Le parole della fede /6

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2008-05-40) 


EVOCAZIONE

Seguimi» è il verbo che esprime il dinamismo del discepolato. L’evocazione di questo imperativo può avere diverse applicazioni e riguardare molteplici contesti. In primo luogo tutti sperimentiamo la necessità di «seguire qualcuno» per imparare da chi è prima e più avanti di noi. In questo caso il «Seguimi» rivela un’esigenza connaturale alla scoperta e alla crescita di se stesso e degli altri. I figli «seguono» i loro genitori, gli allievi apprendono dagli insegnanti, i fidanzati si cercano e si seguono, le folle seguono i loro capi, nel mondo del lavoro, della comunicazione, della politica e della religione nascono e tramontano leaders e con essi i fenomeni del discepolato e del consenso.
Ad uno sguardo generale, scopriamo che l’esistenza umana è contrassegnata da una rete di relazioni che possono essere ricondotte al modello della sequela. Questo modello esprime il rapporto di appartenenza tra un «discepolo» e un «maestro», che si sviluppa in forme molteplici di dipendenza e di amore, condizionando a volte l’intera esistenza delle persone. Tale rapporto non è solo di tipo conoscitivo o pragmatico, ma anche affettivo e spirituale. Il discepolo «riconosce» nel maestro un’autorità sulla propria vita e per questo decide di mettersi alla sua sequela, accogliendo con docilità la sua guida.
È soprattutto il mondo giovanile a sperimentare il fascino e allo stesso tempo la necessità del «Seguimi». Infatti la motivazione della sequela è collegata al bisogno di realizzazione che i giovani esprimono nel loro intimo. Uscire da se stessi, entrare nelle dinamiche delle relazioni con gli altri e avventurarsi nel campo delle attività umane, implica il superamento delle insicurezze e una costante ricerca del propria identità e del «giusto posto» da occupare nella vita. In altre parole ciascun uomo, soprattutto nel periodo del suo sviluppo adolescenziale e giovanile, ha bisogno di «seguire qualcuno» che lo aiuti a scoprire e a realizzare il progetto della felicità a cui anela con tutto il suo essere.
L’intero processo del «Seguimi» è racchiuso nel più ampio concetto di «vocazione», la cui definizione è illuminante per cogliere tutta l’importanza del discepolato. Seguendo una prospettiva fenomenologica, T. Goffi ha definito la vocazione come «l’intuizione fondamentale che la persona umana coglie progressivamente e in momenti successivi all’ascolto della parola rivelata, dello Spirito illuminante nell’animo, dai moti intenzionali di adesione al Signore nella comunità ecclesiale, dalla propria disponibilità in servizio degli altri, da ideali di promozione a vita adulta, da tendenza intellettive e affettive, dall’ambiente educativo, dalle idealità dell’epoca, dagli avvenimenti quotidiani, dai rapporti con le persone, luoghi e situazioni».
Questa «intuizione fondamentale» non nasce per caso, ma conosce un itinerario che gradualmente si coglie mediante l’ascolto di una «parola appellante» («Seguimi»), l’adesione ad una comunità, il servizio verso gli altri, il discernimento degli avvenimenti e dei contesti personali e sociali in cui si è chiamati a vivere. Il rischio educativo che talora ritorna nell’ambito della società è quello di eludere la «domanda vocazionale» che ritorna nel cuore dei giovani. Soprattutto in questi ultimi decenni nel contesto della cultura occidentale è andato sempre più affermandosi l’idea dell’uomo «fluido», che vive unicamente nella consumazione dell’oggi e vuole sentirli «libero» perché interpreta la sua esistenza «senza vocazione».
Sembra di essere passati dall’epoca dei «maestri del sospetto» e delle imperanti scuole di pensiero, ad una post-modernità che invita a vivere senza «maestri né discepoli», ad un «fai da te» che relativizza o esclude la priorità della ricerca e della realizzazione vocazionale. Al «Seguimi», che implica una relazione personale di appartenenza e di cammino, spesso si sostituisce il «Lasciati inseguire» dalla forza della comunicazione inter-mediale e dal fascino del fruibile «qui e ora». Non c’è dubbio che il mondo giovanile ha bisogno di riscoprire il valore primario del «Seguimi», mediante l’annuncio della Parola di Dio e della testimonianza di vita di coloro che sono adulti nella fede. La lettura della Bibbia ci aiuta a scoprire la ricchezza del «Seguimi», sia nei racconti dell’Antico Testamento, sia durante la vita di Gesù e nella missione della Chiesa.

NARRAZIONE

«Seguimi» nell’Antico Testamento

I libri dell’Antico Testamento contengono figure e storie di discepolato, che incrociano le vicende dei principali personaggi del popolo ebraico. Una prima allusione al discepolato è data dalla relazione tra Mosè e Giosuè, denominato inizialmente «aiutante» di Mosè (Es 24,13). Si tratta di una relazione di aiuto ministeriale, in quanto Giosuè, figlio di Nun era «fin dalla sua giovinezza a servizio di Mosè» (Nm 11,28). È rilevante sottolineare come il servo di Mosè viene designato da Jahvé a condividere la sua missione, con l’imposizione delle mani e il dono dello Spirito (Nm 27,18-21). Giosuè compie un fedele servizio, accompagnando Mosè lungo il difficile itinerario del deserto. Al termine del cammino sarà proprio Giosuè a condurre Israele nella terra promessa (cf Dt 1,38) e su comando di Dio, Mosè darà le consegne al suo successore (cf Dt 31,14.23), che eseguirà gli ordini divini (cf Gs 1,2-9; 24,2-15).
L’esempio più noto di discepolato è contenuto nei cicli di Elia ed Eliseo. In 1Re è narrata, secondo una tradizione molto antica, la vocazione di Eliseo, chiamato a mettersi alla sequela di Elia. Jahvé ordina ad Elia il tisbita di ungere Eliseo come consacrato del Signore (cf 1Re 19,16). Viene così riportata in forma sintetica la scena singolare della chiamata del discepolo (1Re 19,19-21). Il discepolato è preceduto da una specifica chiamata da parte del grande profeta, che compie come segno di una «nuova appartenenza», l’atto di gettare il mantello sul prescelto. Eliseo viene così designato a «seguire» Elia, «abbandonando» il suo lavoro e la sua famiglia per continuare il ministero del suo predecessore (cf 2Re 1).
Un ulteriore significato è dato dall’impiego del motivo del «Seguimi» per indicare l’adesione di fede in Jahvé. Poiché la parola di Dio è sorgente di ogni sapienza, l’ideale religioso non sta nell’aderire ad un maestro umano, ma nel diventare «discepoli di Dio» stesso. Questa ideale spirituale si sviluppa particolarmente dopo l’esilio babilonese e viene recepito sia negli oracoli escatologici dei profeti che nella rielaborazione sapienziale.
Secondo Geremia negli ultimi tempi Jahvé si farà maestro nel cuore dei credenti (cf Ger 31,31-4); nella medesima prospettiva va interpretato l’oracolo isaiano in riferimento alla comunità post-esilica, presentata nelle vesti della «figlia di Sion»: «Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore e grande sarà la prosperità dei tuoi figli; sarai fondata sulla giustizia» (Is 54,13-14). L’appello alla fedeltà di Israele verso Dio e la sua alleanza è ripreso nella metafora familiare di Os 11,1 e in quella sponsale di Ger 2,2. Secondo questa idea la comunità, presentata come un «discepolo», deve imparare a «seguire Dio» e a camminare nelle sue vie (cf Dt 8,6; Sal 80,14).
Le storie vocazionali dei profeti sono uno straordinario esempio del dinamismo del «Seguimi», mediante l’avvenimento della Parola di Dio nella vita del profeta. Anzitutto la chiamata di Samuele viene presentata come l’icona vocazionale per eccellenza (1Sam 3). Amos viene chiamato dal suo gregge a predicare nel Regno del Nord (Am 7,15), Isaia sperimenta la sua chiamata nel contesto del tempio (Is 6,1-12), Geremia accoglie la Parola di Jahvé quando è ancora troppo giovane (Ger 1,4-10), mentre Ezechiele è chiamato ad essere «sentinella del popolo» e a mangiare il rotolo della Scrittura (Ez 3). Il «Seguimi» di Dio è sofferto nella vicenda di Giona, mentre è posto in grande evidenza nella straordinaria figura del «servo sofferente» (Is 42,1-7).
Oltre alla letteratura profetica, la metafora del discepolato è particolarmente utilizzata nella letteratura sapienziale, nella quale viene evocata la dialettica dell’apprendimento del discepolo dal maestro. Infatti i discepoli della sapienza vengono denominati «figli» (Pr 1,8.10; 2,1; 3,1) e si rendono disponibili a ricevere gli insegnamenti fondamentali della tradizione dei padri. Essi sono chiamati ad ascoltare la Parola di Dio e a «seguire» ai suoi comandi (cf Pr 1,20-32) per acquistare il «timore di Dio» e realizzare la pienezza delle sue promesse. Il desiderio di «essere ammaestrato» da Jahvé si presenta attraverso la preghiera (cf Sal 93,12; 119,12.26) e si manifesta come una condizione necessaria per diventare saggio (Sir 18,13; Sap 6,25; 9,18). Il credente diventa discepolo nella misura in cui «ascolta» la Parola di Jahvé (Dt 4,1; 6,4).
Il figlio deve imparare ad ascoltare l’istruzione del padre (Pr 1,8; 4,1.10; 23,19) e invocare dal Signore l’insegnamento necessario per vivere nella pienezza dei doni divini (Sal 25,2; 78,1; 119,66; 143,10). In definitiva il modello del discepolato che emerge dalle testimonianze veterotestamentarie è caratterizzato dall’apprendimento didattico della Legge e dalla relazione tra maestro (rabbi) e discepolo (talmîd). Un tale sistema si è venuto strutturando nel contesto del giudaismo rabbinico, la cui tradizione ha costituito l’asse portante della trasmissione orale e scritta del patrimonio spirituale e culturale del popolo ebraico.

«Seguimi» nel Nuovo Testamento

Il motivo del «Seguimi» è ampiamente sviluppato nei vangeli, che menzionano anche gruppi di discepoli non collegati con il ministero di Gesù. Tuttavia la singolarità del modello del discepolato emerge dal contesto del ministero pubblico di Gesù.
Nell’intraprendere la sua predicazione, il Signore ha voluto e scelto delle persone, chiamandole ad essere «discepoli del Regno». Anche se nei vangeli spesso Gesù viene presentato e nominato come un rabbi (Mt 8,19; 12,38). Scegliendo alcuni uomini con condizioni inusuali rispetto alla consuetudine giudaica, Gesù infrange la barriera tra puro e impuro, tra peccatori e fedeli.
L’invito del «Seguimi» raggiunge persone di diversa condizione sociale e cultuale: nella cerchia del Signore si trovano pubblicani (Mc 2,14), zeloti (Lc 6,15; At 1,13), pescatori (Mc 1,16-20), gente comune, che lascia l’impiego e la famiglia, rompendo con il precedente stile di vita, per seguire unicamente il Cristo. Secondo Mc 3,7-12 le persone che seguivano il Signore lungo il suo ministero erano ripartire in due gruppi: da una parte una cerchia ristretta e ben delimitata, dall’altra una schiera ben più ampia che seguiva la predicazione e i segni del Cristo.
Dalla tradizione evangelica risulta che il ristretto gruppo attorno a Gesù era costituito dai «Dodici» (cf Lc 9,12; Mc 6,7) e tra questi vengono più volte menzionati tre apostoli insieme: Pietro, Giacomo e Giovanni (Mc 5,37; Mt 171; 14,27; Mc 1,29; Mt 20,20; Mc 13,3; Gv 1,35-42). Indicati in un elenco nominale (Mt 10,2-5 e par.), saranno loro a preparare e condividere la cena pasquale con il Signore (Mt 26,20). All’indomani della Pasqua il mandato affidato alla comunità è quello di «fare discepoli tutte le genti» (Mt 28,18) predicando la conversione per il perdono dei peccati e battezzando (cf Gv 20,21.23).
Così nel loro servizio i discepoli sono rappresentanti del Signore e chi accoglie loro, accoglie «colui che li ha mandati» (Mt 10,40; cf Gv 13,20). Seguire Cristo significa rimanere nella condizione di «discepolo», in attesa del compimento della promessa celeste. Per tale ragione nessun discepolo di Gesù diventerà maestro e «fonderà una scuola». Nel libro degli Atti degli Apostoli la designazione del discepolo serve ad indicare tutti i credenti che appartenevano alla comunità ecclesiale a Gerusalemme (At 6,1.2.7; 9,26), a Damasco (9,10.19), ad Antiochia, dove per la prima volta i credenti furono denominati cristiani (At 11,26.29; 13,52) e ad Efeso (19,2; 20,1.30). Approfondendo il motivo del «Seguimi», si possono individuare tre aspetti che costituiscono la peculiarità del discepolato di Gesù: la vocazione; la sequela; le istruzioni.

La vocazione

Come Dio scelse e chiamò i profeti per un ministero (cf 1Sam 3,1-10; Is 6,1-10; Ger 1,4-10), così nei vangeli è Gesù a prendere l’iniziativa di chiamare persone al suo seguito, anche se vi sono esempi di uomini che chiesero il permesso di seguirlo (Mt 8,19; Mc 5,18). L’elemento comune è dato dai racconti di vocazione, che presentano due momenti:
– il Signore rivolge l’invito alla sequela con le parole: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,19), «Seguimi!» (Lc 5,27; Gv 1,43; 21,19), «vieni e seguimi» (Mt 19,21);
– colui che ha ricevuto l’invito risponde con una pronta adesione, che viene registrata con frasi tipiche: «alzatosi, lo seguì» (Mc 2,14), «lasciate le reti, lo seguirono» (Mt 4,20) «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11). Nel caso di Simone, Gesù lo chiama al suo seguito «cambiandogli il nome» (Gv 1,42; cf Mt 16,18).
Proprio per evidenziale la condizione di libertà che si ha davanti alla chiamata di Cristo, nei sinottici si evidenzia la reale possibilità del rifiuto del discepolato, tematizzata dall’esperienza del «giovane ricco» (Mt 19,16-22). In Gv 6,66 si fa cenno all’abbandono da parte di altri discepoli dopo il discorso di Cafarnao (cf Gv 6,66). Ciò che conta per diventare discepoli di Cristo non sono le attitudini intellettuali e neppure morali, ma l’incontro con la persona di Gesù e la sua chiamata. È interessante notare come la chiamata esige che i discepoli abbandonino l’ambiente e la vita finora condotta, lascino tutto alle spalle e accompagnino il Signore (cf Mc 10,21.29). Gesù non propone loro alcun programma, non li conquista ad una causa. In base alla sua chiamata i discepoli sanno una cosa sola: aderire alla persona di Gesù, lasciandosi dietro le spalle i legami e le certezze della loro vita.

La sequela

Soprattutto nel vangelo marciano si sottolinea come i discepoli siano «accompagnatori di Gesù» (cf Mc 2,15; 3,7; 6,1; 8,10.27; 10,46). Uno dei tratti caratteristici dei quattro vangeli è che fin dall’inizio il Signore non compare mai solo e isolato, ma sempre accompagnato e circondato dai discepoli. In primo luogo la sequela di Cristo si caratterizza per la radicale rinuncia alla professione (Mt 4,18-22; 9,9), a rompere i legami con la famiglia (Lc 14,26; 9,61) e a lasciare ad altri il dovere di seppellire il proprio padre (Mt 8,21). Seguire Gesù implica una «conversione esistenziale» e un graduale abbandono di se stessi e del proprio futuro alla provvidenza divina. Il discepolo del Signore ricalca la propria condotta sulla sua, ascolta la sua parola e si sforza di conformare la sua vita a quella del Salvatore (cf Mc 8,34s.; 10,21.42-45; Gv 12,26).
L’essenza del «Seguimi» è dichiarata nelle condizioni che il Signore riassume a Simon Pietro insieme a quelli del suo seguito: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi» (Mc 10,29-31). Si comprende come il «lasciare tutto» avviene unicamente «a causa di Cristo e del vangelo».
A differenza della prassi rabbinica, secondo la quale una volta istruiti nella Legge, i discepoli potevano staccarsi dal loro maestro e insegnare a loro volta, chi segue Gesù non si lega ad una dottrina, ma alla sua persona. Per tale ragione egli diventa parte della «nuova famiglia di Gesù», non più quella fatta di carne e di legami di sangue, ma fondata sull’ascolto e la realizzazione della sua Parola (cf Lc 8,19-21 par). Essere discepolo significa partecipare ad un progetto misterioso di Dio e condividere la propria sorte con quella del Maestro. Non potrà essere discepolo colui che «ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro» (Lc 9,62): la sequela autentica implica la capacità di «portare la croce» (Mc 8,34 par.), di «bere il suo calice» (Mc 10 38-39) per ereditare alla fine il Regno (Mt 19,28-29; Lc 22,28ss.; Gv 14,3). Solo chi avrà perseverato «fino alla fine» sarà salvato (Mt 10,22; 24,13).

Le istruzioni

Nei racconti evangelici possediamo una lunga serie di istruzioni riguardanti la finalità e lo stile del discepolato. A cominciare dal «discorso della montagna» (Mt 5-7), attraverso i racconti di vocazione e i discorsi di «rinuncia» e di «missione», Gesù indica una nuova condizione per coloro che intendono seguirlo nella beatitudine del Regno. Identificando la sua nuova famiglia nel discepolato (Mc 3,34) Gesù insegna ai suoi la preghiera del Padre (Mt 6,9; Lc 11,2), la sopportazione delle sofferenze (Mt 19,27-3) 10,22; 24,13) e il comandamento nuovo dell’amore vicendevole (Gv 13,34; 15,17).
Questo modello comunionale della «nuova famiglia», che sarà ripreso nell’esperienza della prima comunità cristiana secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, si compone di diversi elementi, tra i quali ricordiamo la prassi del pasto comune, dove Gesù riunisce la sua famiglia e pronuncia la preghiera di benedizione (cf Mc 8,6-7; cf Lc 24, 30-31.34), la consapevolezza dell’unicità di Dio come «padre» e l’esclusione di titoli di onorificenza e di paternità (cf Mc 10,29-30; cf Mt 23,7.9), la rinuncia alla violenza e l’invito all’amore misericordioso verso tutti (cf Mt 5,39-42; Lc 6,29-30).
Un ulteriore aspetto delle istruzioni circa i discepoli è costituito dalle indicazioni contenute nel mandato missionario dei settantadue in Lc 10,1-16. Inviandoli a due a due per preparare la sua venuta, il Signore dà loro le istruzioni per esercitare il ministero: nella consapevolezza dei pericoli e della fatica dovuta all’impegno di evangelizzazione, i discepoli devono presentarsi e vivere in modo libero e gratuito il servizio della Parola, portando a tutti la pace e non confondendosi con gli altri predicatori che girovagavano per le città. È proprio in forza di questo mandato, che il discepolo va accolto come colui che annuncia la Parola di Dio (Lc 10,16); allo stesso modo egli dovrà aspettarsi le prove e le persecuzioni (Gv 15,20) e rimanere fedele alla sua missione (Mt 13,13).
Se durante la missione terrena del Cristo la chiamata al discepolato avveniva mediante l’incontro con la sua persona, dopo la Pasqua la chiamata avviene mediante la predicazione e la testimonianza della Chiesa. A chi riceve l’annuncio della grazia e crede alla Parola, viene proposto un cammino di conversione che implica il divenire «discepoli del Risorto». Sia usato per il singolo (At 9,10.26) che per l’intera comunità (At 6,1.2.7) la designazione di «discepolo» esprime la continuità tra la «famiglia dei discepoli» prima della Pasqua e la comunità post-pasquale. Per tale ragione il «Seguimi» continua a ripetersi nella storia dei discepoli di Gesù che lungo i secoli accolgono la Parola nel loro cuore e rispondono alla chiamata di Dio.

PROVOCAZIONE

L’itinerario proposto ci fa individuare due brani, uno dell’AT e uno del NT, che ci aiutano ad entrare nel dinamismo della vocazione. Il primo racconto (1Re 19,19-21) è tratto dal ciclo di Elia ed Eliseo e descrive la sequela di Eliseo chiamato al discepolato di Elia. Il secondo brano presenta la scena dell’«uomo ricco» (Mc 10,17-22) che non sa rispondere all’invito di Gesù e lascia cadere nel vuoto il «Seguimi».

«Andrò a baciare mio padre
e mia madre, poi ti seguirò» (1Re 19,20)

19 Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello.20 Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te».21 Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

In 1Re 19 è narrata, secondo una tradizione molto antica, la vocazione di Eliseo, chiamato a mettersi alla sequela di Elia. Jahvé ordina ad Elia il tisbita di ungere Eliseo come consacrato del Signore (cf 1Re 19,16). Viene così riportata in forma sintetica la scena singolare della chiamata del discepolo, mediante il segno del «mantello», che indica insieme l’autorità dell’appartenenza e il segno della protezione.
Il discepolato è preceduto da una specifica chiamata da parte del grande profeta, che compie come segno di una «nuova appartenenza», l’atto di gettare il mantello sul prescelto. Eliseo viene così designato a «seguire» Elia, «abbandonando» il suo lavoro e la sua famiglia. Anche in questo caso il discepolato profetico di Eliseo prosegue il ministero del suo predecessore (cf 2Re 1).
La scena ricorda il detto di Gesù in Mt 8,21-22: «Un altro dei discepoli gli disse: ‘Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre’. Ma Gesù gli rispose: ‘Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti’». L’esperienza di Eliseo appare come un segno anticipatore del tempo di Gesù. Il profeta dell’Antico Testamento può andare a «baciare» i genitori, ma il discepolo del Cristo deve vivere la priorità della vocazione e della salvezza di Dio.

* Il «Seguimi» si presenta come esperienza di radicalità. Porgere ascolto alla Parola appellante di Dio e decidersi di seguire non è un’esperienza facile: quali sono le paure che più avverti nei giovani di oggi?
* Eliseo è un «giovane» che sta lavorando la terra. Ha già un progetto di vita e un futuro. Tuttavia Elia lo chiama a cambiare, a vivere una nuova esperienza «per la salvezza» del suo popolo: senti attuale questo invito?

«Vieni e seguimi» (Mc 10,21)

17 Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».20 Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.

La nota pagina dell’uomo ricco è contestualizzata in Mc 10, un capitolo che può essere definito «capitolo vocazionale». Segnaliamo alcuni elementi principali del racconto. Gesù è raggiunto da un uomo (sapremo che è «giovane» da Mt 19,22). L’atteggiamento rispettoso nasconde un disagio: cercare di rispondere ad un bisogno profondo. Egli definisce Gesù «maestro buono». La domanda verte sul «fare», con la consapevolezza della giustizia legale dell’uomo: i comandamenti però non ti fanno felici! Gesù a sua volta gli domanda «sul buono», cioè lo rimanda a Dio-amore.
Gesù penetra sempre più profondamente nella sua «domanda» di felicità: l’elenco dei precetti sottolinea il tema delle ricchezze e della frode. La risposta dell’uomo è protettiva, forse strumentale: fin dalla giovinezza è stato educato al rispetto delle regole. Cosa manca ancora?
Amare è il comandamento più importante di tutti: senza l’amore per Dio non si possono realizzare gli altri precetti. Gesù non vuole definire l’amore in chiave precettistica, ma vuole fargli fare l’esperienza di essere amato. L’amore non si manifesta come una idea teorica, ma nasce dentro una relazione personale e diventa esperienza di vita e di incontro. Il verbo «fissatolo lo amò» (v. 21) assume un’importanza centrale per comprendere il «Seguimi» che il Signore pronuncerà.
Da questo incontro amoroso e accogliente sorge l’inattesa risposta di Gesù: una fondamentale dimensione di libertà dalle cose e dai possessi! L’uomo era evidentemente schiavo delle proprie ricchezze, dei molti beni (v. 22). Amare Dio significa scegliere l’essenziale: se uno è ricco e ha poggiato tutta la sua ricchezza sul suoi beni allora non ha la possibilità di amare Dio! I comandamenti non bastano per darti la libertà!
Gesù chiede una scelta radicale. I verbi rapidi e all’imperativo esprimono questa prospettiva: vai (hypage), vendi quello che hai (osa echeis po-le-son) donalo ai poveri (dos tois ptokois)… vieni e seguimi (deuro akolouthei moi). La richiesta è assolutamente chiara e soprattutto «nuova». Le parole della chiamata superano le prescrizioni della Legge. Cosa farà il giovane raggiunto da questo inaspettato appello? Il v. 22 esprime la reazione dell’uomo: egli rimane triste (lypoumenos) per i suoi molti possessi. Egli non è libero di amare come vorrebbe: l’amore per le cose e le sicurezze gli hanno tolto la prospettiva di una sequela che avrebbe trasformato la sua esistenza.

* La scena dell’uomo ricco esprime bene il desiderio di felicità e di libertà che emerge dal cuore umano. A quali condizioni oggi è possibile offrire una risposta di fede ai giovani di oggi? 
* Il «Seguimi» implica lo svuotamento delle proprie sicurezze e dei propri beni, nella logica dell’amore oblativo in vista del Regno (cf Mc 10.29-30). Quali responsabilità ha oggi la comunità cristiana nel saper formulare questa proposta?

INVOCAZIONE

Spesso nella preghiera dei Salmi si trova il messaggio del «Seguimi» e la disponibilità dell’orante che si affida a Dio.
Applicata alla stessa vocazione del Signore, troviamo citato in Eb 10,7-9, il testo del Sal 39, che possiamo accogliere come invocazione e risposta al «Seguimi». Fermiamoci sui vv. 7-11:

7 Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto.
Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa.8 Allora ho detto: «Ecco, io vengo.
Sul rotolo del libro di me è scritto,9 che io faccia il tuo volere.
Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore».
10 Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.
11 Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore, la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato.

Il «Seguimi» di Dio rivolto all’uomo ha come risposta «Ecco io vengo» (Sal 39,7). Questa risposta è stata applicata anzitutto a Gesù, il quale ha obbedito pienamente alla volontà del Padre e ha donato la sua vita per la salvezza dell’umanità.
L’autore della Lettera agli Ebrei riprende le immagini cultuali del Sal 39 per indicare come la morte cruenta di Cristo costituisca la «nuova offerta sacrificale» che Dio ha inaugurato. Tutto questo nasce dalla piena «risposta vocazionale» del Figlio. Non è più il culto templare dei sacrifici e delle oblazioni a farci incontrare con il mistero di Dio, ma l’offerta piena della vita di Cristo al Padre. Come è stato scritto nella Parola di Dio, così si è avvenuto. Il «desiderio» della volontà salvifica di Dio è finalmente realizzato. Il Signore ha proclamato con la sua missione la «salvezza» e la vita per tutti.
Al termine della nostra riflessione sul «Seguimi», ci domandiamo quale sia la reale consapevolezza offerta sacrificale» che Dio ha inaugurato. Tutto questo nasce dalla piena «risposta vocazionale» del Figlio. Non è più il culto templare dei sacrifici e delle oblazioni a farci incontrare con il mistero di Dio, ma l’offerta piena della vita di Cristo al Padre. Come è stato scritto nella Parola di Dio, così si è avvenuto. Il «desiderio» della volontà salvifica di Dio è finalmente realizzato. Il Signore ha proclamato con la sua missione la «salvezza» e la vita per tutti.

* Al termine della nostra riflessione sul «Seguimi», ci domandiamo quale sia la reale consapevolezza dell’importanza della vocazione nella vita dei giovani a partire dalla prospettiva biblica indicata; e quale aiuto possiamo fornire ai giovani del nostro tempo affinché possano essere accompagnati nella scoperta della loro vocazione.