L'umanesimo di Gesù

Carmelo Mezzasalma

 

Al di là di ogni discussione sul significato e senso dell'umanesimo nella situazione contemporanea, c'è un vero umanesimo evangelico incarnato da Gesù e che attende ancora di essere capito e vissuto in tutta la sua dirompente provocazione anche per i cristiani del nostro tempo tentati di "dispersione".

Da un lontano ricordo

Elias Canetti (1905-1994), l'autore di Potere e sopravvivenza e di La provincia dell'uomo, mentre era esule a Londra durante la fase più calda della seconda guerra mondiale (1942), scrisse degli aforismi per combattere in se stesso l'impotenza e l'orrore di quanto stava accadendo in quei giorni di guerra. Scoperti da pochi anni, questi aforismi sono anche pubblicati in italiano con il titolo Aforismi per Marie-Louise (Adelphi, Milano 2015) perché dedicati all'amica del cuore, la pittrice Marie-Louise von Motesiczky, con la quale Canetti aveva avviato in Inghilterra una relazione destinata a durare oltre mezzo secolo. Nonostante la distanza di tempo e la situazione storico-culturale ormai mutata, questi aforismi di Canetti conservano una loro particolare e pregnante attualità di pensiero dal momento che ruotano quasi tutti intorno all'orrore della guerra: «... non c'è luogo nascosto, non c'è palmo, non c'è poro, nelle cui profondità [gli uomini] non combattono l'uno contro l'altro all'ultimo sangue» (p. 11). E non è forse questa, salvo le condizioni diverse, la situazione in cui ci troviamo a vivere nella condizione postmoderna? L'individualismo, la lotta sotterranea per l'affermazione del proprio sé o per le proprie idee sulla vita e perfino sullafede, non dice a sufficienza che, probabilmente senza neppure averne coscienza, siamo stretti in una lotta all'ultimo sangue contro i nostri simili, gli amici o i congiunti? Tanto è il potere della cultura dominante che ci circonda e ci attrae.
L'aforisma, per sua natura, non chiede una dimostrazione logica e persuasiva. È un lampo dell'intelligenza e sensibilità umana che giunge al termine di un percorso interiore e, proprio per questo, ha la capacità di illuminare una situazione concreta al punto da avviare uno scossone salutare circa il vivere e il pensare, immemore e quotidiano, delle consuetudini acquisite e mai messe in discussione. Ma, a parte questo, è sorprendente constatare come, negli Aforismi per Marie-Louise, il problema di Dio occupi un posto non marginale e sia pure quel Dio dell'Antico Testamento che per l'ebreo Canetti rappresentava il nervo scoperto della questione. Eppure, c'è un aforisma che, crediamo, supera d'un balzo anche questo aspetto del problema e sembra rivolgersi a tutti coloro che, in un modo o nell'altro, fanno appello a un loro Dio per giustificare qualcosa del loro comportamento e delle loro scelte. L'aforisma suona così: «Dio è morto perché il suo nome è stato profanato, adesso lo invochino pure quanto vogliono» (p. 34). È quasi una scudisciata in pieno viso, qualcosa che ferisce in profondità anche un cristiano, perché può darsi che, a furia di difendere la fede, supposta immutabile nel viverla, anch'egli sia tentato di profanare il nome di Cristo tirandolo da ogni parte e, soprattutto, affidandosi a una "dottrina", a una prassi religiosa, anziché al Cristo per così dire in carne e ossa.
Potrebbe sembrare una domanda a effetto o comunque trascurabile – logico che un cristiano si riferisce sempre a Cristo –, ma sta di fatto che essa ci trasporta al cuore di quanto stiamo vivendo in questi anni di forte e quasi inarrestabile abbandono della pratica cristiana, mentre molti cristiani ancora non distinguono tra "credenza" e "fede" in Gesù Cristo.

Sulle rovine della "cristianità"

Il problema non è certamente nuovo. Già qualche anno fa si parlava di "scisma sommerso" di molti cristiani che, pur dichiarandosi tali, non intendevano accettare le direttive della Chiesa perché ansiosi di viversi una propria libertà e autonomia, nonché il diritto di sentirsi "moderni". Ma, in questi ultimi anni, si ha la sensazione che questo scisma sommerso non abbia intaccato soltanto i semplici fedeli, bensì anche coloro, presbiteri e religiosi, che avrebbero dovuto guidarli a vivere pienamente la via del Vangelo. Si constata, soprattutto, una certa "dispersione" nella vita di fede e nella Chiesa stessa, tanto che il teologo Christoph Theobald ha formulato, sulla scia delle indagini sociologiche in corso, un interrogativo per certi versi angosciante, ma vero e concreto: quale futuro attende la tradizione cristiana nei Paesi dell'Occidente europeo? La "dispersione" attuale ne annuncia la prossima fine o prepara una nuova e diversa coscienza (cfr. Ch. Theobald, Il compito del testimone, EDB, Bologna 2015)? Così, per superare la crisi dei riferimenti tradizionali, occorre incoraggiare il processo di ricezione del Vaticano II che ha privilegiato la libertà e la scelta individuale nei confronti di Cristo, quindi la strada della testimonianza, mentre, a suo dire, «il vero testimone è colui che si lascia interrogare e continua a interrogarsi sulla coerenza fra ciò che trasmette e il modo in cui lo fa» (p. 40).
Compito tutt'altro che scontato, vista la dispersione e la confusione in cui viviamo e in cui sempre di più ricorre quella terribile parola, scisma, per ogni questione ecclesiale, come il sinodo della famiglia, o altro. E la dispersione si vede bene se qualcuno, come Antonio Socci, si può permettere di dire che papa Francesco sia un papa abusivo, incontrando il favore e l'opinione favorevole di molti cristiani. O come V. Messori che evoca un possibile scisma nel caso di una sconfessione delle apparizioni di Medjugorje incontrando, a sua volta, un grande esercito di cristiani devoti. Nessun lontano rimorso di coscienza, ín questi casi, poiché si può dire di tutto e di più sulla fede, la Chiesa, l'autorità apostolica veicolando quel "tradimento dei chierici" – ma questa volta quelli veri – che tanta fortuna ha avuto nella coscienza sotterranea della modernità. E pensare, per ironia della sorte, che a invocare questo tradimento siano proprio quei cristiani, si dice tradizionalisti, che sembrano nemici giurati della modernità.
E intanto, mentre discutiamo "in casa" fra traditori e fedeli, la società europea si secolarizza sempre di più e gli stati si laicizzano mostrando quel mutamento radicale di cui ancora pochi sono in grado di capire le conseguenze. La gente comune, in effetti, ma soprattutto i giovani, ha sempre meno bisogno della religione e, in particolare, di quella fede cristiana che fino a qualche decennio fa pareva regnare da padrona nelle società occidentali. Il plurimillenario zoccolo su cui si era costruita la sua tradizione in questi paesi è crollato, trascinando, nella sua caduta, il senso stesso della fede cristiana per ogni vita umana. La fede non deperisce, a ben vedere, a causa di un suo rigetto da parte dei fedeli, considerati individualmente, ma a causa di un mutamento globale di civiltà, anzi della rottura delle articolazioni immemorabili tra credenze religiose e legame sociale. È la fine, non del cristianesimo, bensì di quel regime di "cristianità" che, per secoli, ha assicurato questo legame che induceva a pensare che la fede cristiana fosse al riparo da ogni terremoto storico-sociale. Ma il terremoto è accaduto e a nulla vale rifugiarsi nella "nostalgia", pur comprensibile a livello antropologico, che non costruisce nulla e anzi distrugge.
In realtà, il così detto crollo della fede nei paesi europei si è prodotto perché troppi cristiani si accontentavano di far derivare la loro appartenenza alla Chiesa dalla loro nascita e dalla loro educazione dipendendo, oltre tutto, dai loro preti che li educavano in una passività senza autentico slancio personale. Questi cristiani, in Belgio o in Olanda ad esempio, non si curavano affatto di "personalizzare" e vivificare la loro fede in Gesù Cristo attraverso l'ascolto e la meditazione frequente del Vangelo, la preghiera a tu per tu con Dio, per cui il loro legame con la Chiesa traeva la sua forza dalla forte presa di questa sulla società. La loro stessa fede in Cristo si nutriva di una generica e comunemente accettata "credenza in Dio". E nel momento stesso in cui si sfaldavano le strutture religiose della società, la fede di questi cristiani è svanita come neve al sole nella misura in cui la società non aveva più bisogno del sostegno di una trascendenza, bensì del sostegno del profitto, del mercato, del capitalismo consumistico. Ed è tutto questo che è avvenuto, e avviene ancora, a fare la gravità irreversibile della situazione per di più resa incandescente, ma senza nessun spirito polemico, dall'emergere del soggetto, ossia dalla presa di coscienza e l'autonomia della persona.

Gesù, un passante anonimo?

In questa situazione, non può sorprendere che gli uomini e le donne della postmodernità siano più coscienti, rispetto agli "antichi", del fatto che la loro umanità si identifica con la loro "mondanità". Non sono esseri gettati sulla terra e sprovvisti di una loro visione, percezione, pensiero, linguaggio. Tutto ciò che sono è dato loro dal mondo, da ciò che si guarda, si percepisce, si pensa e si esprime. Ed è questo che inquieta moltissimo gli uomini "religiosi" che, fin dai tempi di Gesù, sono tentati di manipolare il divino per tenere legati a sé i loro fedeli con i riti, il rifugio all'interno di solidi bastioni, la fiducia in consuetudini e tradizioni immutabili, perfino di soggiogarli attraverso l'autorità di mediatori consacrati.
In realtà, l'urto della storia ha sempre investito la fede cristiana ed è anche un bene dal momento che questa fede è una fede storica, fondata su Gesù uomo-Dio, che è tutt'altra cosa da un codice religioso, da una religione comunemente intesa. È al di fuori della centralità e obbedienza a Cristo che i cristiani si sentono, nelle vicissitudini umane e storiche, tentati dalla "dispersione". Di fatto, la costruzione della casa di Dio, della Chiesa, anche nell'immenso laboratorio delle nostre società secolarizzate, non è opera umana. Edificare e salvare la Chiesa non è in potere degli uomini così detti religiosi. Solo Gesù ha questo potere e che ha trasmesso ai Dodici. Tuttavia, perché sia chiaro che la loro non sarà opera umana, chiede di non preoccuparsi di nulla, neppure di ciò che sembra indispensabile: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche...» (Lc 1,6). E tutto questo ci riporta agli inizi dell'avventura cristiana nella storia.
Potrebbe sembrare, infatti, strano o paradossale che Gesù, dopo essere risalito al Padre con la sua ascensione attraverso i cieli, continui a camminare lungo le strade degli uomini, soprattutto tra i poveri o coloro che cercano una speranza in un mondo a loro ostile e senza possibilità di essere amati e consolati. Eppure, non c'è da stupirsi. Gesù non situava Dio in alcun luogo particolare, né sulle alture né in fondo agli abissi. Ha infranto l'immagine del Dio di una religione d'élite, di ogni religione di "perfetti" a tutti i costi, per rivelarlo sulla Croce Padre universale: "Dio per noi" e "Dio con noi". E quando lascerà gli apostoli, per inviarli fino all'estremità della terra ad annunciare a tutti la "Buona Notizia" del vangelo, proprio gli apostoli rimarranno all'interno delle mura di Gerusalemme per paura o prudenza. Ma ecco, come ci racconta l'episodio finale del vangelo di Giovanni, che ancora Gesù li precede sulla via delle genti, rientrando in scena sul lago di Tiberiade, aprendo la strada e preparando la futura messe. Alla testa, come un tempo (cfr. Gv 21,12-22) .
Anche oggi, in una situazione di estremo disagio per la fede, coloro che credono in Gesù possono riconoscere, in questa scena sulle rive del lago, qualcosa che hanno già vissuto o che stanno per vivere o che può loro capitare: nell'amicizia condivisa, in un incoraggiamento dato e ricevuto, nella comunione in ciò che si vive, in una parola o in ogni scambio di profonda umanità! «Una fede attenta – ha scritto Joseph Moingt nel suo splendido L'umanesimo evangelico (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2015) –può riconoscere Gesù che passa anonimo, che ci ha resi più veri, più forti, più fraterni, più umani, che ha cambiato e riorientato la nostra vita o il nostro sguardo su ciò che ci circonda e ci attira» (p. 25). Anche quando non vengono tenuti discorsi "religiosi" – di fronte a una realtà innamorata della bellezza, come la musica, la poesia, il linguaggio dell'arte, ma anche della condivisione e della fraternità umana – il cristiano autentico non dubita del passaggio di Gesù perché in ogni scambio, che avviene sotto il segno della gratuità, passa la gratuità assoluta dell'amore di Gesù, di Dio stesso, che misteriosamente salva chi la condivide e la promuove.

L'umanesimo evangelico

L'umanesimo di Gesù, l'umanesimo evangelico, ecco la sfida vera che attende il nostro cristianesimo a stretto contatto con le trasformazioni del vivere contemporaneo ormai da molto tempo. Teresa d'Avila, di cui ricordiamo il V Centenario della nascita, si convertì scoprendo l'umanità di Gesù in ciò che c'è di più umano nel suo volto: la sofferenza estrema. E forse rimase per vent'anni una tiepida monaca, finché lo sentì nella credenza astratta di un Dío lontano e irraggiungibile nella sua divinità, pronto a esigere più che a condividere, pronto alla condanna più che all'amore. Dopo tutto, anche oggi si tratta di salvare la persona umana da un possibile sfacelo, e si tratta ancora di edificare una società veramente umana contro tutti i tentativi di barbarie che vorrebbero distruggerla. Ed è stato l'umanesimo evangelico, senza ombra di dubbio, a dettare la sollecitudine dei Padri al concilio Vaticano II per i "segni dei tempi" – le trasformazioni, rapide e veloci, accadute nella modernità –, ma per «interpretarli alla luce del vangelo», come dice la Gaudium et spes (n. 4).
Sulla stessa scia si è posto anche papa Francesco, inaugurando un "dolce stil novo" per la Chiesa e per l'umanità (cfr. il suggestivo libretto di Maurizio Gronchi e Roberto Repole, Il dolce stil novo di papa Francesco, Edizioni Messaggero, Padova 2015), e attirandosi gli strali di tanti, perfino cristiani, con accuse e risentimenti che lasciano sgomenti e addolorati: dov'è la presenza di Gesù, il Gesù vivo che ama e guida la sua Chiesa, in tutto questo? Ci si riferisce a lui come al fondatore di una dottrina "religiosa" oppure a una presenza, appunto viva, cui riferirsi, nella preghiera e nel discernimento, per capire dove lo Spirito stia conducendo la Chiesa attraverso papa Francesco? Anche qui passa il sottile discrimine tra "credenza" e "fede" su cui non si riflette o non si ha desiderio di riflettere per paura di perdere quelle sicurezze "religiose" che ci rendono talvolta duri e spietati nelle nostre opinioni e nei nostri giudizi.
Una situazione, peraltro, già vissuta nell'Antico Testamento. Il popolo ebreo era ritornato dall'Egitto con grandi progetti e ambizioni circa la ricostruzione del tempio di Salomone, ma, con il profeta Aggeo, deve riconoscere che la ricostruzione era stata intralciata da mille difficoltà: «Chi di voi è ancora in vita – lamenta il profeta – che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla?» (Ag 2,3). In effetti, non c'erano i mezzi per fare qualcosa di bello e di grande e il profeta lo constata. E, tuttavia, in questa condizione desolante, giunge a tutti il messaggio di consolazione: «Coraggio – dice Dio – io sono con voi, io lavoro per voi» (Ag 2,4). Ma per capire questo oracolo di Dio occorre riferirsi al Vangelo e al mistero di Cristo che è il vero tempio di Dio. È nel corpo di Cristo che possiamo incontrare Dio, ma questo corpo è anche corpo di sofferenza e di umiliazione (cfr. Lc 9,18-22) e la Chiesa, nel corso della storia, incontra anch'essa questo destino di sofferenza e di umiliazione. Invece di scoraggiarci per le difficoltà, se fossimo realmente persone di fede, dovremmo proprio, a motivo di esse, aumentare la nostra fiducia, perché sono un segno che Dio lavora con noi.
Ma non sempre è così. Oggi non è raro ascoltare lamenti simili a quelli del profeta Aggeo. Ci sono tanti che si lamentano della situazione attuale della Chiesa e soprattutto della supposta rovina della fede cristiana: «Prima – anche del Concilio – le cose erano così meravigliose: c'era molta unità, molta disciplina. Adesso non si capisce più dove andremo a finire anche con tutte queste innovazioni di stile e di misericordia evangelica di papa Francesco. Siamo proprio su una strada sbagliata!». E il fatto curioso è che quello che si dice della Chiesa, del Papa, si dice della vita religiosa e di tutto il resto: è finita ogni cosa, siamo nella desolazione più nera. Così, questi nostalgici del bel tempo andato, con fare lamentoso o minaccioso, dicono al Papa: dove sta conducendo la Chiesa? Ma il Papa ha dato a questo proposito una risposta spiazzante e vera, almeno per chi la vuole intendere: «Non sono ío a condurre la Chiesa, ma io a seguire la Chiesa». Dice così chiaramente che tutti devono tornare al mistero di Cristo, lui per primo, quando si affrontano i problemi attuali della fede e cioè con umiltà e fiducia perché è Cristo a guidare la Chiesa e non già uno qualsiasi. Papa Francesco invita non a seguire lui, ma a seguire Cristo anche nella storia del nostro tempo.

L'umanesimo di Gesù

D'altronde, proprio nei paesi europei stiamo vivendo una crisi senza precedenti per il futuro della fede, mentre la Chiesa stessa ha bisogno di una "conversione", un "cuore nuovo" per vivere e comunicare la buona novella di Gesù. È questo che scandalizza. Eppure, fin dai primi giorni del suo servizio, il Papa ha alzato la sua voce per scuotere la coscienza dí una Chiesa molto chiusa in se stessa, paralizzata dalla paura, preoccupata di salvaguardare la sua "struttura" e poco aperta verso la sua anima che è Gesù Cristo. Dopo tutto, una Chiesa distante dai problemi e dalle sofferenze, anche morali, che vive la gente. Così, nell'esortazione apostolica Evangelii gaudium, il Papa non pensa solo a un aggiornamento o a un adattamento della Chiesa ai tempi di oggi. Non pensa di recuperare l'orizzonte e lo spirito del Vaticano II – troppe cose sono cambiate da quel tempo felice e irripetibile –, ma piuttosto ci chiama a una conversione più radicale e urgente: «Tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo», e tornare a Gesù Cristo che «può rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e che ci sorprende con la sua costante creatività» (n. 11).
E ancora: «Più che la paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c'è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: "Voi stessi date loro da mangiare" (Mc 6,37)» (EG n. 49). Era anche questa la sottile e argomentata preoccupazione teologica di Benedetto XVI, soltanto che è stata fraintesa come restaurazione di una struttura ecclesiale che lasciava fuori le anime vere. In ogni caso, è questa la fede veramente vissuta e che papa Francesco tenta di testimoniare contro ogni reazione di autodifesa, di restaurazione, di passività generalizzata. E lo fa non con un linguaggio teologico raffinato, ma mettendo il dito nella piaga: «La Chiesa ha da portare Gesù... Se qualche volta succedesse che la Chiesa non porta Gesù, sarebbe una Chiesa morta». Un simile appello non è isolato, se un noto teologo spagnolo, José Antonio Pagola, ha sentito il bisogno di fondare «I gruppi di Gesù» con l'obiettivo di vivere un processo sia individuale che di gruppo di conversione a Gesù per cogliere in profondità l'essenziale del Vangelo. Gruppi che non richiedono la presenza di un prete, bensì possono essere portati avanti soprattutto dai laici, uomini e donne (cfr. J.A. Pagola, Tornare a Gesù, a cura di F. Strazzari, EDB, Bologna 2015). E ce n'era la necessità? Evidentemente sì. Forse Gesù è davvero il grande "assente" di tante omelie e discorsi religiosi, troppo religiosi.
In realtà, già il Vaticano II lasciava capire che, per parlare di Gesù a uomini e donne così lontani dal linguaggio cristiano, bisognava attraversare la sua umanità in tutto il suo spessore prima di volerla superare. Dunque, lasciare che si presenti a loro Egli stesso, in un primo incontro, in una lingua che essi possono facilmente comprendere. Non quelladei misteri, delle argomentazioni forbite e discorsive, bensì lingua dí umanità: la salvezza cristiana, infatti, non è nei discorsi edificanti o consolatori, ma è nel cammino di "umanizzazione" dell'uomo a cui Gesù ha dato l'impulso più radicale e duraturo lungo il tempo della nostra storia. Citiamo ancora Joseph Moingt: «Perché il Vangelo è sia la persona e la storia di Gesù sia la via che egli ci apre dinnanzi affinché noi lo seguiamo. Via che conduce a Dio coloro che riconoscono in Lui il suo Figlio: dunque via di religione? Certamente, ma da che cosa si riconosce Gesù come Figlio di Dio, e di quale Dio? È un Dio che in Gesù si fa "vedere" spogliato di ogni traccia di potenza e di giustizia vendicativa, al punto che il Padre abbandona il Figlio al rigetto e alla morte, e dunque si espone personalmente al rinnegamento» (Umanesimo evangelico, p. 63).
L'umanesimo di Gesù, che trova la sua più alta espressione nell'amore del prossimo, impone il rispetto per l'uomo, ogni forma di benevolenza e di compassione, per il fatto che è uomo e, proprio per questo, degno dell'amore speciale che Dio nutre per lui. Perché l'uomo, dopo la morte e risurrezione di Cristo, è rivestito da questo amore, incomprensibile e misterioso, da una dignità infinita che lo penetra fin nell'intimo del suo essere e soprattutto quando la cultura intorno a lui ne vorrebbe fare un oggetto di consumo, disumanizzandolo. In fondo, nonostante la modernità abbia rotto con la tradizione cristiana, una conciliazione tra le due è possibile, perché se il moderno è uscito dall'era cristiana è soltanto dopo avervi attinto lo slancio e il senso della sua liberazione. Così, l'incarnazione, o umanizzazione del Verbo di Dio in Gesù, elemento distintivo del cristianesimo rispetto a tutte le altre religioni, induce a tentare di arrischiarsi nell'associazione tra vangelo e umanesimo: il vangelo ne offre la testimonianza e un linguaggio sempre nuovo, profetico.
Dunque, si tratta di accettare che la fede cristiana ha interagito con il pensiero moderno nel corso della loro storia comune, altrove iniziata dopo una lunga coabitazione e compenetrazione tra cristianesimo e razionalismo greco. Questo sotterraneo lavorio della storia ha plasmato le rispettive identità del pensiero cristiano e dell'umanesimo secolarizzato in ciò che li unisce e in ciò che li divide, ma più che mai oggi s'impone – viste le tremende cronache delle guerre in corso o il tragico esodo dí milioni di persone dalla loro terra di origine – che si promuova un "umanesimo universale" con ogni mezzo a disposizione. Utopia? Forse. L'utopia del Vangelo e quella della migliore cultura umana che non cede alla barbarie e alla disumanizzazione, si chiama là profezia e qui memoria, patrimonio umano ed eredità. Neppure, questa memoria ed eredità potrà mai sganciarsi dall'umanesimo evangelico, dall'umanesimo di Gesù, senza comprometterne a fondo le radici ovunque presenti e molto attive. I poeti, che sono gli alati sismografi di questa memoria, anche se spesso ignorati o marginalizzati, sanno che l'anima di questa memoria non è altro che l'avventura spirituale dell'uomo. Spirituale, non solo chiusa tra la nascita e la morte, né soltanto storica, quindi umana e profondamente aperta alla commozione di spazi infiniti e ancora ignoti.
Fernando Pessoa (1888-1935), che molti in Italia si sono affrettati a catalogare tra i campioni del nichilismo contemporaneo, scriveva invece poesie, profonde e bellissime, nelle quali affiora prepotentemente una memoria di Cristo tutt'altro che frutto di un'educazione religiosa oppure occasionale. Pub-blicate ora anche in italiano dalle edizioni della Comunità di Bose, esse ci restituiscono un volto nuovo di questo scrittore portoghese dall'anima misteriosa e travagliata, ma viva e quasi paradossale come poche nel panorama letterario del Novecento (cfr. E Pessoa, Sono un sogno di Dio, tr. it. Manuele Masini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2015). In una di queste poesie, ci sono versi colmi di uno stupore religioso che ci dicono quanto il passaggio di Gesù nella storia, anche moderna, sia ancora vitale e capace di illuminare la vita umana ben oltre le soglie di una fede riconosciuta e accettata: «Signore, il mio passo è sulla Soglia / della Tua Porta. / Rendimi umile di fronte al mio legato... / il mio mero essere che importa?... Voglio essere la nebbia che sale / per vederTi / l'umanità sofferente è cieca – / il resto solo essere» (p. 35).

(Feeria, 2015/1, n. 47, pp. 3-9)