Le parole della fede /8

Giuseppe De Virgilio

(NPG 09-09-55)


Nel presentare il significato dell’avverbio temporale «oggi» si pensa al valore del tempo e alla sua interpretazione nella cultura contemporanea. Il tempo rappresenta certamente un tema generatore, applicato alle molteplici espressioni e configurazioni del vivere umano. La definizione di questa categoria è parsa sempre problematica nella storia del pensiero umano. Rimane eloquente l’espressione agostiniana circa l’identità del tempo: «Se nessuno me lo chiede so cos’è; se cerco di spiegarlo, non lo so più» (cf Agostino d’Ippona, Confessioni, XI, 14).
Nondimeno l’interesse e la prospettiva della presente analisi biblico-catechetica non si rivolgono al contesto della sociologia religiosa (relazione tempo-mito), né a quello filosofico (relazione tempo-essere) o scientifico (relazione tempo-materia), bensì alla seguente domanda: quale è il valore del tempo di oggi per il credente, in particolare per i giovani? quale la sua relazione con la verità e la felicità? L’oggi dell’uomo è in relazione con l’eterno presente di Dio. Ci domandiamo in che modo questa categoria comporti la piena liberazione del singolo e dell’intera comunità dei credenti. Fanno pensare le parole di E. Kaestner:
«Ci sono due tipi di tempo. Uno può essere misurato col braccio, la bussola e il sestante. È quello che serve a misurare strade e terreni. L’altro modo di contare il tempo, la nostra memoria, non sa cosa farsene del metro e del mese, dei lustri e degli ettari. Ciò che si è dimenticato è vecchio. Le cose indimenticabili sono appena accadute. Il metro in questo caso non è l’orologio, ma il valore».
Fare dell’oggi un valore significa dare senso all’oggi della vita, delle relazioni interpersonali, dell’uomo che è collocato nella storia e che lotta per la verità. Accanto a questa prospettiva emerge il tema delle paure che sono celate nell’oggi. Sono soprattutto le paure nascoste nel cuore dei giovani. L’oggi della risposta alla chiamata dell’amore e della famiglia, al dovere della fedeltà e dell’onesta, al mercato complesso del lavoro, al servizio verso i bisognosi. Come vivere l’oggi? Gli approcci al tempo e soprattutto all’oggi sono diversi e spesso inconciliabili.

EVOCAZIONE

La nostra riflessione attinge alla fonte della Bibbia per cogliere il senso dell’oggi nei racconti della Sacra Scrittura e più in generale per comprendere come viene interpretato, vissuto e celebrato il tempo nel popolo di Israele, in Gesù di Nazareth e nella prima comunità cristiana.
L’oggi si definisce in tutto il suo realismo, soprattutto quando ci si imbatte nella sofferenza e nella domanda di senso. Oggi vuol dire prendere coscienza di quello che si è, del proprio presente, facendo memoria del passato e proiettandosi verso il futuro.
Per questo motivo il tempo costituisce in qualche modo lo «spazio» della nostra identità.
Parlando dell’istituzione sabbatica, A. J. Heschel afferma che il sabato è come la «cattedrale del tempo», dove scorrono i giorni e le stagioni nelle quali si celebra la presenza dell’Altissimo.
È importante aiutare a scoprire il valore dell’oggi. Per questo approfondiamo il tema ripercorrendo le principali attestazioni e il loro messaggio biblico, per poi soffermarci nella «provocazione» su due testi esemplificativi che ci aiutano a riflettere sul valore del tempo presente. Termineremo il nostro percorso con l’invocazione ripresa dal Sal 2.

NARRAZIONE

L’avverbio di tempo «oggi» (in greco se-meron) fa registrare un’elevata attestazione nella Bibbia (332 ricorrenze: 291 nell’AT; 41 nel NT), con significative prospettive teologiche e pastorali. Articoliamo la nostra analisi in due tappe distinte: la prima affronta il tema nell’Antico e la seconda lo sviluppa nel Nuovo Testamento.

«Oggi» nell’Antico Testamento

Nell’ampia letteratura anticotestamentaria l’avverbio «oggi» ritorna in molti contesti, usato sia nel senso profano che religioso. Generalmente nel senso profano l’avverbio esprime la situazione storica dei protagonisti, che vivono esperienze diverse. Nei racconti di Gen 1-11 spicca l’oggi del giudizio divino sulla vicenda di Caino (Gen 4,14). Nelle storie patriarcali è anzitutto Abramo a sperimentare la provvidenza divina, quando nel culmine della prova del sacrificio di Isacco, riceve sul monte Moria la conferma della provvidenza del Signore: «Abramo chiamò quel luogo: ‘Il Signore provvede’, perciò oggi si dice: ‘Sul monte il Signore provvede’» (Gen 22,14).
Nell’alleanza tra Giacobbe e Labano l’avverbio «oggi» indica una nuova relazione che l’anziano padre stabilisce con il genero, su indicazione della stessa volontà di Dio (Gen 31, 48-50). A sua volta Giacobbe, detto anche Israele, anziano benedirà i figli di Giuseppe, Efraim e Manasse, ricordando che Dio lo ha guidato come un pastore guida il suo gregge, fino al oggi (Gen 48,15-16)
L’epopea dell’esodo dischiude il senso teologico della presenza di JHWH in mezzo al suo popolo. Mentre sotto l’oppressione egiziana (Es 5,14) i figli di Israele languono aspettando la liberazione, Mosè annuncia al faraone l’ordine di lasciar uscire il popolo perché possa celebrare un sacrificio al Signore. Dio è presente «oggi» in mezzo alle sofferenze e alle attese di Israele. Dio non ha dimenticato le sue promesse, anzi le sta realizzando attraverso la missione di Mosè, che fa uscire il popolo nell’oggi della liberazione (Es 13,4): «Mosè rispose: ‘Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più’» (Es 14,13).
Nel cammino del deserto, la manna ricorda che JHWH dona il cibo quotidiano nell’oggi (Es 16,25). La fedeltà del Signore si esprime nel patto di alleanza e nella benedizione sul futuro del popolo, che ha ricevuto in dono la legge (Es 32,29). La promessa di fedeltà si compie nell’oggi: «Osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Ecco io scaccerò davanti a te l’Amorreo, il Cananeo, l’Hittita, il Perizzita, l’Eveo e il Gebuseo» (Es 34,11).
La riflessione teologica sul mistero di Dio e sull’elezione di Israele trova la sua massima espressione nel Deuteronomio. È in questo libro che si attualizza l’atto di fede e che viene raffigurata la storia del popolo nell’ottica di un cammino di fedeltà a Dio e alla Legge. Troviamo diverse volte l’avverbio di tempo con una notevole accentuazione religiosa. Dio ha realizzato le promesse fatte ad Abramo, di far sorgere un popolo numeroso (Dt 1,10), che da Moab attraversa il confine (Dt 2,18) e rimane in vita per la sua fedeltà (Dt 4,4; 15,15).
Israele è una grande nazione perché ha JHWH per Signore e da Lui ha ricevuto la Legge (Dt 4,8). Da qui emerge la singolarità del popolo eletto, che è amato da Dio in un modo tutto particolare (Dt 4,20) e deve confermare nell’oggi la fede nell’unico Signore (Dt 4,39; 11,8). In questo senso l’avverbio «oggi» indica il compimento delle promesse di Dio e la conferma dell’alleanza che JHWH ha stabilito con Mosè e il popolo sul monte Sinai: «Mosè convocò tutto Israele e disse loro: ‘Ascolta, Israele, le leggi e le norme che oggi io proclamo dinanzi a voi: imparatele e custoditele e mettetele in pratica’» (Dt 5,1). Così vengono rilette e consegnate alla comunità riunita le «dieci parole» dell’alleanza, a cui il popolo deve essere fedele nell’oggi della sua storia.
L’atteggiamento del credente è rinchiuso nel verbo-chiave dell’ascolto: shema’ Israel (Dt 6,4). L’ascolto della Parola, pronunciata lungo la storia, diventa efficace nell’oggi della fede e dell’amore nei riguardi dell’unico Dio. Così recita la formula del credo ebraico:
«Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico. Tu amerai il Signore tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le insegnerai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi» (Dt 6,4-8).
Un’altra dimensione dell’ascolto è il cuore (leb), che indica la sede interiore dell’uomo e della sua coscienza. L’oggi della fede e dell’ascolto si realizza nel cuore dei credenti: amare Dio con tutto il cuore e tenere nel cuore i suoi precetti: in questo processo di attualizzazione si può vivere l’oggi della sicurezza e della vita (Dt 6,6.24; 7,11; 11,13; 26,16). Ritorna di frequente l’esortazione a vivere l’oggi dei comandamenti di Dio: in Dt 7,11 si legge: «Osserverai dunque i comandi, le leggi e le norme che oggi ti do, mettendole in pratica», e ancora: «Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri» (Dt 8,1.8).
Il verbo ricordare (zakar) unisce l’aspetto storico del passato con il presente: si tratta di fare memoria nell’oggi di quanto Dio ha realizzato lungo la storia, i cui effetti permangono fino ad ora: «Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri», e ancora: «Se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dèi e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete!» (Dt 8,19).
La presentazione della scelta di Dio si traduce nell’opzione per il bene o il male, per la vita o la morte, la benedizione o la maledizione. È caratteristica del Deuteronomio proporre il tema delle «due vie», di fronte alle quali il credente deve scegliere, decidendo «oggi» il proprio destino (cf Dt 11,26; 30,15-18). È l’obbedienza nell’oggi che decide il destino del singolo credente e dell’intera comunità, e questa obbedienza non è impossibile da vivere: «Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te» (Dt 30,11). In tal modo l’esaltazione del motivo dell’elezione stimola la responsabilità a vivere in prima persona l’amore liberante di Dio.
Dopo la morte di Mosè, Giosuè riceve la responsabilità di guidare Israele nella terra promessa. Dio sceglie Giosuè e lo esalta al cospetto del popolo (Gs 3,7); con il rito della circoncisione si ripete nell’oggi la purificazione, perché i figli di Israele entrando in Canaan possano rimanere fedeli al progetto di Dio (Gs 5,9). Questa fedeltà rinnovata dell’oggi viene ripetuta nel discorso di addio di Giosuè (cf Gs 23): ritorna l’invito a riconoscere le opere di Dio a favore del popolo che oggi conferma l’alleanza dei padri (cf Gs 23,14; 24,15).
Tra i personaggi che ci aiutano a cogliere il valore dell’avverbio temporale, vale la pena di ricordare la figura di Rut, a cui Dio ha concesso il dono della maternità in vista della discendenza messianica (Rut 4,14); Davide, la cui personalità si impone nella storia monarchica (cf la fedeltà: 1Sam 24,11.19-20; 26,19-24); Salomone, il saggio re che innalza a Dio la grande preghiera per il tempio (cf 1Re 8,28.61); lo scriba Neemia che proclama la lettura della Torah (Ne 9,36); la regina Ester che intercede presso Dio e ottiene la salvezza del suo popolo perseguitato (Est 4,17).
L’oggi viene evocato nelle preghiere dei Salmi, dove viene ripreso il tema dell’invito ad ascoltare «oggi» la voce del Signore (Sal 94,8) e a proclamare i suoi prodigi (Sal 70,17). L’orante contempla la creazione che «sussiste per suo decreto fino ad oggi» (Sal 118,91); mentre nel Sal 2 ritroviamo un senso messianico nell’espressione: «Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: ‘Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato’» (Sal 2,7). Preziosi sono quei proverbi collegati alla sapienza popolare, che insegna a valutare il proprio tempo, scandendolo con il binomio ieri/oggi: «Non ti vantare del domani, perché non sai neppure che cosa genera l’oggi» (Pr 27,1); e ancora «Ricordati della mia sorte che sarà anche la tua:
«’Ieri a me e oggi a te’» (Sir 38,22). Tratteggiando il comportamento dello stolto, nel Siracide si legge: «Egli darà poco, ma rinfaccerà molto; aprirà la sua bocca come un banditore. Oggi darà un prestito e domani richiederà; uomo odioso è costui» (Sir 20,15).
Anche nella letteratura profetica l’impiego dell’avverbio di tempo è cospicuo. Ringraziando Dio per la sua guarigione, in un passaggio della sua preghiera il re Ezechia afferma: «Il vivente, il vivente ti rende grazie come io oggi faccio. Il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà» (Is 38,19). Spicca l’«oggi» nelle parole che JHWH rivolge al giovane Geremia perché adempia la sua missione: «Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1,10). Nel corso della sua predicazione Geremia ricorda al popolo la necessità di ascoltare e aderire alla volontà di Dio (Ger 11,5.7; 42,19.21), così come ripeterà l’oracolo della distruzione di Gerusalemme: «La mia ira e il mio furore divamparono come fuoco nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme ed esse divennero un deserto e una desolazione, come sono ancor oggi» (Ger 44,2). In Ger 44, come nel libro di Baruch, la vicenda drammatica dell’esilio viene riletta in chiave teologica nella disputa con i Giudei d’Egitto: la ripetizione dell’avverbio di tempo sottolinea la presa di coscienza del popolo su quanto gli è accaduto.
Anche nella missione di Ezechiele l’avverbio «oggi» serve a sottolineare il limite del tempo: Dio non rimane sordo di fronte alla sofferenza degli esiliati. Nella consapevolezza che il Signore non abbandona i piccoli e i poveri del suo popolo, Daniele innalza la preghiera di fiducia come sacrificio di comunione e segno di fedeltà: «Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è confusione per coloro che confidano in te» (Dn 3,40). In Dn 9 si trova l’intercessione del profeta che riconosce il peccato di Israele: «A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto, come avviene ancor oggi per gli uomini di Giuda, per gli abitanti di Gerusalemme e per tutto Israele, vicini e lontani, in tutti i paesi dove tu li hai dispersi per i misfatti che hanno commesso contro di te» (Dn 9,7). È bello concludere la rassegna anticotestamentaria con un’espressione profetica che riapre le speranze del ritorno degli esiliati, riportata da Zaccaria: «Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza! Ve l’annunzio fino da oggi: vi ripagherò due volte» (Zc 9,12)
Come abbiamo potuto constatare, l’avverbio «oggi» ritorna spesso per indicare l’idea del tempo presente in collegamento con l’interpretazione del passato e lo sguardo verso il futuro compimento delle promesse messianiche. Pertanto l’oggi dell’Antico Testamento è un’anticipazione del compimento del tempo, che si realizza con la missione di Gesù.

«Oggi» nel Nuovo Testamento

Con l’incarnazione del Figlio, il tempo della salvezza si compie. CosÏ la storia passata trova la sua interpretazione nel presente, cioè nell’«oggi» di Gesù di Nazareth. È attraverso la sua predicazione, in parole ed eventi prodigiosi, che si possono interpretare i segni dei tempi. Già a partire dal racconto lucano del Natale, l’evangelista pone in risalto il motivo teologico del tempo, inteso come «storia di salvezza». Ai pastori l’angelo annuncia: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,11). La profezia del nuovo regno davidico si inaugura con la venuta nel mondo del Salvatore. Il tempo dell’attesa è finito perché è entrata nel mondo la Parola «diventata carne» (Gv 1,14). Nella prospettiva cristologica, l’oggi indica chiaramente il motivo della presenza di Dio nell’incarnazione: Egli è qui, nella storia degli uomini, con un volto umano, mentre cammina, parla, chiama, incontra, compie miracoli, prega, condivide, ascolta, serve, conforta coloro che lo incrociano e lo supplicano. Gesù è l’oggi per i poveri e i sofferenti: l’oggi della speranza che si compie.
I vangeli riportano alcuni momenti particolari nei quali l’avverbio di tempo assume un’importanza teologica notevole. Senza dubbio è nel vangelo lucano che possiamo rintracciare il senso profondo dell’avverbio di tempo. La vita pubblica di Gesù si apre con la solenne presentazione cristologica nella sinagoga di Nazareth: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21). È a partire dall’evangelizzazione ai poveri che l’oggi della salvezza si rende visibile a tutti. Così le scritture profetiche, che annunciavano la venuta del Messia, si realizzano nella sua persona, segno di contraddizione (Lc 2,34) e pietra di inciampo per coloro che rifiutano la sua Parola di salvezza (Lc 20,17).
L’oggi si traduce in un incontro che cambia: accade in Simon Pietro (Lc 5,1-11), in Matteo Levi (Lc 5,27-32), nella vita della peccatrice di Cafarnao (Lc 7,36-50), nella vedova di Nain (Lc 7,11-17), nell’accoglienza domestica di Marta e Maria (Lc 10,38-42), nell’esperienza di Zaccheo, quando per due volte ripete l’oggi della visita e della salvezza (Lc 19,5.9). Insegnando la preghiera del «Padre nostro», il Signore invita i suoi discepoli a domandare il «pane quotidiano» nell’oggi del bisogno (Mt 6,11): è la fiducia nella provvidenza di Dio che aiuta i credenti a saper discernere il tempo presente (Lc 12,28). Consapevole della sua missione, è il Signore stesso a rivelare ai suoi discepoli la necessità di vivere l’oggi, in vista della sua immolazione pasquale (Lc 13,33).
I racconti della passione riportano per tre volte l’avverbio «oggi» riferito al rinnegamento di Simon Pietro (Lc 22,34.61), al sogno della moglie di Pilato (Mt 27,19) e al buon ladrone (Lc 23,43). È in quest’ultima parola sulla croce che l’oggi assume il senso della salvezza e della speranza: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». L’oggi di Dio, mediante Cristo, si apre all’oggi dell’uomo! La risurrezione di Gesù è il nuovo «oggi» della storia: gli apostoli e la prima comunità cristiana lo annuncia con l’audacia della testimonianza (At 2,29; 4,9; 13,33; 19,40; 20,26). In particolare la riflessione paolina pone in risalto la presenza del Cristo crocifisso e risorto, come signore della storia (cf At 25,19).
Non solo Paolo è in prima persona testimone dell’oggi di Dio rivelatosi nel suo Figlio risorto (At 23,1; 24,21; 26,2.29), ma è anche il protagonista di una profonda riflessione sul mistero di Cristo, centro dell’universo (Rm 8,22; Ef 1,3-12), nella cui esistenza «tutte le promesse di Dio sono diventate ‘si’» (2 Cor 1,20). In tal modo la lettura della Bibbia si comprende solo se è interpretata nella prospettiva di Cristo (2 Cor 3,14). Infine l’autore della lettera agli Ebrei sottolinea come il compimento della nostra speranza sta nell’oggi della fede in Cristo (Eb 3,13.15; 4,7; 5,5), racchiudendo un una sola affermazione l’intera storia della salvezza: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (Eb 13,8).
Il nostro percorso dimostra la fecondità di questo tema, riletto nello sviluppo dei racconti biblici che culminano con la Pasqua del Signore crocifisso e risorto.

PROVOCAZIONE

Fermiamo la nostra attenzione su due pagine bibliche che ci aiutano a cogliere il messaggio racchiuso nell’avverbio «oggi». La prima pagina è l’episodio della sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-30) e la seconda è la conversione di Zaccheo a Gerico (Lc 19,1-10. Si tratta di due episodi espressivi, che pongono in evidenza la forza espressiva dell’oggi che indica l’inizio del compimento messianico e l’irruzione della salvezza.

«Oggi si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4,21)

«Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore». Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,16-21).

La narrazione lucana del discorso nella sinagoga di Nazareth è volutamente anticipata rispetto alla sequenza narrativa di Matteo e Marco, perché l’evangelista ha inteso collocare la solenne presentazione cristologica partendo da Nazareth e mostrando il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Nazareth è il luogo dell’«oggi» della Scrittura, mentre Gerusalemme è il luogo dell’«oggi» della salvezza. Il racconto si articola in tre atti: nei vv. 16-21 si ha la lettura della profezia e l’annuncio del suo compimento nell’«oggi»; nei vv. 22-27 vi è il confronto tra Gesù e i suoi connazionali; nei vv. 28-30 si registra la violenta reazione dei nazareni che cacciamo il Signore dalla sinagoga e lo conducono sul ciglio del monte per farlo precipitare. Ma Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (v. 30).
Fermiamo l’attenzione sulla prima unità, che vede Gesù al centro della scena. Egli si reca a Nazareth, entra nella sinagoga nel giorno di sabato e durante la liturgia, come prevedeva il rituale, si alza per proclamare la Parola. L’evangelista sottolinea il contesto speciale di questo gesto. Si tratta di un momento particolare, nel luogo più santo e nel giorno più santo della settimana ebraica. È il giorno in cui si invoca Dio e si attende il compimento delle promesse messianiche. Gesù si alza, riceve il rotolo e «apre» la Scrittura per leggere il profeta Isaia (Is 61,1-2).
Il brano isaiano riporta l’inizio della vocazione messianica in cui il consacrato di JHWH, ricevuto lo Spirito, viene inviato per «annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore». Si tratta di una missione di liberazione e di pace: il vangelo della salvezza arriva finalmente ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. Si inaugura un anno giubilare nel quale si attua la remissione dei peccati. Le azioni messianiche descritte sono da tanto tempo promesse al popolo, che le attende con ansia.
La scena seguente è suggestiva. Gesù «chiude il rotolo», lo consegna all’inserviente e si siede. Al posto della spiegazione del brano, Gesù annuncia il compimento presente di quella Scrittura profetica: «oggi» si è compiuta questa Scrittura che voi avete udito nei vostri orecchi! L’«oggi» rappresenta il presente che si realizza, l’essere del Figlio di Dio in mezzo alla sua gente, ai poveri, ai bisognosi, agli ultimi. Un testo, annunciato e scritto tanti secoli prima, si realizza nell’oggi, nel presente. I nazareni devono passare dall’attesa all’adesione, devono fare il salto di qualità: dalla storia passata all’attimo presente. Accettare l’oggi di Dio che ti stupisce, che ti mette in crisi, che non aspettavi e prevedevi. In Gesù, Dio compie le sue promesse. La reazione dei suoi interlocutori è entusiasta e insieme sospettosa. Il racconto termina con un netto rifiuto: i nazareni non sono pronti ad accogliere la novità dell’oggi. Essi restano ancora nel passato di un’attesa messianica. La loro durezza di cuore non permette di entrare nel nuovo tempo della salvezza.
Rileggendo questa pagina, fermati sulle parole che esprimono la novità e sugli atteggiamenti che rifiutano questa novità evangelica. Nel mondo giovanile si vivono entrambi questi sentimenti: da una parte il desiderio di novità e dall’altra la fatica di fidarsi di Dio e della sua presenza.
L’importanza di rendere presente la parola della Bibbia in noi. È Gesù ad aprire e a chiudere la Scrittura spiegandola con le sue stesse mani e con la sua presenza. Anche noi oggi facciamo fatica ad entrare in questa relazione, come fu difficile per i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Occorre che apriamo i nostri occhi e il nostro cuore all’invito che Egli ci fa e non ci lasciamo condizionare da imperativi razionalistici e rigide precomprensioni.

«Oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5)

«Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

La vicenda del capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo (Lc 19,1-10), possiede una straordinaria forza espressiva, che diventa un appello di conversione. Gerico è la città i cui Gesù incontra tre personaggi: il giovane ricco (Lc 18,18-30), il cieco Bartimeo (Lc 18,35-43) e Zaccheo. È importante leggere insieme questi tre episodi sapientemente collocati nel contesto che precede l’ingresso del Signore a Gerusalemme. Il giovane ricco rifiuta la proposta vocazionale di Gesù, il povero mendicante e cieco accoglie il dono della guarigione e crede in Cristo, Zaccheo è l’ultima figura che preferisce nascondersi per vedere passare Gesù, senza essere da lui visto.
Il racconto ci aiuta ad entrare nel cuore dei personaggi e nella logica liberante del vangelo di Cristo. Piccolo di statura, impedito dalla numerosa folla che seguiva il Maestro, Zaccheo (il cui nome significa: «Dio si ricorda») sale su un albero per vedere. Questo gesto esprime il desiderio che il ricco pubblicano portava nel cuore. Forse egli sentiva da tempo il bisogno di dare una svolta al suo modo di vivere. La scena successiva mostra come non è Zaccheo a vedere Gesù, ma è il Signore a fermarsi e a vedere Zaccheo. Egli si sente chiamare per nome davanti a tutta la gente e riceve un invito impensabile: il Signore ha deciso «oggi» di entrare e riposarsi nella sua casa (v. 5). Lo stupore di essere chiamato per nome, la meraviglia per questa scelta tanto criticata dalla gente, la libertà con cui Gesù entra nella dimora e nella vita di Zaccheo colpiscono il lettore.
Nella casa del ricco pubblicano accade qualcosa di straordinario: senza esservi costretto, Zaccheo si alza dal suo passato e lascia entrare nel suo cuore la salvezza tanto desiderata. Ecco l’oggi di fronte al quale Zaccheo schiude la sua vita: da un passato di ingiustizia ad un futuro di misericordia, mentre il presente è davanti a lui: Gesù di Nazareth. L’oggi è diventato compimento di salvezza e di pace.
L’espressione di Gesù sottolinea questo cambiamento: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (vv. 9-10).
La storia di Zaccheo rassomiglia a quella di tanti giovani, cercatori di felicità e di futuro, ma spesso schiacciati dal giudizio della gente e nascosti. Zaccheo sale su un albero per vedere e sperimenta di essere visto da Dio. È questa esperienza che dobbiamo fare, per entrare in una relazione profonda con il Signore ed essere da lui perdonati.
Lasciare entrare nella nostra casa il Signore, significa accettare la sfida della fede nel Cristo che passa. La fede nasce da un incontro vitale, coinvolgente, liberante. È questa l’esperienza che i giovani desiderano vivere nelle nostre comunità, senza sentirsi giudicati e rifiutati dagli altri.

INVOCAZIONE

Il nostro cammino culmina con il Sal 2. Si tratta di uno dei più importanti testi messianici che presente la vittoria di Dio sui suoi nemici e la presentazione solenne del suo messia, denominato «mio Figlio». Il testo ricorda il tema dell’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria (Lc 1,26-38) e ci fa entrare nella dinamica dell’oggi della salvezza. Infatti il messaggio centrale del salmo è costituito dal v. 7: «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato».

Perché le genti congiurano,
perché invano cospirano i popoli?
Insorgono i re della terra
e i principi congiurano insieme
contro il Signore e contro il suo Messia:
«Spezziamo le loro catene,
gettiamo via i loro legami».
Se ne ride chi abita i cieli,
li schernisce dall’alto il Signore.
Egli parla loro con ira, li spaventa nel suo sdegno:
«Io l’ho costituito mio sovrano
sul Sion mio santo monte».
Annunzierò il decreto del Signore.
Egli mi ha detto:
«Tu sei mio figlio,io oggi ti ho generato.
Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vasi di argilla le frantumerai».
E ora, sovrani, siate saggi istruitevi, giudici della terra;
servite Dio con timore
e con tremore esultate;
che non si sdegni e voi perdiate la via.
Improvvisa divampa la sua ira.
Beato chi in lui si rifugia.

– Di fronte alle lotte e alle violenze, Dio non resta muto e impotente. Egli è presente e agisce «oggi» nella nostra storia. Le genti congiurano, i potenti insorgono, i malvagi cospirano contro il Signore e la comunità dei credenti.
L’attualizzazione di queste descrizioni ci mostra tutti coloro che nel mondo soffrono a causa della giustizia, subiscono violenza e vivono l’emarginazione e lo sfruttamento.

 

– Dobbiamo credere che il Signore provvede ai suoi poveri nell’oggi.
Credere, affidarsi, giocarsi nella logica di Dio e del vangelo nella concreta situazione presente: ecco la risposta che i giovani possono e devono dare con la loro esistenza significativa. Abbiamo solo «oggi» per testimoniare l’evento della liberazione di Dio: ieri è passato, domani non ci appartiene, è nell’oggi che possiamo trasformare il nostro desiderio in realtà.