uno scopo cattivo, ma anche perché le forme del nostro pensiero sono scadenti nel cogliere la realtà in noi e attorno a noi. Proprio perché il pensiero è attività dell’uomo, la sua qualità «tecnica» dipende dal suo impegno e la storia delle scienze ne è una luminosa attestazione e anche testimonianza. È questo il secondo dato a cui all’inizio si invitata a prestare attenzione.
Tradizionalmente le forme positive del pensiero, in base alla loro assenza o carenza è possibile individuale quelle negative, sono individuate nella scienza, nell’intelletto e nella sapienza.

«Tre sono le virtù intellettuali speculative di pura conoscenza: sapienza, che apre alla conoscenza e al gusto delle verità riguardanti il supremo senso dell’essere e della vita, che si raccoglie in Dio; scienza, la quale abilita a cogliere le verità contingenti; intelletto, virtù intuitiva che consente di cogliere le verità d’evidenza immediata. All’intelletto spetta cogliere principi e definizioni da cui una scienza ricava la sua luce. Ma la sapienza sorpassa anche l’intelletto, giacché raccoglie tutte le varie conoscenze nell’atto supremo e contemplativo di Dio» (T. Goffi, Virtù morali, in L. Pacomio [ed.] Dizionario Teologico Interdisciplinare, Torino, Marietti 1977, 3: 554).

La scienza, prevalentemente fenomenologica e analitica, coglie la realtà nella sua contingenza provvisoria e accidentale e predispone quella descrizione attendibile e tendenzialmente esaustiva, che ne prepara una plausibile interpretazione. Le scienze oggi conoscono uno sviluppo intenso ed esteso, che ha comportato una differenziazione dei propri oggetti almeno materiali altrettanto estesa e intesa, tanto da incorrere nel rischio di perdere di vista l’unità dell’oggetto studiato: Studiando il genoma umano, posso perdere di vista l’uomo, essere uno di anima e di corpo.
L’intelletto svolge una funzione ermeneutica o interpretativa della realtà, a partire dai fenomeni con cui essa si presenta, oggetto della scienza. L’intelletto interpreta sia in modo intuitivo sia in modo discorsivo, dando ragione delle proprie asserzioni. In società sempre più multiculturali e multi religiose, in cui gli orizzonti di senso sono sempre meno comuni e scontati, l’esercizio paziente dell’argomentare, anche dialettico, è espressione pertinente di quel dialogo che permette di superare pregiudizi e discriminazioni.
La sapienza è comprensione fondamentale della vita umana, cioè al fondo radicale di se stessa, dove incontra la propria costitutiva carenza, il proprio non bastare a se stessa, il proprio aver bisogno di altro da sé, in altre parole incontra la propria trascendenza e diventa invocazione. La considerazione del limite può maturare in un discorso religioso, le esigenze della cui qualità incontrano la fede cristiana, quando la coscienza morale o diventa cristiana o implode su se stessa.

Le virtù morali o le forme del volere

Sul passaggio dalla voglia al volere, dal desiderare indistinto e possessivo al desiderare ragionevole e liberante, abbiamo già avuto modo di scrivere nei precedenti numeri qualche considerazione, che ritorna adesso utile e che ci solleva dal riprenderle. La volontà, o la spinta ragionevole all’agire, si suole vedere perfezionata in base ad alcuni rapporti fondamentali che il soggetto intrattiene con se stesso, con gli altri e con le cose, e in base ai quali essa perviene ad essere forte, giusta e temperante.
La prudenza è quella virtù che permette di sceglie in situazione ciò che è bene e ciò che corrisponde al riconoscimento di sé, degli altri e delle cose, degno della dignità dell’uomo e ad essa conveniente. L’uomo prudente è colui che sforzandosi di praticare il bene morale, sa riconoscerlo nelle talora tortuose vicende della vita propria e altrui, sa stimarlo per il valore che racchiude per la propria e altrui realizzazione: è il tenere a se stessi che muove il soggetto morale verso il bene morale. Si stabilisce così una sorta di familiarità, di intesa a prima vista, non semplicemente ereditata, ma costruita pazientemente nelle scelte della vita.
Si ritornerà certamente sulle singole virtù morali, ma è fin d’ora utile di caratterizzarle anche in corrispondenza dell’attualità (multi)culturale e sociale che talora le sfida.
Essere se stessi è talora diventato l’eccentrica invenzione di sé, oltre ogni riferimento oggettivo a quella natura umana, che pure senza la quale la persona umana non è pensabile né operabile. Si offre talora una bassa resistenza alle molteplici «imposizioni» sociali e il cammino della vita è sempre più determinato dall’esterno e non dall’interno della persona, che si lascia non solo vivere, ma anche plasmare da forze anonime e burocratiche.
La fortezza restituisce la persona a se stessa e la fa essere autore e destinatario della propria decisione, custodendola e proteggendola ogni tentativo che la vorrebbe realizzata in modo eteronomo e non autonomo. L’unicità e l’originalità delle persone subiscono un processo di omologazione che livella e appiattisce e rende il mondo più povero e monotono. Senza tracciare percorsi isolati e individualisti, occorre delineare profili e vissuti personali in stato di permanente solidarietà e critica sociale, in cui la persona risulti ancora al posto che le spetta: al centro. È un posto che non è né scontato, né garantito, ma è conquistato.
Riconoscere e essere riconosciuto dall’altro è la giustizia delle relazioni interpersonali e in un certo senso anche interspecifiche (relazioni che avvengono tra specie diverse, come con gli animali). L’altro ha la dignità e i diritti che ha, anche quando non dovesse essere in grado di rivendicarli o di farli valere e il loro mancato riconoscimento danneggia certo la vittima, ma in modo più forte il danneggiatore, che, anche se ripagato in termini di beni materiali e di potere dal suo misfatto, non cessa di essere, in quanto uomo cattivo, l’uomo più bisognoso e povero del mondo. È un uomo da compiangere, non certo da invidiare, perché chi lo invidia ama il male come lui. Siamo in un tempo di cambi culturali e generazionali notevoli, le relazioni primordiali e quindi fondamentali del vivere umano, quella coniugale e quella genitoriale-filiale, sono interessate da non marginali ripensamenti, per non parlare delle relazioni sociali, politiche ed economiche (cf per quest’ultime la bella e profonda enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate). Il rischio di comprendere e di decidere queste relazioni, non secondo la dinamica personale, ma secondo la meccanica efficientista e tecnicista non è purtroppo solo più un rischio, ma talora una pesante e triste realtà con cui si stenta sempre di più a fare i conti, conti secondo dignità umana.
È mai possibile assicurare la giustizia nel mondo senza persone giuste? Sono sufficienti codici deontologici dettagliati e sistemi repressivi efficienti a fermare la corruzione e la sopraffazione? Sono sufficienti istituzioni giuste a fare e promuovere la giustizia? Sembrerebbe di no e sembrerebbe esserci bisogno di persone giuste. Ma le persone sono giuste, solo perché qualche volta compiono atti giusti? È a che una persone decida di diventare giusta la semplice motivazione del miglioramento del mondo senza percepire il motivo personale di quest’impegno?
Avere ed essere è stato negli anni ‘60 un binomio giustamente famoso, tratto da un altrettanto giustamente famoso libro di E. Fromm (Avere o essere?, Milano, Mondadori 198119), che portava a manifestazione l’opzione fondamentale di chi non si definisce con le proprie libere scelte, ma si lascia definire dalle cose e dal loro possesso cumulativo. Chi accumula, accumula per se e non per gli altri e viene ad essere letteralmente dominato da una logica che non è possibile soddisfare e quindi lascia insoddisfatti, perché lascia lontani dalla dignità di sé. Lo stesso avviene per chi cerca il potere per servire e per averlo è però disposto – come si suol dire – a sgomitare: un potere così ottenuto è difficile che sia in servizio di qualcuno, diverso da se stesso. Chiaramente soggiace a questo giudizio anche il potere ecclesiastico. È invece il senso che realizza la persona umana, senso che sembra preferire le situazioni non ricercate della vita, quelle che la vita «impone», quelle dove sembra precluso ogni spiraglio di libertà e di liberazione, è lì che il senso splende di chiarezza intesa e non equivoca.
L’autenticità è oggi un valore sommamente ricercato, essa nel creato non può che risiedere nella persona, in quella persona che vive normalmente il bene, nella persona virtuosa.

Le virtù teologali o le forme del credere cristiano

Già la vita credente è dono, ancora di più e meglio lo è quella cristiana. La vita avviene e si manifesta nel rimando radicale ad altri richiedendo un credito, una fiducia su cui non si hanno evidenze previe, un credito senza il quale non è possibile nessuna vita. Chi intende vivere la propria vita come Cristo ha vissuto la sua, estende e qualifica il credito che la vita richiede ad ogni uomo, perché può vedere e di fatto vede in Gesù il senso e il tempo pieno della vita, quando vi scorge la praticabilità e la pratica sensata dell’amore, un obiettivo che oltrepassa la possibilità umana. Infatti solo la Rivelazione cristiana, cioè la persona di Gesù, dischiude e partecipa la vita di amore di Dio, Padre di Gesù di Nazareth e del loro Spirito di Amore.
Gli atteggiamenti e i comportamenti radicali, che questa fede in Gesù dischiude nel credente ora cristiano, portano il segno della radicale carenza umana e quindi del dono radicale e puro di Dio, della sua grazia: non sono l’esito di progettazione e costruzione umana, diversamente possederebbero la stessa precarietà e si risolverebbero negli stessi limiti, che dichiarerebbero prima o poi l’illusorietà della condotta amorosa. Come già precedentemente osservato, acquista miglior evidenza che il concetto stesso di virtù è analogo, in quanto è predicato e applicato in ambito teologico in parte uguale e in parte diverso rispetto all’ambito naturale. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a due concezioni diverse e opposte, perché nell’un caso l’uomo è il protagonista, mentre nell’altro lo è Dio soltanto. In realtà, perché Dio sia pienamente operativo in noi, occorre che noi lo lasciamo operare, abbattiamo le nostre tenaci e sempre nuove resistenze e questo non è impegno da poco e di un momento.
È ovvio che con la vita teologale viene ad essere rilevato ciò che è talmente specifico dell’etica cristiana da esserle esclusivo, senza per questo dover concludere che la vita teologale non possa implicitamente essere vissuta anche da chi esplicitamente cristiano non è: qui le vie dello Spirito sono infinite (Gaudium et spes, 22). Ne è riprova la famosa frase di E. Stein, Santa Teresa Benedetta dalla Croce, patrona di Europa, che nell’apprendere della morte del suo maestro E. Husserl, non battezzato, scriveva ad una sua compagna: «... Non mi preoccupo per il nostro caro Maestro: sono sempre stata molto lontana dal pensare che la misericordia di Dio si possa limitare alla sola Chiesa visibile. Dio è verità e chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no» (cf J. Bouflet, Edith Stein. Filosofa crocifissa, Milano, Paoline 1998, 281). La conclusione, naturalmente, non è certo quella che ritiene irrilevante l’esplicitazione della fede e l’appartenenza alla Chiesa visibile. Si noti che a questo riguardo l’esperienza della comunità ecclesiale dei credenti ha sempre valorizzato e privilegiato, in sintonia biblica (cf Rom, 2,14-16), la coerenza e l’autenticità della coscienza morale.
Secondo uno schema, oggi molto dibattuto, quello dell’antropologia delle facoltà umane – l’intelletto e la volontà – anche le tre virtù teologali, la fede la speranza e la carità, sono riferite, la prima all’intelletto e le altre alla volontà, distinguendo queste ultime due secondo una volontà che ama per concupiscenza, cioè una volontà che si muove all’accoglienza altrui per l’utilità che rappresenta per se stessi, oppure una volontà che ama per benevolenza, cioè che muove verso l’altro per ciò che l’altro è in se stesso. Si può in fondo amare Dio per interesse, anche quando l’interesse è la propria salvezza o il perdono dei propri peccati oppure si può amare Dio per se stesso, perché è semplicemente l’Amore. Santa Teresa del Bambin Gesù aveva capito molto bene la differenza, quando con la sua disarmante ma coinvolgente semplicità, affermava che se anche Gesù non dovesse salvarla o perdonarle i peccati, ella continuerebbe ad amarLo con tutto il cuore.
Come si vede, ci avviamo verso le vette della vita cristiana, che ci servono per meglio comprendere e valutare le tappe del nostro cammino e per capire fino in fondo l’altezza della nostra vocazione cristiana.
Non sono pochi e deboli i dibattiti che oggi riguardano il rapporto tra la ragione e la fede ed è ancor oggi utile la lettura dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II (1998), che a fronte di una perdurante opzione che le vorrebbe radicalmente alternative, sempre di più emerge la vicendevole convenienza e necessità, come pure il loro vicendevole e differenziato servizio.
La ragione dell’uomo non può avere la sorte dell’uomo, quando al fondo di sé stesso richiede e invoca altro da sé, un altro da sé che gli sia conveniente e finanche sorprendente. E la fede non può che interpellare l’uomo, è per lui e proprio per questo non è solo da lui, perché se così fosse parteciperebbe della stessa precarietà: veramente solo un Dio ci può salvare.
E per questo la cultura occidentale che vive etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse, vive sull’orlo della propria implosione.