Futuri (im-)possibili


Letteratura e formazione /2. Libri memorabili tra classici e contemporanei

Raffaele Mantegazza

(NPG 2010-04-61)


Il futuro è senza replay
(Enzo Jannacci, Il futuro)

La fantascienza è la possibilità di aprire la porta su futuri possibili o su una possibile concezione alternativa del futuro. Svilita a pseudo-letteratura di cassetta, fraintesa come mero intrattenimento a poco prezzo, denominata in modo sbrigativo «narrativa di anticipazione», come se il suo intento potesse in qualche modo essere semplicemente la descrizione pseudo-profetica del futuro, in realtà essa porta a sovvertire il rapporto tra le epoche, a pensare al futuro in modo diverso (e non solo a un futuro diverso), a sbloccare le possibilità implicite e nascoste nel presente.
I paradossi che la fantascienza mette in campo sono del resto ben noti alla scienza, almeno da quando Einstein ha dimostrato per esempio che alla velocità della luce la nostra concezione di tempo perde il suo senso; il paradosso dei gemelli, l’uno dei quali, viaggiando alla velocità della luce, invecchia più lentamente di quello rimasto sulla Terra, è un caposaldo della teoria della relatività ed è stato ampiamente sfruttato dalla letteratura, non solo quella specialistica.[1]
Ed è proprio la dimensione rassicurante delle nostre concezioni di spazio, tempo, materia, realtà ad essere scossa e ribaltata dalla fantascienza; se la cosmologia contemporanea afferma che alle soglie di un buco nero il tempo si curva in modo che chi potesse occupare quello spazio vedrebbe scorrere davanti ai suoi occhi tutta la storia passata e futura dell’universo, è stato Douglas Adams, autore del fortunato libro Guida galattica per autostopisti,[2] a ipotizzare che un imprenditore possa aprire su quel crinale un «Ristorante al termine dell’Universo» per offrire ogni sera ai suoi clienti lo spettacolo del big bang che ha originato tutte le cose e del big crunch che porrà fine all’Universo così come lo conosciamo (almeno secondo la grande narrazione scientifica).[3]
Lo spiazzamento è allora il segreto della letteratura fantascientifica;[4] e questo spiazzamento è fortemente educativo: non solo per il suo effetto di distruzione o comunque di relativizzazione delle certezze, ma anche e soprattutto perché aiuta a vivere in modo più forte, intenso e problematico il tempo abituale e quotidiano, nel quale non abbiamo il problema di incontrare il nostro Doppio invecchiato o di vedere la fine dell’Universo, ma certo ci poniamo in modo spesso angosciante il tema dell’invecchiamento e della fine.
È proprio dunque estremizzando le domande esistenziali che abitano l’essere umano, soprattutto in età giovanile, che la fantascienza svela la sua straordinaria forza pedagogica.
Le domande che ci portiamo dentro dopo la lettura di un romanzo di fantascienza sono differenti – e per certi versi più radicali – di quelle proposte da altri generi letterari perché nascono da una tensione estrema dei concetti che ci appaiono abituali. Il senso del futuro è uno di questi concetti sottoposti a torsione.

La sfida del tempo

Lo si nota nel primo dei due libri che proponiamo per una lettura o rilettura, il classico di Herbert George Wells, La macchina del tempo.[5]
Il romanzo mette in scena quello che forse è il desiderio più forte dell’essere umano, ovvero lo sfidare il tempo e soprattutto l’avvicinarsi con lo sguardo a un futuro che ci si pone dinanzi sempre sotto forma di enigma:[6] per Wells il tempo non è irreversibile e soprattutto non è detto che scorra sempre alla stessa velocità; il protagonista attraversa le epoche premendo sull’acceleratore, quello stesso strumento che modificava la percezione dello spazio nei veicoli che iniziavano a circolare nell’Inghilterra wellsiana.
Ad essere sottoposta a torsione è la concezione temporale dell’Occidente, una rassicurante idea di un tempo che scorre quietamente dal passato al futuro; a parte il fatto che non è detto che il passato sia alle nostre spalle e il futuro di fronte a noi (per l’uomo biblico è vero il contrario: noi abbiamo di fronte a noi il nostro passato, che conosciamo, mentre procediamo camminando all’indietro verso un futuro che ignoriamo); è altresì vero che il futuro è già presente, incastonato nel passato o nel presente, come speranza o profezia, timore o attesa, e il passato stesso grava sul futuro come memoria, ricordo, deja-vu.
Il viaggiatore nel tempo nel capolavoro di Wells non incontra il proprio Doppio e non va incontro a uno degli eleganti paradossi tipici della fantascienza posteriore:[7] ma egli incontra la catastrofe, la spaventosa guerra che distrugge il genere umano e, spingendosi ancora oltre, giunge al limite estremo, una Terra fredda e desolata, popolata da esseri diversi dall’uomo. Il viaggio verso il futuro gli fa correre il rischio di rimanere intrappolato nel futuro stesso, di non sfuggire più da quella landa desolata; toccare il limite e oltrepassarlo è rischioso, porta alla possibilità concreta di una perdita di sé, alla hybris di un meccanismo che si inceppa. Osservato il limite, la fine della specie umana, constatato il destino che ci attende, visto in volto l’approdo della nostra presenza sulla Terra, approdo che in realtà è solamente un nuovo inizio.[8]
Il futuro osservato dal protagonista è un destino o una possibilità? È tutto scritto o è possibile pensare a un intervento umano che faccia prendere al futuro una strada differente?[9] Si tratta di un destino «alla greca», ovvero di una forza cieca più forte degli stessi dei, dunque non modificabile, oppure di un destino in senso biblico, ovvero di un fascio di possibilità che prevede la scelta e la libertà umana come elemento decisivo – e dunque di un destino modificabile, anzi di fatto sempre modificato dall’azione umana? Che ne è del libero arbitrio?
Chi consideri la fantascienza un genere poco serio, rifletta sul fatto che libri come questo portano il lettore anche giovanissimo a interrogarsi su temi di questa profondità.

La possibilità di rinascita

Sono alle prese con il futuro anche i due protagonisti del romanzo di Cormac McCarthy, La strada;[10] un libro scritto da un autore non specializzato in campo fantascientifico che però si inserisce in quel filone di narrativa apocalittica che ha spesso raggiunto vette elevate ma che raramente ha toccato punte di poesie come in questo libro.
Si tratta in realtà di una straordinaria storia di amore paterno incastonata all’interno dello spietato sguardo su un futuro crudo e crudele: una guerra ha spazzato via quasi del tutto la civiltà umana lasciando unicamente tracce di violenza più che animale. Sulla strada che attraversa i resti dell’umano si incamminano un padre e un figlio; la straordinaria figura del ragazzino è emblema del coraggio e della speranza, soprattutto per il carattere spiazzante e profondamente umano delle sue domande e per il gesto di pietà che verso la fine del libro lo porta a convincere il padre a risparmiare la vita a un uomo che li voleva derubare e uccidere.
McCarthy affida al rapporto padre-figlio la possibilità di una rinascita e di un recupero dell’umano; è possibile che il padre del romanzo appaia simile a quello di La vita è bella di Benigni: una figura paterna capace di piegare la realtà opprimente e annichilente del lager per farne una possibile narrazione di speranza (per questo crediamo che la straordinaria bellezza del film di Benigni sia soprattutto nel suo essere una riflessione sulla paternità, al di là della Shoah).
Anche il padre del libro di McCarthy cerca di rendere la realtà accettabile e comprensibile per il suo bambino, non piegandone e alterandone le categorie ma cercando di ammorbidirne i lati aspri senza nasconderli e senza censurarli, «senza nascondere l’assurdo che è nel mondo» direbbe Danilo Dolci. E lo strumento che il padre usa ci sembra proprio la sua fisicità, la sua presenza attenta e affettuosa, al di qua delle parole.
Lo straziante finale apre alla speranza – senza facili ottimismi – proprio quando si chiude tragicamente la relazione tra i due protagonisti: il bambino riprende la strada, con la forza dell’eredità umana e morale che il padre gli ha lasciato.
Due sguardi sul futuro, due possibilità di entrare negli anni e nei secoli che ci attendono: con la forza e la voglia di sfidare il limite (ogni limite) per poi trovarsi sperduti nella desolazione (in Wells), con la tenerezza paterna che riesce a tingere di speranza anche la desolazione medesima (in McCarthy).
Due alterazioni del decorso temporale; la prima grazie a una invenzione umana, la seconda grazie a un rapporto amoroso e pedagogico.
Due contestazioni del primato del tempo sull’umano, due leggere ma intense critiche al cinismo e al nichilismo, due ulteriori articolazioni del possibile sussurro: «Morte, dov’è la tua vittoria?».

NOTE

[1] Cf per esempio Jorge Luis Borges; ma si tratta comunque della rielaborazione del secolare tema del Doppio che da Plauto a Chamisso ha appassionato generazioni di lettori.
[2] Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti. Milano, Mondadori, 2000.
[3] Cf Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, Milano, Rizzoli, 1998.
[4] Cf per limitarci ad alcuni esempi: Isaac Asimov, La fine dell’eternità, Milano, Mondadori 1980 sul tema del tempo; Michael Ende, M., La Storia Infinita, Milano, Longanesi, 1989 sul tema del rapporto ambiguo tra libro, fruitore del libro e storia narrata; Zenna Henderson, Il libro del popolo, Mondadori, 1987 sul tema della diaspora ebraica riletto con una gustosa metafora fantascientifica; Frank Herbert, Dune, Milano, Mondadori, 1990 sull’ecologia; Ursula Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, Milano, Nord, 1990 sul tema dell’utopia e dei rapporti con la politica; Philip Dick, Gli androidi sognano pecore elettriche?, Roma, Fanucci, 2000 sul tema della tecnologia e delle sue applicazioni politiche.
[5] Cf la recente traduzione Milano, Mursia, 2007.
[6] Due romanzi recenti mettono elegantemente in scena variazioni originali su questo tema: Flash Forward di Robert J. Sawyer, Fanucci 2009, nel quale tutta l’umanità viene proiettata in avanti di 20 anni per poi tornare improvvisamente indietro, così che ognuno dovrà vivere un ventennio che conosce e ricorda già; e Replay di Ken Grimwood, Fanucci 2009, nel quale il protagonista muore e si trova a rivivere ogni istante della sua vita fino al momento inesorabile dell’infarto che lo ha stroncato.
[7] Cf per esempio l’elegante La moglie del viaggiatore nel tempo, di Audrey Niffenegger, Mondadori, 2000 o Appuntamento nel tempo del grande Richard Matheson, Mondadori, 1989.
[8] Come accade in positivo nel capolavoro di Clifford D. Simak, Anni senza fine, Mondadori, 2004.
[9] Non possiamo non rimandare a due film che affrontano questo tema: Sliding Doors di Peter Howitth (1999) e Minority Report di Steven Spielberg (2006), tratto dal racconto di Philip Dick.
[10] Einaudi 2007.