Roma e le sue sfide

Francesco Occhetta

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Alla vigilia dell’apertura del Giubileo della Misericordia, la Chiesa di Roma, guidata dal Vicario Generale del Santo Padre, il card. Agostino Vallini, ha indirizzato alla città una Lettera composta da cinque sfide - vecchie e nuove povertà; accoglienza e integrazione; educazione; comunicazione; formazione di una nuova classe dirigente - per interloquire con tutti i romani interessati alla costruzione del bene comune. In un tempo particolarmente drammatico, in cui Roma è inginocchiata da scandali e colpita dalla crisi dell’amministrazione comunale, la Lettera ha come intento non quello di «accusare o condannare», ma piuttosto quello di «condividere gli affanni» della città. È con questo spirito che il card. Vallini, il 5 novembre scorso, si è rivolto nella basilica di San Giovanni in Laterano, particolarmente gremita per l’occasione, ai rappresentanti delle istituzioni, al mondo dell’università e della scuola, alla società civile e all’associazionismo [1].
Scopo del documento è «contribuire a che la città possa essere stimolata e rinascere» per ribadire l’impegno dei credenti a «raggiungere le periferie geografiche ed esistenziali della nostra città».

Una sorta di contemplazione dell’Urbe

La Lettera si apre con una sorta di contemplazione sulla città di Roma attraverso una minuziosa descrizione delle sue ombre e luci: «La corruzione, l’impoverimento urbanistico e ambientale, la crisi economica hanno investito pesantemente lo spazio fisico, l’identità collettiva e la coesione sociale. Aumentano le povertà, non solo materiali, che alimentano nuovi e profondi squilibri. La sfiducia nelle istituzioni civili e la perdita del senso di appartenenza sociale producono stili di vita sempre più individualistici. Ne conseguono forti tensioni sociali, in particolare di fronte alla sfida dell’immigrazione».
Tutta la forza silenziosa del bene continua, come un fiume carsico, a costruire «luoghi di incontro, di riconciliazione, di dialogo, di promozione della crescita integrale della persona e della reciprocità sociale», grazie «all’infaticabile impegno di molti, credenti e non credenti».
Il testo considera il patrimonio archeologico, artistico e culturale della città insieme alle università e ai centri di ricerca i fondamenti intorno a cui il cittadino può ritrovare la sua storia e i suoi riferimenti culturali.
Uno dei primati di Roma rimane l’accoglienza dei turisti e dei pellegrini che ogni anno arrivano nella Capitale per varie manifestazioni politiche, religiose e culturali. Ma è l’antica massima Roma caput mundi a rimandare alla millenaria convivenza civile e religiosa tra i successori dell’imperatore e di Pietro. Il suo tessuto sociale infatti è radicato nelle realtà ecclesiali che svolgono un ruolo sociale rilevante sul territorio, come le 335 parrocchie, le comunità religiose, i movimenti, le scuole cattoliche e le università, gli ospedali e le case di cura.
La città, come tutte le grandi aree metropolitane del mondo, si compone di diversi tasselli di un unico puzzle; per questo il territorio di Roma Capitale è suddiviso in 15 Municipi (ex Circoscrizioni), che hanno una loro autonomia gestionale, finanziaria e contabile.
La città, con i suoi 2.863.600 abitanti, è la più popolata d’Italia, la quarta dell’Unione europea, dopo Londra, Berlino e Madrid. Il 48% della popolazione del Lazio risiede a Roma; la sua popolazione è il doppio di quella di Milano (1.340.000) e il triplo di quella di Napoli (980.000). Una città numerosa, ma anche estesa: con 1.287,36 kmq è il comune più esteso d’Italia e il terzo in Europa, dopo Londra e Sofia. La superficie territoriale, equivale alla somma (1.274 kmq) delle superfici di nove città italiane: Milano (181 kmq), Torino (130 kmq), Genova (240 kmq), Bologna (140 kmq), Firenze (102 kmq), Napoli (119 kmq), Bari (117 kmq), Palermo (160 kmq), Cagliari (85 kmq). Infine è tra le maggiori capitali europee per ampiezza del territorio e la prima città per superficie agricola.
La tensione tra l’unità del centro e la diversità delle sue periferie ha frammentato nel corso di questi ultimi 20 anni l’omogeneità culturale, urbanistica e sociale. Afferma la Lettera: «Il centro storico si sta progressivamente svuotando di abitanti residenti e si trasforma in centro della politica e in distretto turistico. Roma sta diventando la sua periferia. Il 23% della popolazione vive oggi al di fuori del Grande Raccordo Anulare e in queste aree l’incremento degli abitanti negli ultimi 10 anni è stato del 26%. Uno dei fenomeni più importanti caratterizzanti lo sviluppo insediativo del Comune di Roma negli ultimi quindici-venti anni è, ad esempio, lo sviluppo delle grandi polarità commerciali e dell’intrattenimento.
Sono presenti più di 28 grandi centri commerciali nel territorio cittadino (e altri sono in costruzione). Inoltre, sotto la pressione del mercato immobiliare in crescita, la popolazione - soprattutto le giovani coppie - va a vivere fuori Roma, alla ricerca di una casa a più buon mercato o anche di una migliore qualità della vita e dell’ambiente. La periferia ha assunto così una dimensione metropolitana».
Sono le periferie della città, le zone nascoste ai turisti, a essere la parte «viva» e pulsante della città risiedente. Il centro si sta trasformando in un distretto turistico e commerciale; le botteghe artigiane, i negozi e le antiche trattorie romane stanno lasciando il posto a esercizi commerciali e ristoranti globalizzati. Sebbene nel centro si trovino molti appartamenti sfitti, paradossalmente il prezzo degli affitti non è più accessibile alla classe media. Nel quartiere del Pigneto, dove negli anni Novanta del secolo scorso il costo della casa era di circa 1.500 euro al mq, attualmente i prezzi oscillano tra 6.500 e 8.000 euro; nel rione Monti, da 3.000 euro al mq si è arrivati a 10.000 euro.
La costruzione di interi quartieri in mano a pochi «palazzinari » ha lasciato per molto tempo i cittadini senza servizi, ma l’inarrestabile espansione a macchia d’olio ha imposto un cambiamento nell’organizzazione della vita quotidiana di molti cittadini romani.
Un esempio è dato dai centri commerciali frequentati da migliaia di romani; nella Provincia di Roma (ora Città metropolitana) se ne registrano complessivamente 40. Si tratta del frutto delle politiche delle «centralità» previste dal nuovo Piano regolatore generale, approvato nel 2008. Sono stati costruiti nuovi agglomerati residenziali - come, ad esempio, quello di Bufalotta, quartiere con più di 10.000 abitanti -, pensati a ridosso delle grandi infrastrutture stradali del Grande Raccordo Anulare e delle autostrade. Valga per tutti un dato: il centro commerciale di Bufalotta registra 16 milioni e mezzo di visitatori l’anno, più dei visitatori del Colosseo e dei Fori imperiali.
Il trasporto urbano pubblico - che ci limitiamo a definire problematico e insufficiente ai bisogni di una Capitale, spesso bloccata da inefficienze e da scioperi - ha fatto esplodere il trasporto privato su ruote: sono circa 1.700.000 i veicoli a quattro ruote, e mezzo milione i veicoli a due ruote, che costringono i cittadini romani a passare nel traffico una media di 92 ore all’anno.
La pressione e i costi del mercato immobiliare hanno spinto la popolazione a vivere anche fino a Orte, che dista 50 km dal centro; è per questo che negli ultimi 10 anni alcuni Comuni a nord di Roma sono diventati tra i 30 Comuni con il maggior incremento di popolazione in Italia.
La periferia romana soffre di altri due problemi: l’edilizia residenziale pubblica e l’abusivismo. Il quartiere di Tor Bella Monaca, nella periferia est, dev’essere considerato una città nella città: è abitato da circa 30.000 abitanti. È qui che si trova la più grande percentuale di disabili e la maggiore concentrazione di persone agli arresti domiciliari. Il quartiere di San Basilio, sorto anch’esso nella periferia est, è il principale centro di spaccio e smistamento della droga a Roma.
Nel quartiere di edilizia residenziale pubblica di Vigne Nuove, solo il 30% degli studenti accede alle scuole dell’obbligo. A Borghesiana, nella borgata Finocchio, sulla Casilina, vivono circa 40.000 persone in una vasta area abusiva; la loro unica area verde è un parco voluto dai comitati locali, che sono riusciti a far confiscare quell’area alla criminalità (era di proprietà della Banda della Magliana), per trasformarla nel «Parco della Pace». Non meno problematici sono i dati che svelano la «città abusiva»: il 37% del tessuto urbano residenziale è di origine abusiva e il 40% della popolazione vive in aree nate come abusive [2].

Le cinque sfide: dall’integrazione a una nuova classe dirigente

La Lettera individua l’impegno concreto della Chiesa su cinque sfide o «cantieri», che sono urgenti e decisivi.

1) La prima sfida è quella di agire contro le vecchie e nuove povertà che colpiscono famiglie, anziani soli e disoccupati: «In molte famiglie oggi il lavoro è l’assillo maggiore, e il sollievo offerto attraverso sussidi non è risolutivo, perché aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro».
È necessario dunque spingersi oltre le forme della carità di emergenza che curano senza prevenire, per mettere al centro dell’agire ecclesiale e civile la ricostruzione del fondamento antropologico ed etico su cui si basano le relazioni all’interno della città. «In tanti sembra smarrito l’orizzonte comune dell’esperienza umana, il senso condiviso dell’inviolabile dignità della persona, il tessuto delle genuine relazioni interpersonali che si esprimono nella responsabilità verso gli altri e che danno senso all’agire umano. Troppe persone si incrociano per strada e si guardano con diffidenza, quasi siano alieni provenienti da pianeti diversi».
Come antidoto alla deriva delle solitudini la Chiesa romana propone che nei quartieri si promuovano «luoghi dove cittadini volontari, sensibili al bene comune, mettano a servizio di quanti vivono in condizioni precarie e di disagio la loro esperienza umana e professionale per indirizzarli e accompagnarli nella soluzione dei loro problemi quotidiani (ad esempio, il disbrigo delle pratiche amministrative, le visite mediche, l’educazione scolastica dei figli, l’uso attento del denaro), così da sostenerli e rendere la loro vita meno amara, infondendo fiducia dove a volte c’è solo sconforto».

2) La seconda sfida è quella dell’accoglienza e dell’integrazione non solamente dei rifugiati, ma di tutti gli stranieri, che al 1° gennaio 2015 erano 363.563, poco meno del 13% della popolazione romana. Per le persone che fuggono dalle guerre la Caritas romana, diretta da mons. Feroci, ha elaborato un progetto coordinato con la Prefettura e le istituzioni civili. Il fondamento di questa sfida è quindi conoscersi per riconoscersi; infatti, «l’integrazione non è pretesa di assimilazione, ma - all’interno di regole che attribuiscono a tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri - è il rispetto delle identità in un contesto che è sempre più multiculturale e multietnico» [3].
L’azione pastorale e la riflessione sociopolitica sono due dimensioni che si intrecciano nella Lettera. La prima serve «per richiamare il popolo cristiano ai suoi doveri fondamentali di apertura verso l’altro, primi i più bisognosi» [4], mentre la seconda «richiama tutti i cittadini di buona volontà all’accoglienza», orientando la città verso la costruzione del bene comune.

3) L’educazione - la terza sfida - è pensata nella Lettera come una vera e propria chiamata alla responsabilità: «La scuola, l’università e i centri di formazione professionale, così numerosi a Roma, e tutti quelli che vi lavorano - educatori, insegnanti, docenti, personale dirigente o ausiliario - sono invitati a mettere al centro del processo educativo delle nuove generazioni romane la crescita integrale della persona. Non fare sconti sull’impegno necessario per costruire una cultura di spessore, tutelare e includere gli alunni fragili e in difficoltà, promuovere il senso etico e civico, educare alla legalità, al rispetto reciproco e all’accoglienza di ciascuno: questo deve essere considerato un contributo prezioso e decisivo per edificare una città migliore» [5].

4) La quarta sfida è quella della comunicazione vera e corretta, quella che costruisce comunità e difende la dignità delle persone «per promuovere contenuti che investano il rapporto media-famiglia- cultura-solidarietà-giovani, attraverso scelte coraggiose di libertà, anche in questo ambiente, spesso pesantemente condizionato da interessi economici e di parte».

5) Infine, la sfida di formare pazientemente la classe dirigente di domani: «Troppo spesso persone di valore non hanno la forza di esprimere la propria vocazione al servizio del bene comune e di incidere beneficamente sulla società, mentre altri per brama di potere e desiderio smodato di arricchimento occupano posti nella direzione e gestione delle istituzioni senza le doti, la motivazione e la competenza necessarie per promuovere programmi e politiche di equità sociale a favore di tutti i cittadini».
La proposta che emerge dalla Lettera è quella dei «cantieri» per la formazione alla dimensione pre-politica, l’unica in grado di riattivare «politiche dal basso, quelle sussidiarie, che permettono ai cittadini di ritrovarsi e di elaborare soluzioni condivise intorno a temi e problemi concreti del loro territorio».
Secondo il card. Vallini, la qualità della vita nella città «significa legalità, tutela dei diritti, giustizia sociale, lavoro, efficienza dei servizi, ma significa anche senso civico, rispetto reciproco, buona educazione, solidarietà, magnanimità, mentre tante volte sembra che prevalga un istinto di difesa, di chiusura, di insicurezza, di sfiducia, di paura, che genera diffidenza, ostilità, tensione sociale».
La volontà della Chiesa è di ritrovare il senso comune dell’esperienza umana che si compone della responsabilità di tutti verso tutti per dare un significato e un sapore alla convivenza civile.

Sullo sfondo la crisi dell’amministrazione di Ignazio Marino

La Lettera è stata simbolicamente consegnata alle autorità nel giorno in cui si è avviato il processo sull’inchiesta definita «Mafia Capitale» con l’amministrazione comunale commissariata.
Pochi giorni prima, infatti, il 30 ottobre, 26 consiglieri comunali avevano fatto cadere, con le loro dimissioni, la giunta e il sindaco Ignazio Marino (in carica dal 2013). Il prefetto di Roma, su indicazione del Governo, aveva da poco nominato il nuovo commissario, Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano, che guiderà l’amministrazione comunale fino alle prossime elezioni.
La crisi della città di Roma riveste anche un valore simbolico e tocca l’intero Paese. L’inchiesta in corso di «Mafia Capitale» ha fatto franare il sistema su cui si basa un’amministrazione con quasi 62.000 dipendenti, se si considerano le municipalizzate. Mentre si tendeva a pensare che l’infiltrazione mafiosa fosse circoscritta nella zona di Ostia a causa dello scioglimento e del commissariamento del Municipio con gli arresti di Massimo Carminati e di Salvatore Buzzi, la ramificazione invece si è estesa all’intera amministrazione capitolina. Rimangono come sintesi nella memoria collettiva alcune loro parole intercettate dalla Polizia: «Ci mangiamo Roma» [6].
Dal punto di vista politico, è urgente una riflessione sia sulla natura dei partiti politici che governano la città, ridotti a comitati elettorali o alla gestione di affari, sia sul debole strumento delle primarie che, per la pressione di populismi e delle personalizzazioni, non ha permesso di certificare le reali competenze dei politici.
È per questo che la scommessa della Chiesa di Roma sulla dimensione pre-politica ha il fine di stimolare e proporre ai partiti le soluzioni di problemi, l’organizzazione di forme di controllo, l’attivazione di progetti concreti. Per la Chiesa, un leader è il frutto di una lunga formazione al servizio e la somma di molte relazioni, non può mai essere calato dall’alto. Un’azione pre-politica fatta da tutti i credenti insieme è più incisiva e radicale dell’azione di pochi ed etichettati rappresentanti del mondo cattolico distribuiti in varie forze politiche.
Attraverso questo nuovo impegno i politici che vivono la politica da cattolici non si devono anzitutto porre il problema del dove stare - il voto del mondo cattolico, anche nella città di Roma, è ripartito ormai fra tutte le forze politiche -, ma su come formarsi e cosa fare. È così che parrocchie, diocesi, movimenti, che per anni hanno delegato ad altri la formazione politica, possono ritornare a farsene carico come una nuova missione.
Uno strumento efficace della Chiesa romana è l’«Osservatorio sulla città», menzionato alla fine della Lettera, che ha il compito di «“fare rete” tra le associazioni, le aggregazioni laicali e i laici presenti sul territorio e di promuovere iniziative di formazione e di confronto pubblico nei vari ambienti, anche per coinvolgere quanti, pur non riconoscendosi nella fede cristiana e nella Dottrina sociale della Chiesa, desiderano conoscerne meglio i contenuti e convergere sul terreno del bene comune».
In effetti, il bipolarismo politico di questi ultimi venti anni ha rischiato di creare un bipolarismo ecclesiale anche nella città di Roma. Scommettere su una formazione di medio periodo però è possibile. La Lettera infatti ha un chiaro obiettivo: «rendere “reciproca” la città: più attiva, più partecipe e più unita».

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Per la Chiesa, l’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto di opinione, di idee e di progettualità intorno all’antropologia e all’etica. Occorre ricostituire anche a Roma un patto intergenerazionale, costruire politiche nel pluralismo culturale e sociale. Il tono umile e fermo della Lettera non separa i cattolici dai non cattolici; ma è un appello per unire le persone oneste di fronte alle bande del malaffare.
La Lettera infine collega la sua denuncia e il suo impegno al Giubileo, che il Papa si appresta a inaugurare e che potrà dare a Roma un «supplemento di anima per essere all’altezza della sua vocazione e delle nostre attese di speranza». Certo, l’ideale per la comunità cristiana sarebbe quello di mettere a disposizione il proprio lievito e la propria farina per il servizio alla città degli uomini e qualora le vicende della storia imponessero di scegliere, il tono della Lettera ribadisce che il miracolo è inscritto nella forza misteriosa dei cristiani quando diventano lievito.

NOTE

1. Alla presentazione della Lettera, il 5 novembre, oltre al card. Agostino Vallini, sono interventi il direttore della Caritas diocesana, monsignor Enrico Feroci, il giurista Francesco D’Agostino, i sociologi Luigi Frudà ed Elisa Manna. La Lettera è frutto del lavoro di un anno e mezzo del Consiglio pastorale diocesano. Il testo che citeremo si trova in www.vicariatusurbis.org
2. Per approfondire il tema di come l’urbanistica condizioni la qualità della vita, cfr C. Cellamare, Progettualità dell’agire. Processi e pratiche urbane, Roma, Carocci, 2012; Id., Fare città. Pratiche urbane e storie di luoghi, Milano, Eleuthera, 2008.
3. Il tema è stato sviluppato da Luigi Frudà.
4. Così Francesco d’Agostino, durante la presentazione della Lettera.
5. La sfida educativa richiamata da Elisa Manna è un compito affidato agli educatori: «Combattere la “desertificazione dell’etica collettiva” [significa] tornare a trasmettere valori fondativi: senso di responsabilità, di onestà, di correttezza fin da piccoli, ovviamente commisurando il messaggio all’età; rispetto per se stessi, per la propria dignità, per la propria vocazione e i propri talenti; inclusione dei più fragili e accettazione del dialogo tra diversità. E ancora: educare al rispetto dell’ambiente, inteso come casa comune, promuovere senso civico, educare alla legalità, trasmettere l’idea della cultura e della bellezza, a cominciare da quella artistica che a Roma ci circonda».
6. È nella relazione della Commissione, guidata dal prefetto Marilisa Magno, alla Procura della Repubblica che emergono giudizi molto duri e comunque ancora da provare: «Marino dimostra di avere commesso l’errore di sottovalutare la corruzione e non identificarla per quello che è: veicolo di contagio mafioso».
Oltre al fatto che Marino non è riuscito «ad opporsi al condizionamento del sodalizio», nella relazione si legge: «L’asservimento delle funzioni pubbliche travolge la libera formazione della volontà degli organi deliberativi piegandoli agli interessi del sodalizio, in virtù di una trama corruttiva cui hanno aderito membri dell’assemblea e della giunta capitolina […]. Il quadro che emerge è quello di un’amministrazione inquinata i cui atti gestionali presentano gravi deviazioni rispetto al canone normativo». Infine, si sottolinea che gli «schemi e copioni […] non sono stati intaccati dal cambio di amministrazione successivo all’elezione del sindaco Marino».

(La Civiltà Cattolica 2015 IV 459-468 | 3971 - 12 dicembre 2015)