Virtù, dalla parte della persona /2

Inserito in NPG annata 2008.


Le virtù /3

Paolo Carlotti

(NPG 2008-07-49)


Nell’articolo scorso, delle due prospettive dell’etica (anche in riferimento
alla trattazione del tema delle virtù) si era preso in considerazione il consequenzialismo. Vediamo ora l’altra, il deontologismo.
Deontologismo è una parola strana ma corrente nella letteratura specializzata di settore. Si potrebbe cercare di tradurla usando altre parole, ma – come sempre con queste operazioni – la situazione si complicherebbe, e allora non rimane che apprendere il suo proprio significato: non sarà fatica sprecata.
C’è subito da dire che qui il concetto di deontologismo è diverso da quello di deontologia professionale, per noi forse più familiare e conosciuto.
Con deontologia professionale si intende l’elenco preciso dei doveri che un determinato professionista – per esempio un avvocato, un medico, uno psicologo – deve garantire nello svolgimento del proprio lavoro.

Il deontologismo

Con deontologismo invece si intende una spiegazione globale e coerente di che cosa sia l’agire umano e come e perché possa essere valutato buono o cattivo.
Propriamente è la prima accezione che meglio si adatta al significato originario della parola greca déon, che vuol dire dovere, seguita da logíon, che vuol dire discorso, da cui il senso globale di discorso sui doveri. Ma si sa, le parole acquistano la loro accezione corrente non solo dall’etimologia, ma anche dall’uso, talora improprio e impertinente che ne viene fatto, uso che talora si impone fino a sostituire quello corretto.
La teoria deontologica dell’agire è una teoria di «prima persona». Essa, cioè, per cogliere l’identità dell’agire, lo guarda e lo osserva collocandosi nella prospettiva della persona che agisce, dal punto di vista del soggetto agente. Per questo, come già è stato accennato nel precedente contributo, è possibile cogliere l’internalità e non solo l’esternalità, l’intransitività e non solo la transitività, dell’agire: in altre parole, ciò che succede alla persona che agisce quando compie un’azione. Questa ricaduta è essenziale per capire che cos’è un’azione, e senza di essa l’azione rimane incomprensibile.
Non è assolutamente da pensare, come potrebbe essere facile al giorno d’oggi, che noi possiamo fare qualcosa e rimanere uguali a prima. In realtà compiendo il bene si diventa buoni, come compiendo il male si diventa cattivi. Quando una persona ruba, il guaio più grosso che combina è che diventa un ladro; come quando paga le tasse, il bene più importante che realizza è che diventa una persona giusta. Ciò che noi facciamo ritorna su noi stessi e ci plasma, secondo ciò che noi abbiamo liberamente deciso. Potremmo forse stancarci di tanta responsabilità e non volere tanto impegno per il nostro agire, ma «la cosa» rimane così, su questa realtà non abbiamo scelta, come non abbiamo scelta sul fatto che nelle nostre vene ci sia sangue e non acqua. Scelta invece ne abbiamo, molta e decisiva, nell’orientare verso il bene o verso il male questo dinamismo personale.

La ricaduta dell’azione sul soggetto agente

Potremmo domandarci il motivo di questa ricaduta dell’agire sull’agente, di questa decisiva rilevanza dell’operare per il suo operatore. È una domanda molto opportuna e anche strategica, perché ci offre l’occasione di svelare e di capire il segreto, la particolarità dell’agire umano.
Affermare che l’agire umano è dell’uomo non è oggi un’ovvietà, come tale poteva sembrare qualche decennio fa. L’agire umano è dell’uomo e porta sempre dell’uomo il marchio, la sua inconfondibile caratteristica: quella di procedere da una fonte speciale, cioè da una persona, che è un soggetto capace di sé, capace di autocomprensione e perciò di autodeterminazione. Per questo dato di soggettività, l’agire ha, come autore e come attore, la persona stessa. Come un’opera d’arte porta il tratto inconfondibile dell’artista, così l’agire del suo agente; e come un artista si realizza tramite la sua opera d’arte, così l’agente tramite il suo agire.
La classica definizione, che nonostante le molte sfide resiste ancora (e, in prima battuta, ben espleta il suo compito ermeneutico) fa consistere la persona in un individuo razionale – individua substantia rationalis naturae, sono le parole esatte del filosofo Severino Boezio (476-525 d.C.). La persona è quindi questo, non può che essere questo ed esserlo sempre. Il suo agire sarà sempre razionale e, se non lo è, vuol dire che non procede da una persona, ma da una macchina o da un animale. La persona non può sospendere per un po’ se stessa e agire come se fosse un animale o una macchina: non abbiamo questa possibilità. Abbiamo la possibilità, rinunciando alla nostra umanità, di comportarci in modo animalesco, ma lo facciamo sempre come uomini, non come animali. Possiamo, sempre come persone, agire in un modo o nell’altro, ma non possiamo non agire come persone; magari come persone buone o cattive, ma sempre come persone. In altre parole, non possiamo scrollarci di dosso la responsabilità della nostra vita personale.
Ma continuiamo il nostro discorso e facciamo un altro passo.
La razionalità della persona acquisisce uno specifico modulo quando entra nell’ambito pratico e operativo, diventa intenzionalità. L’intenzionalità non è cosa diversa dalla razionalità, è solo la sua modalità pratica. Il soggetto razionale quando agisce mostra che è dotato di ragione proprio perché agisce per uno scopo, per un fine, per una meta, ha di mira qualche cosa: intende, cioè, secondo l’originario senso latino, tende in, cioè punta e sa di puntare verso qualche cosa.
Questo è l’agire del soggetto razionale, cioè della persona, che ha di mira uno scopo, come del resto un leone che insegue una gazzella, o una pianta che si orienta verso la luce, e tuttavia anche in modo radicalmente diverso, perché l’uomo, a differenza di tutti gli altri viventi, sa di sapere e sa di potere.
È però qui interessante constatare che la teleologia – altra parola difficile composta da due parole greche, di cui l’ultima già conosciamo, mentre la prima teleos vuol dire fine, da qui l’intero significato di discorso sui fini – è dimensione diffusa di tutte le creature del creato, che, al modo che la loro natura loro consente, si orientano verso qualcosa. Oggi è molto contestato questo carattere teleologico della natura, che si pensa più mossa da semplici determinismi piuttosto che da orientamenti finalistici. Non possiamo entrare nella questione, se non per ricordare due idee: che nell’antichità greca e latina, certo in modo eccessivo come con l’animismo, era familiare una visione teleologica della natura oggi invece respinta; e che la cancellazione della teleologia a livello naturale ha reso difficile la sua percezione anche a livello antropologico, inducendo per l’uomo quel determinismo là sanzionato per ogni vivente della biosfera.
Qualcuno, svolgendo ulteriormente il passaggio dalla razionalità all’intenzionalità, ha parlato dell’agire dell’uomo come agire latore di significatività: un agire che, prima di avere delle conseguenze, ha dei significati per il soggetto agente e può averne, perché il soggetto agente è soggetto autoconsapevole, sa di sapere e di potere. Se l’agire ha significati intrinseci, allora non si può subordinare il significato intrinseco di un atto al bene estrinseco che è ottenuto agendo contro il significato dell’atto, come avviene, per esempio, quando rubo ai ricchi per dare la refurtiva ai poveri.
Penso che adesso si possa comprendere perché l’azione, che procede da un soggetto che è persona, vi proceda così intensamente e determini prima di tutto rilevanza per il soggetto stesso e poi per gli altri soggetti e oggetti.
Un’ultima osservazione mi sembra d’obbligo. Il carattere intenzionale dell’agire potrebbe suscitare in qualcuno l’idea che questo comporti una determinazione assolutamente personale, preferenziale e arbitraria dell’intenzionalità, quasi che ognuno potesse decidere da sé, di volta in volta, l’intenzione del suo agire, ciò a cui punta. In realtà questa intenzionalità ha carattere oggettivo, come oggettivo è il soggetto personale. Non è una buona idea quella di negare il carattere intenzionale dell’agire, perché si presterebbe ad interpretazioni soggettivistiche: sarebbe, come si suol dire, il rimedio peggiore del male. Occorre invece mantenere il carattere intenzionale e ribadire la sua oggettività, che, ovviamente, non è l’oggettività di una cosa ma di una persona.

L’agire come generazione di sé

Lo sappiamo, ormai a memoria, che l’uomo è un essere storico, è storicamente non solo per il fatto che lui rimarrebbe sempre uguale a se stesso mentre l’ambiente che lo circonda si modificherebbe, ma, in modo più radicale, per il fatto che lui stesso è soggetto al cambiamento; non solo al cambiamento sul quale bene poco può, come per esempio quello biologico, ma al cambiamento di cui lui stesso è il principio e la causa, cioè al cambiamento spirituale.
Ce lo ricorda, ancora in modo molto vivo nonostante gli anni passati, la Gaudium et spes, 4:

«L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’insieme del globo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, si ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e d’agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini».

Eppure è esperienza fondata di tutti che la persona, pur cambiando, è sempre identica con se stessa.
La persona, in altre parole, è data a se stessa come potenzialità e quindi come possibilità. Il passaggio da potenza ad atto – la realizzazione della potenzialità che è – è mediato dall’agire della persona stessa. Agendo, la persona passa all’atto se stessa, e per far ciò dispone solo del suo agire.
Ma nell’agire, che è mezzo, mediazione della realizzazione della persona e che è sostanzialmente libero, la persona liberamente sceglie se stessa, esattamente scegliendo di agire in un modo piuttosto che in un altro. Il compiere un’azione non è semplicemente un momento irrelato con la biografia della persona, ma, completamente all’opposto, è costruzione di sé, e quindi identificazione di sé.
Come Michelangelo agendo pian piano sul blocco di marmo lo ha plasmato facendolo diventare il famoso David e realizzando l’identità del blocco di marmo, che è se stesso più nel Davide michelangiolesco che nella montagna delle Apuane, così ogni persona lavora al blocco di marmo che è se stessa, facendosi diventare l’opera d’arte di una persona buona.
Così la persona progressivamente si identifica, diventa se stessa, perché la persona è non ciò che si è trovata ad essere senza sua propria libera scelta, ma ciò che liberamente, consapevolmente e responsabilmente ha scelto di essere, nel disporre dei dati di sé. Esemplificando, non sono le diversità della cosiddetta lotteria naturale e culturale che fanno la differenza in campo morale, ma il modo con cui si sono eseguite queste possibilità. Sia chi è figlio di papà, sia chi non lo è, entrambi hanno le stesse possibilità e prerogative nell’esperienza morale, dove nessuno parte avvantaggiato, come nella società, perché lì i vantaggi sociali non contano. Di fronte al compito morale della realizzazione di sé siamo tutti uguali, pur ammettendo di non esserlo rispetto ad alcuni risultati, che però non fanno la differenza morale, ma solo quella sociale. Le possibilità sociali che un bambino del Darfur ha di diventare ingegnere sono limitate rispetto a quelle di un bambino italiano, ma entrambi hanno le stesse possibilità di diventare buoni o cattivi.
Mi sembra opportuno citare un passo dell’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor, perché molto pertinente a quanto finora abbiamo detto. È così possibile anche registrare un’importante convergenza, quella tra l’orientamento magisteriale e la riflessione teologica, evenienza questa che ci assicura notevolmente sulla verità di quanto si afferma: non è una verità da poco, è quella verità su cui si basa la vita.

«È proprio mediante i suoi atti che l’uomo si perfeziona come uomo, come uomo chiamato a cercare spontaneamente il suo Creatore e a giungere liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione. Gli atti umani sono atti morali, perché esprimono e decidono della bontà o malizia dell’uomo stesso che compie quegli atti. Essi non producono solo un mutamento dello stato di cose esterne all’uomo, ma, in quanto scelte deliberate, qualificano moralmente la persona stessa che li compie e ne determinano la fisionomia spirituale profonda, come rileva suggestivamente san Gregorio Nisseno: ‘Tutti gli esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre, in bene o in male... Ora, essere soggetto a cambiamento è nascere continuamente... Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com’è il caso degli esseri corporei... Essa è il risultato di una scelta libera e noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo’» (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, 71).

L’agire come divenire «padrone» di se stesso

Sarebbero ancora diversi i presupposti etici da menzionare per chiarificare appieno la concezione dell’etica come etica delle virtù, ma i principali sono stati indicati e gli altri, all’occasione, lo saranno ricordati in seguito. Uno però merita ancora un accenno, quello per cui, agendo, la persona diventa padrone di sé, unificando se stessa estendendo agli impulsi, alle emozioni e ai pensieri l’orientamento della propria vita, per cui il tutto della propria persona fa ciò che la persona vuole.

«Essere padroni di se stessi» è una strana espressione, che lascia insinuare un dubbio in un ambito, nel quale invece ognuno di noi, soprattutto oggigiorno, sembra avere solo certezze, quello di nascere e di essere padroni di sé, di essere sicuri di fare quello che si vuole. È proprio così, oppure padroni di sé si diventa e, pian piano, nei nostri impulsi, emozioni, pensieri e azioni, discerniamo ciò che vogliamo veramente? Commentando la risposta che Gesù dà alla donna cananea, J. Moltmann così commenta:

«la promessa ‘ti sia fatto come desideri’ (Mt 15,28) non è per noi, se nemmeno noi abbiamo chiaro in mente ciò che vogliamo e se davvero lo vogliamo. Mettiamoci per un istante nella posizione di colui che dovrebbe esaudire i nostri desideri, progetti, richieste: capisce davvero di che cosa si tratta? Si sente interpellato in piena fiducia? Credere significa desiderare e volere qualcosa con tutto il cuore» (J. Moltmann, La fonte della vita. Lo Spirito Santo e la teologia della vita, Brescia, Queriniana 1997, 167).

Volere qualcosa e volerlo con tutto se stesso, non solo coi propri pensieri, ma anche coi propri sentimenti, impulsi e azioni, implica un cammino, un itinerario, che ci fa essere stabili e gioiosi nelle nostre scelte. La persona così costruita fa veramente ciò che vuole; lo fa non con una parte di sé, ma con tutto se stesso; lo fa non per un po’ sì e un po’ no, ma lo fa sempre; lo fa non sotto continuo sforzo, ma naturalmente, con quella seconda natura che è gradualmente nata dall’impegno operato sulla prima natura, cioè sul temperamento e sul carattere, così come erano all’inizio della nostra avventura esistenziale. Lo fa soprattutto con gioia, una gioia che altro non è che vedersi crescere come persona buona, che tanto lo è che quasi non si accorge più di esserlo.