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«Lettere di giovinezza

all'amica inventata»

di Antoine De Saint-Exupéry

Giancarlo Pani

Sono apparse di recente le Lettere di giovinezza all’amica inventata, di Antoine de Saint-Exupéry, che non venivano più ripubblicate dagli anni Novanta [1]. L’autore del Piccolo Principe le scrive tra il 1923 e il 1931, anni importanti della sua vita, sia perché realizza la sua passione per il volo come corriere postale con il continente africano e con il Sud America, in particolare con l’Argentina, sia perché inizia a scrivere e a pubblicare i primi successi letterari, Corriere del sud [2] e Volo di notte [3]. Intanto scrive queste lettere dedicate a una figura femminile «inventata», perché fondata non tanto su una persona reale, quanto sulle attese, sui desideri, sulle speranze e sulle illusioni di un giovane che ha uno struggente bisogno di donarsi e di amare.
Difficile pensare a lettere meno destinate alla pubblicazione di queste: puramente funzionali a un bisogno di comunicare che in Saint- Exupéry è correlativo alla disperata solitudine che egli vive e soffre.
«Non so bene perché scrivo - egli nota in una delle lettere più introspettive -. Ho un grande bisogno di un’amicizia cui confidare le piccole cose che mi succedono. Con cui dividere. Non so neanche perché scelgo lei. Lei è così estranea. La carta mi restituisce le frasi. [...] Forse scrivo a me stesso» [4].
Uno scrittore vitalissimo e un’interlocutrice pallida e muta, la cui presenza di fatto non manca mai. A lei è dovuta la pubblicazione delle lettere, e quindi anche il titolo: è lei «l’amica inventata». Si tratta di una conoscenza dell’autore, Renée de Saussine, di cui ci rimane solo una breve prefazione a quelle missive e il coraggio di renderle pubbliche. Quella che emerge dalle lettere è una persona che fa fatica a rispondere, a tener dietro a questa tempesta di biglietti, per lo più scritti in un caffè, e a corrispondere in tempo soddisfacente, perché le manca - manca a lei, a tutti - un fiato paragonabile a quello dell’autore: un susseguirsi di pensieri e di ricordi, di passione e di affetto sincero, spezzoni di vita e tracce dei suoi futuri romanzi, evocati dall’immaginario dell’interlocutrice, più che della sua persona reale.
Nell’introduzione alle lettere, peraltro utilissima, «l’amica inventata» scrive: «Quel fluido antisolitudine che egli reclamava, a noi serviva il tempo di rifarlo, come ai guaritori. E le lettere si incrociavano, noi senza liberare sufficientemente dall’“amore di amicizia” l’amore solo, che va più in fretta. Lui inviandoci da Toulouse, suo porto d’approdo, le prime impressioni di una nuova esistenza» [6].

Un epistolario prezioso

Questo epistolario giovanile privo di intenti letterari è un documento che permette di conoscere l’uomo, più che aggiungere un altro titolo all’elenco delle opere di Saint-Exupéry. Le lettere hanno un’immediatezza sconcertante: penetrano entro quella scorza che è l’immediato, ma partono di lì, dal concreto di quella scorza; il che è equivalente a quanto l’autore insegna all’amica sul modo di scrivere un racconto attendibile. Tra l’emozione vissuta e la parola scritta c’è un rapporto diretto, senza ripensamenti o divisioni in tappe: ecco che cos’è l’immediato in Saint-Exupéry, quella corteccia visibile e tangibile, tutta «fenomeno» e non «noumeno», cui si alludeva.
Egli scrive qui via via quello che sente, nel momento stesso in cui lo scrive. Non rievoca, non si racconta: il passato si fa parola nella misura in cui egli lo sta ancora vivendo, in un’esperienza parallela. E viceversa, quello che egli sente, lo sente come parola, detta, scritta: il che è la pienezza dell’espressione e, prima ancora, di un’esperienza spirituale. Saint-Exupéry scrive solo quello che sta pensando e vivendo, per condividerlo, per partecipare ad altri il suo intimo, per farne un dono, ma anche per riceverne in cambio uno analogo.
Anche se di fatto abbonda di pagine esemplari, questa corrispondenza tuttavia non è un’opera letteraria, o almeno non nasce come tale. Eppure ci fa entrare nel segreto degli scritti letterari di Saint-Exupéry.
Ci si trova di fronte all’attività di uno che è nato scrittore, con una comunicatività esplosiva, dove l’effetto letterario è tanto più nuovo quanto meno è cercato.
Nelle prime pagine è già chiaro il suo segreto di scrittore. A proposito della rappresentazione di un racconto teatrale di un amico, l’Eusebio, tanto applaudito quanto inconsistente, egli nota: «Il racconto non era male, ma le descrizioni, Rinette...» [7]. «Alle “cime sublimi”, al cielo, all’aurora, al tramonto, dava colori smielati e caramellosi. [...] Gli oggetti in Eusebio restano astratti. Sono “la Cima, il Tramonto, l’Aurora”. Tutte cose che sembrano uscite da un magazzino di accessori. Più li descrive, più sono impersonali. È il metodo che è sbagliato, o piuttosto la visione che è assente. Non si deve imparare a scrivere, ma a vedere.
Scrivere è una conseguenza. Lui invece prende un oggetto e cerca di abbellirlo. Le parole diventano strati di scrittura. Anziché liberare l’essenza, lui aggiunge ornamenti arbitrari. A proposito di un picco, parlerà di Dio, del color malva e delle aquile» [8].
Saint-Exupéry poi commenta che ogni reazione che un soggetto produce in noi non è mai banale: diviene parte del nostro intimo, del mistero di ciò che in noi è più profondo. Sembra già di cogliere il consiglio della volpe al Piccolo Principe: «Non si vede bene che col cuore» [9].

«Una metafisica da portiera»

Ancora nella discussione sull’opera Eusebio, sono pregevoli le pagine contro quella mistificazione del filosofare che è la metafisica nel teatro di Pirandello: «una metafisica da portiera» [10]. Saint-Exupéry ci insiste su, e ha ragione. Ma anche in questo caso, che pure gli sta a cuore, il suo interesse è più che mai quello di conversare, di ottenere risposta, di mantenere vivo un contatto. Qui tutto pare pretesto: egli ha da dire solo quello che sta vivendo, per farne dono.
Nel confronto tra Pirandello e Ibsen, Saint-Exupéry difende le ragioni per cui si deve preferire il secondo: questi penetra il mistero dell’uomo e coltiva l’intelligenza, mentre l’altro semplicemente raffigura i luoghi comuni, la buona società, il gioco della politica, le idee generali, il dramma dell’adulterio.
Ibsen invece insegna a pensare.
«Solo con una disciplina sempre vigile è possibile educare correttamente il proprio pensiero, che è comunque ciò che abbiamo di più prezioso. Che dovremmo avere di più prezioso. Ma la gente vuole aumentare la propria memoria, le conoscenze e le parole, e non coltivare l’intelligenza. Cerca di ragionare correttamente, non di pensare correttamente.
Confonde. Proprio per questo bisogna amare Ibsen, che è tutto teso alla comprensione dell’uomo, e rifiutare invece Pirandello e tutte le false vertigini: è difficile.
Ciò che è oscuro è più tentante di ciò che è chiaro. Di due possibili spiegazioni di un fenomeno, la gente sceglie d’istinto quella che è oscura. Perché l’altra, la vera, è semplice e scialba e non fa drizzare i capelli in testa. Il paradosso è più affascinante di una spiegazione vera e la gente lo preferisce» [11].
E poco dopo dice: «La prima dote per capire è una specie di disinteresse, di dimenticanza di sé. La gente utilizza l’arte, la scienza, la filosofia come si utilizzano le gru. Pirandello è una specie di gru…» [12].
Infine conclude con una osservazione vitale: «Mi piacciono le persone che il bisogno di mangiare, di nutrire i figli e di arrivare al mese successivo ha legato più saldamente alla vita. La sanno più lunga. Ieri, sulla piattaforma di un autobus, avevo accanto una donna senza cappello, attorniata da cinque ragazzini.
Insegnava loro molte cose, e anche a me. La gente di mondo non ha mai insegnato niente» [13].
Così si capisce meglio perché, con tanta foga nel chiedere un contatto vivo e ininterrotto, il dialogo vada avanti «senza liberare sufficientemente dall’“amore di amicizia” l’amore solo», secondo l’osservazione già citata di Rinette [14]. Lei è «l’amica inventata», che si viene fingendo che sia quello che non è, perché fa comodo che sia così e che stia al gioco: sottintendendo che l’amicizia e, ancor più, l’amore sono intessuti di questo volontario malinteso.
«Vengo a sedermi accanto a lei, cosa che sicuramente non permette affatto. Le dà fastidio. Ma se sapesse come me ne infischio. Perché stasera me la invento come mi pare e non può immaginare come lei è gentile.
In fondo sono le uniche conversazioni che ho con lei. Quelle che invento da solo. E lei ha una pazienza e un’intelligenza; e io divento loquace: è meraviglioso. Che rivincita mi prendo con la mia amica inventata.
E forse è proprio perché l’invento, che tengo tanto a lei» [15].
Ci tiene tanto - è vero -, ma… le scappatelle galanti non mancano.
Il legame affettuoso poteva anche dissolversi, sia pure per un breve momento. La più simpatica delle avventure è forse quella della tabaccaia di Toulouse: «Ho passato la giornata a comprare fiammiferi, sigarette e francobolli. La tabaccaia qui vicino è graziosa. In camera mia ho già più di trenta scatole di fiammiferi e francobolli per quaranta anni. Malinconico bilancio di otto giorni d’amore.
È affascinante una tabaccheria. Il banco è bello come un trono. Ci si sente lontanissimi e piccoli. Con un fremito ci si sente dire: “Quaranta centesimi…”. Ognuno raccoglie le parole d’amore che può» [16].

Le prime impressioni dell’uomo che vola

Il volo occupa uno spazio notevole, nelle lettere. Proprio in questi anni Saint-Exupéry trova lavoro in una nuova compagnia aerea, e così ha la possibilità di realizzare il suo sogno. Per lui, il volo è tutto, è la vita: una riflessione sulla solitudine, sul significato dell’esistenza, sull’amicizia, sulla libertà, sull’infinito, sul meraviglioso. Quando doveva volare sulle Ande e sulle cime spesso ricoperte di nuvole, gli era stato dato un consiglio: «È bello volare con la bussola sopra il mare di nuvole, ma si ricordi sotto c’è l’eternità». E lui commenta: «Ora, quando vedo una di quelle bianche distese così dolci, così soffici e penso a quelle parole “sotto c’è l’eternità”, provo una sensazione di isolamento difficile da raggiungere altrimenti e che ha del meraviglioso» [17].
«Sa, Rinette, l’aviazione è una bella cosa. […] Non è un gioco. Ed è così che mi piace. Non è neanche uno sport, ma qualcos’altro, qualcosa di inesplicabile, una specie di guerra. È bella una partenza di posta all’alba sotto la pioggia. E l’équipe di notte, sonnolenta, la tempesta segnalata in Spagna che sveglierà il pilota, la nebbia sui Pirenei. Poi, dopo la partenza, mentre ci si accinge a risolvere i vari problemi, ci si dissolve nella nebbia» [18].
Ha il suo fascino anche il rischio di controllare un aereo nuovo sotto una pioggia scrosciante: «Cara Rinette, in attesa di partire in ricognizione […], collaudo i nuovi aerei. Sono molto contento. Ma la solitudine è grande in questo paese. […] C’è un tempo orribile. Nel pomeriggio ho provato un nuovo aereo in mezzo a un diluvio e a cento metri da terra. Lei non avrebbe trovato molto divertente l’aviazione. Sembrava di essere in una vasca da bagno. Lei è un’amica raffinata, ma io so dire così male queste cose. Ma le penso» [19].
Queste sono le prime impressioni manifestate dall’uomo che vola. Le prime, quelle che non si diranno mai più, con tanta libertà e verità, per quante se ne aggiungano in seguito. Sono insostituibili, segnate dalla novità assoluta. L’aviatore scorge dentro di sé, e fuori di sé, nel mondo che gli è noto, un paesaggio impensabile, diverso. E volare è fatica e rischio quotidiano.
Il protagonista delle lettere vola per un servizio postale. Ma quello che è nuovo è appunto l’occhio, lo sguardo che si affaccia su altri volti del mondo. Sono nuovi lo stupore dell’animo, la contemplazione del cielo, il rispetto per il mondo, la sorpresa di emozioni imprevedibili, l’affetto con cui le scrive.

Il primo incidente aereo

La tragica esperienza del primo incidente aereo è raccontata con la luminosità di chi va incontro alla morte e non può far nulla, e nello stesso tempo è la descrizione di un mondo dal quale non capita spesso di ritornare a descriverlo: «Ho avuto la certezza di morire come mai prima, neanche il giorno della caduta [20].
Ridiscendevo di tre miglia quando ho sentito un colpo - ho pensato a un’avaria - e l’aereo ha cominciato progressivamente a non rispondere. Verso le due miglia avevo tutti i comandi spinti al massimo, più nessuna latitudine. Ho giudicato l’avvitamento talmente certo che con la stilo ho scritto sul quadrante in modo visibile “Avaria. Cercare. Impossibile evitare caduta”. Non volevo essere accusato di aver perduto la vita per imprudenza, l’idea mi irritava. Ho guardato con una specie di stupore i campi sui quali stavo per abbattermi.
Era qualcosa di nuovo per me. Mi sentivo sbiancare, irrigidire per la paura. Una paura senza fondo, ma non ripugnate. Una cognizione nuova, indefinibile. Quando sono saltato giù dall’aereo non ho detto niente. Ero sprezzante di tutto. Almeno nell’essenziale. […] E poi l’impotenza delle parole, come raccontare quei campi e quel sole calmo. Come dire: “Io ho capito i campi, il sole…”. Eppure è così. Per qualche secondo ho sentito nella sua pienezza la calma sfolgorante di quella giornata» [21].
E poi - viene da pensare immediatamente -, ecco l’incontro con il Piccolo Principe… Sembra la calma dopo l’incidente aereo nel deserto sfolgorante di luce del Sahara, quando un bimbo dai capelli dorati con una strana vocina gli chiede di disegnargli una pecora… Qualche tempo dopo l’incidente, prima di una missione, il servizio meteorologico prevede la nebbia. Ora, dopo le drammatiche esperienze di volo, la paura e l’angoscia lo assalgono e di notte non riesce a prendere sonno. E allora scrive. «Non mi piace che mi abbiano annunciato la nebbia. Non voglio rompermi le ossa domani.
Il mondo non perderebbe granché, ma io tutto. Pensi a tutto ciò che possiedo di amicizia, di ricordi, di sole…» [22].
Interessante è lo strano pellegrinaggio alla ricerca delle tracce di un amico morto in un incidente aereo a Tangeri. Ma tutti i suoi ricordi sono svaniti nei luoghi in cui pensava di trovarli. Infine ha cercato tra le «donnine del bar». E qui lo sfogo alla sua «amica inventata»: «Rinette, ne hanno avuto cattiva cura. Sono state infedeli, hanno lasciato svanire tutti i ricordi preziosi. Eppure era lì che dovevo cercare, era lo sforzo più fedele perché si dà a chi si può ciò che si ha da dare di se stessi. E la sua famiglia era composta di imbecilli. Ma quelli a volte non conoscono il prezzo di ciò che si dona loro. E ciò che lui aveva di più affascinante e di spirituale, gliel’hanno rubato senza meravigliarsene. Mia cara Rinette, la vita io non la capisco» [23].
Quando Saint-Exupéry ottiene un congedo per tornare a Parigi, porta con sé un prezioso manoscritto, dal titolo Corriere del sud: è il suo omaggio ai primi martiri della linea postale argentina.
E poi la conclusione: «Rinette, sono ubriaco di sonno, muoio di sonno, cado dal sonno. Ogni frase che dico sfuma in sogno e a lei non arriva che una faccia. E mi dispero di non ricondurre alla superficie niente di ciò che credo di dirle. Non sono più sicuro di essere a Casablanca. Non sono più sicuro della sua esistenza. Mi lasci andare a coricarmi o mi addormento davanti a lei e non sarebbe educato. Rinette, non ne posso più. Sono stato eroico a scriverle» [24].
La pagina letteraria costituisce per Saint-Exupéry l’espressione finale della sua esistenza di uomo.
Essa comincia solo là dove l’esistenza concreta ha portato a termine i propri rischi e le proprie avventure.
Qui la forza della parola è data dalla lealtà del vivere, dalla sincerità del dono di sé, dalla necessità di guardarsi in faccia, dall’urgenza di raccontare e condividere. Il padre del Piccolo Principe si rivela nella profondità d’animo e nella genialità: il suo mestiere è quello di essere uomo e solo terminalmente uno scrittore, qualcuno che parla di sé e dice quanto ha esistenzialmente chiarito e analizzato in se stesso.
Il contrario di quanto solitamente i più preferiscono: le emozioni di seconda mano.

NOTE

1. A. de Saint-Exupéry, Lettere di giovinezza all’amica inventata. 1923-1931, Milano, Il Sole 24 Ore, 2015. Purtroppo questa edizione è priva della prefazione dell’ «amica inventata», che sarebbe stata utilissima per comprendere alcune lettere dell’autore.
2. Id., Volo di notte - Corriere del sud, Milano, Mondadori, 1932; Corriere del sud è del 1929.
3. Il volume è apparso nel 1931 e ha vinto quell’anno il Prix Femina.
4. Id., Lettere di giovinezza…, cit., 44 s.
5. Id., Lettere di giovinezza all’amica inventata. Con prefazione di Renée de Saussine, Firenze - Antella, Passigli, 1998.
6. Ivi, 17.
7. A. de Saint-Exupéry, Lettere di giovinezza…, 2015, cit., 7.
8. Ivi, 7 s.
9. Id., Le petit prince, Roma, Signorelli, 1956, 88.
10. Id., Lettere di giovinezza…, 2015, cit., 20-28, in particolare 28.
11. Ivi, 27 s.
12. Ivi, 28.
13. Ivi, 29.
14. Id., Lettere di giovinezza…, 1998, cit., 17.
15. Id., Lettere di giovinezza…, 2015, cit., 35.
16. Ivi, 41.
17. Ivi, 52.
18. Ivi, 42.
19. Ivi, 39.
20. Allude a un precedente incidente, da cui era uscito illeso.
21. Ivi, 45 s.
22. Ivi, 63.
23. Ivi, 64.
24. Ivi, 63.

(La Civiltà Cattolica 2016 I 176-183 | 3974 - 23 gennaio 2016)

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